venerdì 19 aprile 2013

La sconfitta di Bersani

Perché il segretario del Pd e il centrosinistra non dovrebbe votare come presidente della repubblica Stefano Rodotà? Quale metodo, se non quello di una lucida follia, ha condotto la forza di maggioranza relativa a consegnare nelle mani di Berlusconi la scelta del prossimo capo dello stato? A che cosa serve entrare in un'assemblea dei gruppi parlamentari, constatare il forte dissenso di larga parte sul nome di Franco Marini e non tenerne alcun conto?
Naturalmente Bersani non risponderà alle nostre domande, ma dovrebbe almeno ascoltare quelle che gli rivolgono gli elettori, e un gran numero degli stessi dirigenti del suo partito, spaesati e anche molto arrabbiati, soprattutto dopo aver assistito allo spettacolo delle votazioni di ieri a Montecitorio. Una clamorosa, tafazziana disfatta.
Eppure il segretario del Pd, dopo la botta del voto di febbraio, aveva mandato segnali interessanti. Con la scelta dei due presidenti di Camera e Senato, con la pervicace insistenza sul governo di cambiamento, con l'intelligente pedinamento dei grillini, mettendo da parte l'orgoglio, facendo emergere la cantilena dei «no» degli esponenti a 5stelle, che per questo loro comportamento calavano già nei sondaggi. Poi l'inversione, brusca e masochista, di imbarcarsi in un tandem quirinalizio con il capo del centrodestra. Che, inutile negarlo, prefigura un'altra strana maggioranza di governo, un'altra forma di "montismo" fino alle prossime elezioni.
Un cambio di rotta, proprio quando, proseguendo sulla strada intrapresa, Bersani, e una vasta area del centrosinistra, avrebbero potuto sposare la candidatura di Rodotà. Anche perché non stiamo parlando di un signore che appartiene a una partito, ma di una figura capace di rivolgersi a un campo largo, di almeno 27 milioni di voti, quelli ricevuti dai referendum del 27 giugno del 2011 di cui Rodotà è stato tra i tenaci promotori.
Fu una splendida primavera della politica, la rivelazione di un giacimento di mobilitazione e conoscenza che usciva dal populismo e diventava democrazia deliberativa. Quel paese esiste, non averlo ascoltato, continuare a ignorarlo non solo ha fatto perdere al Pd più di tre milioni di voti, ma ne ha fiaccato l'identità e annebbiato la visione.
Per Bersani suona la campana della sconfitta, la sua leadership è finita, i cocci che ha provocato (con l'aiuto di tutto il gruppo dirigente) non li incolla più nessuno.
di Norma Rangeri - ilmanifesto.it

QUIRINALE - italia, politica Il candidato c'è, la partita è aperta

Nonostante l'abbassamento del quorum, Romano Prodi non ce la fa. Ha avuto 395 voti, circa 100 in meno di quelli di cui teoricamente dovrebbe disporre. Pdl e Lega non hanno partecipato alla votazione. La candidata di Lista Civica Cancellieri ha avuto 78 voti. Rodotà a quota 213, più di quelli corrispondenti al numero degli elettori del M5S. 15 voti per il non-candidato D'Alema. Domani alle 10 quinto tentativo
 

Non c'è dubbio alcuno che il miglior Presidente della Repubblica che sia fra noi è Stefano Rodotà. Alto profilo intellettuale; personaggio rappresentativo della miglior società civile italiana, e tuttavia dotato al tempo stesso di un'ampia esperienza politica e parlamentare; contraddistinto, e non solo nel suo settore disciplinare, di una vasta fama internazionale. Aggiungo in forma di corollario (ma non tanto) che una disposizione etico-psicologica personale, fortemente radicata, lo tiene permanentemente in un atteggiamento di vigile discrezione e di assoluto rifiuto di ogni forma di esibizionismo.
Per quanto indiscutibilmente connotato in senso liberaldemocratico (cioè, dico io, di sinistra) sarebbe difficile immaginare uno più di lui disposto a svolgere un ruolo equilibrato e super partes, d'inflessibile custode (e innanzi tutto, il che non guasta di questi tempi, di straordinario conoscitore) della nostra Costituzione. Le scelte compiute negli ultimi anni con la Commissione che da lui prende il nome hanno ulteriormente ribadito e perfezionato questo profilo: la teoria, da lui formulata, desidero precisarlo, in forma tutt'altro che estremistica, dei «beni comuni», va nella direzione d'innovare l'impianto giuridico, - e, perché no, anche politico, - italiano, senza scambiare, come capita ad altri, lucciole per lanterne, anzi rimanendo come e più di prima ancorati saldamente alla Costituzione italiana.
Scrive queste cose uno che, fino all'altro ieri, ha pensato e, a dir la verità disperatamente continua a pensare, che senza un Pd il più possibile forte e coeso, e di governo, andiamo tutti allo sfascio. Così come si va allo sfascio se si torna ora, con colpevole disinvoltura, alle urne.
E allora? Allora, se il quadro è questo, non c'è che da manovrare al suo interno. L'errore commesso, e cioè quello di tentare di eluderlo, è grave ma forse è rimediabile.
Il povero Marini non c'entra per niente. Qualsiasi altro nome di quella «specie» avrebbe prodotto, e sarebbe nei prossimi giorni destinato a produrre, il medesimo disastro. Qualsiasi soluzione contrattata con l'indegno, indecente, intollerabile rappresentante attuale del centro-destra avrebbe prodotto, e produrrebbe in un qualsiasi futuro, il medesimo disastro. La dissoluzione della seconda Repubblica (ammesso che vent'anni fa ne sia nata una dalla prima, e che noi invece non siamo ancora conficcati nella lunga, estenuante, angosciosa dissoluzione di quella) non consente più espedienti di tale natura. L'unica soluzione possibile è uscire - cominciare a uscire, - da quella logica.
Per cominciare a uscirne, nelle condizioni date dell'ultimo risultato elettorale, - un centro-sinistra e un centro-destra drammaticamente contrappositivi e reciprocamente escludentisi, e un terzo del Parlamento nelle mani di una forza, il Movimento 5 Stelle, che per ora si rifiuta di pronunciarsi a favore di una qualsiasi scelta di linea (il voto di fiducia), - non si può che procedere passo dopo passo.
Le strategie complessive, che mettono insieme troppe cose, non funzionano. Anzi, quando ne siano state poste le condizioni apparentemente autosufficienti, esse si rivelano alla prova dei fatti ancor più catastrofiche delle mancanze cui vorrebbero sopperire.
Oggi bisogna eleggere (bene) il Presidente della Repubblica, non designare il Presidente del Consiglio. Un buon esempio era stato dato con l'elezione dei Presidenti delle due Camere, Boldrini e Grasso. Si è tornati indietro da quel traguardo: ed è stato il caos.
Bisogna mettere qui un punto fermo e riprendere dall'inizio. Bisogna evitare di pensare al ritorno al voto anche semplicemente come estrema risorsa mentale. Bisogna invece tornare a studiare il voto presidenziale con le idee chiare e con la determinazione coraggiosa d'innovare radicalmente le condizioni della scelta.
L'antipolitica, per passato, esperienze e convinzioni, mi è estranea più di qualsiasi altro atteggiamento. Ma la condizione storica che stiamo vivendo esige che si esca dalla cerchia dei «soliti noti», per quanto, in non pochi casi, dotati di attributi etici e politici assolutamente fuori discussione.
Per giunta, come argomentavo all'inizio, il candidato inequivocabilmente c'è. La partita ora ritorna tutta nelle mani del Pd. Se il Pd ritrovasse la sua unità intorno a quel nome, - che non mette in gioco né contrappone fra loro correnti, mira più in alto della solita diatriba quotidiana e si riallaccia a una corrente forte e viva dell'opinione pubblica italiana, - non solo nulla sarebbe perduto, ma si ripartirebbe col piede giusto: a malo bonum, come in quello sventurato paese che è l'Italia, il più delle volte, storicamente, ci è accaduto di dover auspicare e praticare.
E il governo? Qui ci vorrebbe più fantasia di quanto la politica sia disposta di solito a praticare. Proviamo a immaginare cosa accadrebbe in Parlamento, a condizioni date, se il problema della Presidenza della Repubblica fosse impostato e risolto come io dico. Avremmo a disposizione una immensa carica d'entusiasmo da riversare in tutte le direzioni, a cominciare dal paese. E' così che si gioca la partita, non imboccando la strada che, se riporta al voto una volta fallita una trattativa in ogni senso sbagliata, comporta il disastro finale del Pasok e il nuovo, ormai consolidato trionfo delle destre. L'Europa deve accettare questa volta che si faccia a modo nostro. E il modo nostro, questa volta, consiste nel non aggirare per l'ennesima volta l'ostacolo, sperando che dal compromesso nasca un compromesso che produca un compromesso... ma affrontandolo in pieno e rimuovendolo ab origine. Ci vuole un Presidente della Repubblica nuovo. E' ciò di cui abbiamo bisogno.
di Alberto Asor Rosa - ilmanifesto.it

Prodi si ferma 109 voti sotto il quorum. Almeno cento i franchi tiratori

Romano Prodi non raggiunge il quorum per l'elezione al colle. Quando lo spoglio è ancora in corso il numero dei voti che non sono andati a Prodi hanno superato quota 231, oltre la quale Prodi (considerando anche le assenze del centrodestra) non può più raggiungere i 504 voti per l'elezione.
Massimo D'Alema raggiunge quota 11 voti durante lo scrutinio della quarta votazione per l'elezione del presidente della Repubblica e il Pdl festeggia applaudendo e alludendo al fatto che l'elezione di Prodi, che corre sul filo dei 504 voti, diventa più difficile. Pronto il richiamo della presidente di Montecitorio, che sta procedendo allo scrutinio: "E' in corso lo spoglio...". "Ehhh....", rispondono di rimando dal Pdl. "Possiamo continuare?", insiste Boldrini. "Sì!". Allora, "grazie".
Settantotto voti sono andati al ministro dell'interno Annamaria Cancellieri, candidato di Scelta Civica che poteva contare su 69 voti.
Dopo la doppia fumata nera per Franco Marini, che oggi alza bandiera bianca ritirandosi dalla corsa, Romano Prodi è il candidato al Quirinale su cui punta il Pd. Nome che però trova la netta contrarietà del Pdl, che medita contromosse per stoppare quello che considera una candidatura che "spacca" il Paese, e il 'no' motivato di Mario Monti, che cala sul tavolo la carta Anna Maria Cancellieri, su cui potrebbe convergere, oggi, il partito di Silvio Berlusconi.
Anche Beppe Grillo insiste sul suo candidato, Stefano Rodotà, anche se il costituzionalista dice di non voler essere di ostacolo nel caso in cui i Cinque Stelle decidessero di puntare su altri candidati. Ma è Beppe Grillo a stroncare qualsiasi illusione: "Nessuno in M5S si è mai sognato di votare Prodi e non se lo sognerà nemmeno in futuro". I candidati, dunque, restano tre. E così, complice il rischio - sempre alto - di 'franchi tiratori' fra i democrat, l'elezione del professore bolognese non pare affatto scontata. La Cancellieri, al momento, anche con l'appoggio del centrodestra non supererebbe i 342 voti. Stefano Rodotà, il più votato nel terzo scrutinio (dove le schede bianche sono state 465) ha incassato 250 preferenze. Più dei voti a disposizione di grillini e Sel.
Prodi ha ottenuto solo 22 preferenze, ma solo perché è il candidato del quarto scrutinio, quando il quorum si abbasserà a 504. Ma restano le incertezze. Perché se è vero che il professore sulla carta conta 500 voti (calcolando i Grandi elettori di Pd, Sel, socialisti, Svp, centro democratico e altri), è altrettanto vero che nel segreto dell'urna, come dimostra l'esperienza di Marini, le cose possono cambiare. Per questo nel Pd c'é massimo allarme. Timore plasticamente dimostrato dal tentativo di Ricardo Levi (ex portvoce di Prodi) e Dario Franceschini di convincere Scelta Civica a convergere sull'ex presidente della Commissione europea. Ma il professore, intercettato dai due esponenti del Pd nel bel mezzo del cortile di Montecitorio, non cede e conferma che per il Quirinale serve una figura gradita anche dal centrodestra.
Secondo Berlusconi, "la candidatura di Marini è stata accantonata violando la parola data. Secondo l'articolo 87 della Costituzione il Capo dello Stato rappresenta l'unità nazionale. Per questo ci eravamo resi disponibili ad una candidatura condivisa, anche se non espressione del nostro partito. In una rosa di cinque nomi proposta dal Pd avevamo individuato il nome di Marini e lo abbiamo lealmente sostenuto alla prima votazione. Stanno occupando tutte le istituzioni con il 20% dei voti".
Anche la Lega Nord non parteciperà alla quarta votazione per il presidente della Repubblica. Lo ha deciso l'assemblea dei grandi elettori del Carroccio, su proposta del segretario federale, Roberto Maroni.
"No questo no. Il diavolo veste Prodi". Si fa notare, Alessandra Mussolini, nei corridoi di Montecitorio. La senatrice del Pdl veste infatti una t-shirt bianca con scritte a caratteri cubitali in nero, per esorcizzare l'elezione dell'ex premier ulivista al Colle. Davanti, solo le parole: "No questo no". Dietro la schiena, la spiegazione di un no tanto accorato: "Il diavolo veste Prodi". Entrata in Aula con la maglietta fino allo scranno della presidenza Alessandra Mussolini ha 'ricevuto' fischi dal Pd, che ha chiesto la sua uscita dall'emiciclo. ''La richiamo all'ordine e dico ai capigruppo: e' possibile collaborare almeno oggi?''. Cosi' la presidente della Camera Laura Boldrini ha cercato di riportare all'ordine l'aula di Montecitorio alle prese con la votazione del presidente della Repubblica. Applausi da parte di gran parte dell'emiciclo ma non dal Pdl.
Romano Prodi? ''No, secondo me non ce la fa oggi''. Cosi' il presidente della Lega Umberto Bossi risponde ai giornalisti che lo interpellano in Transatlantico alla Camera. ''A Berlusconi non piace affatto, lo sappiamo'', aggiunge tra l'altro Bossi. Alla domanda su cosa ne pensi di Stefano Rodota', il Senatur risponde: ''Io preferirei uno di Milano''. Ha possibilita' il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri? ''Secondo la sinistra si', secondo noi e' piu' difficile''.
"E' nella logica delle cose che adesso", dopo che il Pd ha abbandonato il metodo delle larghe intese con il Pdl candidando Romano Prodi al Colle, "sia molto più probabile andare a votare". Lo dice Renato Schifani, capogruppo del Pdl al Senato, parlando con i cronisti alla Camera.
ansa