martedì 30 aprile 2013

Ex Dc, popolari, Comunione e Liberazione, neo convertiti, fedeli della Cei. Nel governo i «bianchi» hanno la maggioranza assoluta

Il totoministri è quel gioco in cui se prevedi un cattolico al ministero della sanità rischi di sbagliare in un solo caso: nominano una cattolica. Ieri ha vinto Beatrice Lorenzin, deputata romana di stretta osservanza berlusconiana che eredita il ministero da Renato Balduzzi. Dovrà occuparsi di argomenti come fecondazione assistita, fine vita, aborto e a noi non resta nemmeno il dubbio di sapere come la pensa. La pensa come la Cei, lo ha detto tutte le volte in cui le è stato possibile. Del resto ha fatto parte della consulta femminile della conferenza dei vescovi giusto prima di essere ammessa tra le «amazzoni» di Berlusconi.Berlusconiane doc sono anche Anna Maria Bernini e Nunzia Di Girolamo. Bernini, avvocata bolognese (di Luciano Pavarotti), ex seguace di Gianfranco Fini, è quarantenne eppure l'unica tra i nominati di ieri che possa dirsi esperta. Nel senso che è l'unica che viene confermata in un posto che ha già occupato, quello di ministra per le politiche comunitarie, mandato condotto per quattro mesi nel 2011 del finale berlusconiano. In più ha esperienza familiare: suo padre Giorgio fu ministro del commercio estero nel Berlusconi primo. Nunzia De Girolamo, invece, tiene tanto al Cavaliere che al comparire delle prime storiacce notturne di Arcore si adoperò per portarlo a Pietralcina, nella terra di padre Pio. Berlusconi non andò. Passati quattro anni De Girolamo è diventata presenza fissa delle tribune tv da dove ha pronunciato la frase che le è valsa la poltrona agricola. «Il Veneto - disse - è la terra dei contadini».Cattolico anche se tardivo è Gaetano Quagliariello, stratega per Berlusconi di mille mancate riforme istituzionali e per questo recentemente asceso nell'olimpo dei «saggi» di Napolitano. Prova questa delle ottime capacità di perdono del capo dello stato, al quale era rivolto il coro «assassini, assassini» che Quagliariello alzò nell'aula del senato - lo si vede nel film di Marco Bellocchio - alla notizia che Eluana Englaro era morta. Un altro campionissimo dell'integralismo cattolico è naturalmente Maurizio Lupi, neoministro delle infrastrutture - con probabile delega pesante alle televisioni - e punta di lancia di Comunione e liberazione. Con tutti loro e con lo stesso presidente del Consiglio Letta, il prossimo meeting di Rimini sarà un consiglio dei ministri in pubblico.Senza dimenticare tra gli amici di Cl il nuovo ministro della Difesa Mario Mauro, ex berlusconiano diventato «scheggia impazzita» per il Pdl, e lo stesso Alfano. Ad Angelino è impossibile sollevare una sola timida critica senza rischiare di ripetere quello che in questi anni hanno detto di lui i suoi nuovi compagni di governo. La nomina a vice premier dimostra definitivamente che non è più quello che, avendolo visto in televisione nel '94, si accorse di essere «unilateralmente innamorato di Berlusconi». Malgrado le figuracce cui lo ha costretto sulle leggi ad personam, malgrado lo scherzo delle mancate primarie, adesso lo ama anche il Cavaliere. Che debbano imparare ad amarlo gli elettori Pd?Ultimo nella lista dei cattolici «da combattimento», ma solo perché il suo nome è spuntato nella lista Letta-Napolitano come sorpresa, Gianpiero D'Alia, robusta tempra di Udc siciliano. Quando si tratta di poltrone la zampata di Casini è ancora quella di una volta. E quando si tratta di pubblica amministrazione un ex democristiano ha sempre una marcia in più.Tra tanti devoti c'è però anche una mangia preti di prima categoria, Emma Bonino neo ministra degli esteri sulle note posizioni filo atlantiche. D'altra parte la lista dei confessionali di combattimento non esaurisce certo i plotone cattolico. C'è Graziano Del Rio. C'è Dario Franceschini, che con Letta fu giovane vicesegretario del partito popolare. Franceschini è già nel ruolo del penitente: «Se un amico vero chiede una mano in un'avventura così difficile - scrive su twitter - si risponde di sì. Anche caricandosi il lavoro più difficile e meno visibile». Cioè quello dei rapporti con il parlamento. Più sportiva la neo ministra Josefa Idem: «Mi rimboccherò le maniche a servizio del paese», annuncia la campionessa. Qualcosa accadrà.I tecnici propriamente detti, la cui scelta è direttamente riconducibile al capo dello stato, sono solo tre. Ma pesano per trenta. Anna Maria Cancellieri deve lasciare il ministero dell'interno ma, sfiorato il Quirinale e ottenuto il via libera da un Berlusconi assai interessato all'argomento, si sposta alla giustizia. «È un funzionario dello stato che apprezziamo tantissimo, tant'è che la proponemmo noi come commissaria a Bologna», ha ricordato qualche giorno fa il Cavaliere. Ci sarà presto occasione di verificarlo. Il direttore generale di Bankitalia Fabrizio Saccomanni, che Berlusconi non volle come successore di Draghi in via Nazionale, precipita direttamente all'economia. Al lavoro Enrico Giovannini dell'Istat, anche lui «saggio» per Napolitano.Al Pd le briciole, ad eccezione della lettiana ministra dell'istruzione Maria Chiara Carrozza, fino a pochi mesi fa rettore della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa e molto critica nei confronti dei predecessori Profumo e Gelmini. C'è la congolese (di nascita, modenese di adozione) Cecile Kyenge, tutto il resto è manuale Cencelli applicato alle correnti: oltre a Franceschini per la corrente franceschiniana, ecco Andrea Orlando per i giovani turchi, il dalemiano Massimo Brai, il bersaniano Flavio Zanonato, il renziano Del Rio e Carlo Trigilia, professore nel giro prodiano del Mulino. Il compito di tenerli insieme è di Enrico Letta. Cinque anni fa faceva parte del governo ombra voluto da Veltroni contro Berlusconi. Adesso guida il governo vero, ma dalla stessa parte di Berlusconi.
di Andrea Fabozzi - ilmanifesto.it

Retorica dell'attentato

Improvvisamente, mentre sulle tavole degli italiani il giuramento dei ministri sfumava nell'aria sonnacchiosa della domenica, gli spari davanti palazzo Chigi tagliavano l'aria con una scossa, provocando un momento di grande tensione in tutto il paese. Subito placata dalle notizie sull'autore della sparatoria (un uomo isolato e disperato) e sulle condizioni dei due carabinieri feriti. Ma politici e informazione, anziché abbassare i toni, li hanno alzati, alimentando il solito circo mediatico, con profluvio di parole retoriche, esagerate, allarmiste. A cominciare dalle dichiarazioni del presidente del senato Pietro Grasso che è arrivato ad evocare la "strategia della tensione".
A strumentalizzare il preoccupante e grave fatto di Roma forse bastavano le accuse di Alemanno e soci contro chi osa opporsi e manifestare contro la situazione sociale. Invece sul drammatico episodio, non "tragico" (per fortuna non è morto nessuno), le televisioni hanno martellato per tutto il giorno, durante interminabili dirette. Contribuendo ad alimentare la retorica dell'attentato (sempre le stesse immagini e le stesse notizie),  interrogando i politici sull'opportunità di abbassare i toni della polemica, chiedendo ai dissidenti del Pd se i fatti di Roma avrebbero cambiato il loro voto negativo contro il governo con Berlusconi.
Dietro quanto è avvenuto c'è una verità molto semplice. A sparare contro chi rappresenta lo Stato (un ufficio pubblico a Brescia qualche giorno fa, i carabinieri di sorveglianza a Palazzo Chigi ieri), sono persone senza lavoro, sole con la loro vita distrutta. Le cronache raccontano che alla Camera del lavoro di Viareggio un sindacalista è stato minacciato con un coltello dal contabile di un'azienda. Senza dimenticare i suicidi da crisi economica. E non siamo profeti se diciamo che non è finita qui.
La violenza è oggi individuale, e spesso viene rivolta contro se stessi quando la vergogna per la povertà supera la rabbia e si sceglie di farla finita. Altro che anni Settanta. Siamo nel 2013, con i legami sociali disintegrati dalla fine della solidarietà che non trova, nella politica, nei sindacati, nella rete sociale urbana, una comunità di sostegno. Disperazione e solitudine sono l'esplosivo con cui dobbiamo confrontarci. E la politica dovrebbe essere la prima a rendersene conto. Evitando di gridare "al lupo, al lupo",  evitando di usare la povera gente per conquistare un lasciapassare, una fiducia, che al momento non ha.
di Norma Rangeri - ilmanifesto.it

venerdì 19 aprile 2013

La sconfitta di Bersani

Perché il segretario del Pd e il centrosinistra non dovrebbe votare come presidente della repubblica Stefano Rodotà? Quale metodo, se non quello di una lucida follia, ha condotto la forza di maggioranza relativa a consegnare nelle mani di Berlusconi la scelta del prossimo capo dello stato? A che cosa serve entrare in un'assemblea dei gruppi parlamentari, constatare il forte dissenso di larga parte sul nome di Franco Marini e non tenerne alcun conto?
Naturalmente Bersani non risponderà alle nostre domande, ma dovrebbe almeno ascoltare quelle che gli rivolgono gli elettori, e un gran numero degli stessi dirigenti del suo partito, spaesati e anche molto arrabbiati, soprattutto dopo aver assistito allo spettacolo delle votazioni di ieri a Montecitorio. Una clamorosa, tafazziana disfatta.
Eppure il segretario del Pd, dopo la botta del voto di febbraio, aveva mandato segnali interessanti. Con la scelta dei due presidenti di Camera e Senato, con la pervicace insistenza sul governo di cambiamento, con l'intelligente pedinamento dei grillini, mettendo da parte l'orgoglio, facendo emergere la cantilena dei «no» degli esponenti a 5stelle, che per questo loro comportamento calavano già nei sondaggi. Poi l'inversione, brusca e masochista, di imbarcarsi in un tandem quirinalizio con il capo del centrodestra. Che, inutile negarlo, prefigura un'altra strana maggioranza di governo, un'altra forma di "montismo" fino alle prossime elezioni.
Un cambio di rotta, proprio quando, proseguendo sulla strada intrapresa, Bersani, e una vasta area del centrosinistra, avrebbero potuto sposare la candidatura di Rodotà. Anche perché non stiamo parlando di un signore che appartiene a una partito, ma di una figura capace di rivolgersi a un campo largo, di almeno 27 milioni di voti, quelli ricevuti dai referendum del 27 giugno del 2011 di cui Rodotà è stato tra i tenaci promotori.
Fu una splendida primavera della politica, la rivelazione di un giacimento di mobilitazione e conoscenza che usciva dal populismo e diventava democrazia deliberativa. Quel paese esiste, non averlo ascoltato, continuare a ignorarlo non solo ha fatto perdere al Pd più di tre milioni di voti, ma ne ha fiaccato l'identità e annebbiato la visione.
Per Bersani suona la campana della sconfitta, la sua leadership è finita, i cocci che ha provocato (con l'aiuto di tutto il gruppo dirigente) non li incolla più nessuno.
di Norma Rangeri - ilmanifesto.it

QUIRINALE - italia, politica Il candidato c'è, la partita è aperta

Nonostante l'abbassamento del quorum, Romano Prodi non ce la fa. Ha avuto 395 voti, circa 100 in meno di quelli di cui teoricamente dovrebbe disporre. Pdl e Lega non hanno partecipato alla votazione. La candidata di Lista Civica Cancellieri ha avuto 78 voti. Rodotà a quota 213, più di quelli corrispondenti al numero degli elettori del M5S. 15 voti per il non-candidato D'Alema. Domani alle 10 quinto tentativo
 

Non c'è dubbio alcuno che il miglior Presidente della Repubblica che sia fra noi è Stefano Rodotà. Alto profilo intellettuale; personaggio rappresentativo della miglior società civile italiana, e tuttavia dotato al tempo stesso di un'ampia esperienza politica e parlamentare; contraddistinto, e non solo nel suo settore disciplinare, di una vasta fama internazionale. Aggiungo in forma di corollario (ma non tanto) che una disposizione etico-psicologica personale, fortemente radicata, lo tiene permanentemente in un atteggiamento di vigile discrezione e di assoluto rifiuto di ogni forma di esibizionismo.
Per quanto indiscutibilmente connotato in senso liberaldemocratico (cioè, dico io, di sinistra) sarebbe difficile immaginare uno più di lui disposto a svolgere un ruolo equilibrato e super partes, d'inflessibile custode (e innanzi tutto, il che non guasta di questi tempi, di straordinario conoscitore) della nostra Costituzione. Le scelte compiute negli ultimi anni con la Commissione che da lui prende il nome hanno ulteriormente ribadito e perfezionato questo profilo: la teoria, da lui formulata, desidero precisarlo, in forma tutt'altro che estremistica, dei «beni comuni», va nella direzione d'innovare l'impianto giuridico, - e, perché no, anche politico, - italiano, senza scambiare, come capita ad altri, lucciole per lanterne, anzi rimanendo come e più di prima ancorati saldamente alla Costituzione italiana.
Scrive queste cose uno che, fino all'altro ieri, ha pensato e, a dir la verità disperatamente continua a pensare, che senza un Pd il più possibile forte e coeso, e di governo, andiamo tutti allo sfascio. Così come si va allo sfascio se si torna ora, con colpevole disinvoltura, alle urne.
E allora? Allora, se il quadro è questo, non c'è che da manovrare al suo interno. L'errore commesso, e cioè quello di tentare di eluderlo, è grave ma forse è rimediabile.
Il povero Marini non c'entra per niente. Qualsiasi altro nome di quella «specie» avrebbe prodotto, e sarebbe nei prossimi giorni destinato a produrre, il medesimo disastro. Qualsiasi soluzione contrattata con l'indegno, indecente, intollerabile rappresentante attuale del centro-destra avrebbe prodotto, e produrrebbe in un qualsiasi futuro, il medesimo disastro. La dissoluzione della seconda Repubblica (ammesso che vent'anni fa ne sia nata una dalla prima, e che noi invece non siamo ancora conficcati nella lunga, estenuante, angosciosa dissoluzione di quella) non consente più espedienti di tale natura. L'unica soluzione possibile è uscire - cominciare a uscire, - da quella logica.
Per cominciare a uscirne, nelle condizioni date dell'ultimo risultato elettorale, - un centro-sinistra e un centro-destra drammaticamente contrappositivi e reciprocamente escludentisi, e un terzo del Parlamento nelle mani di una forza, il Movimento 5 Stelle, che per ora si rifiuta di pronunciarsi a favore di una qualsiasi scelta di linea (il voto di fiducia), - non si può che procedere passo dopo passo.
Le strategie complessive, che mettono insieme troppe cose, non funzionano. Anzi, quando ne siano state poste le condizioni apparentemente autosufficienti, esse si rivelano alla prova dei fatti ancor più catastrofiche delle mancanze cui vorrebbero sopperire.
Oggi bisogna eleggere (bene) il Presidente della Repubblica, non designare il Presidente del Consiglio. Un buon esempio era stato dato con l'elezione dei Presidenti delle due Camere, Boldrini e Grasso. Si è tornati indietro da quel traguardo: ed è stato il caos.
Bisogna mettere qui un punto fermo e riprendere dall'inizio. Bisogna evitare di pensare al ritorno al voto anche semplicemente come estrema risorsa mentale. Bisogna invece tornare a studiare il voto presidenziale con le idee chiare e con la determinazione coraggiosa d'innovare radicalmente le condizioni della scelta.
L'antipolitica, per passato, esperienze e convinzioni, mi è estranea più di qualsiasi altro atteggiamento. Ma la condizione storica che stiamo vivendo esige che si esca dalla cerchia dei «soliti noti», per quanto, in non pochi casi, dotati di attributi etici e politici assolutamente fuori discussione.
Per giunta, come argomentavo all'inizio, il candidato inequivocabilmente c'è. La partita ora ritorna tutta nelle mani del Pd. Se il Pd ritrovasse la sua unità intorno a quel nome, - che non mette in gioco né contrappone fra loro correnti, mira più in alto della solita diatriba quotidiana e si riallaccia a una corrente forte e viva dell'opinione pubblica italiana, - non solo nulla sarebbe perduto, ma si ripartirebbe col piede giusto: a malo bonum, come in quello sventurato paese che è l'Italia, il più delle volte, storicamente, ci è accaduto di dover auspicare e praticare.
E il governo? Qui ci vorrebbe più fantasia di quanto la politica sia disposta di solito a praticare. Proviamo a immaginare cosa accadrebbe in Parlamento, a condizioni date, se il problema della Presidenza della Repubblica fosse impostato e risolto come io dico. Avremmo a disposizione una immensa carica d'entusiasmo da riversare in tutte le direzioni, a cominciare dal paese. E' così che si gioca la partita, non imboccando la strada che, se riporta al voto una volta fallita una trattativa in ogni senso sbagliata, comporta il disastro finale del Pasok e il nuovo, ormai consolidato trionfo delle destre. L'Europa deve accettare questa volta che si faccia a modo nostro. E il modo nostro, questa volta, consiste nel non aggirare per l'ennesima volta l'ostacolo, sperando che dal compromesso nasca un compromesso che produca un compromesso... ma affrontandolo in pieno e rimuovendolo ab origine. Ci vuole un Presidente della Repubblica nuovo. E' ciò di cui abbiamo bisogno.
di Alberto Asor Rosa - ilmanifesto.it

Prodi si ferma 109 voti sotto il quorum. Almeno cento i franchi tiratori

Romano Prodi non raggiunge il quorum per l'elezione al colle. Quando lo spoglio è ancora in corso il numero dei voti che non sono andati a Prodi hanno superato quota 231, oltre la quale Prodi (considerando anche le assenze del centrodestra) non può più raggiungere i 504 voti per l'elezione.
Massimo D'Alema raggiunge quota 11 voti durante lo scrutinio della quarta votazione per l'elezione del presidente della Repubblica e il Pdl festeggia applaudendo e alludendo al fatto che l'elezione di Prodi, che corre sul filo dei 504 voti, diventa più difficile. Pronto il richiamo della presidente di Montecitorio, che sta procedendo allo scrutinio: "E' in corso lo spoglio...". "Ehhh....", rispondono di rimando dal Pdl. "Possiamo continuare?", insiste Boldrini. "Sì!". Allora, "grazie".
Settantotto voti sono andati al ministro dell'interno Annamaria Cancellieri, candidato di Scelta Civica che poteva contare su 69 voti.
Dopo la doppia fumata nera per Franco Marini, che oggi alza bandiera bianca ritirandosi dalla corsa, Romano Prodi è il candidato al Quirinale su cui punta il Pd. Nome che però trova la netta contrarietà del Pdl, che medita contromosse per stoppare quello che considera una candidatura che "spacca" il Paese, e il 'no' motivato di Mario Monti, che cala sul tavolo la carta Anna Maria Cancellieri, su cui potrebbe convergere, oggi, il partito di Silvio Berlusconi.
Anche Beppe Grillo insiste sul suo candidato, Stefano Rodotà, anche se il costituzionalista dice di non voler essere di ostacolo nel caso in cui i Cinque Stelle decidessero di puntare su altri candidati. Ma è Beppe Grillo a stroncare qualsiasi illusione: "Nessuno in M5S si è mai sognato di votare Prodi e non se lo sognerà nemmeno in futuro". I candidati, dunque, restano tre. E così, complice il rischio - sempre alto - di 'franchi tiratori' fra i democrat, l'elezione del professore bolognese non pare affatto scontata. La Cancellieri, al momento, anche con l'appoggio del centrodestra non supererebbe i 342 voti. Stefano Rodotà, il più votato nel terzo scrutinio (dove le schede bianche sono state 465) ha incassato 250 preferenze. Più dei voti a disposizione di grillini e Sel.
Prodi ha ottenuto solo 22 preferenze, ma solo perché è il candidato del quarto scrutinio, quando il quorum si abbasserà a 504. Ma restano le incertezze. Perché se è vero che il professore sulla carta conta 500 voti (calcolando i Grandi elettori di Pd, Sel, socialisti, Svp, centro democratico e altri), è altrettanto vero che nel segreto dell'urna, come dimostra l'esperienza di Marini, le cose possono cambiare. Per questo nel Pd c'é massimo allarme. Timore plasticamente dimostrato dal tentativo di Ricardo Levi (ex portvoce di Prodi) e Dario Franceschini di convincere Scelta Civica a convergere sull'ex presidente della Commissione europea. Ma il professore, intercettato dai due esponenti del Pd nel bel mezzo del cortile di Montecitorio, non cede e conferma che per il Quirinale serve una figura gradita anche dal centrodestra.
Secondo Berlusconi, "la candidatura di Marini è stata accantonata violando la parola data. Secondo l'articolo 87 della Costituzione il Capo dello Stato rappresenta l'unità nazionale. Per questo ci eravamo resi disponibili ad una candidatura condivisa, anche se non espressione del nostro partito. In una rosa di cinque nomi proposta dal Pd avevamo individuato il nome di Marini e lo abbiamo lealmente sostenuto alla prima votazione. Stanno occupando tutte le istituzioni con il 20% dei voti".
Anche la Lega Nord non parteciperà alla quarta votazione per il presidente della Repubblica. Lo ha deciso l'assemblea dei grandi elettori del Carroccio, su proposta del segretario federale, Roberto Maroni.
"No questo no. Il diavolo veste Prodi". Si fa notare, Alessandra Mussolini, nei corridoi di Montecitorio. La senatrice del Pdl veste infatti una t-shirt bianca con scritte a caratteri cubitali in nero, per esorcizzare l'elezione dell'ex premier ulivista al Colle. Davanti, solo le parole: "No questo no". Dietro la schiena, la spiegazione di un no tanto accorato: "Il diavolo veste Prodi". Entrata in Aula con la maglietta fino allo scranno della presidenza Alessandra Mussolini ha 'ricevuto' fischi dal Pd, che ha chiesto la sua uscita dall'emiciclo. ''La richiamo all'ordine e dico ai capigruppo: e' possibile collaborare almeno oggi?''. Cosi' la presidente della Camera Laura Boldrini ha cercato di riportare all'ordine l'aula di Montecitorio alle prese con la votazione del presidente della Repubblica. Applausi da parte di gran parte dell'emiciclo ma non dal Pdl.
Romano Prodi? ''No, secondo me non ce la fa oggi''. Cosi' il presidente della Lega Umberto Bossi risponde ai giornalisti che lo interpellano in Transatlantico alla Camera. ''A Berlusconi non piace affatto, lo sappiamo'', aggiunge tra l'altro Bossi. Alla domanda su cosa ne pensi di Stefano Rodota', il Senatur risponde: ''Io preferirei uno di Milano''. Ha possibilita' il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri? ''Secondo la sinistra si', secondo noi e' piu' difficile''.
"E' nella logica delle cose che adesso", dopo che il Pd ha abbandonato il metodo delle larghe intese con il Pdl candidando Romano Prodi al Colle, "sia molto più probabile andare a votare". Lo dice Renato Schifani, capogruppo del Pdl al Senato, parlando con i cronisti alla Camera.
ansa

martedì 9 aprile 2013

Papa eletto è tradizionalista: poche speranze per i preti sposati. Si era schierato per mantenimento celibato

Papa Francesco I ha le idee chiare (orientate al tradizionalismo)  in merito al celibato dei preti e il rapporto con la pedofilia. «Se c'è un prete pedofilo è perchè porta in sè la perversione prima di essere ordinato. E sopprimere il celibato non curerebbe tale perversione. O la si ha o non la si ha»: lo ha  sottolineato quando era ancora  il cardinale Jorge Bergoglio, in un libro-intervista ('Il gesuità), appena pubblicato a Buenos Aires. Proprio per tali ragioni «bisogna stare molto attenti nella selezione dei candidati al sacerdozio. Nel seminario di Buenos Aires ammettiamo circa il 40% dei candidati, e facciamo un attento monitoraggio sul processo di maturazione», sottolinea il cardinale nel volume scritto dai giornalisti Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin. Nel precisare che la pedofilia rappresenta una «perversione di tipo psicologico previa ad un'opzione di celibato», Bergoglio si dice d'accordo con il Papa, convinto cioè «del mantenimento del celibato». Il cardinale rileva inoltre di «non essere sicuro» che un'eventuale soppressione del celibato «possa portare ad un aumento delle vocazioni». «Se la Chiesa dovesse rivedere tale norma - sottolinea - affronterebbe comunque la questione come un problema culturale di un determinato luogo - per esempio nella Chiesa ortodossa, dove i sacerdoti possono essere sposati - non cioè in modo universale e come un'opzione individuale». «Il 70% dei casi di pedofilia - conclude il cardinale - avviene in un ambiente familiare o di quartiere».
tra da Leggo

Se questo non è un golpe cosa lo è?"



Il M5S vuole un Parlamento in pieno esercizio da ora. Paese al collasso e attività legislativa bloccata. Commissioni subito o partiti commissariati". Così Beppe Grillo sul suo blog in un post dal titolo 'I golpisti' con un fotomontaggio dei colonnelli protagonisti del colpo di stato greco ma con i volti di Monti, Bersani e Berlusconi. 

Le commissioni permanenti di Camera e Senato, necessarie per svolgere l'ordinario lavoro legislativo, non vedranno la luce finché un nuovo governo non avrà ricevuto la fiducia da una maggioranza parlamentare.
È quanto è emerso oggi al termine della conferenza dei capigruppo di Montecitorio e Palazzo Madama, dove Pd, Pdl e Scelta civica hanno ribadito il loro no alla formazione delle commissioni, mentre M5s di Beppe Grillo attuerà da oggi varie forme di protesta contro lo stallo dei lavori parlamentari ad oltre 40 giorni dalle elezioni.

«Il golpe è iniziato da anni -scrive Grillo -. Un golpe alla luce del sole per delegittimare e svuotare il Parlamento. L'Italia non è più una repubblica parlamentare, come previsto dalla Costituzione, ma una repubblica partitica. I partiti hanno sostituito la democrazia. La volontà popolare è diventata una barzelletta. La delegittimazione del Parlamento è avvenuta in due mosse".
"Il governo, che dovrebbe governare, ha di fatto sostituito l'attività parlamentare e legifera attraverso i decreti legge, provvedimenti provvisori avente forza di legge, che dovrebbero essere adottati SOLO in casi straordinari di necessità e urgenza dal governo, ai sensi dell'art. 77 della Costituzione. La seconda mossa è stata la nomina diretta dei parlamentari da parte dei segretari di partito grazie al Porcellum - aggiunge -I partiti hanno occupato il Parlamento con delle sagome di cartone e spossessato della sua funzione legislativa. Se questo non è un golpe cosa lo è?". ​

avvenire.it