di Viola Forti -
Nonostante due condanne definitive per violenza sessuale su minori, la Chiesa non ha mai ritenuto di dover allontanare don Calcedonio Di Maggio, originario di Collesano, in provincia di Palermo, e in servizio in una parrocchia romana. E ieri, per il sacerdote, è arrivata dal tribunale di Termini Imerese una terza condanna a cinque anni e mezzo di reclusione per lo stesso reato ai danni questa volta di un ragazzo di Campofelice di Roccella, affetto da un lieve disturbo psichico. Il prete ha sempre respinto le accuse, sostenendo che in quei periodi, estate del 2003 ed estate del 2006, non si trovava a Campofelice, dove è solito ritornare per le vacanze, avendo dei parenti ed alcune proprietà. Il collegio presieduto dal giudice Claudia Camilleri (a latere Michele Guarnotta e Sara Marino) ha anche stabilito che il prete, difeso dall’avvocato Salvino Pantuso, debba risarcire in sede civile le parti offese, la vittima ed i suoi genitori, assistite dall’avvocato Salvatore Sansone. Per Di Maggio, il pm Giacomo Urbano aveva chiesto una pena di sette anni e mezzo.
Durante l’estate, il sacerdote è solito tornare a Campofelice, dove in passato ha organizzato tornei di calcetto, in cui faceva l’arbitro, e gite per i ragazzi. Fra questi giovani c’è anche la presunta vittima che, nel 2003, aveva 16 anni. Ad agosto di quell’anno, secondo la sua versione, il prete (che allora insegnava anche in una scuola romana) l’avrebbe portato al mare e, col pretesto di insegnargli a nuotare, l’avrebbe costretto a toccarlo nelle parti intime. Qualche tempo dopo, sempre in spiaggia, a Torre Roccella, il sacerdote avrebbe chiesto al giovane di togliersi il costume e di farsi fotografare nudo: di fronte al rifiuto della vittima, l’avrebbe afferrata per un braccio ed obbligata ad un rapporto orale. Sempre in base al racconto del giovane, giudicato credibile da diverse perizie, don Di Maggio sarebbe tornato alla carica tre anni dopo, nell’estate del 2006, quando il ragazzo aveva 19 anni: il sacerdote l’avrebbe portato in una delle sue ville di Campofelice e gli avrebbe proposto di guardare un film porno e di “fare come l’altra volta”, riferendosi a quanto accaduto sulla spiaggia.
Accuse gravissime, sempre respinte dall’imputato, contestate con l’aggravante per il prete di aver abusato dei poteri e violato i doveri inerenti alla qualità di ministro di un culto. La vittima raccontò dei presunti abusi che avrebbe subito nel 2007 ad alcuni assistenti sociali di Campofelice e poi ai carabinieri.
In quel periodo, don Di Maggio era detenuto. Era stato infatti arrestato per violenza sessuale su diversi minori, psichicamente molto fragili e che frequentavano la sua parrocchia. Gli episodi erano avvenuti tra Roma e Ventotene. Per questi fatti è stato condannato in via definitiva nel 2008. Ma il prete ha anche un altro precedente della stessa natura, pure questo passato in giudicato, che risale al 1986. Di Maggio trovò la vocazione e decise di diventare sacerdote proprio mentre scontava la pena che gli era stata inflitta.
Con la sentenza di primo grado di ieri, è stato interdetto perennemente dai pubblici uffici. La Chiesa, però, a tutt’oggi, non lo ha mai allontanato, tanto che ha partecipato alle udienze con l’abito talare. Infine, se la condanna emessa a Terimini dovesse essere confermata in tutti i gradi di giudizio, per i fatti del 2003, il sacerdote potrebbe beneficiare dell’indulto.