venerdì 18 gennaio 2013

IN VENEZUELA FALLISCE LA STRATEGIA DELL’OPPOSIZIONE E DEI VESCOVI

Neppure questa volta ha avuto successo l’offensiva dell’opposizione venezuelana contro Hugo Chávez, in cui, al solito, ha giocato un ruolo non di poco conto anche la Conferenza episcopale. Si è risolto infatti a favore del governo il braccio di ferro sulla corretta interpretazione del dettato costituzionale riguardo alla questione della mancata presenza del presidente – ancora alle prese con un’insufficienza respiratoria causata da una grave infezione polmonare successiva al delicato intervento chirurgico dell’11 dicembre scorso (v. Adista n. 47/13) – alla cerimonia di insediamento del 10 gennaio, la data prevista per l’inizio del nuovo mandato presidenziale (2013-2019). Se l’opposizione insisteva, per scongiurare un vuoto di potere, sulla necessità che Diosdado Cabello, appena riconfermato a capo dell’Assemblea Nazionale, assumesse la presidenza ad interim per poi convocare entro 30 giorni nuove elezioni (cercando con ciò anche di diffondere voci su una presunta contrapposizione - in realtà smentita dai fatti - tra Cabello e il vicepresidente Nicolás Maduro, designato da Chávez come suo successore), il governo definiva invece la cerimonia di insediamento una mera formalità rispetto alla priorità rappresentata dall’obbedienza alla volontà popolare espressa nelle elezioni del 7 ottobre scorso (v. Adista Notizie nn. 31 e 37/12). In ciò richiamandosi all’articolo 231 della Costituzione (il quale stabilisce che, «se per qualunque imprevisto, il/la presidente della Repubblica non può prestare giuramento dinanzi all’Assemblea Nazionale, lo farà presso il Tribunale», senza indicare limiti temporali) e ponendo l’accento sull’assenza di un vuoto di potere, essendo Chávez allo stesso tempo il presidente uscente e il nuovo presidente eletto. Ebbene, nella sua sentenza del 9 gennaio, la Sala Costituzionale del Tribunale Supremo di Giustizia (Tsj) ha chiarito, dando ragione al governo, che l’insediamento potrà avvenire successivamente al 10 gennaio, presso il Tsj, come previsto dall’articolo 231, e ciò per il fatto che, in virtù della rielezione di Chávez, «non esiste interruzione nell’esercizio della carica». E che tale atto sarà fissato dallo stesso Tribunale nel momento in cui verrà meno il «motivo sopraggiunto» che ha determinato la sua assenza (assenza, peraltro, autorizzata dall’Assemblea nazionale, che, all’unanimità, dunque anche con i voti dell’opposizione, ha concesso al presidente il permesso di recarsi a Cuba per il necessario trattamento medico). 
Rispetto per la Costituzione a fasi alterne
Sulla vicenda è intervenuta con decisione anche la Conferenza episcopale, il cui presidente, mons. Diego Padrón, ha rivolto, tre giorni prima della data prevista per l’insediamento, un appello al rispetto scrupoloso della Costituzione: «È un momento difficile e incerto in cui si rischia di condurre il Paese verso un crocevia pericoloso», ha sottolineato Padrón, precisando che l’assemblea dei vescovi non avrebbe voluto «intervenire sull’interpretazione della Carta fondamentale», ma che era stata costretta a farlo in difesa del «bene comune», essendo moralmente inaccettabile «ogni possibile tentativo di manipolazione della Costituzione a favore degli interessi di una parte politica e a danno della democrazia e dell’unità del Paese». E su quale fosse il destinatario dell’appello mons. Padrón non ha voluto proprio lasciare dubbi: è chiaro – ha detto, rivelando una totale coincidenza con l’opposizione – che il posticipo dell’insediamento creerebbe un vuoto di potere, in quanto, in base «alla lettera e allo spirito» della Carta costituzionale, il 10 gennaio si concluderebbe l’attuale mandato e ne comincerebbe uno nuovo. Come se non bastasse, il presidente della Conferenza episcopale, evidentemente ignorando i numerosi e per nulla generici bollettini medici diffusi dal governo, ha dichiarato che «la popolazione è confusa e in buona parte irritata», non avendo «fino ad oggi ricevuto ufficialmente» informazioni sulle condizioni di Chávez. «È necessario – scrivono i vescovi venezuelani nel loro comunicato dell’8 gennaio – che le autorità informino con chiarezza e verità sullo stato e sull’evoluzione della salute del presidente, trattandosi di un tema d’interesse pubblico. Le valutazioni di un’équipe medica costituita da professionisti venezuelani potranno chiarire le incertezze». E, già che c’erano, i vescovi hanno denunciato anche «la mancanza di condizioni di equità nel processo della campagna elettorale» (e ciò malgrado l’80% dell’offerta informativa fosse nelle mani dell’opposizione) ed espresso preoccupazione sul «carattere ideologico» di quell’«insieme di leggi, denominate del “Potere Popolare”», che introducono «concetti come “socialismo” e “Stato comunale” non contemplati nella Costituzione», mantenendo il solito, assoluto, silenzio nei confronti delle innegabili conquiste del governo, riconosciute esplicitamente da istituzioni internazionali al di sopra di ogni sospetto di parzialità, dall’Unesco al Cepal (la Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi, una delle cinque commissioni regionali delle Nazioni Unite).
Ironico il commento di Cabello: «La Conferenza episcopale – ha detto – deve aver rivolto il suo invito (a non manipolare la Costituzione, ndr) ai signori dell’opposizione: sì, deve averlo indirizzato a loro e agli esponenti della gerarchia ecclesiastica che presero parte al colpo di Stato del 2002».
Chávez, patrimonio dell’America Latina
Ma la risposta più convincente ai vescovi è giunta dallo stesso popolo venezuelano – evidentemente non così confuso e irritato come vorrebbe mons. Padrón – che, in un’oceanica manifestazione convocata dal governo a sostegno di Chávez proprio per il 10 gennaio, ha pronunciato il suo giuramento solenne: «Giuro sulla Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela di essere assolutamente fedele ai valori della Patria, e assolutamente fedele alla leadership del comandante Hugo Chávez. Giuro di difendere questa Costituzione, la nostra democrazia popolare, la nostra indipendenza e il diritto a costruire il socialismo nel nostro Paese». Un giuramento espresso alla presenza di tutti i ministri del governo, di governatori e dirigenti politici, di rappresentanti e autorità di ben 22 Paesi dell’America Latina e dei Caraibi, tra cui il presidente della Bolivia Evo Morales, quello dell’Uruguay José Mujica, quello del Nicaragua Daniel Ortega. La salute del presidente, ha dichiarato Morales, «non è una preoccupazione esclusiva del popolo venezuelano», ma di tutti i popoli in lotta contro l’imperialismo: «La migliore forma di solidarietà nei suoi confronti – ha precisato – è l’unità tra i nostri Paesi». Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’ex presidente del Paraguay Fernando Lugo, rovesciato da un colpo di Stato parlamentare lo scorso giugno: il presidente venezuelano, ha detto, non è patrimonio soltanto del Venezuela. Chávez appartiene all’Argentina, all’Ecuador, al Paraguay, ai Caraibi e all’America Latina tutta. È il nostro Chávez».
E non poteva mancare la dichiarazione del vicepresidente Nicolás Maduro, il quale, ricordando come a favore della sentenza del Tribunale Supremo di Giustizia si sia espresso, secondo i dati di un sondaggio, il 68% della popolazione, ha affermato che i candidati della destra «non riusciranno a capire il popolo neppure fra 500 anni, in quanto nelle loro vene scorre il sangue dell’oligarchia», e ha accusato l’opposizione, di fronte alle sue minacce di realizzare uno sciopero generale a oltranza (diretto in particolare a bloccare le forniture di alimenti), di voler destabilizzare il Paese approfittando dei problemi di salute del presidente Chávez. (claudia fanti)

TANTI SFORZI, POCHI CANDIDATI. E LA GERARCHIA ECCLESIASTICA VOLTA LE SPALLE A MONTI

36998. ROMA-ADISTA. In principio fu Todi. Era l’ottobre 2011, il governo Berlusconi scricchiolava sotto il peso degli scandali politici e di quelli personali del presidente del Consiglio e la gerarchia cattolica stava seriamente vagliando la possibilità di cambiare cavallo, dopo quello cavalcato con successo per più di 15 anni, ottenendo innegabili vantaggi in termini di presenza politico-mediatica, di agevolazioni, esenzioni e privilegi, oltre ad una serie di provvedimenti (legge 40, “difesa” della famiglia, lotta alle unioni civili, caso Englaro, fine-vita, testamento biologico, scuola privata, ecc.) che ammiccavano alle “radici cristiane” del Paese, ai “valori non negoziabili” ed ai temi eticamente “sensibili”.
Nella cittadina umbra, sette associazioni cattoliche legate al mondo del lavoro (Acli, Cisl, Coldiretti, Compagnia delle Opere, Confcooperative, Confartigianato, Mcl), benedette (e anche opportunamente sostenute) dalle gerarchie ecclesiastiche, si incontrarono per preparare una alternativa cattolico-moderata al berlusconismo, prima che esso fosse definitivamente travolto dagli eventi. Di lì a pochi mesi, tre delle personalità che più avevano lavorato al successo di quell’assise – Andrea Riccardi, Corrado Passera e Lorenzo Ornaghi – entrarono nel nuovo governo guidato da Mario Monti, come garanti degli interessi (spesso contrapposti, comunque distinti) dei vertici della Cei, della Curia vaticana e del card. Camillo Ruini. Ad ottobre 2012 un nuovo incontro, sempre a Todi, di quelle stesse realtà (con una posizione, quella di Coldiretti, decisamente più tiepida e defilata) sanciva il varo di un rassemblement cattolico a sostegno dell’“agenda Monti”, in vista delle elezioni del 2013.
Todi al tramonto
Poi, sul finire del 2012, le dimissioni dell’esecutivo e la fine anticipata della legislatura, con l’ufficializzazione della “salita in politica” di Mario Monti, sembravano aver ulteriormente accelerato i tempi del matrimonio “religioso” tra la neonata “Scelta civica con Monti per l’Italia” e i vertici della Chiesa. Osservatore Romano e presidente dei vescovi italiani, Avvenire e segretario di Stato vaticano avevano infatti unanimemente plaudito al progetto politico-elettorale del presidente del Consiglio uscente.
E l’associazionismo cattolico istituzionale stava avviando la sua potente macchina organizzativa. Il 10 gennaio era stato fissato un terzo appuntamento delle sigle promotrici dei primi due incontri di Todi per ufficializzare la nuova “gioiosa macchina da guerra” del centro cattolico. Poi, però, qualcosa in quella macchina si è rotto, e l’incontro, che doveva svolgersi nella sede nazionale della Cisl a Roma, in via Po, è stato rinviato a data da destinarsi. Un fulmine a ciel sereno, che seguiva di pochi giorni l’annuncio che in ogni caso Monti non avrebbe preso parte all’iniziativa, nonostante la sua presenza fosse stata data ormai per certa. Dietro la decisione, tanto quella di Monti che quella appena successiva di cancellare l’incontro, ci sono stati – certo – i timori che l’evento potesse trasformarsi in un abbraccio troppo soffocante tra il mondo cattolico (oltre alle 7 sigle “fondatrici” era prevista infatti anche la presenza di Neocatecumenali, Focolarini, Azione Cattolica, Forum delle Famiglie, Scienza&Vita) e il progetto montiano; c’è stata – altrettanto indubbiamente – la scelta delle gerarchie ecclesiastiche di una maggiore prudenza dopo le prime, forse troppo entusiastiche ed affrettate, dichiarazioni a sostegno di Monti; ma, soprattutto, a determinare il precipitare degli eventi c’è stata una improvvisa crisi nell’idillio tra la Chiesa e l’ex rettore della Bocconi.
E i valori non negoziabili?
Sul precedente numero di Adista (v. Adista Notizie n. 1/2013) avevamo elencato una serie di nodi critici che rendevano il sostegno delle gerarchie alla “lista Monti” meno scontato di quanto in apparenza potesse sembrare: il fatto che una parte consistente dei vertici ecclesiastici guardi a destra, e che ad essa non è facile far digerire il sostegno al progetto montiano, specie ora che pare contrapposto in maniera più netta al PdL ed alla Lega che all’asse Pd-Vendola, con il quale invece già si prefigura un accordo post elettorale nel caso assai probabile che al centrosinistra manchi la maggioranza al Senato. Poi l’assenza dall’agenda Monti delle questioni etiche, niente affatto casuale, vista l’intenzione del presidente del Consiglio di demandare tali spinose questioni al dibattito parlamentare piuttosto che all’iniziativa dell’esecutivo che uscirà dalle urne. Così, se nella piattaforma firmata a “Todi 2” erano stati inseriti i valori non negoziabili, alcuni giorni dopo quegli stessi valori erano stati espunti dal manifesto per Montezemolo firmato da Riccardi. Infine i sondaggi, secondo i quali la lista Monti non decolla, anche perché gli indicatori economici e quelli su pressione fiscale ed occupazione non giocano affatto a favore dell’esecutivo uscente. A quelle ragioni si potrebbe oggi affiancare l’atteggiamento tiepido che la grande stampa mainstream (con la scontata eccezione, finora, del Tempo diretto da Mario Sechi, peraltro candidato proprio nel listone di Monti, e del Messaggero di proprietà del suocero di Casini, Francesco Gaetano Caltagirone) sta inaspettatamente riservando al “Terzo Polo” ed alla “salita in politica” di Monti.
Non c’era posto per loro nelle liste
Questioni di per sé però non decisive, anche se non prive di importanza. A calare sul tavolo l’asso di briscola è stata la composizione delle liste elettorali. Alla Camera, si sa, Monti ha accettato la presenza di altre liste a fianco della sua, quelle di Udc e Fli. Al Senato, però, ha imposto ai suoi alleati di correre tutti sotto uno stesso simbolo, il suo, vincolando tutti ad un rigido vaglio (sempre il suo, per il tramite di Enrico Bondi e Andrea Riccardi) delle candidature. La gerarchia ecclesiastica, che pensava di trovare ampie praterie per collocare, collegio per collegio, curia per curia, i propri uomini nello scacchiere elettorale di “Scelta civica con Monti per l’Italia” si è perciò trovata spiazzata. Pochi i posti per quelle sigle che avevano contribuito in maniera determinante al decollo del progetto montiano sotto l’egida Cei-Vaticano. Pochi i posti per gli uomini vicini alle curie locali ed alla presidenza della Cei. Insomma, più Monti pretendeva di gestire a suo modo le liste elettorali, più Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, uomo con solidi legami con la Segreteria di Stato e oggi factotum del presidente del Consiglio, veniva visto con crescente diffidenza dai vertici della Cei, i quali peraltro gli avevano spesso contrapposto nei mesi passati il banchiere Passera, non a caso defilatosi nelle ultime settimane man mano che cresceva l’egemonia di Riccardi.
Accusato di non aver svolto un sufficiente lavoro di lobbying a favore dei candidati cattolici graditi alla Cei Riccardi, complice anche una possibile candidatura a sindaco di Roma, si sarebbe fatto da parte, annunciando l’improvvisa decisione di non candidarsi al Parlamento, non senza aver prima lasciato il posto al suo fedelissimo luogotenente, Mario Marazziti, portavoce della Comunità di Sant’Egidio.
Fallito il tentativo, che denunciava fretta e una certa superficialità, di una opzione preferenziale della gerarchia verso un solo partito, la presenza dei cattolici a queste elezioni potrebbe assumere lo schema tradizionale dell’era post democristiana: quello del presentare i propri esponenti in liste separate affinché con più efficacia possano una volta eletti colpire uniti. E se la presenza di cattolici dentro il PdL è ormai tradizione consolidata, più sorpresa ha destato la scelta di alcuni dirigenti dell’associazionismo ecclesiale, di correre nelle liste del Pd. Da via del Nazareno è stata infatti annunciata la candidatura del presidente del Centro nazionale volontariato e organizzatore delle settimane sciali Edo Patriarca (vicino al card. Ruini), della storica cattolica Emma Fattorini, dell'ex vicepresidente dell’Azione cattolica e direttore dell’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica Ernesto Preziosi e della segretaria dell’istituto Luigi Sturzo (che già aveva assunto posizioni critiche alla vigilia del secondo appuntamento di Todi) Flavia Nardelli (figlia di Flaminio Piccoli).
E non sarà solo un caso che, mentre l’ormai ex presidente della Acli Andrea Olivero – uno dei principali animatori degli incontri di Todi – ha annunciato la sua candidatura a sostegno di Mario Monti, un altro ex presidente della stessa associazione Luigi Bobba (anche lui vicino al card. Ruini), sarà di nuovo candidato con il Pd. Allo stesso modo, se il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni – considerato il portavoce dell’assise di Todi del 2011 – è tra i sostenitori dell’agenda Monti, ciò non ha impedito al suo vice, Giorgio Santini, di candidarsi con il Pd in quota al cosiddetto listino-Bersani. Insomma, siamo al paradosso che ci sono più cattolici “doc” in lista con il centrosinistra che con la lista civica di Monti.
Che pure, nel cruciale collegio senatoriale della Lombardia (che elegge 49 senatori, di cui 27 vanno al partito o alla coalizione vincente), presenta un tridente formato da Albertini, Ichino e dal leader ciellino Mauro che potrebbe dare parecchio filo da torcere al Pd. (valerio gigante)