venerdì 5 dicembre 2014

8 per mille, la Corte dei Conti e le mani in tasca ai Vescovi italiani

La Corte dei Conti ha denunciato con forza l’inadempienza d’informazione sui meccanismi dell’8 per mille. Un favoritismo di Stato poco chiaro e perverso che procura incassi miliardari alla Chiesa curiale. Il problema centrale resta però la genuflessione della classe politica al Vaticano. Da tutto questo si esce davvero fuori eliminando il Concordato.

di Maria Mantello 
Poco più di 3 italiani su 10 firmano per l’8 per mille alla Chiesa cattolica. Eppure questa incassa quasi il 90% dell’intero gettito miliardario grazie al truffaldino meccanismo – introdotto ai tempi di Craxi – delle ripartizioni in percentuale di chi lascia indestinato l’8‰: «in caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse», recita l’art. 37 della legge 222/ 1985, che permette alla Chiesa cattolica di fare l’asso pigliatutto.

Adesso la Corte dei Conti con la delibera 16/2014 (depositata il 19/11/2014), ha acceso i riflettori sul foraggiamento statale pro Vaticano, che gli italiani per lo più subiscono, visto che lo Stato non li informa su meccanismi e destinazioni, come ad esempio la «possibilità di destinare risorse per l’edilizia scolastica, tema molto sentito dai cittadini».

Chi firma per lo Stato, pensando di incrementare l’azione di assistenza pubblica, nella maggioranza dei casi non sa che questi denari vengono dallo Stato stornati spesso e volentieri alla chiesa cattolica per cerimonie di beatificazione, viaggi pontifici, e quant’altro. «Finalità – segnalano dalla Corte dei Conti – antitetiche alla volontà dei contribuenti». Così, si determina una «decurtazione, contraria ai principi di lealtà e di buona fede», dove «sono penalizzati solo coloro che scelgono lo Stato e non gli optanti per le confessioni, le cui determinazioni non sono toccate, cosa incompatibile con il principio di uguaglianza». In sostanza, sostiene il supremo organo di controllo dei Conti dello Stato, non è solo un tradimento della fiducia dei cittadini, ma anche della più elementare regola democratica: l’uguaglianza di fronte alla legge.

La Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei Conti, quindi, denunciando lo smistamento di «molte risorse verso enti religiosi», «l'assenza di controlli effettivi e di trasparenza sulla destinazione reale delle risorse», «l’erogazione “a pioggia” ad enti, spesso privati» ha preso una posizione forte, che dovrebbe sollecitare lo Stato quanto meno a rivedere la materia. Ma dubitiamo che questo accada, vista la diffusa e strutturale defezione di laicità da sindrome di sudditanza governativo-parlamentare ai desideri vaticani, pertanto sospettiamo che il campanello d’allarme della Corte dei Conti verrà presto silenziato. 

Tanto più che, mentre i politici nostrani sembrano nel migliore dei casi afasici quando si tratta di toccare gli interessi Vaticani, la Cei è prontamente intervenuta dalle colonne del suo quotidiano l’Avvenire (29/11/2014) per accusare la Corte dei Conti di «giudizi politici sorprendentemente netti e orientati da uno spirito anti-religioso, con una curiosa forma di comunicazione "polemica"». 

Un avviso ai naviganti del Transatlantico e di Palazzo Chigi, affinché si isolino le rimostranze dei giudici contabili e si lascino le cose come stanno. A detta dei vescovi, l’8‰ sarebbe cosa buona e giusta: «sistema "inclusivo" che soddisfa un doppio interesse: delle religioni a svolgere con serenità la propria missione a vantaggio dell’intera popolazione, e dello Stato a consolidare il clima di collaborazione con le religioni, nell’interesse del Paese». 

Vorremmo sperare ancora in qualche guizzo di orgoglioso senso dello Stato da parte dei politici, ma purtroppo siamo pessimisti. Così si continuerà a miracolare la Chiesa, lasciando mano libera alla propaganda vaticana che con i suoi suadenti spot pubblicitari vorrebbe far credere che vada tutto in carità. 

Ma la virtualità non è la realtà, e se si fosse informati, si scoprirebbe che proprio le opere caritative sono il fanalino di coda nella destinazione da parte della Cei degli incassi da 8‰, che vengono impiegati in grandissima parte per il mantenimento e la gestione degli apparati clericali. 

Vale appena ricordare i dati degli ultimi due anni. Nel 2012, dei 1.148.076.594,08 assegnati, ben 843.076.594.08 sono stati destinati al mantenimento del clero e alle spese di culto (catechesi, case canoniche, tribunali ecclesiastici, ecc.), e solo 255.000.000 sono stati impiegati in opere di carità e solidarietà sociale. Nel 2013, della quota assegnata (è in leggera flessione) di 1.032.667.596, sono stati stanziati per spese di culto e mantenimento clero ben 802.667.000, lasciando a quota 240.000.000, ovvero appena il 23% del totale, le opere di carità. 

Ecco allora, che non è più tollerabile che gli italiani non sappiano come stanno le cose! La democrazia è questione di cittadinanza consapevole e attiva. Una politica alta, al di sopra e non sotto i confessionalismi. Per l’interesse del Paese, i cui interessi non è detto che collimino con quelli della Chiesa cattolica. 
Micromega Online

Capitale corrotta, nazione infetta. È tempo di rifondare la politica. Con la battaglia delle idee e la mobilitazione

L’inchiesta sulla cupola che dettava legge a Roma svela un osceno intreccio tra malaffare, criminalità organizzata e classe politica, di governo come di opposizione. È tempo di rifondare la politica. Con la battaglia delle idee e la mobilitazione.

di Angelo d’Orsi


"Capitale corrotta, nazione infetta": era il titolo, divenuto presto famoso, di una mirabile inchiesta de “l’Espresso”, apparsa l'11 dicembre 1955. L'articolo era firmato da Manlio Cancogni, grande letterato e giornalista (bellissimo il suo libro "Squadristi" del 1972, abile fusione di giornalismo e storiografia). L'inchiesta documentava, in modo efficace e accorato, gli illeciti negli appalti immobiliari di Roma, nei quali, tra l'altro, era coinvolta una società immobiliare del Vaticano. Ne nacque uno "scandalo" che forse non servì a cambiare il quadro politico, ma se non altro scosse la pubblica opinione, anche se poi ci pensava Lascia o raddoppia? e i festival canori a riaddormentarla.

Allora, appunto, si chiamavano "scandali", per indicare l'eccezionalità di quegli eventi. Oggi, come constatiamo, sono la norma, l'indefettibile regola della nostra quotidianità: la collusione tra malaffare, criminalità organizzata, classe politica. “Capitale corrotta, nazione infetta”: le notizie provenienti da Roma, che si rivela una cloaca maxima, sono sconfortanti, avvilenti. Ovviamente vi sono coloro che – i Salvini di turno – si fregheranno le mani, ripetendo il "Roma ladrona", loro che a Roma ci sono, come sono a Bruxelles, e in ogni ganglio del potere, condividendone gioie e nefandezze.

Lasciamoli gongolare, mentre le Procure della Repubblica mandano, ormai settimanalmente, avvisi di garanzia che svelano la capillare presenza di mafia e ndrangheta nelle imprese e nelle pubbliche amministrazioni del Settentrione. La vicenda dell’Expo 2015 è sintomatica. E che si sia dovuto ricorrere a una sorta di controllore supremo, che dovrebbe controllare coloro che controllano, ossia garantire la pulizia degli appalti, è incredibile: la prova che la legalità rappresenta ormai, in questo sventurato Paese, l’eccezione, un lontano, fumoso obiettivo da perseguire, ricorrendo a mezzi straordinari, invece che il binario sul quale dovrebbero muoversi le amministrazioni pubbliche.

A Roma certo il panorama emerso da questa ultima inchiesta giudiziaria è particolarmente fosco e svela un osceno intreccio tra mafia, fascisti, imprese, ceto politico; di “governo” e di “opposizione” (!?). Dietro le medagliette di “Roma Capitale”, sotto i lustrini rutelliani, veltroniani, e poi alemanniani, ecco che una volta di più il cuore del Paese si rivela un maleodorante pozzo di nequizie, di corruzione, di oscenità. Basta ascoltare le registrazioni delle telefonate fra alcuni di codesti infimi personaggi che erano i capi della cupola fasciomafiosa. Lo schifo che si prova è difficile da descrivere, ma sento che tutti lo condividono. Lo schifo tocca il culmine quando si scopre che i neofascisti che di giorno predicano contro i rom e in generale migranti etc., poi facevano affari nella gestione dei campi rom e dei centri di “accoglienza”. Ricorda le impagabili scelte politico-finanziarie della dirigenza della “Lega Nord-Padania” che tuonava (e tuona) contro i migranti e poi investe in lingotti d’oro in Tanzania. Vero, Salvini?!

Eppure, non dobbiamo trarre la conclusione che fra destra e sinistra non ci sia differenza: la differenza, concettuale, sul piano insomma della teoria politica, esiste eccome! Il fatto è che non esiste (quasi) più una sinistra nelle istituzioni rappresentative. Certamente, anzi certissimamente, il Partito Democratico (una denominazione che oggi suona grottesca, davanti ai comportamenti personali e alle linee politiche del ducetto Matteo Renzi) non ha nulla a che fare con l'identità politica della sinistra, e ha reciso ogni legame con la stessa memoria della sinistra. Basti il cosiddetto “Jobs Act” (siamo moderni, parliamo inglese, of course), che, come ha autorevolmente asserito Luciano Gallino (il migliore analista della società e dell’economia che abbiamo oggi in Italia), nella bella intervista qui concessa a Giacomo Russo Spena, è una riforma di destra. Punto.

È invece vero, in certo senso, ahimè, il motto che in queste ore, per l'ennesima volta, corre sulle labbra di tanti cittadini italiani: "sono tutti uguali". Viene alla mente la scena di “Palombella rossa”, di Nanni Moretti, quando il protagonista (Moretti stesso, ovviamente), dice, tra il comico e il disperato, chiedendo per la sinistra la chance del governo: “noi siamo diversi, noi siamo uguali a tutti gli altri…”. Era il 1989, e si stava consumando l’eutanasia del PCI, sotto l’insipiente regia di Achille Occhetto. Il punto finale è il PD di Renzi. Sono tutti uguali, dunque? Sì, è vero, lo sono: nel senso che la tensione etica della politica è ormai defunta, e seppellita; e che la quasi totalità dei componenti del ceto politico appare tristemente unificata dalle più miserabili ambizioni personali: lo stipendio, la pensione cumulabile, i piccoli e grandi privilegi della "casta" e così via. La cosa è giunta ormai a uno stadio inemendabile. Forse occorre pensare a "rottamare" non tanto, non solo comunque, la classe politica, le persone, bensì la politica, questa politica, e rifondarla. Il Movimento 5 Stelle aveva enunciato enfaticamente, in modo sguaiato e deliberatamente impolitico, questo obiettivo e ha dato a tanti questa illusione, ma la sua leadership (ducesca, anch'essa, con l'alibi della "Rete") le ha sbagliate tutte, ma proprio tutte, e lo spettacolo che in queste settimane il Movimento sta regalando anche ai suoi sostenitori è assai triste, anche se, va detto, rimane la sola vera forza di opposizione in Parlamento, accanto a quel che rimane di SEL, a sua volta avviata a un mesto, inesorabile declino, sotto la guida di un leader ormai giunto a fine corsa, dopo aver anch’egli suscitato speranze e illusioni.

Quanto alla sinistra, quella più o meno autentica, la “vera” sinistra, che oggi fa capo alla Lista Tsipras, dopo aver agguantato, per il rotto della cuffia, i tre seggi europei (e aver dato un penoso spettacolo, sia nelle trattative per arrivare alle liste, sia subito dopo), appare impantanata, a essere generosi. Esistono movimenti, per fortuna, numerosi e variegati, e da loro forse occorre ripartire. Ma ricordando che senza organizzazione non si fa la rivoluzione. E questa, la "rivoluzione", davanti alla capitale corrotta di una nazione infetta, è forse davvero la sola via d'uscita. Poiché la parola appare anacronistica, occorre pensare nuove, diverse modalità: Antonio Gramsci, nel carcere fascista, aveva capito che "la rivoluzione in Occidente" non può più essere l'assalto frontale (la Bastiglia del 1789 o il Palazzo d'Inverno del 1917), ma il risultato di un processo di costruzione di una "contro-egemonia". Anche se il protagonismo della piazza oggi è ritornato, e ne va tenuto conto: insomma, la battaglia delle idee va affiancata dalla mobilitazione. Il risultato deve essere il cambiamento dei rapporti di forza. Il popolo degli schiacciati, degli affamati, degli sfruttati, degli umiliati e offesi dal potere, deve riscattarsi, e creare nuove forme politiche organizzate, e dar vita a una nuova leadership dal basso. Impresa disperata? Intanto, capitale corrotta, nazione infetta.

(3 dicembre 2014)
micromegaonline

domenica 30 novembre 2014

Stabilità, la Camera vota la fiducia

La Camera ha votato la fiducia al governo sulla legge di stabilità. I deputati si sono trovati di fronte a tre votazioni distinte su altrettanti articoli in cui il provvedimento è stato spacchettato, assicurando in tutte e tre le richieste il pieno sostegno al governo.

Domenica mattina Montecitorio si troverà di nuovo riunito per dare il via libera al testo in sé, così come modificato dalla Commissione Bilancio. Il week end è dunque di pieno lavoro e rappresenta, secondo Matteo Renzi, "un bel messaggio" per tutto il Paese che lavora.

Dalla prossima settimana il testo approderà dunque al Senato dove sono ancora molti i nodi da sciogliere. Innanzitutto la partita fiscale, dagli aggiustamenti sull'Irap a quelli sui minimi e le partite Iva. Il governo dovrà inoltre prendere una decisione sulla tassazione dei rendimenti dei fondi pensione e della rivalutazione del Tfr. La questione, alquanto spinosa e tuttora irrisolta, è stata rimandata al Senato proprio per avere più tempo di analisi e di confronto tra chi all'interno dell'esecutivo (e soprattutto a Palazzo Chigi) vorrebbe mantenere l'aumento previsto dal ddl così com'é, cioè al 26%, e chi invece, considerando i fondi pensione non come una rendita
ma - appunto - come un trattamento previdenziale, punterebbe ad
attutire l'incremento. 

Sul tavolo c'è poi il nodo casa. Ncd continua a farne uno dei suoi cavalli di battaglia, chiedendo a gran voce, e in alcuni casi promettendo, una risistemazione dell'attuale sistema di tassazione. Il governo è fortemente intenzionato a raggiungere una semplificazione distinguendo nettamente, con la local tax, i due livelli di tassazione: comunale e centrale. L'accorpamento di Imu e Tasi porterebbe infatti con sé anche un trasferimento ai Comuni del gettito Imu sugli immobili di categoria D (i capannoni) e allo Stato dell'addizionale Irpef, che andrebbe così a "ricongiungersi" con l'imposta sul reddito. Un fattore questo tecnicamente complesso, considerando soprattutto il fatto che nelle intenzioni del governo la nuova tassa dovrà essere introdotta ad assoluta parità di gettito, non facendo quindi pagare agli italiani nemmeno un euro in più. Per le aliquote dovrebbe essere previsto un range compreso tra il 2,5 e il 5 per mille per la prima casa e tra l'8 e il 12 per mille sulla seconda. Per le detrazioni si partirebbe invece da 100 euro.  

Al Senato si dovrà inoltre affrontare anche la partita Regioni, cercando di alleggerire l'impatto della spending review da 4 miliardi imposta dal governo e dovrà essere trovata una soluzione per i dipendenti delle province. Possibile infine che, dopo il caso vaccini anti-influenzali, la legge di stabilità diventi anche il veicolo per ridurre i tempi e porre sanzioni stringenti sulla farmaco vigilanza.
avvenire.it

sabato 29 novembre 2014

Una famiglia su 4 senza tredicesima, allarme...

Aumentano le famiglie che non possono contare sulla tredicesima. Un italiano su quattro, secondo un sondaggio Confesercenti-Swg, dichiara infatti di non avere nel proprio nucleo familiare nessuno che benefici dello stipendio in più, contro il 22% dello scorso anno. In generale, comunque, grazie alla bassa inflazione e agli aumenti contrattuali le tredicesime quest'anno ammonteranno a 42,3 miliardi, in aumento dello 0,6%, pari a 8 euro in più per ogni lavoratore. 12,8 miliardi finiranno però in mutuo e conti in sospeso.

Il 2014 - per il sondaggio - è stato un anno difficile in cui la situazione dell'Italia è peggiorata, ma il Natale è sempre il Natale e le famiglie spenderanno per i regali 7 miliardi di euro, 270 milioni in più rispetto allo scorso anno, anche se preferiranno la convenienza alla qualità. Il 47% degli italiani si avvicinano alle festività con un atteggiamento "speranzoso". A dare una mano saranno le tredicesime, pari a 42 miliardi (in media +8 euro a lavoratore)
Malgrado l'aumento della spesa, solo il 14% degli intervistati del sondaggio afferma di voler spendere di più per i regali rispetto alle festività dello scorso anno, mentre il 31% opta per una spesa in linea con il 2013 ed il 55% sceglie invece, per quest'anno, di spendere meno. Tra gli italiani permane, quindi, un atteggiamento di grande prudenza e quest'anno la convenienza sarà la parola d'ordine per destreggiarsi tra le vie dello shopping natalizio: il 71% del campione risponde, infatti, che si potrà permettere regali convenienti per festeggiare, mentre solo il 16% preferirà regali di qualità per i propri cari ed, infine, un 13% ammette che non potrà permettersi nessun regalo.
Per i più piccoli si tenderà, però, ad orientare la scelta verso regali utili, come evidenzia la scelta del 43% del campione, ma un 31% non rinuncia alla tradizione dei giochi di una volta ed, infine, un 12% che opterà per sorprese tecnologiche. Il 60% degli italiani, comunque, ridurrà le spese natalizie. Il piccolo aumento delle tredicesime, dovuto alla bassa inflazione e agli aumenti contrattuali, sarà un sollievo, ma solo per alcuni: ben un italiano su quattro, infatti, dichiara di non avere nel proprio nucleo familiare una persona che beneficia dello stipendio in più. Inoltre ben 12,8 miliardi serviranno a pagare mutui e conti in sospeso. Ma i regali che gli italiani vorrebbero trovare sotto l'albero non si comprano con le tredicesime: il 35% vota per la riduzione della disoccupazione, il 30% per un calo delle tasse, il 24% per un contenimento di privilegi e abusi.
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Scie chimiche, ebola e vaccini. Quando la politica strizza l’occhio ai creduloni Il web è il medium perfetto per il complottismo

di
Fabio Tognetti - greereport
complotto cospirazione
Non abbiamo più scampo, è la fine. Centinaia di aerei cisterna solcano quotidianamente i nostri cieli rilasciando nell’aria un reticolo sterminato di scie bianche. Pensate che siano semplici scie di condensa? Macché, il vapore acqueo non c’entra niente! Quelle scie sono composte da tonnellate di metalli pesanti, virus letali, batteri contaminanti e altre orribili schifezze. Sono le scie chimiche, il più terribile complotto che la storia umana ricordi, frutto di un piano segretissimo portato avanti da un Governo ombra, che spietatamente persegue il suo obiettivo: instaurare un nuovo ordine mondiale, rappresentato dall’acronimo NWO (New World Order). Per fare questo, occorre, nell’ordine: sterminare gran parte della popolazione umana, perché siamo ormai troppi sulla faccia della terra. Controllare le menti, per indurre tutti alla cieca obbedienza ogni umano. Manipolare a proprio piacimento il clima, scatenando uragani o siccità a seconda dell’occasione, per colpire nazioni e città nemiche.
E le scie chimiche sono lo strumento per compiere tutto questo. I cambiamenti climatici, mi spiace dirlo, non sono certo dovuti alle emissioni in atmosfera di CO2 e di altri gas serra, come credono gli sciocchi. Tutt’altro. I cambiamenti climatici proprio non esistono, sono solo una bugia, diffusa ad arte dai disinformatori prezzolati, dagli ambientalisti corrotti, dagli scienziati indottrinati per mascherare e nascondere la terribile verità delle scie chimiche.
Questa è, più o meno, la teoria delle scie chimiche (in inglese chemtrails): una delle tante bufale – una volta si diceva leggende metropolitane – che circolano sul web, insieme ad altre amenità sull’11 settembre, HAARP, i Rettiliani, i vaccini, ebola, ecc. 
E’ una teoria priva di fondamento scientifico, ma per sbugiardarla non serve essere scienziati, basterebbe un po’ di buonsenso. Infatti, un complotto globale di così larga scala, implicherebbe il coinvolgimento di milioni di persone: le compagnie aeree, i piloti, gli aiuto piloti e gli assistenti di volo, i controllori, gli addetti ai trasporti, gli addetti alla manutenzione degli aerei, i tecnici, i progettisti. E poi le industrie chimiche e quelle farmaceutiche produttrici dei veleni irrorati nei cieli, e quindi la dirigenza delle aziende, gli operai, i ricercatori, gli addetti al trasporto dei materiali e al carico sugli aerei. Ma anche i governi, nazionali e locali, le forze dell’ordine, gli eserciti, l’aviazione, gli addetti delle dogane, i magistrati. Senza contare tutti i tecnici delle ASL, delle Arpa, delle Università, delle stazioni meteorologiche, pagati per tacere sulla terribile verità. E poi i giornalisti, i divulgatori scientifici, i conduttori TV, gli ambientalisti pagati per raccontare frottole. Infine, ovviamente, i familiari di tutte queste persone. Tiriamo le somme: come minimo siamo, appunto, a qualche milione di persone.  Possibile che un complotto così immenso, macchinoso, spietato, costosissimo e anti-economico, possa realmente funzionare? Ma per piacere.
Come per tutte le altre teorie del complotto, quella delle scie chimiche può essere presa per boutade sulla quale farsi qualche sana risata, come fa l’esilarante pagina Facebook Protesi di Complotto. Però, ci sono aspetti non secondari sui quali soffermarsi.
Il primo è lo stretto legame tra il complottismo e i social media. Digitate le parole scie chimiche su Google: avrete 575.000 risultati. Prima dell’avvento di Facebook, Youtube, ecc., le teorie del complotto, che, si badi bene, sono sempre esistite, erano limitate a una nicchia abbastanza ristretta di popolazione, potendosi “trasmettere” per lo più oralmente. Oggi invece si assiste a un’incredibile diffusione di queste teorie che sfruttano perfettamente il connubio di possibilità offerte dalla rete: le teorie trovano spazio su siti e blog, vengono approfondite su Youtube e trovano la cassa di risonanza ideale in Facebook, diffondendosi in modo virale. Ma ancora non basta a spiegare il successo dei complottisti. Infatti, se la rete è il medium perfetto, va detto che molte persone sono ben predisposte ad accogliere queste teorie. La diffidenza (e in molti casi l’aperta ostilità) nei confronti di ogni forma di mediazione culturale o scientifica (insegnanti, medici, scienziati, giornalisti, politici), il senso di angoscia e di paura delle persone – legato anche alla crisi economica in corso – spalancano le porte alle teorie del complotto. Esse forniscono una chiave di lettura facile per spiegare praticamente ogni cosa: dal mal di pancia alla guerra in Iraq.
Risultato: le teorie complottistiche hanno raggiunto una popolarità molto elevata (si veda questo recente studio sulla diffusione delle teorie del complotto negli USA), tale da modificare significativamente i comportamenti della popolazione. Si veda, per esempio, il crollo delle vaccinazioni in Italia a causa della disinformazione, oppure si pensi a come lo sciachimismo implichi il negazionismo dei cambiamenti climatici antropogenici.
Il secondo è che non è raro che il complottismo trovi una sponda, più o meno consapevole, più o meno interessata, nella politica. Wikipedia elenca ben 14 interrogazioni parlamentari sul tema in Italia, quasi tutte del Pd, l’ultima dell’onorevole Scilipoti. Lo scettro del partito maggiormente complottista è però attualmente detenuto dal Movimento 5 Stelle, che ospita campioni del calibro di Paolo Bernini, Carlo Sibilia, Monia Benini.
Ma l’ultimissima chicca è quella del consigliere della Regione Toscana, Gabriele Chiurli (già in forza alla Lega Nord, ora gruppo misto, ecco qui il suo significativo curriculum vitae), che il prossimo 19 dicembre organizzerà un convegno sul tema, presso nientepopodimeno che la Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio, a Firenze.
Del resto cosa non si farebbe, pur di raccattare qualche voto? E il voto di un complottista vale quanto quello di una persona di buonsenso.

giovedì 27 novembre 2014

Regin, il virus spia creato dagli 007 occidentali

Un virus informatico capace di spiare i pc dei "nemici", creato da un gruppo di 007 né russi o cinesi (normalmente incolpati di simili nefandezze) ma da una task force di un Paese occidentale. Qualcuno ipotizza addirittura da un'alleanza tra Usa e Inghilterra.
Lo ha scoperto nei mesi scorsi la società specializzata in sicurezza Symantec e lo ha battezzato Regin. Da sei anni ruba informazioni dai computer di tutto il mondo, indisturbato, prendendole ai governi, ai gestori telefonici e ai suoi utenti, alle imprese grandi e piccole e ai privati cittadini. Da dove venga e chi lo ha programmato resta un mistero. «Ha una struttura che mostra una competenza tecnica molto avanzata e questo fa pensare che venga utilizzato come strumento di spionaggio e sorveglianza dalle agenzie di intelligence, su commissione di uno o forse più governi».
Regin è pericoloso anche perché è "introvabile". Cioè sfugge ai normali programmi antivirus.

Secondo un primo report diffuso da Symantec, l'obiettivo
preferito da Regin sono stati i provider di servizi internet (48%),
seguiti dalle dorsali di telecomunicazioni, dove transitano le
informazioni mentre si naviga (28%).  Ad essere più colpita dal virus, tra i Paesi del mondo, è la Russia con il 28%. Poi l'Arabia Saudita col 24%. 

Le possibilità di questo malware pare siano incredibili: può
prendere informazioni da un computer, come i dati della carta dicredito salvati dopo una transazione o le credenziali di accesso di un account Facebook. Può scattare un'istantanea di quello che l'utente sta visualizzando sullo schermo. Può carpire una telefonata, un messaggio ricevuto o spedito, oppure entrare in una rete aziendale da remoto e prendere informazioni sensibili. Il tutto con un sistema efficientissimo che ha permesso al virus di rimanere nascosto dal 2008.
«Quello che sta succedendo - ha spiegato l'esperto Forzieri all'AdnKronos- è quello che spesso si pensa possa accadere solamente nei film. Invece è pura realtà».
avvenire.it

Italia-Londra solo andata. Famiglie in fuga per la crisi


Non solo studenti in cerca di fortuna o giovani manager disposti a tutto per scalare i piani alti dei grattacieli della City. A Londra, ultima spiaggia della crisi italiana, son sbarcati anche Salvatore, Flavia, Giuseppe. Figli e disperazione a carico. Salvatore, oltre che coi piccoli di 8 e 10 anni, è partito da Siracusa addirittura con la madre ultrasettantenne e il fratello «ma non c’era scelta, ci siamo mossi per questione di sopravvivenza». Nel senso che, rimasto a casa in mobilità lui, di soldi per vivere non ce n’erano più abbastanza. Giuseppe di ragazzi ne ha tre: «Hanno 25, 23 e 22 anni, sono tutti disoccupati e non conoscono l’inglese. Qui forse avranno una possibilità...». Addio Italia: se è vero (e le stime sono quelle dell’ambasciata) che ogni due giorni a Londra atterra un aereo carico di connazionali per sommarsi agli oltre 500mila presenti in città – una città come Genova trasferita d’un colpo all’estero –, tra questi sempre più spesso ci sono famiglie. Segnate dalla disoccupazione o dal divorzio, stremate dalla povertà. Più spesso, semplicemente, prive di altre vie d’uscita. 

«Ho 46 anni, sono rimasta sola con un ragazzino di 13 anni. Col mio stipendio non arrivo nemmeno a metà mese, non ho nessuno. E mio figlio io voglio mantenerlo». La lettera finisce nel mazzo, sul tavolo della St Peter’s church. Cosa c’entra, una parrocchia, con il boom di emigrazione italiana a Londra bisogna chiederlo a Francesco Di Rosario. Che di mestiere fa l’ingegnere civile, ma nel tempo libero ha deciso di aiutare quelli che – come lui 7 anni fa – arrivano in città e non sanno da che parte girarsi. «Londra come Lampedusa», esagera lui. «Di naufragi qui non ce ne sono, è ovvio, ma l’umanità che incontriamo è ugualmente interrotta, azzerata». La verità è che un paio d’anni fa, nella chiesa italiana più antica della città, si affacciava una decina di italiani al mese. Ora dieci, a volte quindici sono le richieste di aiuto a settimana. Secondo gli ultimi dati elaborati da Migrantes e incrociati con quelli dell’Aire (l’Anagrafe della popolazione italiana residente all’estero) soltanto nel 2013 gli italiani partiti alla volta del Tamigi sono stati quasi 13mila. Nel 2012 la conta si era fermata a 7.500. Un’impennata silenziosa del 71% in un anno.

Il problema? A Londra – magnificata dai media nostrani, tutta finanza e famiglia reale – nell’80% dei casi si arriva senza sapere dove e come vivere il giorno dopo. «E magari pensando che l’inglese imparato alle superiori basti per arrangiarsi». Quando poi ci sono dei bambini di mezzo, l’avventura diventa emergenza. «Col nostro progetto stiamo cercando di intercettare proprio questo flusso di “disperati” – spiega Francesco –. Mi riferisco a quelli che partono all’improvviso, spesso senza avere nemmeno i soldi per tornare se qualcosa dovesse andare storto. A loro, cui chiediamo di contattarci per mail e raccontarci la loro storia, diciamo prima di tutto di aspettare, di non partire». Troppo tardi, per molti. E "Benvenuto a bordo", il progetto della St Peter’s church, assomiglia più a un’àncora di salvezza che a un biglietto di ingresso. Lo sportello, che ha aperto otto mesi fa, svolge la sua funzione soprattutto online: opuscoli e miniere di dati orientano gli italiani desiderosi di trasferirsi a Londra. Cattolici e non, s’intende: il servizio è aperto a tutti. Ci sono istruzioni per l’uso di ogni genere: per imparare la lingua, cercare una casa, sostenere un colloquio di lavoro, telefonare e muoversi coi mezzi pubblici. «E poi ci sono le informazioni specifiche per le famiglie – spiega Francesco –. Molti quando arrivano a Londra pensano che iscrivere i figli a scuola o portarli dal pediatra sia immediato, come avviene in Italia. Non è così e il rischio è quello che i piccoli restino tagliati fuori, per esempio dal sistema educativo, che in Inghilterra ha costi elevati».

Il sito filtra le richieste, ma non basta. In assenza d’altri punti di appoggio (solo il consolato ha avviato un suo progetto in collaborazione con quello della chiesa, che si chiama "Primo approdo"), gli italiani finiscono per sbarcare alla St Peter’s anche fisicamente: «Organizziamo un incontro ogni martedì. Noi siamo un gruppo di volontari, ci alterniamo nella gestione del sito e nell’accoglienza dei connazionali, facciamo quello che possiamo», spiega Francesco. Vaglielo a spiegare, a quelli che arrivano con la valigia, che alla St Peter’s non si può dormire e che il parroco – padre Andrea Fulco ha sostituito da poco il vulcanico padre Carmelo di Giovanni, rientrato a Roma per raggiunti limiti di età – non trova lavoro. «C’è gente che arriva qui direttamente dall’aeroporto, senza aver pensato a una sistemazione per la notte per sé e per i figli. Ora, visto la mole impressionante di richieste, abbiamo messo a punto un volantino salvavita che si può scaricare sempre dal sito o ritirare in parrocchia: ci abbiamo condensato tutte le dritte e i consigli per chi arriva a Londra». 

E poi ci sono quelli che, prima che in chiesa, sono finiti nella ragnatela delle truffe e dei raggiri: sul web fioccano siti di agenzie che propongono invitanti pacchetti “tutto compreso” (viaggio, sistemazione e perfino lavoro). «Abbiamo trovato annunci che, in cambio di 400 sterline, offrono agli italiani un posto letto e un contratto. Ovviamente, una volta dato quell’anticipo, l’agente sparisce coi soldi e il link si dissolve», spiegano i ragazzi della St Peter’s. Il fenomeno delle truffe cresce con l’emigrazione italiana «e ciò che è più triste – racconta ancora Francesco – è che la maggior parte di queste agenzie sono gestite proprio da italiani. Il nostro vademecum vuole aiutare chi arriva anche a non cadere in certe trappole: per esempio aprire un conto corrente in Inghilterra è un’operazione che si può fare da soli, in pochi minuti». Le agenzie, invece, vendono anche quel servizio: 30 o 40 sterline. Una ragazza vaga nell’atrio col foglio in mano: «Tutto utilissimo, ma ora non so dove andare...». Si chiama Linda, ha 20 anni. Francesco le chiede come pensava di fare, per la notte. Lei abbassa la testa e resta in silenzio. «Questa è la parte più difficile. Potete scriverlo per favore, sul giornale, che Londra non è l’Eldorado e che prima di partire bisogna almeno pensare?»
avvenire.it

Precari nella scuola, la Ue: vanno assunti

La Corte di giustizia europea ha bocciato oggi il sistema delle supplenze utilizzato nella scuola statale italiana. "La normativa italiana sui contratti di lavoro a tempo determinato nel settore della scuola è contraria al diritto dell Unione" si legge in una nota della Corte di giustizia Ue di Lussemburgo pubblicata oggi. "Il rinnovo illimitato di tali contratti per soddisfare esigenze permanenti e durevoli delle scuole statali non è giustificato," si legge nella nota. "La normativa italiana non prevede alcuna misura che limiti la durata massima totale dei contratti o il numero dei loro rinnovi," spiega la nota, aggiungendo inoltre che "la normativa italiana non prevede alcuna misura diretta a prevenire il ricorso abusivo a una successione di contratti di lavoro a tempo determinato". 

La sentenza odierna della Corte segue un ricorso presentato da Raffaella Mascolo e Carla Napolitano e altri colleghi assunti in istituti pubblici come docenti e collaboratori amministrativi in base a contratti di lavoro a tempo determinato stipulati in successione. Si tratta di casi di supplenti che hanno lavorato per almeno 45 mesi, seppure non necessariamente in modo continuato, per un periodo di 5 anni. I supplenti hanno contestato nelle corti italiane la legalità di tali contratti, chiedendo "la riqualificazione dei loro contratti in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, la loro immissione in ruolo, il pagamento degli stipendi corrispondenti ai periodi di interruzione tra i contratti nonché il risarcimento del danno subito". 

Secondo le stime riportate dalla Corte in una nota stampa, il personale della scuola pubblica assunto con contratti di supplenza sarebbe tra un terzo e due terzi del totale per quanto riguarda le posizioni amministrative, tecniche e ausiliarie, e sarebbe tra il 13% e il 18% della forza lavoro per quanto riguarda i docenti per il periodo tra il 2006 e il 2011. Nella sentenza odierna la Corte sottolinea che la normativa europea prevede che ci siano sanzioni per prevenire e punire abusi nei contratti di lavoro e sottolinea che non è possibile escludere il risarcimento per le vittime di tali abusi, come invece di fatto prevede la normativa italiana. La Corte chiede quindi che l'Italia introduca un tale sistema, ma in nessuna parte della sentenza, tuttavia, si dice che l'applicazione di tale sistema di risarcimenti debba essere applicato in modo retroattivo. 

La sentenza fa esultare i sindacati. "Ora 250mila precari della scuola "possono chiedere la stabilizzazione e risarcimenti per due miliardi di euro, oltre agli scatti di anzianità maturati" scrive l'Anief, l'Associazione professionale sindacale commentando la decisione della Corte di giustizia europea. Il sindacato annuncia ricorsi per l'applicazione del principio della parità di trattamento impugnando i decreti di ricostruzione di carriera che riconoscono solo parzialmente il servizio pre-ruolo. "Adesso sfidiamo il Governo a dare immediata attuazione alla sentenza stabilizzando tutti i precari e non solo quelli iscritti nelle graduatorie a esaurimento. Ma non ci fermiamo qui" ha detto il segretario generale della Flc-Cgil Mimmo Pantaleo. "La Corte Giustizia Europea - ha sottolineato - ha deciso che i precari della scuola con più di 36 mesi di servizio hanno diritto all'assunzione a tempo indeterminato. La sentenza è destinata a fare da apripista e dare una speranza alle centinaia di migliaia di precari di tutte le pubbliche amministrazioni.
avvenire.it

mercoledì 12 novembre 2014

E il parroco disse ai fedeli: "Mi sposo"


L'annuncio di don Mario Marchinu, 56 anni, parroco della chiesa di Santa Maria delle Grazie ad Arezzo. Lascia il sacerdozio dopo 27 anni
AREZZO — Ha convocato i suoi parrocchiani in chiesa via e-mail per una non meglio specificata assemblea. E una volta davanti a loro, ha confessato di essersi innamorato e di aver deciso di cambiare vita e di sposarsi.
Protagonista della vicenda riportata dalla cronaca locale de La Nazione è don Mario Marchinu, 56 anni, appartenente all'ordine dei carmelitani e parroco di Santa Maria delle Grazie, una delle chiese più importanti di Arezzo
Sardo di origine ma ormai trapiantato nella cittadina toscana in tutto il suo cammino clericale, don Mario ha spiegato che il legame affettivo con la donna, iniziato ormai da qualche tempo, è cresciuto al punto da convincerlo a dire stop, dopo 27 anni, al sacerdozio. Secondo quanto riportato da La Nazione i fedeli avrebbero accolto la notizia tra sgomento e incredulità e avrebbero affermato di non aver mai sospettato niente.
Poche ore prima la stesas notizia era invece stata data direttamente all'arcivescovo Riccardo Fontana. "Certo - sono le parole che ha affidato al quotidiano - è un grande dolore prima di tutto per aver perso sul piano pastorale un fratello con il quale avevamo condiviso tante iniziative.  E al tempo stesso il dolore per non averlo saputo prima, negli anni o mesi nei quali la novità si era affacciata".
toscanamedianews

Un anno e 4 mesi di reclusione a don Antonino Cappellari

RAGOGNA. Un anno e 4 mesi di reclusione a don Antonino Cappellari, 74 anni, e 2 anni di reclusione e 2 mila euro di multa a Gilberto Bortoluzzi, 43. Con concessione, per entrambi, del beneficio della sospensione condizionale della pena.
È la sentenza con la quale il gup del tribunale di Udine, Roberto Venditti, ha chiuso il processo sulla clamorosa sparizione di non meno di 870 mila euro: soldi che pre Tonin aveva in parte sottratto ai conti delle parrocchie di Muris e Ragogna e in parte attinto dai suoi stessi risparmi e che aveva interamente consegnato a Bortoluzzi.
Cappellari era accusato di appropriazione indebita e malversazione ai danni dello Stato, mentre Bortoluzzi rispondeva di ricettazione (per avere ricevuto somme di illecita provenienza) e simulazione di reato (per avere falsamente dichiarato in sede d’interrogatorio di averne avuto bisogno, perchè vittima della truffa di un intermediario finanziario).
Nel concludere la discussione, il pm Raffaele Tito aveva chiesto 2 anni e mezzo per il primo e 3 anni e 4 mesi per il secondo. Non prevedendo, quindi, alcuna sospensione condizionale. Il processo è stato celebrato con rito abbreviato e ha quindi garantito a entrambi gli imputati lo sconto di un terzo della pena.
I difensori, avvocati Massimo Cescutti (per il parroco) e Luca Francescon (per il parrocchiano) attenderanno di leggere le motivazioni della sentenza (il deposito è stato fissato entro 60 giorni), prima di decidere se impugnarla o meno davanti alla Corte d’appello.

Pre Tonin, nel frattempo, ha già provveduto a definire le proprie pendenze con la Regione e con la Curia. Per la parte di denaro sottratto alle casse delle parrocchie, infatti, si trattava di contributi che l’amministrazione regionale aveva concesso all’Arcidiocesi per la ristrutturazione della casa canonica.
fonte: messaggeroveneto

La sonda di Rosetta atterrata sulla cometa

È arrivata sulla sua cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko il lander Philae della sonda europea Rosetta. La missione al momento rappresenta un grande successo perché, per la prima volta in assoluto nella storia, uno strumento costruito dall'uomo ha toccato la superficie di una cometa. La sonda Rosetta ha viaggiato per oltre 6 miliardi di chilometri nello spazio per raggiungere la sua cometa bersaglio. La conferma dell'arrivo del lander sulla cometa è arrivata dal Centro dell'Agenzia spaziale europea Esoc, di Darmstadt, in Germania dove c'è la sala di controllo che sta monitorando questa grande sfida europea tecnico-scientifica nella quale l'Italia, attraverso l'Agenzia spaziale italiana ha fornito un sostanziale contributo scientifico, tecnologico e industriale. L'arrivo del lander Philae sulla cometa è stato trasmesso in un collegamento in diretta con Darmstadt nella sede dell'Agenzia spaziale italiana a Tor Vergata, alle porte di Roma.

Una vera e propria esplosione di gioia, un applauso liberatorio, una standing ovation per una delle missioni spaziali più ardite mai realizzate fino ad oggi. Così hanno reagito le decine e decine di scienziati e tecnologi della missione Rosetta quando gli strumenti al Centro Esoc (European Space Operation Center) dell'Agenzia spaziale europea a Darmstadt, in Germania, hanno confermato l'aggancio del lander Philae della sonda Rosetta sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. Tutto lo stato maggiore dell'Esa, a cominciare dal direttore generale Jean Jaques Dordain, al presidente dell'Agenzia spaziale italiana Roberto Battiston, nella sede dell'Esoc si sono alzati in piedi per applaudire il successo di oggi. Rosetta ha compiuto un viaggio lungo dieci anni e ha coperto un percorso di oltre 6 miliardi di chilometri nello spazio per arrivare alla sua tappa finale. Un viaggio epico, come lo ha definito Dordain commentando a caldo l'arrivo del lander Philae sulla cometa.

Rosetta ci insegna che bisogna sognare e rappresenta un passo fondamentale per le conoscenze dell'uomo paragonabile allo sbarco sulla Luna: ne è convinto Raffaele Mugnuolo, rasponsabile dell'Agenzia Spaziale Italiana (Asi) per la missione Rosetta a margine dell'evento organizzato a Roma da Asi per seguire la discesa sulla cometa 67/P Churyumov-Gerasimenko. "Rosetta è un passo fondamentale per la scienza e la tecnologia paragonabile a quello fatto con lo sbarco sulla Luna", ha spiegato Mugnuolo. "Ci ha insegnato inoltre che bisogna avere coraggio di pensare cose visionarie - ha proseguito - sognare e immaginare nuove sfide ed è incredibile pensare che il tutto sia stato fatto con tecnologie degli anni '90, oggi considerate vecchie. Nel vedere il successo di Rosetta quindi non possiamo non ringraziare chi quasi 30 anni fa l'ha ideata e sviluppata, e tra questi in particolare ricordiamo Angioletta Coradini, scomparsa pochi anni fa". Scendendo su una cometa, ha spiegato Mugnuolo, sarà possibile fare un passo fondamentale anche nella comprensione del Sistema Solare. "Le comete rappresentano infatti la 'memoria storicà, custodiscono i fotogrammi dei primi momenti di formazione dell'intero Sistema. Informazioni che sui pianeti si sono perse in quanto sono stati trasformati da eventi di vario tipo". Dopo Rosetta, il prossimo sogno, ha aggiunto Mugnuolo, sarà invece quello di riportare campioni di terreno da Marte, e poi un giorno mandarci l'uomo. 

L'attesa (aggiornato fino alle 17) 
La lunga giornata di Rosetta promette di essere ancora più emozionante del previsto: la storica manovra di discesa, la prima mai tentata sulla superficie di una cometa, potrebbe riservare sorprese a causa del problema tecnico al sistema di atterraggio del lander Philae, destinato a posarsi sulla superficie della cometa 67/P Churyumov-Gerasimenko intorno alle 17,00 di oggi (ora italiana). Fiato sospeso, quindi, per la discesa del lander. Il problema tecnico era stato rilevato nella notte dai tecnici che stanno seguendo la missione dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) dal centro di controllo che si trova in Germania, a Darmstadt. Alle 8,30 del mattino si è deciso comunque di dare il via libera alla separazione di Philae dalla sonda Rosetta e la manovra è avvenuta, come previsto, alle 9,35 italiane. La conferma è arrivata alle 10,03, ossia 28 minuti più tardi: tanto è il tempo necessario perchè il segnale arrivi al Centro di controllo. Rosetta ha 'lanciatò il lander Philae nella traiettoria programmata dei tecnici per raggiungere il sito di atterraggio Agilkia. Quindi la sonda ha cominciato ad allontanarsi per seguire in sicurezza la discesa di Philae. Il primo 'bip', ossia il primo segnale inviato da Philae a Rosetta e da questa spedito a Terra, è stato registrato dopo circa due ore. Nel frattempo la lunga discesa prosegue l'arrivo sulla cometa e intorno alle 17.00 italiane si attende la conferma dell'atterraggio.

La speranza è che questo avvenga su un terreno non accidentato. Nella notte era stato infatti rilevato un problema nella possibilità di attivare il sistema di discesa che impedisce al lander di rimbalzare sul suolo della cometa al momento dell'atterraggio. In particolare sembra non funzionare il piccolo motore a razzo che si trova sul 'tettò del lander e che deve entrare in azione a circa 40 minuti prima che Philae si posi sulla cometa, per rendere la manovra più morbida. Nell'ultima fase della discesa il 'carrellò di Philae libera infatti degli arpioni collegati a cavi di 45 metri, mentre il piccolo motore contrasta la spinta portando il veicolo verso l'alto e mantenendo i cavi in tensione, mentre un altro dispositivo li riavvolge lentamente fino al momento in cui le zampe toccano il suolo. "Abbiamo bisogno di un pò di fortuna nel non atterrare su una roccia o su un pendio ripido", ha detto il responsabile delle operazioni di Philae, Stephan Ulamec.
avvenire.it

Parroco convoca i fedeli in chiesa: "Mi sposo"

La decisione di padre Mario Marchinu della chiesa di Santa Maria delle Grazie ad Arezzo, dopo 27 anni di sacerdozio
Dopo 27 anni di sacerdozio padre Mario Marchinu, 56 anni, dell'ordine dei carmelitani, sardo di origine ma aretino in tutto il suo cammino vocazionale, lascia l'abito talare e si sposa. Il parroco della chiesa di Santa Maria delle Grazie, una delle parrocchie più importanti di Arezzo, ha confessato direttamente ai suoi parrocchiani, convocati in chiesa via e-mail per un'assemblea, di essersi innamorato e di aver deciso di cambiare vita, di volersi sposare. Poche ore prima lo aveva detto all'arcivescovo Riccardo Fontana.
Secondo quanto riporta oggi la cronaca locale de La Nazione, il prete ha spiegato ai parrocchiani di avere un legame affettivo che è cresciuto nel tempo, probabilmente iniziato addirittura da qualche anno, e di fronte al quale ha deciso di dire stop. Niente ha detto della donna, secondo La Nazione non sarebbe unaparrocchiana. I fedeli presenti all'annuncio sono rimasti allibiti, qualcuno si sarebbe messo a piangere: nessuno aveva mai sospettato niente.

"Certo è un grande dolore", ha detto monsignor Fontana intervistato dal quotidiano, "prima di tutto per aver perso sul piano pastorale un fratello con il quale avevamo condiviso tante iniziative. E al tempo stesso il dolore per non averlo saputo prima, negli anni o mesi nei quali la novità si era affacciata".

Firenze.repubblica.it

Milano: Minacciano di pubblicare un video compromettente di un prete. Due arresti

Milano: Minacciano di pubblicare un video compromettente di un prete. Due arresti

Avrebbero estorto ad un prete 35mila euro per non diffondere un suo video compromettente. Per questo sono stati arrestati due cittadini romeni di 30 e 22 anni, a Milano.
Il 20 ottobre "con la minaccia di rendere pubblico un presunto video per lui compromettente" hanno preso il denaro del prete che non ha denunciato.
Ad informare i carabinieri del fatto sono stati i dipendenti della filiale di banca Intesa San Paolo. "A quel punto - si legge nell'ordinanza firmata dal gip di Milano Donatella Banci Buonamici - al fine di capire meglio cosa stava accadendo il parroco veniva invitato dai carabinieri a sporgere formale denuncia - querela (...)".
Il sacerdote ha raccontato di aver dato mille euro al 22enne perché gli aveva raccontato di averne necessità per sostenere le spese del funerale di sua figlia.


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Autogol della tv dei vescovi... Ritirato l'invito a Luxuria

L'intervista è stata fatta saltare per la coincidenza con l'assemblea della Cei. Il direttore: «Non era il caso»
«Separarsi per non sporcarsi con gli altri è la peggiore sporcizia» ha detto Papa Francesco. E a Tv2000, la tv dei vescovi italiani, lo citano adesso, in un momento di fango.
Con mossa a sorpresa hanno invitato per ieri sera Vladimir Luxuria, la transessuale più ubiqua d'Italia. Con mossa a sorpresa hanno poi ritirato l'invito: troppo scottante la coincidenza con l'assemblea della Cei riunita ad Assisi. Le nuove forme di famiglia «hanno l'unico scopo di confondere la gente ed essere una specie di cavallo di Troia» ha detto due giorni fa il presidente dei vescovi, Angelo Bagnasco. Un cortocircuito non solo mediatico.
Clima troppo caldo anche per l'intrepido direttore di Tv2000, Paolo Ruffini (ex Rai3, ex La7). Ieri mattina, racconta Luxuria, le ha telefonato e chiesto di rinviare a un altro momento «per evitare strumentalizzazioni». Luxuria si dice in attesa del prossimo invito: «Mi hanno chiamata per commentare i fatti del giorno, non per parlare di diritti Lgbt. Non mi aspetto certo che il cardinale Bagnasco dica di essere favorevole ai matrimoni gay. Spero in una Chiesa che, come dice papa Francesco, si apra ai figli di Dio e ci dia il conforto della fede. Nemmeno noi Lgbt chiediamo matrimoni religiosi, ma solo civili».
Civili o religiosi, nella Chiesa il tema dei matrimoni tra persone dello stesso sesso non è in discussione. E il discorso di Bagnasco conferma che nelle unioni civili di Renzi la Cei vede all'azione l'astuto Ulisse nascosto nel cavallo. «Temo i greci anche quando portano doni» disse Laocoonte ai troiani, per convincerli a non portarsi in casa i soldati che li avrebbero annientati. Il cavallo di Troia di cui parla Bagnasco.
Non è la prima volta che Luxuria arriva a un incontro caldo con il presidente Cei: ai funerali di don Gallo, il prete genovese di prostitute, tossici e trans, Luxuria aveva ricevuto la comunione dal cardinale Bagnasco. «Nei suoi occhi ho visto una persona non ostile» ricorda. Ieri moltissimi hanno inondato i social e la mail di Tv2000 per impedire l'irruzione di Luxuria nella prima serata dei cattolici italiani. Di loro si lamenta Vladimir: «Mi hanno chiamato cavallo di Troia, come se portassi distruzione».
Lucio Brunelli, direttore news di Tv2000, vero responsabile dell'invito, rimane convinto della bontà dell'iniziativa. La difende su Facebook : «Se un cristiano è tranquillo nella sua identità, può dialogare con tutti. Dialogare non significa concordare con le opinioni del proprio interlocutore, ma confrontarsi in modo rispettoso e fermo con chiunque». Poi azzarda: «Non mi ero reso conto che l'invito sarebbe caduto nella settimana in cui è riunita la Cei». I commenti in rete sono una valanga quasi unanime di critiche. Qualche esempio: «Ha portato il gender nelle scuole», «vi prestate al suo sporco gioco». Alla fine al posto di Luxuria è stato invitato il segretario della Cei, monsignor Nunzio Galantino.

Ilgiornale.it

domenica 31 agosto 2014

La Repubblica dell’Idea.­ Nemmeno il Ber­lu­sconi dei tempi d’oro è rac­chiuso in que­sta frase

Nemmeno il Ber­lu­sconi dei tempi d’oro». E rac­chiuso in que­sta frase, quasi un mes­sag­gio in codice nasco­sto nell’ultimo reso­conto delle gesta di Mat­teo, il dramma dei gior­na­li­sti di Repub­blica. Costretti a ripar­tire da zero: dimen­ti­cate di essere stati zelanti cro­ni­sti, impla­ca­bili cor­si­vi­sti, arguti com­men­ta­tori. Get­tate penne e tac­cuini, met­te­tevi in fila e un due tre, fate la ola. E cosi la riforma della scuola, ad esem­pio, non e mica quella tri­stezza annun­ciata (male, s’intende) dalla mini­stra Gian­nini, sarà una grande festa con almeno cen­to­mila pre­cari assunti, rive­la­vano i nostri prima che si sco­prisse il grande bluff (ma poi Repub­blica met­teva in chiaro che era stato Renzi a spie­gare a Napo­li­tano che no, pre­si­dente, la scuola adesso pro­prio no, non insita, non met­tiamo troppa carne al fuoco…). Forse non devono rispon­dere a un ordine del diret­tore, né hanno deciso scien­te­mente di man­dare al mani­co­mio Euge­nio Scal­fari. Sono invece le vit­time di un’ipnosi col­let­tiva, rapiti da quel man­tra sapien­te­mente dif­fuso da palazzo Chigi secondo il quale non e pos­si­bile nutrire sin­ce­ra­mente dubbi rispetto all’operato del gio­vane pre­mier, pos­sono farlo sol­tanto dei pove­racci rosi dall’invidia che pre­fe­ri­scono vedere spro­fon­dare il paese piut­to­sto che rico­no­scere il suc­cesso altrui, o vec­chie caria­tidi incom­pa­ti­bili con la contemporaneità. A forza di sen­tirlo dire, poi si fini­sce per cre­derci e allora: tutti in coro, viva viva san Matteo. Ma quella frase, il «Ber­lu­sconi dei tempi d’oro» e sin­tomo anche di una sof­fe­renza, rivela un’ansia di libertà, con­tiene il seme della ribel­lione. Segnala che se il Cava­liere avesse por­tato a palazzo Chigi un car­retto di gelati e pure con il mar­chio — la scritta «Grom» era coperta con un pezzo di carta, cosi da atti­rare ancora di più l’attenzione — sareb­bero state fatte pagi­nate tra­boc­canti ripro­va­zione come per le corna nella photo oppor­tu­nity, il cucù a Angela Mer­kel, il «mister Oba­maaaaa» a squar­cia­gola che aveva dif­fuso tur­ba­mento nell’intero Regno unito. Ma quello era un cafone, irri­spet­toso delle isti­tu­zioni. Le sue bar­zel­lette — vol­ga­ris­sime, signora mia — ser­vi­vano solo a sviare l’attenzione dai gravi pro­blemi del Paese. Ora invece tocca scri­vere che siamo di fronte al genio, al «gian­bur­ra­sca della poli­tica» che «rompe l’etichetta» con diver­tenti sipa­rietti. Certo, l’antiberlusconismo allora era una merce molto richie­sta, nelle edi­cole. Ora si porta il ren­zi­smo e i gior­nali si stam­pano per ven­derli, mica per incar­tarci il pesce. E poi, se la «rivo­lu­zione» pro­messa si avve­rasse? Per­ché cor­rere il rischio di per­dere l’appuntamento con la sto­ria, di dover ammet­tere «io non c’ero, stavo con i gufi». Pen­sate invece che sod­di­sfa­zione poter dire un giorno al nipo­tino «vedi quello li in mezzo al coro… lì a destra, più a destra. Be’, non mi si rico­no­sce gran­ché, ma sapessi come strillavo…».

di Micaela Bongi - ilmanifesto.info

Gaza, Libia, Siria, Iraq, Balcani. I silenzi e le reticenze italiane si aggiungeranno alla pratica dell’Ue

La nuova "Mrs. Pesc" non dice nulla. Perché questa Europa non può avere una politica internazionale comune. O meglio, ce l'ha. E la fa la Nato

Come  pre­ve­di­bile, la mini­stra degli esteri ita­liana Fede­rica Moghe­rini è l’Alto rap­pre­sen­tante per la «Poli­tica Estera e di Sicu­rezza Comune», ancora la sigla Mrs Pesc, per­ché non può, come da Trat­tati, essere chia­mata mini­stro degli esteri dell’Unione euro­pea. Così sulla bar­chetta di carta dell’Ue che affonda, come iro­ni­ca­mente pro­pone la coper­tina dell’Eco­no­mist, con un Dra­ghi intento a but­tare fuori acqua, Hol­lande impet­tito sulla prua, Mer­kel che naviga come se nulla fosse e il “nostro” Renzi con un gelato in mano, adesso sale il pesante far­dello di una sirena muta e ammic­cante pro­messe, vero sim­bolo dell’inesistente poli­tica estera euro­pea. Non c’è che dire, la per­sona giu­sta al posto giusto. L’eventuale sua nomina sarebbe stata «delu­dente», scri­veva il Finan­cial Times, che spe­rava in un «pezzo da novanta» di alto pro­filo inter­na­zio­nale — come chie­deva anche Ber­lino — di fronte ai ricor­renti nazio­na­li­smi euro­pei per le ten­sioni eco­no­mi­che tra i vari governi Ue, e soprat­tutto rispetto al vor­tice inter­na­zio­nale delle guerra aperte in Medio Oriente, nel Medi­ter­ra­neo, e alla fron­tiera con la Rus­sia in Ucraina. Invece arriva Mogherini.


Abbiamo infatti lun­ga­mente atteso, in que­sti sei mesi, una diver­sità del governo Renzi e della Far­ne­sina sulle crisi aperte nel mondo, dopo le tante «guerre uma­ni­ta­rie» alle quali l’Italia ha par­te­ci­pato che hanno aggra­vato san­gui­no­sa­mente quelle crisi. Non è arri­vato nulla. Nes­suna con­danna del governo israe­liano per le stragi di civili a Gaza, ma tanta com­pren­sione per il «diritto alla difesa» — con i mas­sa­cri? -, dimen­ti­cando che Israele occupa mili­tar­mente i ter­ri­tori pale­sti­nesi e le Riso­lu­zioni delle Nazioni unite che da 47 anni gli impon­gono di riti­rarsi, e invece Israele allarga le colo­nie, boi­cotta l’impossibile ormai Stato di Pale­stina e non vuole nes­suna pace. Ora chi aiu­terà i dispe­rati di Gaza tra mace­rie e cimi­teri? Inol­tre la Far­ne­sina ha taciuto sulla richie­sta di sospen­dere in Ita­lia le eser­ci­ta­zioni mili­tari con i cac­cia­bom­bar­dieri israe­liani, insieme alla revi­sione del Trat­tato mili­tare che ci lega ad Israele; e tace sulla richie­sta dell’Anp, uni­ta­ria Fatah-Hamas, di ade­rire al Tri­bu­nale penale dell’Onu. Zero asso­luto poi sulla san­gui­nosa guerra in Siria, oltre alla dispo­ni­bi­lità a far appro­dare sulle nostre coste l’arsenale chi­mico di Assad poi distrutto – e que­sto gra­zie all’intermediazione del «nemico» Putin che ha impe­dito che l’Occidente e Obama si impe­la­gas­sero ulte­rior­mente nella guerra che hanno ali­men­tato. Invece l’Italia avrebbe dovuto chia­rire se fa ancora parte della coa­li­zione scel­le­rata degli «Amici della Siria» (dalla Gran Bre­ta­gna all’Arabia sau­dita) che ha finan­ziato e rifor­nito di armi gli insorti, fino a favo­rire diret­ta­mente e indi­ret­ta­mente la cre­scita mili­tare del fronte jiha­di­sta e qaedista. Per il disa­stro in Iraq, dove lo Stato isla­mico avanza come deriva dei san­tuari con­qui­stati in Libia e in Siria, il governo ita­liano tele­co­man­dato e sto­rico mer­cante d’armi, si è limi­tato a mostrare per l’ennesima volta il suo stra­bi­smo: aiuti uma­ni­tari e nuovi arma­menti, sta­volta ai kurdi (anche al «ter­ro­ri­sta» Pkk il cui lea­der Oca­lan giace nelle galere dell’atlantica Tur­chia anche per merito dell’Italia?), per­ché com­bat­tano al posto dell’Occidente per «sal­vare le mino­ranze», stor­nando cari­chi di fer­ra­glia che avrebbe dovuto essere distrutta da tempo e rici­clando arse­nali che potreb­bero essere prova di for­ni­ture ille­gali ita­liane, con­tro le san­zioni Onu, agli insorti libici anti-raìs. La Libia è diven­tata intanto peg­gio della Soma­lia, gra­zie alla guerra della Nato gui­data ad ogni costo dal prode euro­peo Nico­las Sar­kozy che, si sco­pre ora, voleva disfarsi del testi­mone Ghed­dafi che aveva finan­ziato la sua cam­pa­gna pre­si­den­ziale. Dopo il delitto occi­den­tale ce ne laviamo le mani e peg­gio sia per i pro­fu­ghi che ora, con il Fron­tex Plus (sem­bra il nome di una medi­cina ma è un muro di con­te­ni­mento che fa temere un’altra Kater Y Rades 1997) ver­ranno tenuti alla larga e rele­gati a rima­nere in Libia o tor­nar­sene a casa loro, nella tra­ge­dia della mise­ria e delle guerre della grande Africa dell’interno. Abban­do­nando la giu­sta pro­po­sta della Marina di una mis­sione solo di soc­corso sotto egida Onu. E que­sto per far con­tenta l’ala più di destra del governo di cen­tro di Mat­teo Renzi. Ma l’evidenza peg­giore è quella dell’Ucraina, con la Moghe­rini che tele­co­man­data ripete le dichia­ra­zioni dell’Alleanza atlan­tica e non ha detto finora una parola sulla guerra feroce che è stata sca­te­nata peri­co­lo­sa­mente ai con­fini della Russia. Che fine hanno fatto le pro­messe di inda­gare sul ruolo della destra neo­fa­sci­sta e para­mi­li­tare su piazza Maj­dan, sull’uccisione del repor­ter ita­liano Andrea Roc­chelli e sulla strage di Odessa che ha inne­scato la guerra civile? Tutto è pronto anche qui per ripro­porre il «modello Kosovo». A pro­po­sito, ecco un altro silen­zio: la mini­stra Moghe­rini non ha pro­fe­rito parola sui risul­tati di que­sti giorni della com­mis­sione d’inchiesta della mis­sione Ue Eulex, che ha inda­gato due anni dopo le denunce dal rap­porto di Dick Marty del Con­si­glio d’Europa e le richie­ste di Carla Del Ponte, sugli orrori e sui cri­mini di guerra com­messi in Kosovo dalle mili­zie Uck alleate della Nato, pro­prio durante l’occupazione delle truppe atlan­ti­che dopo i raid «uma­ni­tari» che hanno inven­tato il nuovo Stato indi­pen­dente del Kosovo. Una inda­gine euro­pea agghiac­ciante che con­ferma i mas­sa­cri e la puli­zia etnica con­tro serbi e rom. Il silen­zio è rumo­ro­sis­simo, per­ché emerge la con­ni­venza nelle stragi dei lea­der della Nato. Reste­ranno impu­nite o no? Che dice la Mogherini? Non tutto, certo, è respon­sa­bi­lità dell’Italia. Oggi sarà eletto anche il pre­si­dente della Com­mis­sione, dopo il pate­tico e ine­si­stente Van Rom­puy, tocca al pre­mier polacco Tusk, lea­der del paese che gli Stati uniti vogliono riar­mare in fun­zione anti-russa e che è desti­nato a pesare molto più della mini­stra degli esteri italiana. Il fatto è che Mr Pesc è un acro­nimo che serve a dire che l’Europa ancora non può dichia­rare di avere una poli­tica estera indi­pen­dente. Del resto l’Ue non ha una poli­tica eco­no­mica comune, spac­cata com’è sul ter­reno della dila­ce­rante crisi eco­no­mica, né tan­to­meno una poli­tica di difesa europea. Ma soprat­tutto per­ché c’è l’Alleanza atlan­tica che la fa “meglio” e al posto dell’Unione euro­pea, che resta un simu­la­cro rap­pre­sen­tato solo da una moneta. Quella Nato che si avvia a diven­tare Trat­tato tran­sa­tlan­tico anche eco­no­mico e che intanto gesti­sce l’ideologia del mili­ta­ri­smo uma­ni­ta­rio, attizza guerre e poi soc­corre, cura e accre­sce i bud­get mili­tari dei paesi alleati a danno delle spese sociali (vedi gli F-35), mili­ta­rizza con basi, scudi anti­mis­sile e nuovi sistemi d’arma il ter­ri­to­rio del vec­chio con­ti­nente e dei nuovi stati alleati dell’est, pas­sati dal Patto di Var­sa­via diret­ta­mente alle mis­sioni nei con­flitti glo­bali a guida Usa. In poche parole, la Nato sur­roga la poli­tica estera dell’Unione euro­pea. E ora Moghe­rini, Mrs Pesc, dopo il nulla rap­pre­sen­tato dalla bri­tan­nica Cathe­rine Aston, ci mette la fac­cia del vuoto italiano.
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