martedì 30 aprile 2013

Ex Dc, popolari, Comunione e Liberazione, neo convertiti, fedeli della Cei. Nel governo i «bianchi» hanno la maggioranza assoluta

Il totoministri è quel gioco in cui se prevedi un cattolico al ministero della sanità rischi di sbagliare in un solo caso: nominano una cattolica. Ieri ha vinto Beatrice Lorenzin, deputata romana di stretta osservanza berlusconiana che eredita il ministero da Renato Balduzzi. Dovrà occuparsi di argomenti come fecondazione assistita, fine vita, aborto e a noi non resta nemmeno il dubbio di sapere come la pensa. La pensa come la Cei, lo ha detto tutte le volte in cui le è stato possibile. Del resto ha fatto parte della consulta femminile della conferenza dei vescovi giusto prima di essere ammessa tra le «amazzoni» di Berlusconi.Berlusconiane doc sono anche Anna Maria Bernini e Nunzia Di Girolamo. Bernini, avvocata bolognese (di Luciano Pavarotti), ex seguace di Gianfranco Fini, è quarantenne eppure l'unica tra i nominati di ieri che possa dirsi esperta. Nel senso che è l'unica che viene confermata in un posto che ha già occupato, quello di ministra per le politiche comunitarie, mandato condotto per quattro mesi nel 2011 del finale berlusconiano. In più ha esperienza familiare: suo padre Giorgio fu ministro del commercio estero nel Berlusconi primo. Nunzia De Girolamo, invece, tiene tanto al Cavaliere che al comparire delle prime storiacce notturne di Arcore si adoperò per portarlo a Pietralcina, nella terra di padre Pio. Berlusconi non andò. Passati quattro anni De Girolamo è diventata presenza fissa delle tribune tv da dove ha pronunciato la frase che le è valsa la poltrona agricola. «Il Veneto - disse - è la terra dei contadini».Cattolico anche se tardivo è Gaetano Quagliariello, stratega per Berlusconi di mille mancate riforme istituzionali e per questo recentemente asceso nell'olimpo dei «saggi» di Napolitano. Prova questa delle ottime capacità di perdono del capo dello stato, al quale era rivolto il coro «assassini, assassini» che Quagliariello alzò nell'aula del senato - lo si vede nel film di Marco Bellocchio - alla notizia che Eluana Englaro era morta. Un altro campionissimo dell'integralismo cattolico è naturalmente Maurizio Lupi, neoministro delle infrastrutture - con probabile delega pesante alle televisioni - e punta di lancia di Comunione e liberazione. Con tutti loro e con lo stesso presidente del Consiglio Letta, il prossimo meeting di Rimini sarà un consiglio dei ministri in pubblico.Senza dimenticare tra gli amici di Cl il nuovo ministro della Difesa Mario Mauro, ex berlusconiano diventato «scheggia impazzita» per il Pdl, e lo stesso Alfano. Ad Angelino è impossibile sollevare una sola timida critica senza rischiare di ripetere quello che in questi anni hanno detto di lui i suoi nuovi compagni di governo. La nomina a vice premier dimostra definitivamente che non è più quello che, avendolo visto in televisione nel '94, si accorse di essere «unilateralmente innamorato di Berlusconi». Malgrado le figuracce cui lo ha costretto sulle leggi ad personam, malgrado lo scherzo delle mancate primarie, adesso lo ama anche il Cavaliere. Che debbano imparare ad amarlo gli elettori Pd?Ultimo nella lista dei cattolici «da combattimento», ma solo perché il suo nome è spuntato nella lista Letta-Napolitano come sorpresa, Gianpiero D'Alia, robusta tempra di Udc siciliano. Quando si tratta di poltrone la zampata di Casini è ancora quella di una volta. E quando si tratta di pubblica amministrazione un ex democristiano ha sempre una marcia in più.Tra tanti devoti c'è però anche una mangia preti di prima categoria, Emma Bonino neo ministra degli esteri sulle note posizioni filo atlantiche. D'altra parte la lista dei confessionali di combattimento non esaurisce certo i plotone cattolico. C'è Graziano Del Rio. C'è Dario Franceschini, che con Letta fu giovane vicesegretario del partito popolare. Franceschini è già nel ruolo del penitente: «Se un amico vero chiede una mano in un'avventura così difficile - scrive su twitter - si risponde di sì. Anche caricandosi il lavoro più difficile e meno visibile». Cioè quello dei rapporti con il parlamento. Più sportiva la neo ministra Josefa Idem: «Mi rimboccherò le maniche a servizio del paese», annuncia la campionessa. Qualcosa accadrà.I tecnici propriamente detti, la cui scelta è direttamente riconducibile al capo dello stato, sono solo tre. Ma pesano per trenta. Anna Maria Cancellieri deve lasciare il ministero dell'interno ma, sfiorato il Quirinale e ottenuto il via libera da un Berlusconi assai interessato all'argomento, si sposta alla giustizia. «È un funzionario dello stato che apprezziamo tantissimo, tant'è che la proponemmo noi come commissaria a Bologna», ha ricordato qualche giorno fa il Cavaliere. Ci sarà presto occasione di verificarlo. Il direttore generale di Bankitalia Fabrizio Saccomanni, che Berlusconi non volle come successore di Draghi in via Nazionale, precipita direttamente all'economia. Al lavoro Enrico Giovannini dell'Istat, anche lui «saggio» per Napolitano.Al Pd le briciole, ad eccezione della lettiana ministra dell'istruzione Maria Chiara Carrozza, fino a pochi mesi fa rettore della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa e molto critica nei confronti dei predecessori Profumo e Gelmini. C'è la congolese (di nascita, modenese di adozione) Cecile Kyenge, tutto il resto è manuale Cencelli applicato alle correnti: oltre a Franceschini per la corrente franceschiniana, ecco Andrea Orlando per i giovani turchi, il dalemiano Massimo Brai, il bersaniano Flavio Zanonato, il renziano Del Rio e Carlo Trigilia, professore nel giro prodiano del Mulino. Il compito di tenerli insieme è di Enrico Letta. Cinque anni fa faceva parte del governo ombra voluto da Veltroni contro Berlusconi. Adesso guida il governo vero, ma dalla stessa parte di Berlusconi.
di Andrea Fabozzi - ilmanifesto.it

Retorica dell'attentato

Improvvisamente, mentre sulle tavole degli italiani il giuramento dei ministri sfumava nell'aria sonnacchiosa della domenica, gli spari davanti palazzo Chigi tagliavano l'aria con una scossa, provocando un momento di grande tensione in tutto il paese. Subito placata dalle notizie sull'autore della sparatoria (un uomo isolato e disperato) e sulle condizioni dei due carabinieri feriti. Ma politici e informazione, anziché abbassare i toni, li hanno alzati, alimentando il solito circo mediatico, con profluvio di parole retoriche, esagerate, allarmiste. A cominciare dalle dichiarazioni del presidente del senato Pietro Grasso che è arrivato ad evocare la "strategia della tensione".
A strumentalizzare il preoccupante e grave fatto di Roma forse bastavano le accuse di Alemanno e soci contro chi osa opporsi e manifestare contro la situazione sociale. Invece sul drammatico episodio, non "tragico" (per fortuna non è morto nessuno), le televisioni hanno martellato per tutto il giorno, durante interminabili dirette. Contribuendo ad alimentare la retorica dell'attentato (sempre le stesse immagini e le stesse notizie),  interrogando i politici sull'opportunità di abbassare i toni della polemica, chiedendo ai dissidenti del Pd se i fatti di Roma avrebbero cambiato il loro voto negativo contro il governo con Berlusconi.
Dietro quanto è avvenuto c'è una verità molto semplice. A sparare contro chi rappresenta lo Stato (un ufficio pubblico a Brescia qualche giorno fa, i carabinieri di sorveglianza a Palazzo Chigi ieri), sono persone senza lavoro, sole con la loro vita distrutta. Le cronache raccontano che alla Camera del lavoro di Viareggio un sindacalista è stato minacciato con un coltello dal contabile di un'azienda. Senza dimenticare i suicidi da crisi economica. E non siamo profeti se diciamo che non è finita qui.
La violenza è oggi individuale, e spesso viene rivolta contro se stessi quando la vergogna per la povertà supera la rabbia e si sceglie di farla finita. Altro che anni Settanta. Siamo nel 2013, con i legami sociali disintegrati dalla fine della solidarietà che non trova, nella politica, nei sindacati, nella rete sociale urbana, una comunità di sostegno. Disperazione e solitudine sono l'esplosivo con cui dobbiamo confrontarci. E la politica dovrebbe essere la prima a rendersene conto. Evitando di gridare "al lupo, al lupo",  evitando di usare la povera gente per conquistare un lasciapassare, una fiducia, che al momento non ha.
di Norma Rangeri - ilmanifesto.it