domenica 18 agosto 2013

SINISTRA Il conflitto indispensabile

Poche cose di questi tempi sono incerte come il futuro della sinistra. C'è chi, come Massimo Cacciari, è persuaso che tale futuro non ci sia, e che non che non ve ne sia neanche bisogno. Altri ritengono invece che la sinistra un futuro ce l'abbia. Nel mondo in cui viviamo si è formata su scala globale una possente coalizione di minoranze che considerano disuguaglianza e privilegio oltre che legittimi, l'irrinunciabile motore della crescita e del progresso. A chi, se non alla sinistra, tocca contrastarla? 
Sul piano dei programmi, il dilemma che divide la sinistra è sempre quello. Tra chi sostiene che il capitalismo vive di privilegio e disuguaglianza e non c'è compromesso possibile. E chi pensa che il capitalismo sia contenibile e disciplinabile. La globalizzazione e le riforme ispirate dal neoliberalismo (e dalla sua variante edulcorata del New Labour) hanno complicato il compito. Ma l'esperienza insegna che qualche spazio per domare il capitalismo si può ancora trovare. Merita la lettura, ad esempio, la stimolante riflessione condotte da Salvatore Biasco in un libro apparso pochi mesi fa (Ripensare il capitalismo, Luiss University Press, Roma, 2012).
Quale che sia la scelta tra l'uno e l'altro orientamento, un punto accomuna le sinistre: lo strumento per rimuovere, o attenuare, privilegi e disuguaglianze, è la politica. Entrambe tuttavia non paiono consapevoli a sufficienza del fatto che non serve una politica qualsiasi. Chi ha da ultimo discusso sul futuro della sinistra sulle pagine di questo giornale ha invitato le sinistre radicali a convergere, addirittura su scala continentale, ad aprirsi alla società civile e alla combattiva sinistra di movimenti e associazioni che si spendono in difesa della legalità, dei beni comuni e via di seguito. Ammesso però che sia fattibile oggi quel che non si è fatto ieri, è dubbio che unificare le sinistre radicali, rendendole elettoralmente più efficaci, serva davvero allo scopo.
Non meno dubbio è che lo scopo sia perseguibile seguendo la strada che al momento percorre il partito democratico. Lasciamo perdere la sua scomposta rissosità interna. Dimentichiamo l'inaffidabilità politico-culturale di alcune sue componenti, cui di contrastare privilegio e disuguaglianza non importa un fico secco. E concentriamoci sull'opzione leaderista che il Pd coltiva in materia d'istituzioni democratiche. L'obiettivo delle riforme istituzionali per il Pd non è coinvolgere di più i cittadini nella vita politica, ma immunizzarsi dalla loro crescente estraniazione, estromettendo in pari tempo dalla competizione elettorale ogni concorrente scomodo. Tanto nell'illusione - d'impronta tecnocratica - che, una volta insediato un governo stabile, la sua efficacia sia garantita. 
In realtà, come prova il fallimento delle aspirazioni riformatrici di leader sulla carta potentissimi come Obama e Hollande, non è per nulla detto che è un'evoluzione leaderista e tecnocratica delle istituzioni sia risolutiva. La riforma sanitaria di Obama è poca cosa. Mentre Hollande si sta rivelando non meno impotente dei suoi predecessori di destra. 
Mezzo secolo fa un illustre politologo scandinavo scriveva che i voti contano, ma le risorse decidono. E di risorse le sinistre, riformiste o antagoniste, ne hanno poche. Possono vincere le elezioni. Magari con l'artificio di un sistema elettorale che trasformi il rospo di una minoranza elettorale nel principe di una maggioranza presidenziale o parlamentare. Ma non basta presidiare qualche ministero per contrastare la coalizione del privilegio e della disuguaglianza, cui si è permesso di diventare così potente da essere quasi incontrastabile. Controlla i mercati, controlla i media, ha una formidabile capacità di persuasione: persuade finanche le sue vittime che è lei ad aver ragione. Figurarsi se basta entrare nella stanza dei bottoni, tanto più che i bottoni ormai stanno da un'altra parte. 
Biasco nel suo libro rammenta che una volta c'erano lo Stato e il settore pubblico dell'economia. Il secondo in Italia è stato malamente svenduto e le pubbliche amministrazione sono state drammaticamente mortificate. Non è però affatto detto che, ove vi fossero ancora, basterebbero. Non bastano in Francia, dove l'ortodossia neoliberale e privatistica è stata applicata con assai più prudenza. Il punto perciò resta quello. La risorsa politica fondamentale di cui la sinistra, antagonista o riformatrice che sia, disponeva una volta, e che ora le manca, è l'azione politica collettiva organizzata. A Obama manca un retroterra di massa come quello di cui, grazie ai sindacati, si valse il riformismo di Roosvelt e di Johnson, e Hollande è orfano della robusta disponibilità all'azione collettiva che sostenne il riformismo welfarista delle Trenta gloriose.
Il grande assente, per essere chiari, è il conflitto sociale. Eppure, la disponibilità al conflitto persiste. Anche se lo fa per rafforzare il suo malfermo governo, non ha torto il presidente Letta quando denuncia il rischio di un autunno caldo. I disastri perpetrati dal capitalismo selvaggio colpiscono fasce sempre più ampie della popolazione, che, come testimoniano i tanti movimenti d'indignati fioriti in giro per il pianeta, non sono poi tutte rassegnate, benché la loro protesta non abbia ancora trovato un credibile sbocco politico. 
In Italia si è finora visto poco. L'indignazione si è appuntata contro il malaffare elevato a sistema. Ma sono tantissimi coloro che ne hanno abbastanza anche per altri motivi. Hanno provato in ogni modo a testimoniarlo, seppure con poco frutto. L'astensionismo di massa ha provocato solo lacrime di coccodrillo e la promessa del presidenzialismo; i voti a Grillo sono stati buttati al vento; l'esito del referendum sull'acqua pubblica è stato spudoratamente ignorato. Ne consegue che un'enorme riserva di malcontento cova nei luoghi di lavoro e nelle piazze. Quello di quanti sono stufi di pagare sulla loro pelle i costi altissimi delle truffe bancarie, dell'evasione fiscale, della spoliazione del patrimonio industriale, della devastazione della scuola, della sanità pubblica, dell'ambiente.
Prima che all'orizzonte compaia qualche altro demagogo che fabbrichi un successo elettorale sulle loro sofferenze, c'è dunque qualche possibilità che la sinistra, riformista o antagonista che sia, ricominci a parlare il linguaggio del conflitto e trasformi in azione politica le energie che potrebbero scaturirne? Ove non fosse definitivamente accecata, per una sinistra altrimenti condannata all'impotenza l'autunno caldo è, a ben pensarci, un'opportunità da non perdere.
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EGITTO - Il giorno del massacro

L’esercito reprime la protesta dei Fratelli musulmani. Stato di emergenza per un mese. El Baradei si dimette: «C’erano opzioni pacifiche per risolvere la crisi». Dopo le centinaia o migliaia di morti di mercoledì, anche oggi le vittime si contano a decine. Il «giorno della collera» si trasforma in un nuovo massacro. Le proteste internazionali non fermano la repressione 
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Papa: Fede e violenza sono incompatibili

Il Vangelo "non autorizza affatto l'uso della forza per diffondere la fede. E' proprio il contrario: la vera forza del cristiano è la forza della verità e dell'amore, che comporta rinunciare ad ogni violenza. Fede e violenza sono incompatibili". E' il monito lanciato da papa Francesco all'Angelus.
"Fede e fortezza vanno invece insieme", ha spiegato il Papa che ha ripetuto due volte il suo monito contro l'associazione tra fede e violenza. Ma quella del cristiano, ha sottolineato, "è la forza della mitezza, la forza dell'amore". Papa Francesco ha letto il brano del Vangelo in cui Gesù dice ai Discepoli: "Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No,io vi dico, ma divisione". "Che cosa significa questo - ha chiesto il Papa introducendo la sua spiegazione -. Significa che la fede non è ornamentale", "la fede comporta scegliere Dio come criterio-base della vita, e Dio non è vuoto, non è neutro". Per questo, ha proseguito Bergoglio, "Gesù dice: sono venuto a portare divisione, non che Gesù voglia dividere gli uomini tra loro, al contrario: Gesù è la pace è la riconciliazione", ma rinunciare al male e scegliere il bene, "divide, lo sappiamo, divide anche i legami più stretti". "Questa parola del Vangelo - ha quindi sottolineato il Papa lanciando il suo monito contro la violenza in nome della fede - non autorizza affatto l'uso della forza".
Poi riferendosi alle violenze del Cairo il Papa dice: "Continuiamo a pregare per la pace in Egitto. Preghiamo insieme la Regina della Pace".
ansa

Tasse dovranno scendere nel modo giusto. A febbraio terremoto politico, ora cambiamo

"La legge elettorale è il cambiamento più urgente". Così il premier, Enrico Letta nel suo discorso al meeting di Rimini in cui ha sostenuto tra l'altro che ''gli italiani puniranno tutti quelli che anteporranno i loro interessi a quello comune che e' quello dell'uscita dalla crisi''. E ha anche avvertito: ''Nessuno interrompa questo percorso di speranza che abbiamo cominciato per uscire dalla crisi''.
Il presidente in apertura del suo intervento ha sottolineato che il discorso che due anni fa Giorgio Napolitano fece al meeting di Cl ''non era normale, ha cambiato storia del nostro paese: da quel richiamo alle istituzioni 'parlate il linguaggio della verita è cominciato un cambiamento per il nostro paese e io mai avrei pensato che ci saremmo trovati oggi qui in condizione così diversa''. 'Negli stessi giorni del 2011 saliva lo spread, sembrava la fine del mondo, in queste ultime giornate gli spread sono tornati indietro a prima di quel momento cosi' drammatico. In questi due anni un percorso faticoso e doloroso si e' compiuto'', ha quindi ricordato. Poi ha detto: ''Non possiamo dire che a febbraio non è successo nulla, è successo un terremoto che ha riguardato tutte forze politiche e ha cambiato il modo di essere dei cittadini italiani. Quella è stata l'ultima richiesta alla politica di cambiare e noi non possiamo essere sordi''.
Il presidente del Consiglio ha inoltre rilevato che l'Italia ''è il paese dei guelfi e ghibellini, del tutti contro tutti'' ma ''l'identità solida non ha paura dell'incontro: si e' convincenti se si ha una visione credibile se si realizzano le cose, non si è convincenti se il consenso si usa solo per evitare che arrivi il nemico. E' modo di far politica che non mi appartiene''. In tema di politica economica il premier ha avvertito che  le ''tasse dovranno scendere nel modo giusto" e che ''l'uscita dalla crisi e' a portata di mano. E' possibile a seconda di cosa facciamo. Se guardiamo al futuro usciremo dalla crisi. Una crisi che e' stata ed e' terribile''.
Rivolto alla platea del Meeting Letta ha invitato ''l'Europa a creare lavoro accanto al rigore nei conti perchè nessuno di noi vuole fare debito. Vorrebbe dire scaricarlo sui figli. Nessuno lo farebbe a casa: perchè farlo come nazione?" Poi ha avvertito: "Tutto cio' che faremo lo faremo senza fare nuovi debiti''. Il premier ha poi detto: ''Il 2014 può essere l'anno del nuovo inizio per l'Europa, sarà cruciale in primo luogo perche' si voterà: se l'Europa non dà risposte o dà quelle sbagliate rischia di essere il parlamento più antieuropeo. Se viceversa faremo bene abbiamo le condizioni per un nuovo inizio europeo''. E quindi ha ammonito:  ''Per un nuovo inizio c'è bisogno che si rimetta la finanza al proprio posto, la crisi è nata perchè la finanza e' uscita dal proprio ruolo ed e' diventata al centro di tutto. Dobbiamo fare la lotta ai paradisi fiscali''.
Nel suo discorso il presidente del consiglio ha anche affermato: ''Noi dobbiamo rilanciare la politica alta, non ci sono grandi scelte se non c'è la politica e noi non abbiamo avuto esempi di buona politica ma tanti di mala politica. Ma non ce la facciamo senza politica: dobbiamo essere esigenti, richiedere trasparenza, costi ridotti, responsabilità e ricambio ma serve la politica alta''. Quindi in chiusura: ''Da mio nonno agronomo ho tratto l'insegnamento che gli italiani fanno le cose belle che durano. Siamo forti per questo motivo e per questo nessuno ci può battere e se vogliamo possiamo farcela''.
Lavoriamo per dare a giovani più opportunità - ''Non lasceremo soli i giovani: lavoreremo e faremo di tutto perché riescano ad avere opportunità. Quelle opportunità che altri giovani in altre parti d'Europa hanno già oggi''. Lo dice il presidente del Consiglio Enrico Letta, visitando una mostra sull'Europa al Meeting di Cl. ''Grazie a un'Europa e a un'Italia migliore - ha concluso Letta - daremo ai giovani questa opportunità''.
Napolitano,emergenza impoverimento spirituale, reagire - Davanti all'"emergenza" rappresentata da "una grave forma di impoverimento spirituale, culturale'' serve una reazione: ne è convinto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per il quale è importante il "contributo che viene ai più alti livelli dalla Chiesa Cattolica, contributo che soltanto dei ciechi possono non vedere".  
Ue: Napolitano, soffre mancato sviluppo economico e sociale - "Di che cosa è malata l'Europa? di mancato sviluppo economico e sociale". Lo afferma il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, secondo cui l'Ue "non riesce a crescere, sta perdendo velocità e competitività e questo è senza dubbio uno dei fattori fondamentali di crisi dell'Europa". Però, attenzione: la crisi che viviamo in Europa, e che è parte di una crisi globale dal 2009, viene da lontano, comincia prima. Una perdita di dinamismo dell'Europa - ricorda, in una video intervista al Meeting di Cl - è cominciata già parecchi anni fa: più o meno alle soglie del nuovo millennio. Naturalmente la moneta unica non è stata responsabile di ciò, ma non ha potuto dare tutto l'impulso che era chiamata a dare, in quanto sono mancati altri elementi fondamentali per garantire un nuovo dinamismo alla crescita economica e sociale in Europa". Ma per Napolitano "in Europa siamo in difficoltà anche perché non si è capito abbastanza da parte delle classi dirigenti che il mondo stava cambiando e l'Europa non poteva rimanere ferma. L'Europa doveva fare i conti con questo processo di trasformazione, che poi ha preso il nome di processo di globalizzazione".
Ue: Napolitano, se non unita, globalizzazione la sommerge - "Oggi non c'è più bisogno dell'Europa per garantire la pace interna. Però, c'è bisogno di essere uniti e più integrati di prima, se no l'Europa rischia di essere sommersa dal processo di globalizzazione, di perdere peso in modo drastico, di avere una voce sempre più flebile, di non riuscire ad esprimere i valori che un lungo patrimonio storico ha inciso nell'identità europea". Lo afferma il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in una video intervista trasmessa all'apertura del Meeting di Cl.