sabato 24 agosto 2013

Intervista alla politologa Nadia Urbinati «Quagliariello difende Berlusconi, non è più garante».

Anche la politologa Nadia Urbinati ha lasciato il gruppo dei saggi al lavoro sulle riforme istituzionali. Le sue dimissioni sono arrivate ieri mattina con una email indirizzata al ministro delle riforme Gaetano Quagliariello, quando mancano pochi giorni alla conclusione del mandato della «commissione dei 35», ora «dei 33» dopo che a luglio si era già dimessa la costituzionalista Lorenza Carlassare. Se Carlassare lasciò in polemica con la maggioranza delle larghe intese, dopo che il Pdl aveva ottenuto lo stop ai lavori parlamentari come reazione alla fissazione dell'udienza di Cassazione (quella che avrebbe poi condannato Berlusconi), Urbinati adesso attacca direttamente Quagliariello per le sue uscite pubbliche in difesa del Cavaliere. Il ministro ha accusato il Pd di aver «delegato la sovranità alla magistratura», ha messo avanti alla sentenza «il diritto di sette milioni di elettori del Pdl alla propria leadership» e ha paragonato la giunta per le elezioni del senato che dovrà votare sulla decadenza del Cavaliere a «un plotone di esecuzione».

Professoressa Urbinati, perché ha deciso di dimettersi a pochi giorni dalla fine dei lavori della commissione dei saggi?Ho scritto al ministro criticandolo per aver espresso opinioni e usato argomenti che non si adattano al suo ruolo di presidente della commissione per la riforma della Costituzione. Opinioni e argomenti, gli ho scritto, che secondo me rivelano «una concezione delle istituzioni tesa a favorire, o a non nuocere, il potere di un leader di partito piuttosto che le ragioni del diritto e dell'uguaglianza del cittadino davanti alla legge».

E tanto le è bastato per dimettersi?Sì, perché con queste prese di posizione il ministro Quagliariello ha messo in discussione la legittimità stessa della Commissione che lui, in quanto presidente, rappresenta.

Aveva già avuto occasioni di polemica con il ministro?No. Devo riconoscere che fino all'ultima settimana era stato un buon presidente. Ma adesso è andato molto al di là del suo ruolo. Avrebbe dovuto evitare certe prese di posizione, almeno fino a che la commissione è insediata. Ha parlato di «plotone di esecuzione». Ha perso di credibilità.

Sarà che nel Pdl è scattato un richiamo alle armi che ha costretto a schierarsi anche il ministro, solitamente prudente?È probabile, ma questo doveva restare un problema suo. Avrebbe potuto rifiutarsi, la situazione di Berlusconi del resto la conosceva anche prima di avviare la commissione e presiederla. Avrebbe dovuto contenersi visto il suo ruolo istituzionale. A questo punto per me non ha giustificazioni.

A questo punto è pentita di aver accettato di far parte dei saggi?Non sono affatto pentita. È stata un'esperienza comunque positiva. In genere considero interessanti questo tipo di organismi consultivi. La commissione è composta da personalità non prezzolate e dunque libere. Che presenteranno le loro riflessioni e le loro proposte di riforma senza un obbligo di sintesi. Abbiamo espresso posizioni diverse, e sulla legge elettorale non abbiamo approfondito.

In realtà è previsto un documento finale al quale stanno lavorando i saggi «redattori», il ministro e Luciano Violante.Non è un incarico che abbiamo dato in Commissione, Violante sarà stato scelto dal governo.

Pensa che le riforme costituzionali si faranno?Non credo proprio. Tra le parti non c'è fiducia reciproca. Non c'è alcuna base comune.
ilmanifesto.it

mercoledì 21 agosto 2013

Vertice Letta-Alfano Tensioni nel governo

ROMA 
A Palazzo Chigi anche il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Franceschini. Brunetta: «Soluzione Berlusconi-Governo prima della Giunta». Moretti (Pd): «30 senatori M5S pronti a nuova maggioranza». Morra: «Non siamo scendiletto del Pd». Il premier ottimista: paradossale avvitarsi in questioni interne.

Il vicepremier e segretario del Pdl, Angelino Alfano incontra a Palazzo Chigi il premier Enrico Letta. Poco prima era arrivato anche il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini
Sarebbe ''paradossale'' avvitarsi in ''questioni interne'' ora che ''la terra promessa'' della ripresa è così vicina. Il premier Enrico Letta, da Vienna, continua a ripetere che l'unica via di uscita dalla crisi è la ''stabilità'' di governo e cerca di allontanare le nubi di una crisi, questa volta politica, appellandosi alla responsabilità e lungimiranza di tutti e dicendosi certo che ''le difficoltà siano superabili''. E trova immediata sponda nel cancelliere Austriaco Werner Faymann che senza troppi giri di parole risponde così a una domanda su Berlusconi: ''L'ho conosciuto e non ho mai pensato che sia un garante della stabilità, per cui sono contento di aver incontrato il presidente Letta che sta andando nella giusta direzione''. Come dire, anche i Paesi virtuosi d'Europa puntano sull'stabilità dell'Italia.
Anche perché, ha ricordato Letta in conferenza stampa, le sfide da affrontare per lasciarsi alle spalle la crisi economica sono molte, a partire dalla lotta alla disoccupazione, che sarà ''il cuore del semestre di presidenza italiana'' a Bruxelles, insieme all'unione bancaria che, ha sottolineato il premier, ''se fosse esistita tre anni fa e fosse stata già funzionante'' ci avrebbe fatto ''evitare di spendere in Europa decine di miliardi di euro che avremmo potuto utilizzare in altro modo''. Ma il problema principale da risolvere, per ottenere questi risultati, ora e' in casa. ''Penso che il nostro Paese - ha detto Letta rispondendo ad una domanda sulla tenuta del governo - abbia davanti grandissopportunità, confido nella responsabilità e nella lungimiranza di tutti, sarebbe paradossale se ora, dopo che l'Italia ha tenuto duro nei momenti piu' difficili della crisi'', finissimo per avvitarci su questioni di politica interna''.
Brunetta, soluzione Cav-Governo prima della Giunta"Grande determinazione per rilanciare l'azione del Governo, ma altrettanta determinazione nel risolvere il problema democratico su Berlusconi, il tutto prima della riunione della Giunta per le elezioni al Senato". Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo del Pdl alla Camera dei deputati, ai microfoni del Tg1. Dopo il velenoso 'cinguettio' di ieri diretto alle 'colombe' del Pdl, Daniela Santanchè torna a punzecchiare su Twitter. "Una cosa è certa. Gasparri non morirà mai di troppo lavoro", scrive la deputata Pdl facendo probabile riferimento ad una battuta di Maurizio Gasparri riportata oggi dalla stampa. "Morire per Berlusconi sì, ma per il Twiga no", erano state le parole con cui il senatore si riferiva al celebre stabilimento della Versilia che vede proprio nella Santanche' una delle sue più celebri frequentatrici
Moretti, '30 senatori M5S pronti a nuova maggioranza'
'Se davvero il Pdl dovesse decidere di staccare la spina a Letta facendo prevalere gli interessi personali di Berlusconi su quelli del Paese'', in Parlamento sarebbe possibile un'altra maggioranza. Ne è convinta la deputata del PdAlessandra Moretti, secondo cui le sponde restano due: i grillini e le colombe del Pdl. Intervistata da Repubblica, Moretti spiega che tra gli eletti dei Cinquestelle ''qualcuno potrebbe cambiare idea, in numero sufficiente per dar vita a una nuova maggioranza''. Al Senato sarebbero ''una trentina su circa 50. E non dimentichiamoci di Sel, anche da lì potrebbe arrivare un aiuto. Per non parlare, ovviamente, di Scelta civica''. Ipotizzando che il Pdl esca dal governo, ''non escludo affatto che Napolitano riaffidi l'incarico a Letta per verificare in Parlamento se ci sono i numeri per realizzare un programma fatto di pochissimi punti'', afferma Moretti. ''Immagino che davanti a un reincarico a Letta, e a un programma di governo stringato e preciso, nel Pdl si apra una spaccatura profonda. Non riterrei così scontato il prevalere della fedeltà assoluta al Capo''. Il Pdl, aggiunge la deputata democratica, ''ha cinque ministri. In caso di crisi, che io non auspico, tre potrebbero restare: Lupi, Quagliariello, De Girolamo. E forse anche la Lorenzin''.
Morra, 30 M5s via? Non siamo scendiletto del Pd
Trenta senatori M5s pronti a una nuova maggioranza? Se la ride il capogruppo al Senato M5S Nicola Morrche su Fb ricorda i ''titoli analoghi di qualche mese fa, in cui si sosteneva che era prossima la diaspora di 20 o 22 di noi per costituire un nuovo gruppo stampella all'esecutivo Letta. E poi? I fatti? Cosa è successo? Niente!''. ''Ora ci riprovano. Essendo convinti che il mondo giri intorno a loro, ritengono che noi si debba essere i loro scendiletto'' afferma Morra che attacca il Pd: ''un giorno col pregiudicato (da cui non riuscite proprio a staccarvi tanto ne auspicate 'responsabilità e lungimiranza', temendo che sia lui a mollarvi), ed il giorno dopo con chi il pregiudicato mai l'avrebbe accettato come senatore anche in assenza della sentenza). Mi fate pensare - conclude - a quel vecchio detto: 'Franza o Spagna, purché se magna'....''. 'Cercano di spaccarci. Il PD farà di tutto per non tornare a casa. La posta in gioco è troppo alta. Le loro correnti in vista del congresso stanno affilando le armi''. Lo scrive il deputato M5s e vicepresidente della Camera, Luigi di Maio su Fb dove commenta le dichiarazioni della Pd Alessandra Moretti secondo la quale ci sarebbero 30 senatori M5S disposti a sostenere un governo Letta Bis
avvenire

MEDIO ORIENTE Siria, «strage con i gas». La Ue: inchiesta subito


​Gli attivisti antigovernativi denunciano centinaia di morti (fino a 1.300) nella regione di Ghouta, a est di Damasco. Il governo nega ma la Lega Araba incalza: gli ispettori Onu indaghino. Sui social network le immagini dei cadaveri: tra loro moltissimi bambini. L'Onu convoca il Consiglio di Sicurezza, gli Usa sollecitano l'accesso di ispettori neutrali nel sito dell'attacco.
avvenire

domenica 18 agosto 2013

SINISTRA Il conflitto indispensabile

Poche cose di questi tempi sono incerte come il futuro della sinistra. C'è chi, come Massimo Cacciari, è persuaso che tale futuro non ci sia, e che non che non ve ne sia neanche bisogno. Altri ritengono invece che la sinistra un futuro ce l'abbia. Nel mondo in cui viviamo si è formata su scala globale una possente coalizione di minoranze che considerano disuguaglianza e privilegio oltre che legittimi, l'irrinunciabile motore della crescita e del progresso. A chi, se non alla sinistra, tocca contrastarla? 
Sul piano dei programmi, il dilemma che divide la sinistra è sempre quello. Tra chi sostiene che il capitalismo vive di privilegio e disuguaglianza e non c'è compromesso possibile. E chi pensa che il capitalismo sia contenibile e disciplinabile. La globalizzazione e le riforme ispirate dal neoliberalismo (e dalla sua variante edulcorata del New Labour) hanno complicato il compito. Ma l'esperienza insegna che qualche spazio per domare il capitalismo si può ancora trovare. Merita la lettura, ad esempio, la stimolante riflessione condotte da Salvatore Biasco in un libro apparso pochi mesi fa (Ripensare il capitalismo, Luiss University Press, Roma, 2012).
Quale che sia la scelta tra l'uno e l'altro orientamento, un punto accomuna le sinistre: lo strumento per rimuovere, o attenuare, privilegi e disuguaglianze, è la politica. Entrambe tuttavia non paiono consapevoli a sufficienza del fatto che non serve una politica qualsiasi. Chi ha da ultimo discusso sul futuro della sinistra sulle pagine di questo giornale ha invitato le sinistre radicali a convergere, addirittura su scala continentale, ad aprirsi alla società civile e alla combattiva sinistra di movimenti e associazioni che si spendono in difesa della legalità, dei beni comuni e via di seguito. Ammesso però che sia fattibile oggi quel che non si è fatto ieri, è dubbio che unificare le sinistre radicali, rendendole elettoralmente più efficaci, serva davvero allo scopo.
Non meno dubbio è che lo scopo sia perseguibile seguendo la strada che al momento percorre il partito democratico. Lasciamo perdere la sua scomposta rissosità interna. Dimentichiamo l'inaffidabilità politico-culturale di alcune sue componenti, cui di contrastare privilegio e disuguaglianza non importa un fico secco. E concentriamoci sull'opzione leaderista che il Pd coltiva in materia d'istituzioni democratiche. L'obiettivo delle riforme istituzionali per il Pd non è coinvolgere di più i cittadini nella vita politica, ma immunizzarsi dalla loro crescente estraniazione, estromettendo in pari tempo dalla competizione elettorale ogni concorrente scomodo. Tanto nell'illusione - d'impronta tecnocratica - che, una volta insediato un governo stabile, la sua efficacia sia garantita. 
In realtà, come prova il fallimento delle aspirazioni riformatrici di leader sulla carta potentissimi come Obama e Hollande, non è per nulla detto che è un'evoluzione leaderista e tecnocratica delle istituzioni sia risolutiva. La riforma sanitaria di Obama è poca cosa. Mentre Hollande si sta rivelando non meno impotente dei suoi predecessori di destra. 
Mezzo secolo fa un illustre politologo scandinavo scriveva che i voti contano, ma le risorse decidono. E di risorse le sinistre, riformiste o antagoniste, ne hanno poche. Possono vincere le elezioni. Magari con l'artificio di un sistema elettorale che trasformi il rospo di una minoranza elettorale nel principe di una maggioranza presidenziale o parlamentare. Ma non basta presidiare qualche ministero per contrastare la coalizione del privilegio e della disuguaglianza, cui si è permesso di diventare così potente da essere quasi incontrastabile. Controlla i mercati, controlla i media, ha una formidabile capacità di persuasione: persuade finanche le sue vittime che è lei ad aver ragione. Figurarsi se basta entrare nella stanza dei bottoni, tanto più che i bottoni ormai stanno da un'altra parte. 
Biasco nel suo libro rammenta che una volta c'erano lo Stato e il settore pubblico dell'economia. Il secondo in Italia è stato malamente svenduto e le pubbliche amministrazione sono state drammaticamente mortificate. Non è però affatto detto che, ove vi fossero ancora, basterebbero. Non bastano in Francia, dove l'ortodossia neoliberale e privatistica è stata applicata con assai più prudenza. Il punto perciò resta quello. La risorsa politica fondamentale di cui la sinistra, antagonista o riformatrice che sia, disponeva una volta, e che ora le manca, è l'azione politica collettiva organizzata. A Obama manca un retroterra di massa come quello di cui, grazie ai sindacati, si valse il riformismo di Roosvelt e di Johnson, e Hollande è orfano della robusta disponibilità all'azione collettiva che sostenne il riformismo welfarista delle Trenta gloriose.
Il grande assente, per essere chiari, è il conflitto sociale. Eppure, la disponibilità al conflitto persiste. Anche se lo fa per rafforzare il suo malfermo governo, non ha torto il presidente Letta quando denuncia il rischio di un autunno caldo. I disastri perpetrati dal capitalismo selvaggio colpiscono fasce sempre più ampie della popolazione, che, come testimoniano i tanti movimenti d'indignati fioriti in giro per il pianeta, non sono poi tutte rassegnate, benché la loro protesta non abbia ancora trovato un credibile sbocco politico. 
In Italia si è finora visto poco. L'indignazione si è appuntata contro il malaffare elevato a sistema. Ma sono tantissimi coloro che ne hanno abbastanza anche per altri motivi. Hanno provato in ogni modo a testimoniarlo, seppure con poco frutto. L'astensionismo di massa ha provocato solo lacrime di coccodrillo e la promessa del presidenzialismo; i voti a Grillo sono stati buttati al vento; l'esito del referendum sull'acqua pubblica è stato spudoratamente ignorato. Ne consegue che un'enorme riserva di malcontento cova nei luoghi di lavoro e nelle piazze. Quello di quanti sono stufi di pagare sulla loro pelle i costi altissimi delle truffe bancarie, dell'evasione fiscale, della spoliazione del patrimonio industriale, della devastazione della scuola, della sanità pubblica, dell'ambiente.
Prima che all'orizzonte compaia qualche altro demagogo che fabbrichi un successo elettorale sulle loro sofferenze, c'è dunque qualche possibilità che la sinistra, riformista o antagonista che sia, ricominci a parlare il linguaggio del conflitto e trasformi in azione politica le energie che potrebbero scaturirne? Ove non fosse definitivamente accecata, per una sinistra altrimenti condannata all'impotenza l'autunno caldo è, a ben pensarci, un'opportunità da non perdere.
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EGITTO - Il giorno del massacro

L’esercito reprime la protesta dei Fratelli musulmani. Stato di emergenza per un mese. El Baradei si dimette: «C’erano opzioni pacifiche per risolvere la crisi». Dopo le centinaia o migliaia di morti di mercoledì, anche oggi le vittime si contano a decine. Il «giorno della collera» si trasforma in un nuovo massacro. Le proteste internazionali non fermano la repressione 
ilmanifesto.it

Papa: Fede e violenza sono incompatibili

Il Vangelo "non autorizza affatto l'uso della forza per diffondere la fede. E' proprio il contrario: la vera forza del cristiano è la forza della verità e dell'amore, che comporta rinunciare ad ogni violenza. Fede e violenza sono incompatibili". E' il monito lanciato da papa Francesco all'Angelus.
"Fede e fortezza vanno invece insieme", ha spiegato il Papa che ha ripetuto due volte il suo monito contro l'associazione tra fede e violenza. Ma quella del cristiano, ha sottolineato, "è la forza della mitezza, la forza dell'amore". Papa Francesco ha letto il brano del Vangelo in cui Gesù dice ai Discepoli: "Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No,io vi dico, ma divisione". "Che cosa significa questo - ha chiesto il Papa introducendo la sua spiegazione -. Significa che la fede non è ornamentale", "la fede comporta scegliere Dio come criterio-base della vita, e Dio non è vuoto, non è neutro". Per questo, ha proseguito Bergoglio, "Gesù dice: sono venuto a portare divisione, non che Gesù voglia dividere gli uomini tra loro, al contrario: Gesù è la pace è la riconciliazione", ma rinunciare al male e scegliere il bene, "divide, lo sappiamo, divide anche i legami più stretti". "Questa parola del Vangelo - ha quindi sottolineato il Papa lanciando il suo monito contro la violenza in nome della fede - non autorizza affatto l'uso della forza".
Poi riferendosi alle violenze del Cairo il Papa dice: "Continuiamo a pregare per la pace in Egitto. Preghiamo insieme la Regina della Pace".
ansa

Tasse dovranno scendere nel modo giusto. A febbraio terremoto politico, ora cambiamo

"La legge elettorale è il cambiamento più urgente". Così il premier, Enrico Letta nel suo discorso al meeting di Rimini in cui ha sostenuto tra l'altro che ''gli italiani puniranno tutti quelli che anteporranno i loro interessi a quello comune che e' quello dell'uscita dalla crisi''. E ha anche avvertito: ''Nessuno interrompa questo percorso di speranza che abbiamo cominciato per uscire dalla crisi''.
Il presidente in apertura del suo intervento ha sottolineato che il discorso che due anni fa Giorgio Napolitano fece al meeting di Cl ''non era normale, ha cambiato storia del nostro paese: da quel richiamo alle istituzioni 'parlate il linguaggio della verita è cominciato un cambiamento per il nostro paese e io mai avrei pensato che ci saremmo trovati oggi qui in condizione così diversa''. 'Negli stessi giorni del 2011 saliva lo spread, sembrava la fine del mondo, in queste ultime giornate gli spread sono tornati indietro a prima di quel momento cosi' drammatico. In questi due anni un percorso faticoso e doloroso si e' compiuto'', ha quindi ricordato. Poi ha detto: ''Non possiamo dire che a febbraio non è successo nulla, è successo un terremoto che ha riguardato tutte forze politiche e ha cambiato il modo di essere dei cittadini italiani. Quella è stata l'ultima richiesta alla politica di cambiare e noi non possiamo essere sordi''.
Il presidente del Consiglio ha inoltre rilevato che l'Italia ''è il paese dei guelfi e ghibellini, del tutti contro tutti'' ma ''l'identità solida non ha paura dell'incontro: si e' convincenti se si ha una visione credibile se si realizzano le cose, non si è convincenti se il consenso si usa solo per evitare che arrivi il nemico. E' modo di far politica che non mi appartiene''. In tema di politica economica il premier ha avvertito che  le ''tasse dovranno scendere nel modo giusto" e che ''l'uscita dalla crisi e' a portata di mano. E' possibile a seconda di cosa facciamo. Se guardiamo al futuro usciremo dalla crisi. Una crisi che e' stata ed e' terribile''.
Rivolto alla platea del Meeting Letta ha invitato ''l'Europa a creare lavoro accanto al rigore nei conti perchè nessuno di noi vuole fare debito. Vorrebbe dire scaricarlo sui figli. Nessuno lo farebbe a casa: perchè farlo come nazione?" Poi ha avvertito: "Tutto cio' che faremo lo faremo senza fare nuovi debiti''. Il premier ha poi detto: ''Il 2014 può essere l'anno del nuovo inizio per l'Europa, sarà cruciale in primo luogo perche' si voterà: se l'Europa non dà risposte o dà quelle sbagliate rischia di essere il parlamento più antieuropeo. Se viceversa faremo bene abbiamo le condizioni per un nuovo inizio europeo''. E quindi ha ammonito:  ''Per un nuovo inizio c'è bisogno che si rimetta la finanza al proprio posto, la crisi è nata perchè la finanza e' uscita dal proprio ruolo ed e' diventata al centro di tutto. Dobbiamo fare la lotta ai paradisi fiscali''.
Nel suo discorso il presidente del consiglio ha anche affermato: ''Noi dobbiamo rilanciare la politica alta, non ci sono grandi scelte se non c'è la politica e noi non abbiamo avuto esempi di buona politica ma tanti di mala politica. Ma non ce la facciamo senza politica: dobbiamo essere esigenti, richiedere trasparenza, costi ridotti, responsabilità e ricambio ma serve la politica alta''. Quindi in chiusura: ''Da mio nonno agronomo ho tratto l'insegnamento che gli italiani fanno le cose belle che durano. Siamo forti per questo motivo e per questo nessuno ci può battere e se vogliamo possiamo farcela''.
Lavoriamo per dare a giovani più opportunità - ''Non lasceremo soli i giovani: lavoreremo e faremo di tutto perché riescano ad avere opportunità. Quelle opportunità che altri giovani in altre parti d'Europa hanno già oggi''. Lo dice il presidente del Consiglio Enrico Letta, visitando una mostra sull'Europa al Meeting di Cl. ''Grazie a un'Europa e a un'Italia migliore - ha concluso Letta - daremo ai giovani questa opportunità''.
Napolitano,emergenza impoverimento spirituale, reagire - Davanti all'"emergenza" rappresentata da "una grave forma di impoverimento spirituale, culturale'' serve una reazione: ne è convinto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per il quale è importante il "contributo che viene ai più alti livelli dalla Chiesa Cattolica, contributo che soltanto dei ciechi possono non vedere".  
Ue: Napolitano, soffre mancato sviluppo economico e sociale - "Di che cosa è malata l'Europa? di mancato sviluppo economico e sociale". Lo afferma il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, secondo cui l'Ue "non riesce a crescere, sta perdendo velocità e competitività e questo è senza dubbio uno dei fattori fondamentali di crisi dell'Europa". Però, attenzione: la crisi che viviamo in Europa, e che è parte di una crisi globale dal 2009, viene da lontano, comincia prima. Una perdita di dinamismo dell'Europa - ricorda, in una video intervista al Meeting di Cl - è cominciata già parecchi anni fa: più o meno alle soglie del nuovo millennio. Naturalmente la moneta unica non è stata responsabile di ciò, ma non ha potuto dare tutto l'impulso che era chiamata a dare, in quanto sono mancati altri elementi fondamentali per garantire un nuovo dinamismo alla crescita economica e sociale in Europa". Ma per Napolitano "in Europa siamo in difficoltà anche perché non si è capito abbastanza da parte delle classi dirigenti che il mondo stava cambiando e l'Europa non poteva rimanere ferma. L'Europa doveva fare i conti con questo processo di trasformazione, che poi ha preso il nome di processo di globalizzazione".
Ue: Napolitano, se non unita, globalizzazione la sommerge - "Oggi non c'è più bisogno dell'Europa per garantire la pace interna. Però, c'è bisogno di essere uniti e più integrati di prima, se no l'Europa rischia di essere sommersa dal processo di globalizzazione, di perdere peso in modo drastico, di avere una voce sempre più flebile, di non riuscire ad esprimere i valori che un lungo patrimonio storico ha inciso nell'identità europea". Lo afferma il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in una video intervista trasmessa all'apertura del Meeting di Cl.

sabato 3 agosto 2013

Addio fax, per P.A. comunicazioni solo via mail

Addio al fax nella Pubblica amministrazione. Con un emendamento di Lega e Pd al decreto Fare, approvato nella notte in Senato, è riuscito il 'blitz' già tentato senza successo alla Camera. L'emendamento prevede che le comunicazioni all'interno della Pa avvengano per via telematica ''ferma restando l'esclusione dell'invio a mezzo fax''.
Sospesi, fino al 15 settembre, i pagamenti dei canoni per le concessioni demaniali per le spiagge, anche se sono ''stati iscritti al ruolo esattoriale e siano state emesse le cartelle ''. Lo prevede un emendamento approvato nella notte al dl Fare. L'obiettivo è arrivare, nel frattempo, al riordino complessiva della materia.
ansa

venerdì 2 agosto 2013

Teologia e politica: il divorzio s'ha da fare

Dall’elaborazione sulfurea di Carl Schmitt in poi, il problema delle radici teologiche del politico è stato e resta caldo. Non stupisce quindi che siano usciti in libreria quasi contemporaneamente due importanti saggi sull’argomento: Due. La macchina della teologia politica e il posto del pensiero (Einaudi) di Roberto Esposito eCritica della teologia politica - da Agostino a Peterson. La fine dell’era costantiniana (Marietti) di Massimo Borghesi. In particolare quella di Borghesi, ordinario di filosofia morale a Perugia, è una critica serrata da una prospettiva cattolica al lascito di Schmitt e non solo.

Lei parla della necessità di superare il concetto di «teologia politica» e di lasciare piuttosto spazio a quello di «teologia della politica»: qual è differenza?
«La teologia politica indica la politicizzazione della teologia. È cosa diversa dalla teologia della politica. Molti confondono le due cose ma questo genera solo confusione. Nella teologia della politica il rapporto tra teologia e politica non è immediato, è mediato dalla morale, dal diritto, eccetera. Non c’è identità tra i due momenti. La grazia non coincide con la natura, la città di Dio non è la civitas mundi. Per la teologia politica, al contrario, il teologico si attua attraverso il politico e il politico attraverso il teologico. Con ciò la confusione è totale e il momento teologico diviene funzionale ai poteri del mondo. Come scrive Carl Schmitt: non c’è teologia politica se non ci sono nemici. La teologia politica porta al Dio degli eserciti, a consacrare la potenza dei popoli, non la gloria di Dio. È ciò che è accaduto, dopo l’11 settembre 2001, con l’islamismo radicale, da un lato, e la versione “teocon”, occidentalista e guerriera, dall’altro».

Per lei una delle chiavi interpretative del Concilio Vaticano II è proprio il superamento della teologia politica e il ritorno alla situazione della Chiesa dei primi quattro secoli. Non è un stacco eccessivo rispetto a quell’ermeneutica della riforma richiamata da Benedetto XVI, che è sì «riforma» ma pur sempre nella «continuità»? La fine dell’«era costantiniana» è stata poi un cavallo di battaglia degli ambienti che hanno diffuso la cosiddetta ermeneutica della rottura.
«La rottura, nella lettura che Benedetto XVI ha dato in più occasioni della Riforma conciliare, non è sui principi ma sulle loro applicazioni. La “rottura” del Concilio Vaticano II non è una rottura radicale come vogliono, da opposte sponde, tanto i tradizionalisti quanto i modernisti. Il documento conciliare Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa, abbandona la teologia politica invalsa a partire da Teodosio e recupera la tradizione dei primi quattro secoli in cui i Padri, in maniera pressoché unanime, chiedevano la libertà religiosa per tutti. Da questo punto di vista più che di fine dell’era costantiniana dovremmo parlare di fine dell’era teodosiana. L’editto di Costantino e di Licinio, del 313, rappresentò, infatti, un capolavoro di tolleranza in cui la libertà religiosa era concessa a tutti, cristiani e pagani».

Nell’affermazione di san Paolo ai Romani per cui «ogni autorità viene da Dio» non era già insito lo sviluppo di una teologia politica?
«No. L’affermazione paolina esprime la teologia cristiana della politica, non l’assolutizzazione teologica del politico. Come Agostino pone bene in luce, nella Città di Dio, il fatto che l’autorità venga da Dio non comporta che essa debba essere “cristiana”. Né tanto meno implica che la salvezza debba passare attraverso il potere. La sfera dell’autorità appartiene all’ordine della creazione, un ordine naturale i cui rappresentanti possono essere cristiani e non cristiani, credenti e non credenti. L’obbedienza che si deve ad essi è circoscritta dai limiti derivanti dalla coscienza morale e religiosa».

Lei mette in luce il ruolo ambivalente che ha avuto Agostino nel rapporto tra Chiesa e potere secolare: c’è l’Agostino che scrive la «Città di Dio», in cui la distinzione tra il compito della Chiesa e quello dello Stato è netta, e quello della polemica contro i donatisti, in cui si giustifica l’uso del braccio secolare per tutelare il bene della fede. Perché l’Agostino «vero» dovrebbe essere il primo?
«Il “primo” Agostino è quello che arriva fino al 400-405. È il fautore di una libertà religiosa, per tutti, che rifiuta il tribunale per gli eretici e chiede solo multe per le violenze commesse dalle bande di esaltati, i circoncellioni, che ruotavano attorno ai donatisti. Successivamente, anche a seguito dei decreti punitivi dell’imperatore Onorio che equiparava i donatisti ai manichei, cambia opinione al punto da teorizzare l’utilità del braccio secolare. È un passo decisivo e, data la grande importanza di Agostino nel Medio Evo e nell’era moderna, gravido di conseguenze. Per giustificare l’alleanza tra la fede la spada Agostino è costretto ad immaginare due tempi della Chiesa: il tempo di Gesù e degli apostoli in cui il cristianesimo è stato perseguitato e non ha opposto resistenza alle violenze, da quello successivo in cui i cristiani al potere avevano il diritto di privare della libertà gli eretici. Nondimeno allorché scrive la Città di Dio, dopo il sacco di Roma da parte di Alarico, Agostino ritrova i toni e il linguaggio del cristianesimo patristico, al punto da sviluppare la prima vera e propria critica della teologia politica. Le città sono due, distinte e mescolate a un tempo. Sono città mistiche e non possono essere ricondotte al dualismo medievale tra Chiesa e impero. Insomma, nonostante la svolta del 405, Agostino ci offre nella Città di Dio un modello del rapporto tra cristianesimo e potere che ha, anche oggi, una sua indubbia attualità. Allo scopo occorre separare Agostino dall’agostinismo politico, medievale e moderno. Un’operazione a cui gli studi agostiniani di Joseph Ratzinger hanno dato un notevole contributo».

Nel suo libro dà grande risalto alla figura di Erik Peterson e alla sua influenza su figure come Maritain e Ratzinger: un’importanza inversamente proporzionale alla conoscenza che anche oggi se ne ha nel mondo cattolico. Come mai, secondo lei?
«Il tedesco Erik Peterson, vissuto a Roma dopo la sua conversione al cattolicesimo dal 1930 al 1960, anno della sua morte, attende ancora da noi il dovuto riconoscimento. Con il suo volume del 1935 Il monoteismo come problema politico è il grande critico di Carl Schmitt e dei “Cristiani tedeschi” che avevano aderito al nazionalsocialismo. Peterson è il vero critico della teologia politica del ’900, è colui che riattualizza Agostino in chiave “liberale”. Il suo rapporto con Jacques Maritain è fondamentale allorché quest’ultimo critica, in Umanesimo integrale, il modello del Sacrum imperium medievale, tanto caro alla destra cattolica di quegli anni. La sua critica al modello teologico-politico torna centrale negli anni ’70 del secolo scorso allorché la teologia cristiana, influenzata dal marxismo, si presentava come “teologia politica”. Perché non è conosciuto e valorizzato da noi? Forse perché il cattolicesimo italiano del dopoguerra è stato, con i suoi meriti innegabili, anche molto tentato dall’ottica teologico-politica».

Andrea Galli - avvenire.it

giovedì 1 agosto 2013

La Cassazione condanna Berlusconi e il governo Letta

La prima volta che ho votato alle politiche è stato nel '96. Posso definirmi un figlio dell'era del berlusconismo, con tutte le sue distorsioni istituzionali, le sue ipocrisie politiche, le sue brutture culturali.
In questi venti anni è stato sempre lui, e solo lui, ad aver rappresentato il centro-destra. Sono cresciuto dunque avendo presente - usando le categorie classiche della politica - un solo "nemico". Detto ciò, non avrei mai potuto immaginare, fino al giorno prima del voto di febbraio scorso, un esecutivo come quello che da qualche mese prova a tracciare la linea politica del nostro paese.
Non era presente nemmeno nei miei peggiori incubi, ed invece oggi in nome della responsabilità nazionale abbiamo le Larghe Intese.
Il caso, il destino (fate voi) ha però voluto che questi mesi di governo si intrecciassero con le sentenze di diversi processi a Silvio Berlusconi.
Oggi, dopo la condanna in primo grado per concussione e prostituzione minorile, la Cassazione ha condannato a 4 anni e sentenziato che l'interdizione, il vero nodo da sciogliere sulla questione Mediaset, deve essere ricalcolata.
Lo so, in queste ore noti esponenti e dirigenti del Partito democratico hanno più volte ribadito che questa sentenza non intaccherà l'operato del governo, ma mi dispiace non è così. Questo non è un governo obbligato a convivere con le faccende politiche di Berlusconi.
Berlusconi è colpevole, e l'interdizione ricalcolata non può non essere riconsiderata dall'attuale Parlamento.
Il governo Letta oggi - per responsabilità - dovrebbe rivedere la sua esperienza. Non nei confronti del proprio elettorato, nemmeno nei confronti dei militanti del PD, ma per senso dello Stato. Quello Stato giusto, imparziale, trasparente che in questi venti anni mi avete propinato e al quale ho creduto. Che ho letto sui testi che mi spiegavano la democrazia, la politica, i sistemi politici e che racconto oggi a chi mi chiede cosa è il bene pubblico.
Una conferma di condanna a 4 anni per frode è l'elemento politico verso il quale il Pd, e il governo Letta, devono prendere atto. È stato accertato che Berlusconi continuava ad occuparsi dei suoi affari anche da Presidente del Consiglio e come tale vale trattato: come un condannato in Cassazione per frode fiscale.
La pena accessoria, quella dell'interdizione, non è più l'elemento discriminante sul quale ragionare se Berlusconi possa fare politica o meno.
Berlusconi è un cittadino che ha frodato lo Stato.
Il governo Letta deve, se vuole accrescere la sua credibilità, prendere atto che il leader politico del partito che forma la sua coalizione è un pregiudicato per evasione fiscale. Perché qui la divisione tra poteri giudiziari e politici c'entra come i cavoli a merenda. Rivoglio quei venti anni che mi sono stati tolti, rivoglio quello Stato trasparente letto nei libri e propinato dai vari leader del centro-sinistra, voglio un Partito democratico che scientemente e in nome della responsabilità nazionale allontani Berlusconi - e ciò che per venti anni lui ha rappresentato - dal Parlamento, dal governo e da tutto ciò che riguarda le istituzioni.
Il governo Letta non può più nicchiare davanti alla condanna del leader del partito con il quale è al governo. La Cassazione ha parlato chiaro "4 anni per frode fiscale" ed io non accetto - dopo venti anni - che si faccia melina con cavilli del tipo "non ha ancora avuto l'interdizione".
No, si faccia chiarezza su questi venti anni. La Cassazione ha espresso una sentenza giuridica e l'esecutivo - a partire da Letta - rispettando la sentenza di condanna, deve prendere atto e muoversi con l'attenzione che ogni governo deve avere nei confronti di un condannato.
La Cassazione ha oggi dichiarato colpevole Berlusconi e, nello stesso tempo, ha dichiarato al fine delle Larghe Intese. L'unica cosa che resta da fare al governo Letta e prenderne atto e andare a votare, insieme al parlamento, all'interdizione di Silvio Berlusconi.
fonte: http://www.huffingtonpost.it

Mediaset: 4 anni, rivedere interdizione. Cassazione dispone processo appello bis per pena accessoria

(ANSA) - ROMA, 1 AGO - Confermata la condanna d'appello a 4 anni di reclusione per Silvio Berlusconi con il rinvio alla Corte d'Appello di Milano per rideterminare l'interdizione. Lo ha deciso la Corte di Cassazione a conclusione del processo Mediaset.