venerdì 31 gennaio 2014

Il prete e l’eredità alla perpetua: nuovi documenti, conti da rifare

Arezzo, prete si spogliò davanti a una ragazza: ora patteggia

Arezzo, prete si spogliò davanti a una ragazza: ora patteggia

AREZZO - Aveva dato appuntamento in canonica a una ventenne della zona per parlare. Poi, davanti alla ragazza, si era improvvisamente spogliato non sapendo di essere filmato. Da lì la denuncia per atti sessuali e il processo a cui non ha presenziato.
E' la ricostruzione fatta in tribunale ad Arezzo sul caso di un prete che si era spogliato davanti a una ventenne. Lei lo aveva ripreso con una telecamera e poi aveva denunciato il fatto.
Protagonista, lo scorso anno, un sacerdote ottantenne, della provincia di Arezzo. Il gup del tribunale di Arezzo Annamaria Loprete ha ora accolto il patteggiamento a due anni chiesto dall'avvocato del sacerdote.
in today.it


Potrebbe interessarti: http://www.today.it/citta/prete-si-spoglia-arezzo.html
Seguici su Facebook: http://www.facebook.com/pages/Todayit/335145169857930

Scelte le materie per l'esame di Stato 2014. Al via il 18

(ANSA) - ROMA, 31 GEN - Greco al Liceo classico, Matematica al Liceo scientifico, Lingua straniera al Liceo linguistico: sono queste alcune delle materie scelte per la seconda prova scritta della Maturità 2014. Gli "scritti" sono in calendario per mercoledì 18 giugno (prima prova) e giovedì 19 giugno (seconda prova). Anche quest'anno dirigenti scolastici e insegnanti presenteranno on line la domanda di partecipazione in qualità di presidenti e commissari d'esame.

giovedì 30 gennaio 2014

Nuova allerta meteo, ancora neve al Nord

Nuova allerta meteo del Dipartimento della Protezione Civile: la perturbazione che ieri ha raggiunto l'Italia porterà nelle prossime ore ancora neve anche a quote di pianura su nord est ed Emilia Romagna occidentale e precipitazioni diffuse su triveneto, Emilia Romagna, Toscana e Umbria. Sulla base dei fenomeni previsti, il Dipartimento ha valutato per domani una criticità rossa per rischio idraulico e idrogeologico per la pianura centrale emiliana e per i settori meridionali del Veneto.
 ansa

M5S deposita denuncia stato d'accusa per Napolitano

Il Movimento 5 Stelle "ha formalmente depositato in entrambi i rami del Parlamento la denuncia per la messa in stato d'accusa del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano". Lo rende noto un comunicato del gruppo del Senato.
"Il Movimento 5 Stelle come annunciato in Aula dal capogruppo al Senato Vincenzo Maurizio Santangelo - si legge in una nota - ha formalmente depositato in entrambi i rami del Parlamento la denuncia per la messa in stato d'accusa del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano".
"Alle ore 11.30 in Sala Nassirya al Senato - prosegue il comunicato - conferenza stampa dei gruppi parlamentari del Movimento 5 Stelle per presentare l'atto di messa in stato d'accusa del Presidente della Repubblica. Parteciperanno: Luigi Di Maio, vicepresidente Camera dei Deputati, Federico d'Incà, capogruppo Movimento 5 Stelle Camera Vincenzo Maurizio Santangelo, capogruppo Movimento 5 Stelle Senato, Paola Taverna, cittadina al Senato - Movimento 5 Stelle Vito Crimi, cittadino al Senato - Movimento 5 Stelle".
ansa

Israele viola i diritti umani, impedendo a migliaia di famiglie palestinesi di condurre una vita normale, impedendo loro di scegliere dove vivere

Nena News
Vicini, ma drammaticamente lontani. Il destino di un intero popolo, frammentato e diviso da carte d’identità e confini imposti da altri, sta anche nella separazione fisica tra enclavi che impedisce di vivere una vita normale e che viene usata per distruggere il senso d’identità nazionale.
Come spesso accade l’ostacolo è posto dalla burocrazia e dalle leggi israeliane. È il caso delle famiglie palestinesi divise tra Cisgiordania, territori del ’48 (l’attuale Stato di Israele) e Gaza: a sviscerare la loro situazione sono state le due associazioni israeliani HaMoked e B’Tselem nel rapporto “So Near Yet So Far”, pubblicato pochi giorni fa, dove si analizza la dichiarata politica di isolamento imposta dalle autorità israeliane ai residenti dei Territori Occupati.
Le restrizioni poste in entrata e in uscita da Gaza e Cisgiordania impediscono a moltissime coppie palestinesi di condurre una vita normale, sotto lo stesso tetto. Permessi difficili da ottenere e ricongiungimenti familiari negati sono gli strumenti per separare famiglie e distruggere legami sociali e affettivi. Nel 2003 Israele ha emendato la Legge di Ingresso nel Paese: i palestinesi di Gaza e Cisgiordania possono chiedere il ricongiungimento familiare in Israele nel caso abbiano superato i 35 anni di età (gli uomini) e i 25 (le donne). Metà delle domande viene però rispedita al mittente: secondo i dati forniti dalla Society of St. Yves, centro cattolico per i diritti umani, dal 2000 al 2013 il Ministero degli Interni israeliano ha rifiutato il 43% delle richieste di ricongiungimento familiare e il 24% delle richieste di registrazione di bambini figli di un palestinese israeliano e di uno residente nei Territori Occupati.
“Tra il 2000 e il luglio 2013 – spiegano al centro – il Ministero ha ricevuto 12.284 richieste di ricongiungimento familiare: ne ha rifiutate 4.249, ne restano pendenti 2.406. Se si tiene conto che ogni famiglia è formata in media da 4 persone, ciò significa che quasi 10mila palestinesi vivono nell’incertezza”.
Impossibile la riunificazione tra palestinesi cittadini israeliani e palestinesi gazawi all’interno dello Stato di Israele: secondo dati ufficiali, sono 425 palestinesi israeliani (per lo più donne) sposati con gazawi. Di questi, circa 340 ottengono permessi per visitare il coniuge, permessi che vengono ottenuti dopo settimane di procedure burocratiche. Ciò si traduce nella distruzione della vita familiare: la maggior parte di loro visita la famiglia per pochi giorni l’anno, non sapendo mai quando potrà vedere i figli o il marito di nuovo. Chi invece decide di trasferirsi a Gaza, si allontana per sempre dal resto della propria famiglia rimasta in Cisgiordania.
Nonostante le due enclavi palestinesi siano considerate “territorio unico”, se i palestinesi della Cisgiordania possono entrare a Gaza – con non poche difficoltà – i residenti della Striscia non sono autorizzati ad uscire se non per “casi umanitari”, categorizzazione in cui non rientra il matrimonio. Nessuna alternativa: un palestinese israeliano, un residente di Gerusalemme Est o un cittadino della Cisgiordania che sposa un palestinese di Gaza è costretto a trasferirsi nella Striscia. La legge israeliana impedisce, infatti, ai palestinesi dei Territori di modificare la propria residenza da un’enclave all’altra. Nel caso fortunato in cui il permesso venga accordato, ci vogliono anni di procedure burocratiche per ottenerlo.
Stessa situazione per chi ha familiari residenti a Gaza. B’Tselem ha raccolto alcune testimonianze, tra cui quella di Fatmah Abu ‘Issa di Jenin. La figlia Nibal vive a Gaza da 20 anni: “Prego di non morire prima di aver rivisto Nibal, i suoi figli e mio marito sotto lo stesso tetto. Non voglio che Nibal torni solo per il mio funerale. Non voglio che visiti Jenin solo per le mie esequie”. (Guarda il video con la loro storia in fondo all’articolo).
Israele viola i diritti umani, impedendo a migliaia di famiglie palestinesi di condurre una vita normale, impedendo loro di scegliere dove vivere. È lo Stato a scegliere per loro, uno Stato occupante che nasconde dietro la necessità di garantire la sicurezza il tentativo palese di rompere i legami sociali e affettivi di un intero popolo.
Gli effetti a lungo termine di una simile divisione in enclavi separate e difficilmente raggiungibili sono già visibili: sempre maggiori sono le distanze sociali e culturali tra le varie comunità palestinesi in Israele, Cisgiordania e Gaza.

1 febbraio 2014: mobilitazione europea per l’autodeterminazione. Anche da Roma “Yo decido”

www.womenews.net
Preceduta dalla conferenza stampa alla Casa internazionale delle donne il 30 gennaio alle 11.30, si svolgerà a Roma una manifestazione in appoggio alle donne spagnole il 1 febbraio alle 15.00 a piazza Mignanelli (dove ha sede l’ambasciata spagnola) con il seguente documento.
Noi con le donne spagnole: No alla proposta Gallardòn
Le donne italiane dicono NO al tentativo di limitare la libertà delle donne spagnole, il loro diritto all’autodeterminazione e la scelta di una maternità consapevole.
L’ “antiproyecto de ley” del ministro della giustizia spagnolo Gallardón, presentato il 20 dicembre 2013 intende cancellare il diritto di scelta all’interruzione volontaria di gravidanza riconosciuto alle donne spagnole dalla legge del 2010 introdotta dal governo Zapatero.
Attualmente in Spagna, in linea con la legislazione prevalente in materia nei paesi dell’Unione Europea, la legge stabilisce un tempo – le prime 14 settimane – entro cui è riconosciuto alla donna l’esercizio pieno del diritto di scelta; al contrario, la proposta Gallardón affida ogni decisione ai medici, al giudice, ai genitori . L’aborto inoltre è previsto solo nel caso di violenza sessuale (fino alla 12ma settimana) e di grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna, con rischio permanente o duraturo nel tempo, accertato da due esperti (fino alla 22ma settimana).
La proposta ignora i risultati positivi del sistema in vigore (p.e. la riduzione di ben 6 mila casi di aborto nel 2012 rispetto all’anno precedente) e, proponendo di punire i medici trasgressori, finisce per incentivare l’aborto clandestino, i viaggi oltre confine, i guadagni ’occulti’ di chi è’ abituato a ’monetizzare’ le paure altrui.
La proposta Gallardón è un chiaro tentativo di oppressione delle donne, di restaurazione del patriarcato; un attacco alla libertà delle donne e al loro diritto di cittadinanza, la cui primaria manifestazione è l’autodeterminazione nel diritto alla salute e nelle scelte riproduttive.
Consapevoli della gravità dell’attacco, le donne e gli uomini europei che fanno riferimento alla Carta Europea dei diritti fondamentali, chiedono che la proposta Gallardón venga immediatamente ritirata, in quanto violazione dei diritti di tutte le donne in Spagna e in Europa, un vero e proprio “golpe” autoritario e ideologico.
Le donne italiane, da sempre impegnate ad affermare la loro soggettività, e il diritto alla gestione del proprio corpo, a scegliere liberamente la maternità e a contrastare i ripetuti attacchi all’applicazione della legge 194/78, annunciano la loro mobilitazione insieme alle donne spagnole, e a tutte/ tutti coloro che si impegneranno affinché la proposta Gallardón venga bloccata prima di essere portata alla discussione delle Cortes, e affinché qualsiasi proposta simile sia condannata quale grave violazione della libertà e dell’autodeterminazione delle donne.
Chiediamo inoltre agli eletti e alle elette al Parlamento Europeo una forte ed incisiva presa di posizione che garantisca alle donne il diritto di decidere sul proprio corpo.
Un’Europa senza diritti delle donne, semplicemente non è.
Casa Internazionale delle Donne, Unione Donne in Italia, Snoq Factory, Snoq Roma, Wilpf-Italia, Coordinamento Donne Cgil Roma e Lazio, Sciopero delle donne, Associazione Punto D, Assolei onlus, Associazione Differenza Donna, Coordinamento Pari Opportunità Uil Roma e Lazio, Laiga
https://www.facebook.com/womenareurope

mercoledì 29 gennaio 2014

No, Letta no!! Chi pensa che parli di politica si tranquillizzi

di Roberto Beretta | 29 gennaio 2014  - vinonuovo.it
Che bisogno c'era di collocare nei ruoli decisionali dell'Università Cattolica una presenza così legata a un certo schieramento?


No, Letta no!! Chi pensa che parli di politica si tranquillizzi: qui non sto alludendo all'attuale premier Enrico Letta, bensì al suo potentissimo zio Gianni: già direttore del quotidiano romano Il Tempo, già vicepresidente Fininvest, già (anzi ancora) consigliere di Silvio Berlusconi, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio. E al suo prestigiosissimo curriculum adesso l'influente abruzzese aggiungerà l'ingresso nel comitato di indirizzo dell'Istituto Toniolo: ovvero la "cassaforte" dell'Università Cattolica.
È a questo Letta che si riferisce il "no" iniziale. La sua nomina viene direttamente dal cardinale Angelo Scola, che l'ha accompagnata con quella di due figure legate all'area di Cl. E allora viene spontaneo (l'ha fatto anche qualche giornale) chiedersi come mai l'arcivescovo di Milano abbia scelto proprio lui: un esponente del potere politicante e "romano" quant'altri mai (a parte forse Giulio Andreotti), dunque piuttosto estraneo a una struttura prevalentemente ambrosiana come la Cattolica; un personaggio che da vent'anni è accreditato tra le eminenze grigie di una precisa parte, e anzi come fedelissimo di Berlusconi (gli era accanto anche all'incontro recente con Renzi); un uomo che, pur senza dar retta alle chiacchiere che corrono, rappresenta per lo meno un cerchio di interessi "forti" piuttosto diverso dall'immagine che papa Francesco sembra voler dare alla Chiesa.
Che bisogno c'era dunque di fare una scelta tanto caratterizzante, di collocare nei ruoli decisionali della Cattolica tale potente ma pure ingombrante presenza? Nessuno, a mio parere. Anzi, forse bisognava considerare meglio l'immagine che una nomina del genere inevitabilmente avrebbe trasmesso: è ovvio difatti che un osservatore si possa ora interrogare su questo singolare aggancio tra la diocesi più grande del mondo e il berlusconismo ­- con tutto ciò che ne consegue, da qualche anno a questa parte. E certamente non saranno pochi i cristiani, non solo ambrosiani, che penseranno in cuor loro che anche la Chiesa si comporta come il resto del mondo: predica predica, ma alla fine si affida sempre alle mani di chi conta qualcosa.
La scelta di Scola è legittima, certo; ma non è neutra. Infatti Gianni Letta non è soltanto il consulente di Goldman Sachs, una delle massime banche d'affari del mondo (lo è, o lo era, anche Romano Prodi); non è solo l'uomo navigato da decenni in tutti i grandi poteri d'Italia, dunque un prezioso alleato anche per gli investimenti finanziari della Cattolica; non è appena il gentiluomo papale che -­ così dicono - ogni settimana saliva alla Cei di Ruini e poi di Bagnasco ad accogliere desiderata e a distribuire consigli: Letta è il braccio di Berlusconi, aziende e partito. Cos'avremmo detto se al Toniolo fossero andati, puta caso, De Benedetti o Scalfari? Che lo voglia o no, questa decisione indica uno schieramento. Era successo anche nel passato, quando al Toniolo sedevano ex ministri o ex presidenti democristiani; ma ora si sperava che l'aria fosse cambiata.

domenica 26 gennaio 2014

Fiat, gli operai dimenticati da Sergio Marchionne. C'è un tesoro da 450 milioni per salvare quei posti di lavoro che nessuno riesce a sfruttare



Ogni pagina del calendario che si strappa è un giorno di speranza in meno per gli oltre mille e cento lavoratori dello stabilimento Fiat di Termini Imerese e delle aziende collegate all'indotto. Dal 2011 sono in cassa integrazione. L’ultima deroga è arrivata a novembre dello scorso anno, con il rinnovo del sostegno al reddito che ha spostato le lancette della speranza sino alla fine del prossimo mese di giugno. Anzi ad aprile, perché la legge prevede che le eventuali lettere di licenziamento di massa partano 65 giorni prima della scadenza degli ammortizzatori. La promessa di Marchionne -  il suo  voler azzerare i cassaintegrati della Fiat e riportare la piena occupazione negli stabilimenti - non consola: anzi, suona come una beffa. Figli di un Dio minore, gli operai di Termini Imerese sanno di non far parte di quelli che saranno richiamati al lavoro. 
Per salvare quello stabilimento e quei posti di lavoro c’è un tesoro di oltre 450 milioni di euro che nessuno vuole toccare. Sono le risorse che lo Stato e la Regione Siciliana hanno messo a disposizione, ormai da quatto anni, per rilanciare l’area industriale di Termini Imerese. Entro la fine del mese al Ministero dell’Economia si celebrerà l’ennesima puntata del rito laico-burocratico chiamato tavolo tecnico. Dal 2010 ad oggi sono più di cinquanta le convocazioni: tante speranze, tanti progetti rimasti sulla carta e un pugno di mosche in mano, sino ad oggi, per lavoratori e amministratori locali che vedono avanzare il deserto industriale. Il dossier Fiat – Termini Imerese è finito nella mani di cinque differenti ministri dello sviluppo economico, da Scajola a Zanonato, passando per l’interim di Berlusconi, da Romani a Passera. Nessuno di loro ha sciolto quel nodo.

Eppure, il sito siciliano era una volta il cuore pulsante del settore automobilistico italiano, con lo stabilimento  che sfornava utilitarie su utilitarie – dalla leggendaria 500 degli anni settanta alla Panda - fino allo stop comunicato dal Lingotto nel 2009 e imposto nel 2011. Da allora le catene di montaggio sono ferme. Nel 2011 i cancelli della fabbrica sono stati chiusi perchè quei capannoni non fanno più parte del progetto di sviluppo del gruppo automobilistico ormai italo-americano. Si accendono e si spengono solo per le manutenzioni, nella speranza, sinora vana, che subentri una nuova idea imprenditoriale.

Così, mentre le aziende dell’indotto di Termini Imerese cadono una dopo l’altra, lasciando sul campo già più di 500 disoccupati, per gli operai siciliani, protetti sino a giugno dalla cassa integrazione, è scattata la corsa contro il tempo. Se entro metà aprile non cambia qualcosa, arriveranno le lettere di licenziamento. Nulla lascia presagire che il vento muti direzione. L’addio della Fiat a Termini Imerese, con i suoi 1500 cassintegrati, costa già al territorio quasi un miliardo di euro l’anno. Ed è incalcolabile l’impatto sociale ed economico prossimo venturo, in una regione che solo nel 2012 ha perso oltre 60 mila posti di lavoro, se dovessero scomparire anche gli ammortizzatori sociali.

C’è chi non perde la speranza, come il sindaco termitano Salvatore Burrafato: “Marchionne e la Fiat decidano per il rilancio industriale del nostro territorio, s’è perso molto tempo sino ad oggi. Cambiare strategia e puntare sulla Sicilia sarebbe un segno di grandissima attenzione”. Sulla stessa lunghezza d’onda, ma con più veemenza contro il managment torinese, si schiera anche il presidente siciliano Rosario Crocetta, che sino a venerdì scorso ha partecipato all’assemblea degli operai di fronte ai cancelli della fabbrica. Ma il futuro è una fiammella al lumicino. Di progetti per il rilancio di quell’area industriale se ne sono visti tanti e di tutti i colori: dalla molisana DR motors, che voleva la fabbrica per far entrare nel mercato europeo il colosso automotive cinese Chery, alla De Tomaso con le sue supercar di lusso, dalle fonti energetiche alternative di Radiomarelli alle protesi ortopediche sino ad arrivare alla botanica. Progetti su progetti che non hanno mai passato il vaglio di Invitalia, il braccio operativo del governo nazionale chiamato a selezionare le proposte per il rilancio industriale di quell’area. Tutto e niente su quell’immensa spianata di terreno, oggi più che mai abbandonata a se ste ssa.

Così, mentre il gruppo torinese ha fatto rotta verso gli States, sono in pochi a ricordare che la storia dello stabilimento Fiat in Sicilia è legata proprio al marchio Jeep ora sotto il controllo del gruppo Agnelli. Alla fine degli anni cinquanta, in un piccolo stabilimento in provincia di Palermo, a Carini, ogni giorno arrivano pezzi da assemblare per rifinire le fuoristrade Willis rese celebri dalla seconda guerra mondiale. Il sogno italiano di una macchina per tutti veniva vissuto in Sicilia nella variante a stelle e strisce. Quel piccolo sito era nato per merito di Mimì La Cavera, ingegnere coraggioso e con gli agganci giusti.Poi, un giorno, a metà degli anni sessanta, il telefono che squilla nell’ufficio di La Cavera cambia la storia: è Vittorio Valletta, il numero uno della Fiat di allora. Il manager scelto dalla famiglia Agnelli pone una sola domanda all’ingegnere siciliano: “Ma tu sei italiano o americano?”. L’impianto per le Jeep venne chiuso e in pochi anni venne creato il polo Fiat di Termini Imerese. Che oggi chiude, perché fare macchine in Sicilia non conviene più, senza che nessuno chieda a Marchionne se si senta più italiano o americano.
di Pietro MESSINA
ESPRESSO 

venerdì 24 gennaio 2014

Usa: condanna a morte con anestetico per animali

ROMA, 24 GEN - Condanna a morte in Oklahoma con un barbiturico usato normalmente per l'eutanasia di animali. Le scorte di barbiturici infatti scarseggiano in Usa dopo il rifiuto delle aziende farmaceutiche europee a proseguire le forniture per le esecuzioni.
Kenneth Hogan, 52 anni, dei quali 27 nel corridoio della morte, era stato condannato alla pena capitale per omicidio nel 1988 quando aveva accoltellato una donna. Per l'esecuzione è stata utilizzata un'iniezione di pentobarbital, un potente anestetico.
ansa
236x60

234x60_Soldes_ita.gif

Fisco, si paga mini-Imu e Tares Giornata difficile, c'è anche sciopero trasporti pubblici

(ANSA) - ROMA, 24 GEN - Scade oggi il termine per pagare la mini-Imu e la Tares senza mora, cioè circa un centesimo al giorno di ritardo. Non si prevede un rinvio. La giornata si annuncia difficile: cittadini in giro per uffici e sciopero dei trasporti pubblici.

Italicum: si è partiti con Porcellum e si è arrivati al Pregiudicatellum

di Teodoro Fulgione
Dal Porcellum all'Italicum, passando per il Pastrocchium ed il Fiorentinum, ce n'è per tutti. La fantasia, quando si parla di legge elettorale, non manca: nomi, nomignoli e 'latinismi' casarecci abbondano ma non aiutano a chiarire le idee. In principio fu il proporzionale. Ha accompagnato la Repubblica dalla sua nascita fino al 1993 quando un referendum popolare con una maggioranza schiacciante dell'80% ne stabilì l'abrogazione e introdusse in Italia il sistema maggioritario. O meglio lo introdusse in parte. Il Parlamento, infatti, recepì, elaborò e diede vita al "MATTARELLUM": un sistema misto con il 75% dei seggi assegnati con il maggioritario ed il restante 25% con il proporzionale.
Il fine era ridurre il numero dei partiti e garantire la governabilità: tuttavia, per andare incontro alle richieste di rappresentatività provenienti dai partiti più piccoli ne uscì fuori una strana sintesi che valse alla nuova legge il nomignolo di ''MINOTAURO'', il mostro mitologico con metà corpo da uomo e l'altro da toro. La piena governabilità non si raggiunse. E neanche una drastica riduzione del numero dei partiti. Così, in tempi più recenti, si è messo mano nuovamente alla legge elettorale. A dicembre 2005 è nato il 'PORCELLUM' con il quale si è votato fino a quest'anno. Due le caratteristiche principali della legge che porta la firma dell'ex ministro Roberto Calderoli: premio di maggioranza e liste bloccate.
La legge non è piaciuta a nessuno e, anche in questo caso, non ha garantito la governabilità. Lo stesso ministro leghista nel presentarla la definì, battezzandola, una porcata. Da quel momento in poi costituzionalisti, politologi, leader di partito ma anche improvvisati esperti hanno prodotto decine di proposte di nuove leggi elettorali. Il risultato è stato un florilegio di ddl e nomignoli 'latineggianti': dal porcellum sono discesi il ''MAIALINUM'' e, ovviamente, il ''PORCELLINUM''. Per un periodo, la regola è stata porre il suffisso "um" al nome di qualsiasi estensore di un progetto di legge: sono nati così, ad esempio, il "VERDINUM" e il "QUAGLIARELLUM". Ma le mode passano, così è arrivato il periodo dei riferimenti geografici. Da un 'sempreverde' modello tedesco si è passati al 'ballottaggio alla francese', al sistema spagnolo detto ''ISPANICO'', quello ispanico e per finire ispanico-tedesco.
L'ultimo arrivato è "l'ITALICUM" che sintetizza i tentativi precedenti ed unisce il suffisso latino alla indicazione di provenienza geografica. Ovviamente, sono tutti nomignoli che si prestano all'ironia e al dileggio. Così l'Italicum viene ridotto ad un più regionale ''FIORENTINUM'' dagli avversari di Matteo Renzi. Irriverente come sempre Beppe Grillo che punta il dito contro la presenza di Silvio Berlusconi e lo battezza "PREGIUDICATELLUM'. Piace anche la caustica definizione del professore Giovanni Sartori che lo ha subito battezzato ''PASTROCCHIUM''.
RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

giovedì 23 gennaio 2014

L’abusivismo del potere

Il testo uscito dalla penna del sena­tore di Forza Ita­lia Ciro Falanga e votato a lar­ghis­sima mag­gio­ranza dal Senato della Repub­blica è qual­cosa di inau­dito. Il potere legi­sla­tivo si arroga la pre­ro­ga­tiva di indi­care ad un altro potere dello Stato indi­pen­dente dal primo l’ordine di prio­rità nella demo­li­zione dei casi di abu­si­vi­smo accer­tati e arri­vati fino all’atto con­clu­sivo pre­vi­sto dalle leggi, e cioè all’ordinanza di demolizione.
Per com­pren­dere il vul­nus che que­sto prov­ve­di­mento rischia di pro­durre nella strut­tura dello Stato si può pen­sare ad una serie infi­nita di altri reati. Per­ché non inter­ve­nire nella prio­rità di arre­sto per chi froda il fisco o per chi mette in com­mer­cio cibi adul­te­rati? Non è l’indipendenza della magi­stra­tura in forza della legi­sla­zione vigente che deve san­zio­nare i reati. E’ il Par­la­mento che detta le regole da rispet­tare sulla base della più asso­luta irra­zio­na­lità e discre­zio­na­lità dei cri­teri via via sta­bi­liti sulla base delle meschine con­ve­nienze poli­ti­che ed elettorali.
Se c’era un modo per demo­lire ulte­rior­mente la già scarsa fidu­cia che la quasi tota­lità del paese ha nei con­fronti del Par­la­mento, i sena­tori che hanno votato il prov­ve­di­mento hanno rag­giunto il loro scopo e c’è un unico rime­dio: disco­no­scerlo pub­bli­ca­mente e chiu­dere per sem­pre que­sta pagina buia.
Ma c’è anche una gra­vis­sima que­stione di merito che va evi­den­ziata. Il prov­ve­di­mento nella sua ipo­crita clas­si­fica di prio­rità parla ancora di «difen­dere il tetto» delle fami­glie che hanno subito l’ordinanza di demo­li­zione, quando tutti sanno che l’abusivismo di neces­sità è finito dagli anni ’90 dello scorso secolo. Da allora è sol­tanto un modo per inve­stire denaro di pro­ve­nienza ille­cita o per ten­tare spe­cu­la­zioni affa­ri­sti­che. Pur­troppo, da ven­ti­cin­que anni gra­zie alla cul­tura del con­dono e ai piani casa si con­ti­nua a sol­le­ti­care il fai-da-te nel governo del ter­ri­to­rio e il prov­ve­di­mento Falanga rap­pre­senta il ten­ta­tivo di appro­vare il quarto con­dono edi­li­zio. Dal primo con­dono (1985), gli altri si sono suc­ce­duti a distanza di nove anni. Sta­volta arriva con due anni di ritardo, ma fa lo stesso.
In que­sti giorni l’Italia che spera in un diverso futuro guarda con sgo­mento che un’intera regione, la Ligu­ria, sta sci­vo­lando a mare gra­zie al las­si­smo urba­ni­stico e all’abusivismo. Il senato della Repub­blica ha dimo­strato di non essere in sin­to­nia con que­sto sen­ti­mento dif­fuso. Il suo oriz­zonte si ferma alle con­ve­nienze elettorali.
 
di Paolo Berdini - ilmanifesto.it

#Italicum condono

L’incendio è stato domato, ma cova ancora sotto la brace. Il Ddl con­tro l’abusivismo appro­vato ieri dal Senato con 189 sì, 61 no e 7 aste­nuti — Ciro Falanga è il primo fir­ma­ta­rio (Forza Ita­lia) di un prov­ve­di­mento pre­sen­tato all’epoca delle «lar­ghe intese» tra Pd e Pdl (29 aprile 2013) — ha sca­te­nato una guerra di posi­zione nel Pd. Il pre­si­dente dei sena­tori demo­cra­tici Luigi Zanda è stato costretto a chie­dere una pausa di rifles­sione alla pre­si­dente di turno di Palazzo Madama Linda Lan­zil­lotta che ha riman­dato il voto sul provvedimento.
Nel par­tito di Mat­teo Renzi si è impo­sta l’opposizione dell’ala ambien­ta­li­sta e alcune indi­scre­zioni rife­ri­scono anche di ten­sioni con l’ala ren­ziana sugli equi­li­bri interni, dopo il sus­sulto pro­vo­cato dalle dimis­sioni di Gianni Cuperlo dalla pre­si­denza. Forte è stata la denun­cia con­tro il prov­ve­di­mento di Ermete Rea­lacci, pre­si­dente Pd della Com­mis­sione ambiente, ter­ri­to­rio e lavori pub­blici alla Camera: «Rende più dif­fi­cile la lotta con­tro l’abusivismo edi­li­zio in Cam­pa­nia. Alla Camera non pas­serà mai».
Sono inter­ve­nuti anche gli espo­nenti di «Green Ita­lia» Roberto Della Seta e Fran­ce­sco Fer­rante: «Il Ddl va fer­mato con ogni mezzo. È pen­sato per sal­vare migliaia di immo­bili abu­sivi in Cam­pa­nia e impe­di­rebbe alla magi­stra­tura di ese­guire cen­ti­naia di ordi­nanze di demo­li­zione di manu­fatti ille­gali e di fatto fer­me­rebbe la demo­li­zione degli abusi in tutta Ita­lia».
Il dise­gno di legge con­tro il quale ieri hanno votato Sel, Lega Nord e Movi­mento 5 stelle è nato per rime­diare alla «situa­zione pale­se­mente inge­sti­bile» della regione Cam­pa­nia: 700mila ordini di demo­li­zione e un numero tri­plo di pro­ce­di­menti avviati. Il testo pro­pone «l’istituzione di cri­teri di prio­rità per l’esecuzione delle pro­ce­dure di demo­li­zione cui si deve atte­nere il Pm com­pe­tente». Ven­gono così distinti diversi livelli di gra­vità, con­si­de­rando il valore sociale dell’immobile e la dispo­ni­bi­lità di un’altra solu­zione abi­ta­tiva per le fami­glie coinvolte.
«Defi­nire un ordine di prio­rità – sostiene il pre­si­dente di Legam­biente Vit­to­rio Cogliati Dezza, da giorni impe­gnata in un’operazione di contro-informazione sulla legge – può anche essere una scelta con­di­vi­si­bile, ma può diven­tare un vin­colo a cui le Pro­cure devono atte­nersi. È evi­dente anche al più inge­nuo osser­va­tore che que­sto signi­fica insab­biarsi nella buro­cra­zia e nei ricorsi giu­di­ziari. Di fatto bloc­care le demo­li­zioni e fare un regalo agli abusivi».
Secondo gli ambien­ta­li­sti, le prime case ad essere abbat­tute sareb­bero quelle peri­co­lanti, non ter­mi­nate o ina­gi­bili. Segui­reb­bero quelle usate per scopi cri­mi­nali o di pro­prietà delle orga­niz­za­zioni mafiose. Solo dopo si potrà pro­ce­dere all’abbattimento delle case vacanze al mare, di quelle costruite su mon­ta­gne a rischio frana o gli eco­mo­stri. «È una legge furba, che garan­ti­sce un argo­mento in più a chi vuole sal­vare le case abu­sive – ha aggiunto Cogliati Dezza — rischia di para­liz­zare l’attività delle Pro­cure che in que­sto Paese, spesso da sole, si occu­pano di demo­lire l’abusivismo edilizio».
Que­ste erano le posi­zioni con­trap­po­ste prima della riu­nione Pd che ha sciolto il nodo e ha deciso. Il prov­ve­di­mento è stato votato, con una pre­ci­sa­zione pole­mica rivolta agli oppo­si­tori interni accu­sati di «ine­sat­tezze»: «Con­fon­dono le pro­prietà immo­bi­liari con le solu­zioni abi­ta­tive», sosten­gono i sena­tori demo­crat. Que­ste ultime «hanno la loro tem­po­ra­lità». Inol­tre, i cri­teri adot­tati al Senato «sono quelli adot­tate dalle Pro­cure in Campania».
Il comu­ni­cato non ha affatto cal­mato gli animi. «Sem­brano già dimen­ti­cate frane e allu­vioni – hanno detto i sena­tori di Sel De Petris, Migliore e Cer­vel­lini – Invece di aiu­tare un pro­cesso di sele­zione dei manu­fatti da demo­lire, diventa un osta­colo per l’azione della magi­stra­tura. Non pos­siamo tol­le­rare l’aleggiante peri­colo di una sana­to­ria». Per Marco Di Lello, pre­si­dente dei depu­tati socia­li­sti e ex asses­sore cam­pano all’urbanistica «Forza Ita­lia si è fatta pala­dina degli abu­si­vi­sti ed era pre­ve­di­bile. Che lo fac­cia il Pd è incom­pren­si­bile. Sono basito». «La legge – ha com­men­tato il co-portavoce dei Verdi Angelo Bonelli – impe­di­sce il ripri­stino dei luo­ghi deva­stati dal cemento sel­vag­gio. La norma va ritirata».
Un fuoco di fila respinto da Chiara Braga, respon­sa­bile Pd dell’ambiente. «Il Ddl Fal­sca assi­cura gli abbat­ti­menti, altro che con­dono» ha detto Laura Pup­pato. La bat­ta­glia con­ti­nua. Alla Camera. Legam­biente ha aperto anche un altro fronte sul decreto Imu-Bankitalia, da appro­vare entro il 29 gen­naio al Senato. Nel pac­chetto è stata inse­rita una norma sul con­dono degli abusi com­piuti sugli immo­bili che lo Stato ha messo in ven­dita nel piano «Desti­na­zione Ialia» per col­mare un po’ l’abisso del debito pub­blico. Si tratta del con­dono voluto da Craxi nel 1985 e ripreso tre volte da Ber­lu­sconi. «È uno scan­dalo» accusa Cogliati Dezza.
ilmanifesto.it

Ruby-ter, indagati Berlusconi e i suoi legali. Indagate anche la stessa Ruby e alcune ragazze

MILANO - Silvio Berlusconi e i suoi difensori, gli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo, sono indagati a Milano nell'inchiesta cosiddetta Ruby ter. La loro iscrizione segue la trasmissione degli atti da parte del tribunale di Milano con l'ipotesi di corruzione in atti giudiziari, in particolare dei testimoni.
Indagate nell'inchiesta anche Ruby e alcune delle ragazze che hanno partecipato alle serate ad Arcore. Le giovani sono state iscritte nel registro degli indagati perché, come ha indicato il Tribunale, sarebbero state corrotte del'ex premier Silvio Berlusconi per testimoniare a suo favore nei processi.
Il procuratore della repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati ha comunicato che sono 45 gli indagati nella inchiesta Ruby ter aperta a Milano in seguito alla trasmissione degli atti da parte dei due collegi del Tribunale di Milano che hanno giudicato rispettivamente Silvio Berlusconi, e Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti. "Si è proceduto - si legge nel comunicato di Bruti LIberati - alla dovuta iscrizione nel registro notizie di reato. Ora - ha detto poi Bruti - saranno fatte le indagini necessarie e non credo che ci sia una ragione per procedere con il rito immediato''
L'indagine è affidata al procuratore aggiunto Pietro Forno e al pm Luca Gaglio. "Ilda Boccassini - ha detto il procuratore della Repubblica - mi ha segnalato che ha altri impegni più pressanti in questo momento''. Quindo non sarà Boccassini a seguire l'inchiesta cosiddetta Ruby ter.
"Io - ha replicato Berlusconi - sono qui e resto qui, sentendo su di me chiara e forte tutta la responsabilità che mi viene dalla fiducia e dal voto dei cittadini. Resto in campo, più convinto che mai di dover combattere fino alla fine per veder prevalere quello in cui credo profondamente. Chiunque - ha proseguito - in Italia voglia "vedersi riconosciuta da un magistrato una propria ragione deve aspettare anni ed anni. Talvolta un decennio e più. E hanno il coraggio di chiamare tutto ciò giustizia!. Nell'Italia di oggi potremmo tranquillamente dire: 'La legge è ugualmente ingiusta per tutti i cittadini'".
RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

mercoledì 22 gennaio 2014

INCHIESTA Arresto monsignor Scarano, spuntano relazioni omosessuali tra sacerdoti


SALERNO - L'arresto di questa mattina di monsignor Nunzio Scarano, di don Luigi Noli e il provvedimento di sospensione del notaio Bruno Fraunfelder hanno avuto ripercussioni anche in Vaticano. Infatti la Gendarmeria della Santa Sete ha bloccato e congelato conti correnti e gestioni finanziarie allo Ior (la banca vaticana) in capo a Scarano per due milioni e 232mila euro. Poi, «quando si arriverà all'esito finale dell'inchiesta penale del Vaticano su monsignor Nunzio Scarano ci si porrà la domanda del cosa fare di questi soldi» è quanto trapela da fonti della Santa Sede. DOSSIER - Non appena avuta notizia dell'inchiesta a Salerno a metà giugno, i conti di mons. Scarano sono stati subito esaminati dallo Ior che ha vagliato 10 anni di transazioni bancarie, realizzando un report di 100 pagine che è stato consegnato all'Autorità di informazione finanziaria (Aif) vaticana che poi ha inviato la documentazione al Promotore di Giustizia. Il tutto, fatto pressochè unico nella storia dei rapporti tra Italia e Vaticano, è stato poi messo a disposizione degli inquirenti italiani. Ciò che è avvenuto in seguito, in base alle rogatorie, riguarda gli accordi internazionali tra le autorità vaticane ed italiane, in particolare tra Aif e l'Unità di informazione finanziaria (Uif) italiana.
SESSO - C'è un passaggio a sfondo sessuale nell'ordinanza che incastra Scarano. E riguarda una telefonata tra "monsignor 500" e don Luigi Noli (l'altro sacerdote arrestato). L'intercettazione, che presenta numerosi omissis, fa riferimento a dei rapporti omossesuali che vedono coinvolti i due sacerdoti. Parlano i due sacerdoti, è il 9 febbraio del 2013: «Scarano e Noli ricordano di un’esperienza particolare - scrivono i finanzieri - vissuta laddove Scarano parla della relazione di …omissis.. che gli diceva: “A bello allora vuol dire che quello che ti ho dato quella sera non ti basta, ti devo dare il resto?’” E Luigi risponde: “…. Mamma mia, quella sera indimenticabile, un animale è diventato!” E ad un certo punto Nunzio definisce …omissis.. possessivo nei suoi confronti e Noli risponde: “Ti vuole tutto per sé. Immaginati se sapesse che con me…».
corriere,it

Monsignor Scarano intercettato: ai parenti gli alimenti destinati ai bisognosi

Monsignor Nunzio Scarano distribuiva ai propri parenti i generi alimentari che riceveva in elemosina e che ufficialmente venivano inviata alla Casa degli anziani di Salerno: emerge anche questo dalle intercettazioni telefoniche contenute nell'ordinanza di custodia cautelare notificata oggi al prelato dalla Guardia di Finanza.

L'11 aprile 2013, in particolare, Scarano, conversando con tale Giovanni, "dice che la settimana prossima dovranno arrivare gli altri pelati e li distribuisce alla propria famiglia"; nota il gip: "Mentre lui riferisce al telefono a tutti i propri interlocutori che li distribuisce alla Casa degli anziani!".

La sintesi della telefonata con Giovanni prosegue: "Nunzio chiede se ha tolto tutti i pelati dal garage (quelli della volta precedente che

pure ha riferito di distribuire alla Casa degli anziani, sottolinea il gip); Giovanni dice che li ha barattati con Mimmo per avere dell'olio e del vino. Nunzio dice di darli alla madre e di dare quattro o cinque cartoni di vino ad Enrico quando viene".
Sentite come persone informate sui fatti, la coordinatrice della casa e la presidente della società municipalizzata che la gestisce hanno riferito di non avere mai ricevuto offerte o donazioni di generi alimentari dal monsignore.
napoli.repubblica.it

Amanti. Tutti e due sacerdoti. Entrambi riciclatori di denaro attraverso lo Ior, la banca Vaticana

Amanti. Tutti e due sacerdoti. Entrambi riciclatori di denaro attraverso lo Ior, la banca Vaticana. Don Luigi Noli, il prete di 55 anni arrestato oggi a Salerno insieme all’ex responsabile dell’Apsa, il 62enne monsignor Nunzio Scarano, di quest’ultimo era da trent’anni il compagno.
Questo dettaglio sulla vita privata di monsignor Scarano era emersa negli atti giudiziari già un anno fa, quando la Guardia di Finanza di Roma iniziò ad ascoltare le telefonate del monsignore poi finito in carcere su ordine del gip di piazzale Clodio, per corruzione. Era l'alba del 28 giugno scorso, quando Scarano fu ammanettato la prima volta dai finanzieri di Roma nella casa canonica di don Noli, presso la parrocchia di San Filippo e Giacomo, a Fiumicino.
I due sacerdoti avevano pernottato insieme così come hanno dormito insieme questo lunedì sera, nella lussuosa residenza salernitana di 700mq di Scarano, alla vigilia dell’arresto avvenuto anche stavolta all’alba. Don Noli, da quando il monsignore ha ottenuto i domiciliari per motivi di salute, risulta essersi trasferito in pianta stabile a casa del compagno, ufficialmente per poter accudire il recluso. Ed effettivamente emerge dagli atti un sentimento di affetto e un rapporto di mutua assistenza tra i due preti.
Dopo il primo arresto di Scarano in quelle circostanze imbarazzanti, don Noli è stato allontanato da Fiumicino su decisione della Curia. Provvedimento motivato, presumibilmente, proprio dal diffondersi in ambienti vaticani delle voci sulla relazione tra i due visto che su Noli, nell’inchiesta romana, non erano emersi in quel periodo elementi che potessero farlo ritenere coinvolto.
Ora invece si sa che Luigi Noli avrebbe partecipato a pieno titolo nelle spregiudicate manovre finanziare del monsignore mettendogli in pratica a disposizione il suo conto corrente presso la Banca Popolare di Rieti e coinvolgendo in queste operazioni anche alcuni suoi familiari.
In particolare don Noli, ogni mese, in corrispondenza degli accrediti mensili del suo stipendio, versava sistematicamente assegni di pari importo a favore di Scarano il quale poi li versava su conti Ior facendo così, sostanzialmente, perdere a quel denaro tracciabilità. “Scarano dispone liberamente del mio conto corrente… Anche del libretto degli assegni…Abbiamo deciso di avere tutto in comune”, si è giustificato don Noli il 29 maggio 2013 nel corso di un suo interrogatorio citato nell’ordinanza. D’altra parte, scorrendo le pagine del documento cautelare notificato ieri, si leggono alcuni passaggi che spiegano non solo la natura del rapporto tra i due, ma anche come di quella relazione fossero a conoscenza in tanti. Ad esempio Massimiliano Marcianò, amico intimo e accompagnatore di Scarano durante le sue trasferte salernitane, ha dichiarato: “Tra Nunzio e don Luigi Noli c’è un rapporto particolare che a mio avviso va ben oltre un normale rapporto di amicizia, sono di fatto la stessa persona e condividono praticamente tutto”.
Viene citato nell’ordinanza anche uno stralcio di un’intercettazione telefonica tra Noli e Scarano che ha per oggetto argomenti di natura erotica che fanno riferimento a relazioni di natura omosessuale in cui sarebbero coinvolti in situazioni promiscue altri uomini di cui l’identità è coperta dagli omissis. Annotano i finanzieri a margine dell’informativa su una telefonata intercorsa alle dieci di sera tra Scarano e don Noli, il 9 febbraio del 2013: «Scarano e Noli ricordano di un’esperienza particolare vissuta laddove Scarano parla della relazione di …omissis.. che gli diceva: “A bello allora vuol dire che quello che ti ho dato quella sera non ti basta, ti devo dare il resto?’” E Luigi risponde: “…. Mamma mia, quella sera indimenticabile, un animale è diventato!” E ad un certo punto Nunzio definisce …omissis.. possessivo nei suoi confronti e Noli risponde: “Ti vuole tutto per sé. Immaginati se sapesse che con me…».
Proprio la natura del rapporto tra Scarano e don Noli ha secondo gli inquirenti rilevanza dal punto di vista investigativo: “Dunque – scrive la finanza - questo particolare rapporto tra Nunzio Scarano e Luigi Noli, che porta quest’ultimo a sentirsi un tutt’uno con il primo, superiore pertanto ad un mero rapporto di fraterna spiritualità e affettuosa amicizia, non può che implicare, a ragione, la piena consapevolezza, da parte di costui, degli affari illeciti in cui Scarano è versato”.
corriere.it

Prodotto il primo fascio di antimateria. Al Cern di Ginevra

Per la prima volta è stato  prodotto e intrappolato un fascio di antimateria. E' un altro successo del Cern di Ginevra: dopo la scoperta del bosone di Higgs, la caccia ai segreti della materia ha segnato un altro punto. Si è infatti aperta la possibilità di osservare più da vicino e in dettaglio i segreti della materia nella quale, come in uno specchio, le particelle hanno la stessa massa ma opposta carica elettrica rispetto alla materia ordinaria.

Pubblicato sulla rivista Nature Communications, il risultato è stato ottenuto nell'esperimento Asacusa, frutto di una collaborazione internazionale al quale l'Italia partecipa con l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn).

Nei fasci di antiparticelle prodotti al Cern e fatti scorrere all'interno di una sorta di cilindro lungo tre metri e mezzo, i ricercatori hanno individuato 80 atomi di anti-idrogeno, in un punto del cilindro collocato a circa 2,7 metri dalla sorgente di anti-particelle e nel quale le influenze dei magneti erano ridotte al minimo. Il fascio di anti-atomi è stato catturato ''in volo'', bombardandolo con microonde.

''Adesso saremo in grado di studiare più in dettaglio le caratteristiche dell'antimateria'', dice Luca Venturelli, dell'Infn di Brescia e dell'Università di Brescia, che coordina il gruppo italiano della collaborazione Asacusa.
I nuovi dati potrebbero portare ad una risposte che i fisici di tutto il mondo attendono da decenni: perché non vediamo l'antimateria se, subito dopo il Big Bang, era presente in una quantità pari a quella della materia? Se vengono a contatto, infatti, materia e antimateria si annichilano a vicenda. Eppure ''attorno a noi vediamo soltanto materia, ma non abbiamo mai trovato nemmeno un anti-atomo: dove sia finita l'antimateria è un mistero'', osserva Venturelli.

Questa disparità, che i fisici chiamano 'asimmetria', è un autentico rompicapo. Confrontare atomi di idrogeno e di anti-idrogeno costituisce uno dei modi migliori per eseguire test di alta precisione sulla simmetria tra materia e antimateria. Gli spettri di idrogeno e anti-idrogeno sono previsti essere identici: ogni piccola differenza tra loro potrebbe aiutare a risolvere il mistero dell'asimmetria e aprire una finestra sulla "nuova fisica".

Il prossimo passo dell'esperimento Asacusa sarà quindi produrre e analizzare fasci di antiparticelle sempre più ricchi e stabili. Il futuro sa di fantascienza perché l'antimateria potrebbe diventare una straordinaria fonte di energia, per esempio per realizzare motori di astronavi interplanetarie come quelli immaginati nella serie Star Trek.
© Copyright ANSA - Tutti i diritti riservati

Italicum spacca il Pd. Renzi: 'O riforme o voto'

Il nuovo presidente? "Deciderà l'assemblea del Pd. A me piacerebbe che non fosse uno dei miei, del mio giro ristretto". Così Matteo Renzi a 'Porta a Porta', commentando le dimissioni di Gianni Cuperlo da presidente del Pd. "La discussione" sul rimpasto "è durata da 17 ai 18 nanosecondi. Ad Enrico ho detto: 'per me fai te. Se vuoi chiedere una mano, te la diamo ma non da me. Non avrai mai da me la richiesta di uno sgabello, di uno strapuntino. L'idea che si fa politica per trattare le poltrone non esiste". Sostiene Renzi.

"Uno dei temi più contestati è la mancata espressione delle preferenze. Lo confesso: sono un sostenitore delle preferenze. Purtroppo sul punto si e' registrata una netta ostilità di Forza Italia". Lo scrive il segretario del Pd nella e-news. "Adesso possiamo dire che questa legislatura e questo governo non hanno più alibi. È il momento di correre. Basta chiacchiere, bisogna fare". Renzi chiede di approvare "rapidamente l'elenco di provvedimenti di 'Impegno 2014'" e mette tra le priorità il piano per il lavoro e la scuola.

Poi il segretario del Pd avverte: "Il passaggio di oggi è decisivo, senza riforme la legislatura rischia". E rivolto ai deputati in assemblea, Renzi sottolinea che "il Pd è centrale, se riusciamo facciamo tutti insieme le riforme". "Se falliamo noi falliscono tutti, se riusciamo noi cambia l'Italia". Infine illustrando la riforma della legge elettorale. "Chi non mi ha mai creduto - spiega - oggi deve prendere atto della realtà: nessuno trama contro Enrico Letta".

Gianni Cuperlo si dimette da presidente del Pd. "Mi dimetto perché sono colpito e allarmato da una concezione del partito e del confronto al suo interno che non può piegare verso l'omologazione, di linguaggio e pensiero": così scrive Cuperlo in una lettera al segretario Renzi in cui spiega il perchè delle sue dimissioni da presidente del Pd. "Mi dimetto - spiega Cuperlo - perché voglio bene al Pd e voglio impegnarmi a rafforzare al suo interno idee e valori di quella sinistra ripensata senza la quale questo partito semplicemente cesserebbe di essere. Mi dimetto perché voglio avere la libertà di dire sempre quello che penso. Voglio poter applaudire, criticare, dissentire, senza che ciò appaia a nessuno come un abuso della carica che per qualche settimana ho cercato di ricoprire al meglio delle mie capacità". "Ancora ieri, e non per la prima volta, tu hai risposto a delle obiezioni politiche e di merito con un attacco di tipo personale", scrive Cuperlo.
"Ritengo non possano funzionare un organismo dirigente e una comunità politica - e un partito lo è in primo luogo - dove le riunioni si convocano, si svolgono, ma dove lo spazio e l'espressione delle differenze finiscono in una irritazione della maggioranza e, con qualche frequenza, in una conseguente delegittimazione dell'interlocutore. Non credo sia un metodo giusto, saggio, adeguato alle ambizioni di un partito come il Pd e alle speranze che questa nuova stagione, e il tuo personale successo, hanno attivato. Conclude Cuperlo.
"Caro Gianni, rispetto la Tua scelta". Così Matteo Renzi risponde alla lettera di dimissioni di Gianni Cuperlo. "Pensavo, e continuo a pensare, che un tuo impegno in prima persona avrebbe fatto bene alla comunità di donne e uomini cui ti riferisci nella tua lettera". Sono certo "che - pur con funzioni diverse - ripartiremo insieme". "Conosco - aggiunge Renzi - la fatica che hai fatto nell'accettare la mia proposta di guidare l'Assemblea del Pd, dopo le primarie. Con franchezza e lealtà, non me l'hai taciuta. Non volevi farlo, ma hai ceduto alla mia insistenza. Pensavo, e continuo a pensare, che un tuo impegno in prima persona avrebbe fatto bene alla comunità di donne e uomini cui ti riferisci nella tua lettera". "Ti ringrazio per il lavoro che hai svolto nel tuo ruolo - prosegue il segretario - e sono certo che insieme potremo fare ancora molto per il Pd e per il centrosinistra. Ci aspetta un cammino intenso che può finalmente cambiare l'Italia".
"Siamo il Partito Democratico non solo nel nome, del resto. Un partito vivo, dinamico, plurale, appassionato. Un partito vero, non di plastica. Un partito dove si discute sul serio, non si fa finta. A viso aperto". "La stessa franchezza e lealtà mi ha portato a criticare, nel merito, il tuo intervento. In un Partito Democratico le critiche si fanno, come hai fatto tu, ma si possono anche ricevere. Mi spiace che ti sia sentito offeso a livello personale''.

martedì 21 gennaio 2014

Laetitia Casta verso il Festival

ROMA - Laetitia Casta verso il Festival di Sanremo. Secondo le indiscrezioni di queste ore l'attrice e modella francese è pronta a tornare sul palco dell'Ariston con Fabio Fazio dopo 15 anni, come ospite di una delle serate.
Per il Festival sarebbe un bel colpo: la diva internazionale fu la 'donna di Sanremo' nel 1999, quando Fazio era alla sua prima conduzione. Da allora i due sono sempre rimasti in contatto e quella del Festival, in scena dal 18 al 22 febbraio, potrebbe essere un'ottima occasione per ritrovarsi di nuovo insieme.
ansa

Rinviato a giudizio il figlio di Renato Zero Roberto Anselmo Fiacchini dovrà rispondere di maltrattamenti e di lesioni

ROMA - Roberto Anselmo Fiacchini, figlio adottivo di Renato Zero, è stato rinviato a giudizio e dovrà rispondere di maltrattamenti e di lesioni nei confronti della ex moglie. Lo ha deciso il gup di Roma Maria Paola Tomaselli che ha accolto la richiesta del pm Claudia Terracina. Il processo comincerà il 25 febbraio 2015 davanti ai giudici dell'ottava sezione del tribunale. Secondo l'accusa, il 40/enne figlioccio del cantante romano avrebbe "reso penosa e intollerabile la convivenza alla moglie - è detto nel capo di imputazione - attraverso continue, perduranti e reiterate vessazioni di ordine psicologico e fisico, facendola vivere in un clima di prostrazione". I maltrattamenti sarebbero cominciati nel 2009 e proseguiti nel tempo, anche davanti le figlie minori. Fiacchini ha sempre negato ogni accusa.
ansa

Faceva prostituire la figlia, arrestata

(ANSA) - SIRACUSA, 21 GEN - Avrebbe fatto prostituire la figlia 19enne dal gennaio del 2012 al luglio del 2013, procurandole clienti e intascando tutti i soldi. E' l'accusa contestata a una 37enne che è stata arrestata dai carabinieri della compagnia di Noto in esecuzione di un ordine di carcerazione emesso dal Gip di Siracusa. Il reato ipotizzato è di induzione e sfruttamento della prostituzione. L'arrestata è stata condotta nella casa circondariale di Catania.

Furto energia in 125 locali, 131 denunce

(ANSA) - BARI, 21 GEN - La Guardia di Finanza ha individuato a Bari 125 locali - bar, pizzerie, ristoranti, lavanderie e pescherie - dove veniva rubata l'energia elettrica attraverso l'allaccio diretto o la apposizione di potenti magneti sul contatore che permetteva un risparmio ai gestori fino al 99% del consumo. L'operazione ha portato a 131 denunce e a sei arresti. Secondo i calcoli dell'Enel, sono 14.500.000 i kw sottratti, per un valore commerciale di oltre 4 milioni di euro, oltre ad un milione di Iva.

Torino, case popolari a coppie di fatto

Nuovi diritti riconosciuti alle coppie di fatto, a Torino. Il Consiglio comunale ha approvato una delibera che riconosce l'assegnazione alle 'famiglie anagrafiche, basate sul vincolo affettivo', anche l'assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, in casi di emergenza abitativa. Modificato anche il regolamento dei cimiteri: il convivente potrà disporre della salma e dei funerali del defunto e potrà seppellire il congiunto nella tomba di famiglia.
ansa

Gianni Cuperlo si dimette da presidente del Pd

Lo ha annunciato lui stesso durante la riunione della minoranza, in corso alla Camera, leggendo la lettera che invierà al segretario Pd Matteo Renzi per motivare la sua decisione. "Mi dimetto perché sono colpito e allarmato da una concezione del partito e del confronto al suo interno che non può piegare verso l'omologazione, di linguaggio e pensiero": così scrive Cuperlo in una lettera al segretario Renzi in cui spiega il perchè delle sue dimissioni da presidente del Pd. "Mi dimetto - spiega Cuperlo nella missiva pubblicata sulla sua pagina Facebook - perché voglio bene al Pd e voglio impegnarmi a rafforzare al suo interno idee e valori di quella sinistra ripensata senza la quale questo partito semplicemente cesserebbe di essere. Mi dimetto perché voglio avere la libertà di dire sempre quello che penso. Voglio poter applaudire, criticare, dissentire, senza che ciò appaia a nessuno come un abuso della carica che per qualche settimana ho cercato di ricoprire al meglio delle mie capacità". 
"Ancora ieri, e non per la prima volta, tu hai risposto a delle obiezioni politiche e di merito con un attacco di tipo personale", scrive Cuperlo nella lettera aperta a Matteo Renzi (pubblicata su facebook) nella quale annuncia le sue dimissioni dalla presidenza dell'assemblea del Pd.
"Presenterò emendamenti contro le liste bloccate, perché non le vuole nessuno. E alla fine anche Renzi sarà chiamato a far prevalere la sintonia con il nostro popolo rispetto alla sintonia con Berlusconi: la nostra linea prevarrà in tutto il Pd". Lo afferma Alfredo D'Attorre. Il deputato bersaniano del Pd spiega che nel dibattito di stamane in commissione è emersa una volontà trasversale di cancellare le liste bloccate: "Lo abbiamo detto io, la Bindi e altri Pd, ma anche colleghi di tutti gli altri partiti, tranne FI".
"Sono contento dell'accordo tra Renzi e Berlusconi sulla legge elettorale perché siamo tornati alla grande politica che passa dalle parole ai fatti. Tutto questo mette fine alla tristezza giudiziaria contro Berlusconi che ha intossicato la vita del nostro Paese". Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Fi alla Camera, intervistato da Radio Anch'io.
"La proposta del segretario del Pd è seria, ragionevole. E' un buon punto di sintesi che consente, finalmente, di sbloccare un dibattito che dura da anni". Così il sindaco di Torino Piero Fassino sul modello elettorale illustrato da Matteo Renzi. "Consente - ha spiegato Fassino, a margine dell'inaugurazione di nuove linee di treni regionali - di garantire la governabilità ed al tempo ad ogni forza politica di misurare la propria rappresentanza. In ogni collegio plurinominale il numero degli eletti sarà molto contenuto e quindi si avrà un rapporto tra gli elettori e gli eletti che l'attuale legge ha impedito di fatto. Il largo consenso che ha ricevuto la proposta di Renzi, ed il fatto che anche chi aveva dei dubbi non ha votato contrario ma si è astenuto, consente al Pd di andare al confronto con altre forze politiche forte di una proposta in grado di dare una soluzione ad un tema per troppo tempo irrisolto".
"Il pacchetto" che include la legge elettorale "è bloccato, per cui stiamo qui a discutere ma senza alcuna speranza di modificare nulla. Questa è dittatura!". Lo denuncia su Facebook Fabiana Dadone, capogruppo M5S in commissione Affari costituzionali alla Camera. "Inizia finalmente la discussione sulla proposta fatta al di fuori del palazzo di Montecitorio (nelle stanza dell'inciucio), l'Italicum di Renzi e Berlusconi - riferisce Dadone -. I commenti sono quasi tutti rivolti all'accordo piuttosto che al merito della proposta di legge. Dico 'quasi tutti' perchè sia la Bindi (Pd) che Lauricella (Pd) si sono espressi nel merito della proposta di maggioranza ma contro questa legge perchè ha dei profili critici rispetto alla sentenza della Corte". La deputata M5S sostiene che "la soglia per il premio è troppo bassa, per cui il premio è incostituzionale". Inoltre "il listino bloccato è incostituzionale e antidemocratico, non permette la libera scelta dell'elettore". E ancora: "L'Italicus è venduto come proporzionale ma è un maggioritario. Anche questo va contro la pronuncia della Corte Costituzionale. Questa proposta è peggiore del Porcellum! E' una presa in giro vergognosa!", afferma.
''Il nostro vero interesse è che la legge elettorale sia una legge democratica, che consenta cioè al popolo di esprimersi realmente'': è l'opinione del ministro della Difesa, Mario Mauro, sulla nuova legge elettorale, espressa a 'Prima di tutto' su Radio 1. ''Quindi il tema della soglia che consente di avere il premio di maggioranza - dice Mauro - non è semplicemente una cabala di numeri. Il 35% nella nostra visione di Popolari per l'Italia è poco, rischia cioè di trasformare il momento del voto, in cui serve la partecipazione popolare, per ottenere la democrazia, in un momento in cui di fatto un'elite si impadronisce del governo del Paese. Prendiamo ad esempio le ultime elezioni, dove ha votato suppergiù il 50% degli avente diritto. Ecco il 35% di quel 50% è una quota della popolazione a nostro avviso insufficiente per esprimere una vera e propria maggioranza. Quindi attenzione al tema del premio di maggioranza, discutiamone in Parlamento, so che c'è un'intesa fra i due partiti più grandi ma questo è un tema che attiene all'esistenza dei partiti minori, è un tema che attiene alla democrazia del Paese e alla partecipazione popolare''. Per il ministro Mauro poi, ''dopo venti anni che votiamo obbligati a farci carico di ciò che le segreterie dei partiti hanno già deciso, ci fate votare con le preferenze, in modo da scegliere coloro che si vogliono mandare in Parlamento?''.
Dopo aver stretto sabato un patto di ferro con Silvio Berlusconi e un'intesa di massima con Angelino Alfano, Matteo Renzi supera anche il passaggio della direzione del Pd, imponendo con 111 voti a favore e 34 astenuti l'Italicum, il modello proporzionale di riforma elettorale da approvare entro le elezioni europee.
E con la forza dei numeri dentro il partito, il leader Pd blinda l'iter in Parlamento e mette a tacere la minoranza interna: "Non è una riforma a' la carte, chi pensasse di intervenire a modificare qualcosa manda all'aria tutto". Leader e sherpa hanno lavorato fino all'ultimo per chiudere un'intesa che non si limitasse all'accordo tra Renzi e Berlusconi. Il segretario Pd, anche per togliersi di dosso quella che definisce l'"ingenerosa" etichetta di voler "far le scarpe" al premier Enrico Letta, incontra, un'ora prima dell'avvio della direzione, il leader Ncd Angelino Alfano. In realtà il doppio turno, fanno trapelare oggi fonti vicine al segretario Pd, fa già parte dell'accordo con il Cavaliere e non è una concessione al Nuovo Centro destra.
Ma certo il ballottaggio di coalizione, nel caso in cui nessuno raggiunga la soglia del 35 per cento al primo turno, va nella direzione indicata da Alfano come condizione per non far saltare la maggioranza di governo. Dopo aver visto anche Mario Mauro dei Popolari, il segretario Pd arriva alla prova direzione. E, con il suo solito stile, non sembra disposto a fare sconti nè concessioni. "E' arrivato il momento per dimostrare se la politica sa decidere o è solo il bar dello sport", esordisce Renzi che, proprio sulla politica che decide, sferra l'attacco a Beppe Grillo, che bolla come "pregiudicatellum" l'intesa siglata tra il Pd e Fi.
Il sistema prevede un'attribuzione dei seggi su base nazionale, "una modifica allo spagnolo - chiarisce Renzi - per evitare una frattura dentro la maggioranza", con collegi con liste bloccate di 4-5 candidati. Per aggirare l'accusa del parlamento dei nominati, il leader Pd assicura che i dem "faranno le primarie e considereranno vincolante l'alternanza di genere". Ma è proprio sulle liste bloccate e per l'introduzione delle preferenze che Alfano e anche i Popolari annunciano battaglia in Parlamento anche se oggi il vicepremier può tirare un sospiro di sollievo dopo aver sventato "il tentativo di soffocarci in culla". Di modifiche, però, Renzi non ne vuole proprio sentire parlare. Nè tanto meno è disposto a portare a casa un via libera della direzione del Pd che però il giorno dopo diventa carta straccia: "Spero che Cuperlo mi voti contro ma poi quando si e' deciso passa il principio che la linea non impegna parte del Pd ma il Pd". Alla fine della direzione, l'opposizione si astiene anche se la riforma non è "convincente" e presenta, affonda il capo della minoranza, "profili di incostituzionalità". Accuse che il sindaco di Firenze non accetta così come difende a spada tratta l'intesa con Berlusconi. "Con chi dovevo discutere, con Dudù? - ironizza - il Cavaliere è legittimato non da noi ma dal voto di milioni di italiani. Io non sono subalterno a lui, non ne ho paura al punto da cambiare le mie idee se sono le sue".
Un riconoscimento che suona come miele alle orecchie del Cavaliere che subito ricambia in un abbraccio che però Renzi non teme: "Il leader Pd ha rappresentato in modo chiaro e corretto il contenuto della nostra intesa che offriamo con convinzione al Parlamento e al Paese''.
ansa

Civati, #Italicum? Chiamiamolo Fiorentino

(ANSA) - ROMA, 21 GEN - "Propongo di cambiare il nome della nuova legge elettorale, a cominciare dal fatto che mi ricorda la strage dell'Italicus". Così il deputato Pd Pippo Civati a Radio Capital sulla proposta di Matteo Renzi. E' un nome da Ventennio? "Sì e visto i toni anche un po' sbilanciati di Renzi ieri...".

"Io lo chiamerei il Fiorentino - propone Civati - perché nasce da Verdini e Renzi e poi fa pensare a Machiavelli, più alcuni barocchismi un po' spagnoli" anche se "il modello spagnolo è più serio".

Civati, Letta 2? Più probabile Renzi 1

(ANSA) - ROMA, 21 GEN - "Secondo me non si andrà a votare, almeno per un anno, un anno e mezzo. Il dato politico attuale è che riforma e elettorale e riforme istituzionali sono strettamente legate come mai in passato. E se il Patto delle larghe intese tiene, lo scenario più probabile non sembra un Letta bis, piuttosto un Renzi 1, con questo Parlamento senza passare per il voto. Mi sembra che Napolitano stia cambiando un po' linea rispetto a qualche settimana fa". Così Pippo Civati, deputato PD, a di Radio Popolare.

Brunetta, Letta è desaparecidos

Suo governo inadeguato e resta silente su problemi del paese
(ANSA) - ROMA, 21 GEN - "Il governo Letta si è dimostrato assolutamente inadeguato ai suoi compiti ed è sparito, come accade solo ai 'desaparecidos' ". Lo ha detto Renato Brunetta.

"Non è vero - ha aggiunto in capogruppo di Fi a Montecitorio - che l'esecutivo è più sicuro dopo l'accordo Renzi-Berlusconi sulla legge elettorale. Il problema è che Letta resta silente sui problemi del Paese, ne è prova il caos fiscale sull'Imu".

Sacerdoti in tv: #XIIIApostolo2 nei trending topic per tutta la sera

Due puntate ricche di suspance, di colpi di scena, di mistero, di fede e di scienza. Così ha esordito la seconda stagione de “Il Tredicesimo Apostolo”.
Il “Guaritore” e “La martire“, questi i due casi su cui padre Gabriel e Claudia hanno indagato questa volta. E i commenti del pubblico non si sono fatti attendere. Gli hashtag #XIIIApostolo2 e #IlTredicesimoApostolo sono balzati subito nei TT (trending topic) su Twitter (@XIIIApostolo). Tanti anche i commenti postati sulla pagina ufficiale FacebookIn attesa delle prossime due puntate, lunedì prossimo, continuate a commentare…
 social.mediaset.it

Legge elettorale, la simulazione: “Con l’Italicum maggioranza assicurata”

Sul sito Youtrend gli scenari del voto con la legge frutto dell'accordo Renzi-Berlusconi. Alle politiche del 2013 si sarebbe arrivati a un ballottaggio tra Pd e M5S. Basandosi sugli ultimi sondaggi, invece, solo democratici, grillini e Forza Italia riuscirebbero a superare lo sbarramento

L’Italicum di Renzi-Berlusconi un risultato sicuro lo porta: l’esistenza di una maggioranza parlamentare certa. Larghe intese addio, insomma. Lo sottolinea un’analisi del sito Youtrend, che propone anche alcune simulazioni di esiti elettorali basati sui risultati delle politiche 2013 e sui sondaggi più recenti.
Se nel febbraio 2013 si fosse votato con l’Italicum, spiega l’autore Salvatore Borghese, si sarebbe finiti al ballottaggio, non avendo nessun partito o coalizione raggiunto il 35% dei consensi. La sfida finale avrebbe visto contrapposti Pd e Cinque stelle. “Il vincitore avrebbe avuto il 53% dei seggi, ossia 334″, si legge su Youtrend. “Al primo dei perdenti – Pd o M5S – sarebbero andati 136-137 seggi, al Pdl 115, a Scelta Civica 44-45″.
Questo vale considerando i voti dei singoli partiti, dato che ieri in Direzione nazionale Renzi ha parlato di meccanismi “anti-liste civetta”, il che “sembra suggerire che con l’italicum i voti delle liste coalizzate sotto la soglia di sbarramento non sarebbero contati al fine di stabilire quali siano le coalizioni abilitate a vincere il premio oppure ad accedere al ballottaggio”. Se invece, proprio in virtù delle norme “anti liste-civetta”, i voti delle coalizioni fossero confluiti nei partiti maggiori, al ballottaggio sarebbero andate la lista/coalizione di Bersani e quella di Berlusconi”. Se al ballottaggio avesse vinto Bersani, avrebbe ottenuto 334 seggi, Berlusconi 132, il M5S 116 e i montiani 48; se invece a prevalere fosse stato Berlusconi, Bersani avrebbe ottenuto solo 134 seggi, Grillo 115 e Monti 47.
E se si votasse oggi, prendendo per buoni i dati dei sondaggi elettorali degli ultimi 15 giorni? Nessun partito arriverebbe al 35% e dunque si andrebbe al ballottaggio. “Solo tre partiti supererebbero le alte soglie di sbarramento (5% per i partiti coalizzati, 8% per i non coalizzati), e sono gli stessi che competerebbero per arrivare al ballottaggio”, scrive Youtrend. “Certamente il Pd, dato sopra il 30%, e che se vincesse al ballottaggio otterrebbe 334 seggi, contro i 150 di Forza Italia e i 146 del M5S; se invece al ballottaggio vincesse Forza Italia, al Pd andrebbero 177 seggi e al M5S 119; infine, se il partito di Grillo accedesse al ballottaggio e battesse il PD, sarebbero i grillini a vincere i 334 seggi, lasciando il PD a 175 e Forza Italia a 121″. Maggioranza assicurata, appunto, e nessuno spazio per i “piccoli”, dall’Ncd a Scelta civica a Sel… E 334 sarebbero i seggi spettanti a chi riuscisse a spuntarla subito al primo turno.

IL Fatto Quotidiano

 

 

Renzi prendere o lasciare. Democrack

«Ho detto ’pro­fonda affi­nità’ con Ber­lu­sconi. Avre­ste pre­fe­rito ’diver­genze paral­lele’?», «a quelli che pre­fe­ri­scono la prima Repub­blica fac­ciamo ciao ciao con la manina». Mat­teo Renzi apre con 40 minuti di ritardo la dire­zione del Pd che deve discu­tere — o meglio votare — la pro­po­sta di legge elet­to­rale. La trat­ta­tiva con Alfano è andata per le lun­ghe, e la pazienza il segre­ta­rio Pd l’ha con­su­mata tutta là, a sacri­fi­care vir­gole di deci­sio­ni­smo ren­ziano sull’altare della sta­bi­lità del governo Letta.
Per que­sto quando arriva davanti ai dem va per le spicce reci­tando per l’ennesima volta i titoli delle riforme che vuole por­tare a casa, almeno incar­di­nate, entro il 25 mag­gio e cioè entro le euro­pee: titolo V della Costi­tu­zione, «supe­ra­mento» del senato. Ma il core busi­ness del discorso è la legge elet­to­rale, che Renzi bat­tezza «Ita­li­cum», con un’assonanza con il treno della strage che sarebbe stato più bello evi­tare. Pre­mio di mag­gio­ranza dal 18 per cento per chi rag­giunge almeno il 35 per cento, secondo turno se nes­suna coa­li­zione lo rag­giunge, liste bloc­cate ma corte, sbar­ra­mento al 5 in caso di coa­li­zioni e all’8 in caso di sin­goli par­titi. «I par­ti­tini hanno ucciso le coa­li­zioni», chi vince «non deve essere ricat­ta­bile. Que­sta legge sta­bi­li­sce la voca­zione mag­gio­ri­ta­ria, non esclude le alleanze ma le fina­lizza a vin­cere per gover­nare». È la for­mula vel­tro­niana che per anni ha armato oppo­ste tifo­se­rie, l’autore va al micro­fono per impar­tire una bene­di­zione, ma cono­sce i suoi e invoca l’unità del Pd, come poi faranno anche Dario Fran­ce­schini e Franco Marini.
Ma Renzi ha preso la rin­corsa ed asfalta tutto: rispe­di­sce al mit­tente tutte le cri­ti­che che ha sen­tito. No alle pre­fe­renze («non sono mai state pro­po­ste dal Pd», lo copre Fran­ce­schini), tanto il Pd si impe­gna di svol­gere le par­la­men­ta­rie; e al «vin­colo della rap­pre­sen­tanza di genere». Le pole­mi­che con­tro lui sono «stru­men­tali» e si fa beffe di chi le fa. L’incontro con il Cava­liere? «Esprimo la mia gra­ti­tu­dine a Ber­lu­sconi per aver accet­tato a discu­tere nella sede del Pd. E con chi dovevo par­lare? Con Dudù? Non ho resu­sci­tato io Ber­lu­sconi. Una volta che le riforme si pos­sono fare, l’idea che si dovrebbe rinun­ciare in nome dell’ostilità pre­giu­di­ziale è di una subal­ter­nità allu­ci­nante». «Se non abbiamo paura delle nostre idee non abbiamo paura di con­fron­tarci con gli altri». Sono le parole con cui l’attuale mino­ranza difen­deva il governo delle lar­ghe intese. Renzi chiama la conta ma avverte: «Non votiamo sulle pro­po­ste del segre­ta­rio, ma su quelle già votate da due milioni di per­sone». Non è pre­ci­sa­mente così — di Ita­li­cum l’elettore delle pri­ma­rie non ha mai sen­tito par­lare — ma è così che la mette giù il lea­der. E cioè dura. Rin­cara ancora: «La pro­po­sta o è così o salta tutto».
Sfi­lano gli inter­venti a favore, la stra­grande mag­gio­ranza. Il lea­der dell’opposizione Cuperlo prova a fare qual­che pre­messa di metodo: «Non c’è una mino­ranza che vuole boi­cot­tare, intral­ciare un pro­cesso rifor­ma­tore». Ma nel merito è no su tutto. «Alla luce della sen­tenza della Con­sulta la pro­po­sta è di dub­bia costi­tu­zio­na­lità», dice Cuperlo, «non garan­ti­sce né una una rap­pren­tanza, né il diritto di sce­gliere. Il dop­pio turno », che chie­deva la mino­ranza ber­sa­niana, «è un passo avanti ma resta che la soglia per il pre­mio debba essere alzata almeno al 40 per cento». La mino­ranza non ci sta allo stile pren­dere o lasciare, ripro­pone — senza con­vin­zione — la richie­sta di una con­sul­ta­zione interna : «Si dice che è tutto deciso con il voto delle pri­ma­rie dell’8 dicem­bre? Che altri­menti è come fare esplo­dere la mac­china e boi­cot­tare la sto­rica riforma isti­tu­zio­nale? Andate spe­diti e ci rive­diamo a una nuova dire­zione che ricon­voca le pri­ma­rie la pros­sima volta. Fun­ziona così un partito?».
La replica di Renzi è schietta: «Capi­sco se la pro­po­sta delle pre­fe­renze la facesse Fas­sina, che ha Roma ne ha prese 12mila. Ma non chi non è pas­sato per le par­la­men­ta­rie». E insi­ste senza ceri­mo­nie: «Spero che Cuperlo voti con­tro. Ma poi vale il prin­ci­pio che dopo, il Pd viag­gia com­patto. Voglio fare della dire­zione un luogo vero, non o così o pomì, un luogo in cui si discute dav­vero. Ma quando si è deciso, quella linea non impe­gna parte del Pd ma il Pd». È il cen­tra­li­smo demo­cra­tico in salsa Leo­polda. Cuperlo lascia la dire­zione indi­gnato. Il segre­ta­rio incassa 111 sì. La mino­ranza conta le sue 34 asten­sioni (ci sono anche i civa­tiani), ma i ber­sa­niani insor­gono. Fas­sina: «Attacco inac­cet­ta­bile a Cuperlo». Ma per D’Attorre non è finita qua: «Se l’accordo resta sulle liste bloc­cate, la mia pre­vi­sione è che il gruppo rischia di spac­carsi. Pre­sen­terò un emen­da­mento. Detto tra noi, sono d’accordo sol­tanto i ren­ziani a cer­chio stretto, che pen­sano di essere tutti tute­lati dalle liste bloc­cate, e un nucleo ristretto di franceschiniani».
 
di Daniela Preziosi - ilmanifesto.it

Un superpremio, più alto del Porcellum

Tre­cen­to­tren­ta­quat­tro (334) seggi al primo par­tito, due­cen­to­no­van­tesi (296) a tutti gli altri. Come nella ver­sione ori­gi­na­ria della legge Cal­de­roli (set­tem­bre 1995), poi cor­retta e pas­sata alla sto­ria come Por­cel­lum. Anzi peg­gio, per­ché lo schema di legge elet­to­rale pre­sen­tato da Renzi parte da una base pro­por­zio­nale, ma ci aggiunge tutte le distor­sioni del voto popo­lare pos­si­bili: dalle alte soglie di sbar­ra­mento al pre­mio di mag­gio­ranza ai col­legi pic­coli. Al bal­lot­tag­gio, ultima con­ces­sione di Renzi ad Alfano. Gra­dita da Letta, «apprez­zata» da Berlusconi.
Si ripe­tes­sero iden­tici i risul­tati elet­to­rali di undici mesi fa, in par­la­mento sie­de­reb­bero con que­sto Ita­li­cum tre soli par­titi: Pd, Forza Ita­lia e Movi­mento 5 stelle (esclusi anche i mon­tiani che nel 2013 si sono pre­sen­tati come coa­li­zione). Il segre­ta­rio del Pd sostiene che que­sto sistema rispetta le indi­ca­zioni della Corte costi­tu­zio­nale, che ha deca­pi­tato il Por­cel­lum per il suo pre­mio di mag­gio­ranza ecces­sivo. Ma facendo i conti si sco­pre che il modello, con i risul­tati del 2013, rega­le­rebbe al Pd un pre­mio ancora mag­giore: 25% al par­tito al primo turno (alleati fuori per­ché sotto le nuove soglie), 53% di seggi. Signi­fica il 28% dei seggi in omag­gio — visto che al secondo turno non si sa quanti tor­nano a votare, in genere meno del primo.Nel 2013 il pre­mio alla coa­li­zione è stato «solo» del 25%, comun­que troppo per la Consulta.
Nel det­ta­glio la pro­po­sta pre­vede tre soglie di sbar­ra­mento, 5% per le liste coa­liz­zate, 8% per le non coa­liz­zate e 12% per le coa­li­zioni. Il pre­mio di mag­gio­ranza è del 18%, o meno se una coa­li­zione supera il 37% al primo turno, ma come abbiamo visto all’atto pra­tico è molto più alto. Se nes­suno rag­giunge il 35% si va al secondo turno, e allora chi prende anche un voto in più vince il 53% dei seggi. I col­legi sono pic­coli, delle dimen­sioni più o meno di una pro­vin­cia, le liste bloc­cate di quattro-sei can­di­dati. Ma la ripar­ti­zione dei voti è nazio­nale, così che Alfano può spe­rare di rag­giun­gere il suo 8% (o il 5% se decide di tor­nare subito con Ber­lu­sconi). È vero che l’elettore non avrà più di fronte le liste bloc­cate di 40 nomi, ma — lo ha fatto notare ieri Gianni Cuperlo — chi sce­gli una lista in un col­le­gio può finire col bene­fi­ciare il can­di­dato di una lista di una altro col­le­gio (colpa dell’attribuzione dei seggi su base nazio­nale). Infine non è pre­vi­sta nean­che l’alternanza dei sessi nelle can­di­da­ture; Renzi ha pro­messo che il Pd lo farà così come farà le pri­ma­rie. Ma non sarà la legge a imporlo. Altro aspetto che, alla luce della riforma dell’articolo 51 della Costi­tu­zione, è a rischio incostituzionalità.
Il segre­ta­rio del Pd ha spie­gato che la pro­po­sta va presa in blocco. «Non sono pos­si­bili modi­fi­che alle soglie, fanno parte dell’accordo con gli altri par­titi». Ber­lu­sconi lo ha imme­dia­ta­mente elo­giato, espri­mendo in una nota «sin­cero apprez­za­mento per­ché ha rap­pre­sen­tato in modo chiaro e cor­retto i con­te­nuti dell’intesa che abbiamo rag­giunto sabato». I dis­sensi interni al Pd — che ieri si sono fer­mati sulla soglia dell’astensione — si misu­re­ranno al senato. Dov’è annun­ciato un emen­da­mento per rein­tro­durre le pre­fe­renze. In teo­ria una qua­ran­tina di sena­tori demo­cra­tici non in linea con il segre­ta­rio potreb­bero bloc­care la riforma. Ma sono troppi, e troppo tempo deve ancora pas­sare. La riforma è adesso alla camera, anzi ci arri­verà. Una sur­reale e semi­de­serta riu­nione della prima com­mis­sione ieri si è adat­tata ai ritmi della dire­zione Pd. I com­mis­sari aspet­tano che venga loro reca­pi­tato il testo cuci­nato da Ver­dini, Renzi e Qua­glia­riello. Dovreb­bero por­tarlo in aula entro lunedì pros­simo, ma è più facile che sfo­rino di un paio di giorni. Comun­que Renzi sal­ve­rebbe la soglia psi­co­lo­gica di gen­naio. La sua tabella di macia pre­vede l’approvazione in prima let­tura entro feb­braio, e il sì defi­ni­tivo entro le euro­pee di maggio.
Per fine mag­gio dovrà essere appro­vata, almeno in un ramo del par­la­mento (non più in due), anche la «riforma» del senato. Che è in realtà una tra­sfor­ma­zione da camera elet­tiva a camera delle coop­ta­zioni: ci tro­ve­ranno posto sin­daci e pre­si­denti di regione. E forse anche qual­che ret­tore di Uni­ver­sità: la dire­zione del Pd ieri ha detto sì, senza una cri­tica, ma la pro­po­sta resta più vaga che mai. I coop­tati avranno fun­zioni legi­sla­tive? Lo illu­strerà la respon­sa­bile riforme, Boschi, entro metà feb­braio. E così avremo una camera riser­vata ai primi tre, quat­tro par­titi, con una mag­gio­ranza blin­data eletta da una mino­ranza di elet­tori. E un senato di ammi­ni­stra­tori locali gra­zio­sa­mente pro­mossi. Secondo Renzi è una cura con­tro l’antipolitica. Evi­den­te­mente omeopatica.
 
ilmanifesto.it

Altro che fallimento, il «berlusconismo» è la norma

Il 26 gen­naio del ’94 Ber­lu­sconi annun­ciava, con un cele­bre mes­sag­gio tele­vi­sivo, la sua «discesa in campo». Venti anni dopo, lo stesso Ber­lu­sconi si trova inglo­rio­sa­mente fuori dal Par­la­mento, asse­diato da ricor­renti guai giu­di­ziari, il suo movi­mento poli­tico appare in piena crisi, diviso e sfi­brato. Si può tut­ta­via par­lare di «fal­li­mento del berlusconismo»?
Non certo del fal­li­mento della cul­tura poli­tica di cui Ber­lu­sconi si è fatto portatore.
Il suo «anti-antifascismo» – come lo ha clas­si­fi­cato il suo più lucido stu­dioso, Gio­vanni Orsina – fino agli anni Ottanta rele­gato in posi­zioni mino­ri­ta­rie dello spet­tro poli­tico, si basava e si basa su una cri­tica orga­nica al carat­tere pro­gram­ma­tico dell’antifascismo, ben tra­dotto nella nostra Costi­tu­zione. Ebbene, è pur­troppo dif­fi­cile negare che il «discorso» ber­lu­sco­niano sui limiti e i difetti con­ge­niti della carta costi­tu­zio­nale (e della demo­cra­zia dei par­titi da essa sca­tu­rita) man­tenga una salda ege­mo­nia nel senso comune di tutti gli schie­ra­menti poli­tici. A que­sto mirava la bat­ta­glia delle idee della destra ita­liana, e que­sto obiet­tivo ha rag­giunto gra­zie al berlusconismo.
Si dirà, è la cri­tica che pro­viene da ambienti del «mode­ra­ti­smo», che Ber­lu­sconi non ha saputo attuare quella rivo­lu­zione «libe­rale», della quale a parole si era pre­sen­tato come araldo. Ma, senza tirare in ballo l’utopia di Adam Smith, biso­gnerà ammet­tere che l’ordine neo-liberale è stato bene o male restau­rato nel ven­ten­nio. I par­titi asso­mi­gliano sem­pre più a club di nota­bili, sul modello libe­rale otto­cen­te­sco, che non alle ese­crate mac­chine ideo­lo­gi­che di massa che hanno strut­tu­rato la poli­tica nel Nove­cento. La pre­senza dello Stato nell’economia è oggi ai minimi rispetto agli altri paesi civi­liz­zati; «lacci e lac­ciuoli» all’iniziativa pri­vata ce ne sono ancor meno.
Biso­gne­rebbe sem­mai affron­tare un ragio­na­mento serio su come que­sta libertà asso­luta sia stata usata dalle nostre classi diri­genti eco­no­mi­che. Ma que­sto tipo di ragio­na­mento non è molto con­ge­niale al nostro «mode­ra­ti­smo», troppo occu­pato a chie­dere capar­bia­mente «di più» in que­sta sui­cida dire­zione, senza fer­marsi a con­si­de­rare le con­se­guenze di quanto fino ad ora otte­nuto.
Se si getta poi uno sguardo oltre­con­fine, ci si accor­gerà che il ber­lu­sco­ni­smo, lungi dal rap­pre­sen­tare un’anomalia rispetto al pano­rama poli­tico dell’Occidente, ben si è con­fi­gu­rato come l’aspetto ita­liano di un feno­meno più gene­rale. Il legame di ferro tra inte­ressi affa­ri­stici (diret­ta­mente rap­pre­sen­tati ai ver­tici dello Stato) e potere media­tico ha con­trad­di­stinto tanto l’Italia ber­lu­sco­niana quanto gli Stati Uniti di Bush, la Spa­gna di Aznar e la Gran Bre­ta­gna di Blair. In tutti que­sti paesi si è assi­stito ad un ingente pro­cesso di redi­stri­bu­zione verso l’alto della ric­chezza attra­verso l’attacco al sala­rio diretto e dif­fe­rito, di asser­vi­mento dei mezzi di comu­ni­ca­zione e di restrin­gi­mento dei tra­di­zio­nali spazi demo­cra­tici. Ancora una volta, la fase getta una luce sini­stra sull’utilizzo di que­sti mar­gini di mano­vra da parte delle classi diri­genti; ma a tanto esse hanno mirato, e tanto hanno ottenuto.
Quella del «fal­li­mento del ber­lu­sco­ni­smo» pare dun­que una cate­go­ria autoas­so­lu­to­ria per chi, durante que­sto ven­ten­nio, al ber­lu­sco­ni­smo si è pre­sen­tato come alternativo.
Ma non è stato piut­to­sto il centro-sinistra, che in que­sti anni di Ber­lu­sconi è stato il con­tral­tare, a fal­lire? Attorno al Cava­liere si è infatti cemen­tato un blocco sociale fatto di inte­ressi nuovi, sorti dalla crisi dell’età dell’oro del capi­ta­li­smo, e di inte­ressi paras­si­tari ata­vici, ed a que­sto blocco sociale i governi ber­lu­sco­niani hanno dato rispo­ste con­crete: governi dura­turi, infatti, per­ché rispon­denti ad inte­ressi reali, per quanto retrivi. I governi di centro-sinistra invece, del poten­ziale blocco sociale che attorno alle varie coa­li­zioni sem­brava via via pren­der forma, hanno cre­duto di poter fare a meno: pren­de­vano voti da una parte, ma li met­te­vano a ser­vi­zio dell’altra.
Si ras­si­cu­ra­vano «l’Europa», i «mer­cati», gli «alleati», men­tre gli elet­tori e i mili­tanti della sini­stra vede­vano, una dopo l’altra, nau­fra­gare le con­qui­ste otte­nute a fatica nel corso della pre­ce­dente espe­rienza repubblicana.
Di qui, a ben vedere, la crisi reale del centro-sinistra ita­liano degli ultimi vent’anni: coa­li­zioni che hanno pen­sato di poter com­pen­sare con l’alchimia poli­tica le pro­prie defi­cienze di com­pren­sione del reale e di azione su di esso. Le spie­ga­zioni com­plot­ti­sti­che delle dif­fi­coltà espe­rite dalla sini­stra al governo, con al cen­tro le mene dei vari Ber­ti­notti, D’Alema, Mastella, rap­pre­sen­tano la spia di un atteg­gia­mento tutto poli­ti­ci­sta, appan­nag­gio non a caso di gruppi diri­genti ripie­gati su se stessi.
All’uscita di scena di Ber­lu­sconi può insomma non cor­ri­spon­dere una crisi del ber­lu­sco­ni­smo: è una cul­tura poli­tica desti­nata a carat­te­riz­zare anche il futuro del Paese, a meno di un radi­cale cam­bia­mento di rotta da parte dei suoi oppositori.
ilmanifesto.it

lunedì 20 gennaio 2014

Sarah Scazzi: giudici, Sabrina resta in carcere

(ANSA) - TARANTO, 20 GEN - La Corte di Assise di Taranto ha rigettato l'istanza di scarcerazione avanzata dai difensori di Sabrina Misseri,condannata all'ergastolo per l'omicidio della 15enne di Avetrana Sarah Scazzi,insieme con la mamma,Cosima Serrano.I legali lamentavano il mancato deposito delle motivazioni della sentenza e le precarie condizioni di salute di Sabrina, detenuta a Taranto dal 15/10/2010.In subordine i legali avevano chiesto per Sabrina gli arresti domiciliari presso la casa della zia Emma Serrano.

Mediaset: il 10 aprile udienza 'affidamento' Cav

MILANO - E' stata fissata per il 10 aprile, davanti al tribunale di sorveglianza di Milano l'udienza per discutere l'affidamento in prova ai servizi sociali di Silvio Berlusconi, condannato definitivamente a 4 anni di carcere, tre dei quali coperti da indulto, per il caso Mediaset. L'atto di fissazione dell'udienza è stato notificato oggi alla difesa.
ansa

Dalla cultura alla politica il cordoglio per Abbado

(Adnkronos) - Il presidente del Consiglio, Enrico Letta, esprime il profondo cordoglio suo personale e del governo per la morte del Maestro e senatore a vita Claudio Abbado. ''Con il suo talento, la sua dedizione, i risultati eccezionali raggiunti a livello nazionale e internazionale nel corso della sua lunga carriera, è stato e rimarrà un punto di riferimento per tutto il Paese e non solo. Il mondo della musica e della cultura - sottolinea Letta - perde un protagonista assoluto. Ci restano però la sua testimonianza e il suo esempio, a beneficio soprattutto di quei giovani per i quali Claudio Abbado tanto si è speso''.
La notizia della morte di Claudio Abbado "ci ha colpito e commosso. Poche persone come lui hanno saputo in questi anni dare prestigio alla cultura italiana, portandola nei teatri e nelle sale da concerto più importanti del mondo", dice la presidente della Camera Laura Boldrini, aprendo i lavori alla sala della Regina di Montecitorio del convegno per il Rapporto Federculture. "Un pensiero commosso a Claudio Abbado a nome mio e del Partito Democratico. La sua scomparsa è una perdita gravissima per la cultura italiana e per il Paese. Il suo costante impegno per sostenere e valorizzare i giovani talenti ha lasciato il segno anche qui a Firenze, in una scuola di musica di Fiesole, a cui il Maestro ha voluto devolvere la sua indennità di senatore a vita. La sua arte ha onorato l'Italia nel mondo, la sua passione civile rimarrà d'esempio per ciascuno di noi". Così il segretario del Pd, Matteo Renzi. "Aver lavorato con lui è stata una delle esperienze più importanti e formative della mia vita. Credo fosse un vero 'sovrano', aveva immensa autorevolezza ed intelligenza. La notizia della sua morte è un grande dolore". Il regista Mario Martone ricorda così, all'Adnkronos, il Maestro Claudio Abbado, con il quale aveva lavorato alla messa in scena di 'Così fan tutte' all'inizio degli anni 2000. "Aveva ancora moltissima musica da dirigere, tante iniziative da portare avanti. E' stato straordinario fino alla fine, straordinario per l'impegno che ha mantenuto nonostante le difficoltà dovute al suo stato di salute. Abbado lascia un insegnamento importantissimo, anche per la sua capacità di impegno civile. Lo amavo e lo amo molto, maestri così, non solo nel campo della musica, non so proprio quanti ce ne siano", conclude Martone.