venerdì 6 dicembre 2013

La politica del paradosso

Il re è nudo. Dopo il pronunciamento della Consulta o la politica trova risorse culturali e senso di responsabilità istituzionale per varare una riforma elettorale condivisa oppure il sistema si avvita in paradossi inestricabili. E molto pericolosi. Certo, se i partiti avessero avuto, come una loro fisiologica dotazione, un qualche senso dello Stato, non avrebbero prolungato la vita di un meccanismo elettorale dal volto criminogeno.
Ma non a caso il sistema politico è in crisi. E in appena vent’anni si sono verificati (esempio unico in Europa) ben due collassi di regime con la sostituzione di partiti, di ceti parlamentari. Chi sostiene che ora è tutto incostituzionale (il parlamento, il governo, il Colle) dice una sciocchezza, con il solo intento di minare la continuità degli organi costituzionali. Come se già non ci fossero tante macerie accumulate. Comunque, ragionando alla stregua del Fatto quotidiano e del sodale Brunetta, anche la Corte costituzionale, che ha inferto il colpo micidiale a tutti i poteri dello Stato, è da ritenersi illegittima, quanto ai suoi membri di nomina parlamentare o scelti dal Quirinale.
Conviene perciò non scomodare a cuor leggero delle spinose questioni di legittimità. Tutta la storia dell’Occidente dimostra che è sempre molto rischioso trasformare i problemi politici in conflitti di legittimità. Quando in gioco entra la pregiudiziale circa la legittimità di un potere, lo spazio della politica si è ormai esaurito: nulla è più negoziabile, nessun compromesso è possibile e la parola passa all’irregolare. Le crisi di legittimità infatti le risolve di norma la dura legge del più forte. Non conviene, a soggetti politici molto screditati e fragili ma pur sempre espressione del corpo elettorale, puntare a questo esito catastrofico.
Tocca anzitutto alla maggioranza di governo cercare intese ampie per uscire dal temibile paradosso che la sentenza ha spalancato dinanzi alla Repubblica. Il sistema versa ora nella impossibilità di indire nuove consultazioni perché occorre, prima di convocare le urne, rimuovere, con un intervento o cosmesi legislativa, lo scoglio del voto di preferenza. Un regime senza la possibilità della immediata rieleggibilità dei poteri costituzionali si trova arenato in un impiccio paradossale.
Purtroppo non è una semplice antinomia logica (il parlamento se non legifera sulla preferenza non può essere sciolto, e quindi una nuova camera non può prendere il posto dell’attuale) ma una scottante antinomia politica, da spezzare al più presto per scongiurare un rovinoso tracollo del sistema. E non bastano le esortazioni. Al dover essere kantiano, con i suoi moniti solenni ma impotenti, va preferito un dover essere inteso nel senso di Machiavelli. E cioè la costruzione di una potenza effettuale di forze che avvertono il pericolo e trovano rimedi efficaci. Solo una grande politica può oggi reagire allo scacco che segue una sentenza che getta la repubblica dinanzi al dilemma: riforme o paralisi. Quale intesa è però possibile? Nella maggioranza si scontrano due istanze tra loro antitetiche. La prima è quella coltivata dal Pd, che intende lucrare il plusvalore politico che accompagna un soggetto con un potere coalizionale da riscuotere entro il gioco bipolare. E quindi il maggioritario di coalizione o di collegio si presenta come la prima carta utile. Le nuove forze di centro destra, ma anche l’area centrista, invece non intendono essere schiacciate sotto il comando berlusconiano dalla riedizione di un bipolarismo meccanico e invocano formule ispirate ad una razionalizzazione del sistema proporzionale (alla tedesca, o alla spagnola?).
La difficoltà di trovare l’accordo sulla legge elettorale è legata a queste differenti strategie politiche. Lungo la prima strada, quella del maggioritario di collegio di coalizione, il Pd potrebbe trovare delle sponde sicure in Forza Italia. E però l’incontro ravvicinato con gli eredi testamentari di Berlusconi renderebbe molto precaria la sussistenza del governo. E quindi da un accordo sulle grandi linee con gli alleati centristi e con il gruppo di Alfano è difficile prescindere. Ogni altro gesto di accelerazione metterebbe a rischio la stabilità.
Partire da un’intesa tra le forze della maggioranza, e allargare poi l’area di sostegno alle altre forze disponibili in parlamento (molto significativa è l’apertura delle opposizioni al ritorno del Mattarellum), è il tragitto più realistico e meno rischioso. In politica, si sa, i paradossi non li scioglie la logica ma il confronto agguerrito tra le parti in campo che presidiano con accanimento le loro fortezze. E se proprio non ci riescono a conciliare l’interesse ravvicinato e una strategia di sistema, dietro l’angolo non rimane altro che l’incognita di un’altra ed esplicita crisi di regime.
unita.it