domenica 24 febbraio 2013

Sant’alleanza italiana per blindare il nuovo papa, che potrebbe essere, per i progressisti, per riammissione preti sposati

Sant’alleanza italiana per blindare il nuovo papa di Carlo Tecce in “il Fatto Quotidiano” del 21 febbraio 2013

Il Vaticano ha fretta perché il potere non aspetta. I cardinali italiani spingono, rottamano antichi dissapori: i nemici diventano amici, i concorrenti diventano alleati. E Benedetto XVI, prima di decollare in elicottero verso Castel Gandolfo, emetterà un motu proprio, cioè un decreto papale per modificare i rituali del Conclave: per accelerare la convocazione sotto gli affreschi in Cappella Sistina e procedere con l’elezione. A Joseph Raztinger saranno sconosciute le preoccupazioni dei porporati, però il contributo offerto è prezioso per i cardinali italiani che non vogliono cedere il soglio di San Pietro a uno straniero, come accaduto per due volte di seguito con il papa polacco e il teologo tedesco. E per evitare il terzo scherzetto tra fumate bianche e nerissime, il Conclave deve durare il meno possibile – uno, al massimo due giorni – e i preliminari vanno bruciati per non consentire ai cardinali americani o asiatici di creare una fazione opposta e di sapere, nei dettagli, la relazione cardinalizia su Vatileaks che conterebbe notizie sconvolgenti su malaffare e corruzione. I classici conciliabili, che si svolgono nei corridoi e avviano la campagna elettorale, vanno censurati perché permettono a chi risiede in Brasile o in Africa di conoscere i retroscena romani. I 28 porporati italiani si dividono in correnti: quella capeggiata da Tarcisio Bertone (Segretario di Stato) e quella dal predecessore Angelo Sodano (gruppo dei diplomatici). Il nome che unisce chi si è combattuto è quello di Angelo Scola, arcivescovo di Milano e pupillo di Benedetto XVI. Scola è l'unico candidato spendibile per gli italiani: seppur non vicinissimo al segretario di Stato, può garantire l'autogestione in Curia. Ecco, il governo vaticano. Bertone si è accaparrato un seggio permanente (sino al 2015) nella commissione cardinalizia che presiede l'Istituto per le Opere religiose, la cassa santa, e sarebbe lieto di cedere lo scettro di primo ministro al cardinale (amico) Mauro Piacenza. Gli italiani dispongono di 28 voti su 117, per vincere devono raggiungere una maggioranza di due terzi, ma possono coinvolgere – e i colloqui sono già in fase avanzata – gli stranieri che operano in Curia, tanto basta per essere determinanti sul prossimo pontefice. Il Vaticano non è mai stato attivo come in questi giorni di incertezze e con il Papa dimissionario. Tra sette giorni la sede sarà vacante, ma tutti si comportano come se nulla, anche se dovranno invocare lo spirito santo in Conclave, dovesse cambiare mai.

Perché si è dimesso il Papa?: la relazione segreta anticipata da Nicora con una lettera pubblicata da un ignoto quotidiano

Gli scoop ritardanti di Repubblica 
di Marco Lillo in “il Fatto Quotidiano” del 22 febbraio 2013 

Un miliardo di cattolici si interroga sul mistero delle ragioni dell’abdicazione di Benedetto XVI. “Sesso e carriera i ricatti in Vaticano dietro la rinuncia di Benedetto XVI” è la risposta di Repubblica al grande quesito posto all’addio del Papa. Una simile tesi è argomentata dal primo quotidiano italiano con uno scoop mondiale: i contenuti della relazione della Commissione Cardinalizia che ha indagato sui documenti trafugati da Paolo Gabriele. “NON FORNICARE, non rubare i due comandamenti violati nel dossier che sconvolge il Papa” è il titolo a tutta pagina, sottotitolato così: “Lotte di potere e denaro. E l’ipotesi di una lobby gay”. Boom. Il Fatto confessa di non conoscere i contenuti del dossier però annota un precedente. Nel caso Mps, dopo avere preso un buco dalla concorrenza sui bilanci truccati da Giuseppe Mussari, Repubblica ha reagito sparando una notizia a tutta pagina: “Mps, sospetto mazzette per 2 miliardi nell’acquisto di banca Antonveneta”. Al Fatto risulta che i pm di Siena indagano sulla storia svelata dal Fatto e non sulla pista della presunta e inesistente mazzetta per i politici. Il precedente induce a fare qualche verifica sullo scoop vaticano. “La relazione è esplicita”, sostiene Concita De Gregorio, “alcuni alti prelati subiscono l’influenza esterna – noi diremmo il ricatto – di laici a cui sono legati da vincoli di natura mondana. Sono quasi le stesse parole che aveva utilizzato monsignor Nicora, allora ai vertici dello Ior, nella lettera rubata dalle segrete stanze nel 2012: quella lettera poi pubblicata colma di omissis a coprire i nomi. Molti di quei nomi e di quelle circostanze riaffiorano nella Relazione...” e giù un elenco di scandali a sfondo sessuale che sarebbero stati in qualche modo annunciati dalla lettera piena di omissis di Nicora, l’architrave del dossier. Molte cose non tornano: 1) Il cardinale Attilio Nicora nel 2012 è il presidente dell’Aif, l’autorità antiriciclaggio istituita da Benedetto XVI, ed è stato fino a pochi giorni fa membro della commissione cardinalizia di vigilanza sullo Ior; 2) Nicora non ha mai scritto una lettera nella quale si sostengono i concetti riportati nell’articolo; ne ha scritta un’altra sullo Ior, svelata sempre dal Fatto; 3) Forse Repubblica si riferisce a monsignor Carlo Maria Viganò, che ha scritto una lettera l’8 maggio 2011, nella quale si fa riferimento alla corruzione e ai furti, all’omosessualità in Vaticano, pubblicata dal Fatto, in esclusiva il 27 gennaio 2012 e ripubblicata dal sito Chiesa del gruppo Repubblica prima senza citazione per una svista, poi con citazione su nostra richiesta. Quella lettera è stata ripubblicata mesi dopo da Gianluigi Nuzzi nel suo libro Sua Santità, senza citare il Fatto. 4) La lettera di Viganò è stata pubblicata dal Fatto con un solo omissis sul nome di Marco Simeon (già collaboratore del segretario di Stato Bertone) ‘accusato’ di omosessualità nella lettera da Viganò. La tutela della privacy è però svanita quando Nuzzi ha ripubblicato la medesima lettera riportando la parola omissata dal Fatto e omissando solo il nome. NON SAPPIAMO se la relazione dei Cardinali entri nei dettagli delle attività ludiche nelle saune romane o si dilunghi sui coristi di Angelo Balducci o sulle passioni di monsignor Stenico come scrive Repubblica. Attendiamo fiduciosi, come nel caso Mps, di leggere le carte prima di esprimere giudizi. Una cosa però è certa: se leggerete altre puntate dell’inchiesta, se Repubblica farà riferimento a documenti pubblicati da un quotidiano anonimo, magari sullo Ior o sull’antiriciclaggio, sappiate che quel quotidiano è il Fatto. A Repubblica si usa così: se Mussari si dimette dall’Abi perché il Fatto pubblica carte che lo inchiodano, Repubblica riesce a pubblicare un pezzo di Andrea Greco che racconta delle dimissioni di Mussari e si elencano le sue malefatte finanziarie negli ultimi anni senza ricordare che talvolta – vedi Antonveneta - erano state decantate come capolavori dallo stesso giornale, quando Mussari era forte e il gruppo De Benedetti faceva affari con Mps. E senza spiegare le ragioni delle sue dimissioni. Allo stesso modo se l’ad di Finmeccanica, Alessandro Pansa, viene intervistato dal Fatto e per un attimo pensa a dimettersi davanti all’unico quotidiano che ha trovato il coraggio di chiedergli conto delle sue pressioni per aiutare la moglie del ministro Grilli, Repubblica che fa? Riporta dopo due giorni il tormento di Pansa senza dire a chi il manager ha detto: “Se lei scrive questa cosa dovrò trarne le conseguenze”. I lettori di Repubblica credono che in Italia ci sia un’epidemia che affligge i manager e li porta a lasciare la carica. Ora però i suoi lettori sanno perché si è dimesso il Papa: la relazione segreta anticipata da Nicora con una lettera pubblicata da un ignoto quotidiano

Bertone regna in Vaticano la strana nomina Balestrero

Bertone regna in Vaticano la strana nomina Balestrero di Carlo Tecce in “il Fatto Quotidiano” del 23 febbraio 2013 

Tarcisio Bertone non indosserà mai la papalina, entrerà in conclave con i gradi di cardinale e ne uscirà con la stessa autorità: quel che resta, sempre immutabile, è l’enorme potere. Il segretario di Stato ha messo in sicurezza, come se fosse un'operazione d'acquisto, le sue influenze in Vaticano, le sue fitte maglie di rapporti e compromessi. Non ha esitato, mai, durante il lungo addio di Benedetto XVI. L'ultimo tassello: la nomina di Ettore Balestrero, 46enne ligure già promosso arcivescovo, che sarà ambasciatore in Colombia. Bogotà è un comodo e ambito rifugio per l'ex sottosegretario vaticano che, su mandato proprio di Bertone anche se più vicino a Mauro Piacenza, ha curato le pratiche più scottanti per l'Istituto per le Opere religiose (Ior): le (blande) norme contro il riciclaggio di denaro sporco, la (finta) rivoluzione trasparenza, le valutazioni internazionali e le inchieste dei magistrati italiani. Balestrero è un protagonista principale di Vatileaks, non perché giovane mano che direzionava l'ex maggiordomo Paolo Gabriele, ma perché interrogato – e dunque al centro di quelle profonde lotte interne in Curia – dai cardinali incaricati da Joseph Ratzinger di indagare su fughe di documenti e regolamenti di conti. Per intenderci: la Colombia – seconda diocesi più numerosa dopo quella brasiliana – non è una punizione. E non è nemmeno una gentile concessione del pontefice: a Ratzinger toccava firmare il trasferimento, e l'ha fatto molto volentieri. Se il racconto fosse concluso qui, Bertone avrebbe una pedina in meno. Sbagliato. Perché il cardinale ha gestito il passaggio di consegne: il ruolo di Balestrero sarà ricoperto dal maltese Antoine Camilleri, consigliere del ministro per gli esteri, il cardinale Dominique Mamberti. Il porporato francese e il segretario di Stato, nonostante la diversa estrazione, il primo del gruppo dei diplomatici e il secondo di matrice curiale (romano), si sopportano felicemente da sette anni. Non si possono definire alleati, ma nemmeno concorrenti: il potere non ha colore né odore se distribuito. E Bertone è un maestro del genere. L'apertura a Mamberti, potenziale prossimo segretario di Stato, è una garanzia sugli anni a venire. Lo scambio Balestrero-Camilleri celebra il controllo totale di Bertone sul forziere santo, lo Ior. Il cardinale piemontese si è assicurato la guida sino al 2015 di quella commissione di porporati che seleziona i laici: il 2015 è una data che va ben oltre la permanenza del 78enne Bertone al governo vaticano che, a un passo da una storica sede vacante con il pontefice vivente, ha puntellato il Cda Ior con il tedesco Ernest von Freyberg. Dal 1 marzo, il cardinale sarà anche camerlengo, cioè avrà a completa disposizione le finanze straordinarie e l'amministrazione ordinaria. In questi giorni di interregno, Bertone è riuscito anche a rispolverare il vecchio (e già bocciato) progetto di un polo sanitario cattolico: fallito l'aggancio al morente San Raffaele di Milano, il Vaticano si è gettato verso l'istituto dermopatico Idi, travolto da scandali, indagini e debiti. Anche la partita Idi sta per terminare: prima è stato spedito il cardinale (bertoniano) Giuseppe Versaldi e poi il commissariamento è finito al discusso Giuseppe Profitti, direttore generale del Bambin Gesù, ex dirigente regionale ligure condannato in appello a sei mesi per concorso in turbativa d’asta per un appalto in una mensa all’Asl di Savona. La prossima settimana, però, inizierà la campagna elettorale in Vaticano per l’elezione del nuovo Papa: i cardinali stranieri vogliono leggere la relazione su Vatileaks, gli italiani vanno di fretta e preferiscono ripararsi in Conclave.

Via il Papa Ratzinger per farne un altro simile? l'ipotesi dello storico Menozzi

Via un Ratzinger per farne un altro intervista a Daniele Menozzi a cura di Luca Kocci in “il manifesto” del 23 febbraio 2013 

Uscirà lunedì 25 il fascicolo speciale su Ratzinger e il prossimo Conclave (Punto... E a capo?) realizzato dall’agenzia di informazioni Adista in cui è pubblicata anche l’intervista integrale a Daniele Menozzi che anticipiamo sul manifesto di oggi. Nel fascicolo si ricostruiscono le tappe fondamentali del pontificato di papa Benedetto XVI, caratterizzato da scivoloni, arretramenti pre- conciliari e “corvi”, ma anche i suoi 25 anni trascorsi alla guida della Congregazione per la dottrina della fede, l’ex sant’Uffizio, da dove l’allora card. Ratzinger, braccio destro di Wojtyla, affossò la teologia della liberazione e tutte le voci autonome della Chiesa cattolica. E poi una serie di analisi fra gli altri di Marcelo Barros, Leonardo Boff, José Marìa Castillo, Ortensio da Spinetoli, Beniamin Forcano, Ivone Gebara, Mary Hunt, Felice Scalia e Andrés Torres Queiruga. 

Atto «inusuale», ma definirlo «rivoluzionario» è «prematuro», perché secoli di assolutismo e centralismo romano, di sacralizzazione della figura del pontefice non si cancellano con una rinuncia. Ribalta l’apologetica su papa Ratzinger e sulle sue dimissioni Daniele Menozzi, docente di storia contemporanea alla Normale di Pisa e specialista del papato in età moderna e contemporanea, che fra le righe suggerisce anche un’altra ipotesi: che Ratzinger si sia dimesso anche per meglio orientare la nomina del suo successore. Professor Menozzi, quali valutazioni è possibile fare sulla decisione di Ratzinger di lasciare il pontificato? Mi pare che si possano formulare due ipotesi. O la rinuncia è motivata dalla constatazione che la linea di governo messa in opera in questi otto anni si è rivelata inadeguata ad affrontare e risolvere i problemi della Chiesa odierna, e dunque Ratzinger ha ritenuto di passare la mano per giungere all’individuazione di un papa capace di esprimere una diversa prospettiva di azione. Oppure la rinuncia trova ragione nella convinzione che quella linea, di per sé valida, non può essere efficacemente realizzata da un papa anziano, debole e con forze calanti, sicché Ratzinger ha pensato che occorra trovare un successore in grado di portarla a compimento con l’energia, la decisione e la determinazione – e forse anche la rigidità – giudicate necessarie. Personalmente ritengo che discorsi, modalità, tempi dell’atto compiuto da Benedetto XVI rendano più probabile questa seconda ipotesi. E che sia stato schiacciato da quello stesso potere che si è andato concentrando nella persona del pontefice e nella Curia romana, un potere che fagocita se stesso? Non credo che l’accentramento del potere di governo nelle mani del papa sia stato determinante nella rinuncia: non riesco a vedere un papa che, dotato di troppo potere, non è in grado di gestirlo. Mi pare piuttosto che Ratzinger si sia reso conto dell’impossibilità di governare la conflittualità interna alla Curia. È vero che scontri interni alla sede romana sono sempre esistiti nella storia del papato e che le dimensioni elefantiache assunte oggi dalla Curia li hanno ingigantiti. Mi pare tuttavia che la linea del papato li abbia esasperati, finendo per renderli ingovernabili. Un esempio è fornito dal tentativo di recuperare i tradizionalisti: è evidente che i suoi ripetuti fallimenti hanno indotto i settori curiali contrari all’accettazione delle condizioni via via poste dai lefebvriani per continuare il dialogo con Roma, a cercare posizioni di maggior potere da cui arginare la temuta deriva tradizionalista del pontificato. Ma più in generale con la sua azione di governo erede della tradizione intransigente ottocentesca – che prospetta una presenza direttiva della Chiesa su aspetti della vita collettiva che gli uomini si sentono invece in grado di autodeterminare – Ratzinger ha accentuato le contraddizioni tra la comunità ecclesiale e la società. E le varie fazioni presenti in Curia hanno potuto far leva su questo aspetto per "ideologizzare", e dunque massimizzare, le loro istanze di potere, irrigidendo i conflitti, probabilmente fino ad un punto di non ritorno. Nel tempo si è assistito ad una progressiva sacralizzazione del pontificato e dei pontefici: basti pensare al fatto che, in particolare durante i regni di Pio XII e Giovanni Paolo II, i papi hanno proceduto alla canonizzazione dei loro predecessori, quasi a voler santificare il ministero petrino e, di conseguenza, chi quel ministero ricopre ed esercita. Le dimissioni di Ratzinger potrebbero contribuire a interrompere questa tendenza? Da un certo punto di vista la rinuncia rappresenta una normalizzazione del papato. I vescovi, a 75 anni, sono tenuti a rassegnare le dimissioni. Il papa è il vescovo di Roma. Pur con il privilegio di decidere da sé il momento in cui abbandonare il ministero, senza dovere quindi sottostare alle norme canoniche, anche il vescovo di Roma si allinea alla normativa prevista per l’episcopato universale, secondo cui ad un certo punto della vita occorre abbandonare le funzioni svolte. Naturalmente questo atto non vincola i successori, che saranno liberi di adeguarsi o meno al precedente. Ma tra la rinuncia al governo della Chiesa universale, anche se dovesse diventare prassi futura del papato, e la desacralizzazione della figura del papa, che è stata profondamente introiettata nella mentalità cattolica durante gli ultimi due secoli, passa un abisso. La sacralizzazione è ormai un dato immodificabile? Immodificabile no, ma sicuramente non sono sufficienti le dimissioni di un papa ad interrompere ed infrangere questa tendenza. Il papa, nei primi secoli cristiani, era definito «successore di Pietro», poi è diventato «vicario di Cristo» e infine, con una forte insistenza su questo punto nell’età della secolarizzazione, «vicario di Dio». Si tratta di un meccanismo in atto da secoli, fortemente radicato nella mentalità cattolica, che difficilmente può essere smontato dalle dimissioni di un pontefice. Mi pare che occorra un tempo lungo e ulteriori gesti per desacralizzare la figura papale. Ma le dimissioni di Ratzinger sono davvero un evento rivoluzionario? L’atto è senza dubbio inusuale rispetto ai collaudati meccanismi dell’istituzione ecclesiastica ed è reso ancora più clamoroso dalla differenza con la scelta di Giovanni Paolo II di rendere la sua malattia e la sua morte testimonianza del modello di vita cristiana da lui giudicato esemplare. Al punto da far dimenticare tutta l'azione di governo di Ratzinger – per non parlare del ventennio abbondante in cui è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – fortemente restauratrice, trasformandolo in un papa riformatore? In questi giorni si è scatenata una massiccia apologetica, probabilmente motivata anche dall’intento di far dimenticare le concrete sconfitte che la linea di governo di Benedetto XVI ha incontrato nel misurarsi con quasi tutti i nodi della attuale situazione ecclesiale. Ma che la rinuncia al pontificato rappresenti un evento "rivoluzionario" potremo saperlo sono nei prossimi mesi, e forse già l’esito del Conclave ci aiuterà a capirlo. E se le dimissioni, preso atto dell’incapacità di governare la Chiesa, non siano solo un modo per orientare in maniera decisiva il Conclave nella scelta del suo successore? Un po’ come gli imperatori romani che indicavano il loro “delfino” quando erano ancora in vita... Dai discorsi che Benedetto XVI ha fatto dall’annuncio delle dimissioni fino all’inizio della "sede vacante" in effetti è possibile tracciare l’identikit del suo successore così come Ratzinger lo vorrebbe: relativamente giovane, dotato di energia, severità e capacità di governo per realizzare quello che da parte sua non è riuscito a fare. Ed è inevitabile, nonostante le scontate dichiarazioni di non intromissione ed interferenza, che Ratzinger influirà su Conclave: ogni suo atto, ogni sua parola, ogni suo gesto hanno avuto ed avranno un peso. Anche la tempistica mi sembra per certi aspetti studiata: costringere i cardinali ad agire in fretta, perché è difficile arrivare a Pasqua senza che ci sia già il nuovo papa. Nel Conclave esiste un "fronte progressista?" Non credo. Ma se c’è, è debolissimo, perché si tratta di un Conclave interamente nominato, e "blindato", da Wojtyla e da Ratzinger. Quindi arriverà un nuovo papa conservatore? Dipenderà dai cardinali riuniti in Conclave: se qualcuno avrà il coraggio di presentare le difficoltà che la riproposizione di una linea neo-intransigente ha incontrato, allora i giochi potrebbero riaprirsi. Credo che se nel Conclave si avvierà una discussione vera sul ruolo della Chiesa nella società contemporanea a partire dalla costatazione dei fallimenti del progetto di neo-cristianità avanzato negli ultimi due decenni, allora potrà aprirsi qualche spiraglio e verificarsi qualche sorpresa.

Gb, accuse dopo 33 anni (denunciate solo oggi) al card. O'Brian che si era schierato per i preti sposati

Il cardinale scozzese Keith O'Brian, uno dei porporati che parteciperà al Conclave, è stato accusato di "comportamento inappropriato" da tre sacerdoti e un ex sacerdote in Scozia. Lo riferisce il Guardian. I quattro hanno sottoposto la loro segnalazione, con riferimento ad un periodo che risale a fino 33 anni fa, al Nunzio apostolico in Gran Bretagna, Antonio Mannini chiedendo le dimissioni immediate del porporato.
Un portavoce del cardinale, scrive il giornale britannico, ha fatto sapere che tali affermazioni sono state contestate. A quanto emerge, uno degli "accusatori" ritiene che O'Brian avesse sviluppato nei suoi confronti un rapporto definito "inappropriato" e che ciò lo abbia costretto ad anni di assistenza psicologica.

I quattro, si legge ancora sulla versione online del quotidiano, si erano rivolti al Nunzio già prima dell'annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI. Venerdì il cardinale scozzese, in un'intervista alla Bbc, aveva confermato la sua intenzione di partire per Roma martedì per partecipare al conclave. L'intervista aveva suscitato clamore per alcune sue dichiarazioni sulla opportunità per i preti di sposarsi: "Se lo vogliono, dovrebbero poterlo fare", aveva detto. In passato invece, O'Brian aveva manifestato posizioni molto conservatrici, in particolare rispetto all'omosessualità che aveva condannato come immorale e contro i matrimoni gay che aveva definito "dannosi".
tgcom24