venerdì 28 febbraio 2014

Sindone: ostensione dal 19/4 al 24/6

(ANSA) - TORINO, 27 FEB - L'ostensione della Sacra Sindone a Torino si terrà nel 2015 dal 19 aprile al 24 giugno, festa di S.
Giovanni Battista (patrono di Torino) e onomastico di Don Bosco.

Lo ha stabilito oggi il Consiglio esecutivo che coordina i lavori di preparazione, precisando che il periodo dell'ostensione (67 giorni) è più lungo rispetto al passato sia per la visita del Papa a Torino, sia per il pellegrinaggio al giubileo salesiano. Non sono ancora state indicate le date della visita del Papa a Torino.

Scoperti 715 pianeti, in sistemi solari simili al nostro

Sono stati scoperti 715 pianeti, molti dei quali fanno parte di sistemi solari simili al nostro. Ruotano attorno a 305 stelle e molti di essi potrebbero essere abitabili: è l'ultima grande sorpresa che arriva dal telescopio spaziale Kepler, della Nasa. Lanciato nel 2009 e costretto nel 2013 a ridimensionare la sua attività a causa di un guasto, Kepler ha raccolto dati cos' numerosi da rendere ancora possibili scoperte come quella appena resa nota dalla Nasa e in via di pubblicazione su The Astrophysical Journal.
Gli astrofisici hanno scoperto i nuovi pianeti analizzando i dati raccolti da Kepler tra il maggio 2009 ed il marzo 2011. E' emerso che per il 95% sono più piccoli di Nettuno, che è quasi quattro volte la Terra. Ci sono inoltre quattro pianeti più piccoli, dalle dimensioni di circa 2,5 volte rispetto a quelle della Terra. che si trovano nella cosiddetta ''zona abitabile'', ossia ad una distanza dalla loro stella tale da permettere l'esistenza di acqua allo stato liquido e, forse, anche di forme di vita.

La scoperta segna quindi un passo in avanti senza precedenti nell'individuazione di pianeti di piccole dimensioni: ''il fatto che questi nuovi pianeti e i nuovi sistemi solari possano somigliare al nostro incoraggia la ricerca futura'', ha detto il capo delle missioni scientifiche della Nasa, John Grunsfeld, riferendosi al prossimo telescopio spaziale che la Nasa si prepara a Lanciare, il 'James Webb', che potrà studiare in dettaglio i nuovi mondi scoperti da Kepler.
ansa

lunedì 24 febbraio 2014

Governo: Toti, parte male, continua peggio. Oggi italiani non sono affatto tranquilli

(ANSA) - ROMA, 23 FEB - "Il Governo è partito male e continua peggio: ora ha annunciato di voler tassare i risparmi delle famiglie. Oggi gli italiani non sono affatto tranquilli". Lo ha detto Giovanni Toti, consigliere politico di Forza Italia parlando al Tg5.

Passera: nasce 'Italia Unica', movimento di competenze

di Michele Esposito
Un "incubatore di competenze", privo di finanziamenti pubblici e non schierato, né a destra, né a sinistra. Ecco, in pillole, 'Italia Unica', il nuovo movimento lanciato da Corrado Passera che cercherà di farsi spazio nel fronte 'liquido' dei moderati. Partendo dalle "cose vere" e lanciando in giro per la penisola le ricette dell'ex ministro del governo Monti per un Italia con meno tasse e più soldi in tasca alle famiglie. "Questo Paese è una casa bellissima, che però sta crollando" e necessita di "una ripassata fondamentale", è l'esordio dell'ex ad di Poste Italiane e Banca Intesa dal palco dell'Aranciera di San Sisto a Roma. L'Italia, precisa Passera, è però anche un Paese dalle basi solide - famiglie, welfare, risorse - che ha tutte le carte in regola per ripartire.
Ma "non è più tempo di piccoli passi, l'urgenza è grave" occorre partire "da bisogni concreti, facendo toccare con mano alle famiglie "i soldi che possano permettere di arrivare a fine mese", è il refrain di Passera. L'ex ministro allo Sviluppo Economico non si ferma ai meri slogan, dicendosi convinto che, economia e occupazione posssono essere rilanciati muovendo "400 miliardi", con una riduzione di almeno "50 miliardi" al carico fiscale ed una lotta all'evasione che parta dal premiare chi non evade, restituendo l'Iva a chi paga con moneta elettronica". Il rimborso dei debiti della Pa nei confronti delle imprese (l'ex ministro parla di 100 miliardi), il potenziamento della Cassa Depositi e Prestiti su modello tedesco e il corretto utilizzo dei fondi Ue sono solo alcuni degli spunti di Italia Unica che mira anche ad una radicale semplificazione burocratica.
Il progetto di Passera è però anche prettamente politico. L'ex ministro ribadisce la sua allergia all'Italicum - azzera il nuovo che avanza, sbagliate le liste bloccate - mentre in tema di riforme si dice convinto che "una Camera basta e avanza, essendoci Bruxelles e le amministrazioni locali". Il bocconiano di Como, insomma, dopo dieci mesi di lavoro, snocciola un progetto vasto, in sette capitoli, che parte da una sorta di assioma: rimettere in sesto il Paese "si può, quindi si deve".
Un messaggio che Passera porterà in giro per l'Italia già dal 26 febbraio, arrivando a giugno con una "squadra formalizzata e un'organizzazione sul territorio": con una "start up politica" divenuta quindi struttura e pronta alla campagna elettorale. Il logo, intanto, già c'è: una stilizzazione tricolore delle regioni italiane che ciascun futuro militante può personalizzare sulla base dei propri dati identificativi. Passera, invece, non fa nomi, che alcune indiscrezioni individuano nei suoi uomini più vicini, da Marco Follini a Corrado Clini. Resta da vedere se e quanto Italia Unica riuscirà a far breccia sull'elettorato moderato. Magari catturando i primi scontenti di un governo Renzi al quale Passera guarda con distacco ma senza ostilità: "non abbiamo bisogno di un altro governo di transizione: servono coraggio, competenza e generosità", è il suo monito.
ansa

domenica 23 febbraio 2014

Più Vangelo, meno neoscolastica

Intervista a don Severino Dianich

Don Severino Dianich è una delle voci più autorevoli della teologia italiana. Animatore e presidente per lunghi anni dell'Associazione teologica italiana (ATI) ha insegnato teologia sistematica nello Studio teologico fiorentino, lasciando una traccia originale sui temi dell'ecclesiologia. Appartiene al presbiterio della diocesi di Pisa ed è attualmente incaricato della pastorale della cultura e dell'università. L'intervento è legato, da un lato, alla situazione attuale della teologia in Italia e, dall'altro, al ruolo pubblico del teologo nel dibattito civile e politico nel paese.
- È in atto una radicale riforma delle strutture della teologia in Italia (facoltà e istituti di scienze religiose). Che impressione ne ha?
«Non posso dare un giudizio su come di fatto stiano andando le cose, poiché non sono aggiornato sugli ultimi sviluppi. Ritengo che l'inserimento delle nostre istituzioni accademiche nel cosiddetto "processo di Bologna", che ha creato uno spazio comune europeo per le università, sia una grande occasione per la Chiesa italiana, perché può dare origine a un rapporto fra teologia e università più favorevole che nel passato.
Non avrei invece alcuna illusione sulla possibilità che le università statali creino all'interno delle loro strutture facoltà di teologia confessionali. Oltre alle difficoltà di natura politica, c'è il ben noto e dibattuto problema della scientificità della teologia confessionale e quindi della difficoltà di collocarla, dato il suo carattere epistemologico del tutto singolare, all'interno del quadro universitario. Si pensi all'interrogativo se si possa dare una teologia non confessionale, quale statuto epistemologico abbia la teologia confessionale, quale la differenza fra teologia e scienze religiose. Spostandoci sul piano politico, vedo improbabile che oggi lo stato laico sia disponibile ad accogliere nelle sue università una facoltà i cui docenti siano condizionati dalla "missio canonica".
Comunque va positivamente recensito un cambiamento di clima del contesto universitario, oggi più aperto che nel passato alla legittimazione del discorso teologico e più disponibile a superare il pregiudizio antiecclesiale, salvo che la situazione non stia peggiorando in questi ultimi scorci di tempo.
Entrare nel "processo di Bologna" significa collegarsi alla tradizione accademica del Nord Europa, che è sempre stata molto più attenta alle discipline teologiche rispetto alla tradizione laica italiana. Se le nostre istituzioni accademiche, però, non vogliono perdere quest'occasione, bisogna che crescano nella qualità degli studi e della ricerca e curino gli strumenti di controllo della qualità».

Una stagione stanca

- Da anni va ripetendo l'opportunità di ridurre e gerarchizzare gli insegnamenti del corso istituzionale, aumentando la qualità della licenza e del dottorato. A che punto siamo?
«Per le facoltà teologiche la Congregazione per l'educazione cattolica non sembra intenzionata a modificare il curriculum prescritto dalla Sapientia christiana, né l'idea che l'ispira, quella cioè di una presentazione integrale della riflessione teologica su tutto il deposito della fede. L'idea è ben comprensibile, soprattutto se si pensa alla formazione dei preti futuri, ma diventa sempre più difficile attuarla, non fosse altro per il processo di accumulazione del sapere che estende sempre di più il materiale da studiare.
Io credo però che si potrebbe benissimo da un lato curare la presentazione integrale ma molto sintetica dei contenuti delle diverse discipline, accorpando corsi che sono diventati, dal punto di vista didattico, eccessivamente specialistici e frammentati; dall'altro lato offrire corsi monografici che scendano più in profondità e formino all'analisi e alla capacità critica. Per portare un esempio, si potrebbe impostare un corso sintetico sul pensiero di san Paolo in tutto il corpus delle sue lettere, e affiancargli dei corsi d'analisi dettagliata di qualche singolo tema o di alcuni suoi brani.
Ciò che proprio non si può fare è accogliere la continua proposta di aggiungere questo o quel corso all'attuale piano di studi: ogni insegnamento in più significa un approfondimento in meno. Un ideale che andrebbe seriamente perseguito è il poter dare agli allievi la passione per la lettura, la riflessione, lo studio, il dibattito, perché anche il nostro ambiente sembra pervaso da un imperante pragmatismo, per cui sembra che l'unica cosa che conti SIA imparare il "mestiere" pastorale.
Lo studio della teologia non può prescindere dall'attenzione alle responsabilità pastorali, ma non può con questo esimere gli allievi dalla fatica del pensare e del ricercare. Da questo punto di vista è interessante, ma anche preoccupante, osservare che non di rado i laici risultino fra gli allievi migliori - in particolare le ragazze -, probabilmente perché sono più motivati dei seminaristi, i quali desiderano diventare preti e si sentono a volte semplicemente obbligati allo studio. Qui s'inserisce anche il problema della progressiva internazionalizzazione delle facoltà teologiche italiane, nelle quali però la frequente presenza di studenti africani, asiatici e latinoamericani a volte non è determinata da un ben programmato progetto di studi all'estero, ma da circostanze puramente occasionali: si è in Europa per una collaborazione pastorale con una diocesi e se ne coglie l'occasione per conseguire una licenza, avendo di fatto motivazioni deboli e poco tempo per studiare».
- La sua generazione è quella che, formata prima del Concilio, ha tradotto e recepito il Vaticano II. Con esso si è creato un interesse diffuso, poi il clima è cambiato. Come disegnerebbe lo sviluppo di questi cinquant'anni?
«Se si parte dalla grande vivacità e capacità creativa della teologia del tempo del Concilio e di quello immediatamente successivo, oggi indubbiamente siamo in un periodo di stanca. Se però consideriamo lo sviluppo della teologia in un arco temporale più lungo, allora la valutazione cambia. Cent'anni fa il termine stesso di teologo era desueto nel linguaggio comune e in quello ecclesiale. Per la cultura diffusa era una figura inesistente. Oggi no.
Nonostante tutto, la voce dei teologi è molto più presente nel dibattito pubblico. Sul quadrante nazionale va inoltre notato che una teologia italiana nasce solo dopo il Vaticano II, emergendo dalla precedente modestia delle scuole dei seminari, con la nascita di nuove facoltà teologiche e delle associazioni. Ma dopo tutto la creatività e la ricchezza riscontrata a cavallo del Vaticano II, e immediatamente dopo, non c'è più perché semplicemente non ci sono grandi personalità. Un Karl Rahner e un von Balthasar non nascono a ogni generazione.
È anche vero che dopo il Concilio è subentrata una più forte preoccupazione per l'ortodossia, del tutto comprensibile davanti a tante novità e al convulso movimento di idee che lo ha seguito, ma che, pur del tutto legittima, ha anche prodotto forme di autocensura, di mortificazione della creatività, di timori che pesano nel lavoro del teologo. A questo va aggiunto il ruolo dei media che, in ragione delle loro logiche, tendono a enfatizzare gli aspetti più contraddittori e personalistici di quello che dovrebbe essere considerato un normale dibattito, per cui un articolo critico de L'Osservatore romano diventa "la condanna di Roma" e una modesta diversità di valutazioni viene immediatamente presentata come una contestazione del magistero.
Anche per questo motivo alcuni vorrebbero che ogni discussione restasse privata e non apparisse sui media. È un desiderio comprensibile, ma di fatto irrealizzabile. In un tempo in cui nulla rimane segreto, l'opinione pubblica nella Chiesa non può restringere i suoi spazi per ragioni d'opportunità. Abbiamo invece bisogno di spazi di discussione, improntati all'assoluto rispetto, allo spirito di tolleranza e alla fiducia che dalla dialettica dei pareri possa nascere un cammino condiviso».

Comunione di fede, convincimento razionale, consenso politico

- Questo vale in particolare nel rapporto fra Chiesa e spazio politico?
«Non è facile distinguere il livello del discorso e del dibattito intraecclesiale da quello che avviene nel vasto campo pubblico delle discussioni politiche. Il primo livello si giova della comunione nella fede, per cui diverse interpretazioni possono sussistere nella comunità all'interno del consenso fondamentale ed è sulla base del comune profondo consenso che le differenze vengono valutate e accolte o delegittimate.
Nelle nostre società pluraliste e democratiche è invece difficile immaginare forme di consenso vasto, e tutto si muove nella dialettica delle diversità, per cui gli interventi degli stessi credenti, soprattutto quando si tratta di passare dalle questioni di principio, determinate sia dalla fede sia da un convincimento razionale, alla formulazione di concreti progetti politici, si trovano a dover fare i conti con ciò che è effettivamente realizzabile all'interno di un certo contesto».
- Nel dibattito pubblico si entra con l'opinione e con le ragioni che la sostengono…
«Il legame tra l'ambito della fede, e quindi la comunità dei credenti da un lato, e la società civile con il suo pluralismo di idee dall'altro, sembra possa essere affidato alla ragione. Questo spiega l'insistenza sul tema in molti interventi del papa e, recentemente, in un'ampia e articolata relazione del card. Ruini all'ultimo Forum per il progetto culturale (cf. Regno-doc. 5,2007,169). È un curioso paradosso: la Chiesa che dall'Illuminismo in poi è stata bersagliata come l'agenzia antirazionale per antonomasia, oggi, nel relativismo dominante, sembra essere l'ultimo avvocato della ragione e delle sue possibilità di raggiungere la verità.
In realtà si tratta di una posizione del tutto tradizionale. Per me credente sarebbe assurdo pensare che l'uomo non abbia ricevuto da Dio alcuna possibilità di distinguere il vero dal falso e il bene dal male. Sarebbe assurda presunzione ritenere che la fede dia al credente il discernimento fra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, e il non credente non trovi nella sua coscienza la stessa capacità di discernere.
È convinzione del tutto tradizionale nel cristianesimo che ci sia un campo di riflessione nel quale insieme, credenti e non credenti, possiamo usare la ragione e con essa, senza appellarsi alla rivelazione, possiamo trovare un consenso nel giudizio morale. Allo stesso modo tutti convengono che non si dà un processo razionale che conduca automaticamente al consenso della fede: questo è un atto libero che il credente fa mosso dalla grazia di Dio. Dire "libero" non significa dire irrazionale, perché ci sono buone ragioni per compiere liberamente l'atto della fede. Essa fa parte di quel piano dell'esperienza umana nel quale la conoscenza razionale si mescola con quella del cuore: è come quando uno s'innamora e si sposa».

L'apologetica che chiude

- In mancanza di un consenso sulla fede possiamo intenderci sulla ragione?
«Certo che possiamo. Ma non è affatto detto che questo accada sempre, come dimostrano i dibattiti su tante questioni etiche del nostro tempo. C'è quindi un problema teorico, quello delle possibilità della ragione di raggiungere certezze sui problemi della vita, e c'è il problema pratico: come noi Chiesa ci poniamo di fronte a un certo mondo nel quale di fatto su molti problemi, al contrario delle nostre attese, il consenso non c'è per nulla?
Certamente non possiamo attestarci su questo terreno come se la nostra missione di comunicare al mondo la fede in Gesù fosse condizionata dal raggiungimento del consenso degli uomini sui valori morali essenziali. Non è mai stato così. Non si arriva al Vangelo dopo aver esaurito il contenzioso sulla ragione. I preaembula fidei precedono la fede nell'analisi della logica dei suoi processi. Nell'esperienza concreta, in realtà, emergono insieme e dopo, quando sulla fede sperimentata si riflette e si ragiona».
- Vuol dire che c'è un modo d'invocare la ragione che mette in difficoltà la trasmissione della fede?
«Vedo questo pericolo qualora, partendo dal convincimento che è possibile un consenso sulla base della ragione, non si tenesse abbastanza in conto il fatto che in realtà nella nostra società questo consenso su molti temi non c'è, per cui dobbiamo comunicare la fede agli uomini all'interno di una cultura per molti aspetti ben lontana dalle nostre aspettative.
Forse che la cultura dominante al tempo di Paolo era più aperta al messaggio cristiano di quella odierna? Eppure… Fu a suo tempo l'illusione dell'apologetica e della neoscolastica, quella di poter vincere il conflitto delle idee sul piano razionale e così ritrovarsi spianato il terreno per la proposta della fede. Non per nulla i padri del Vaticano II durante i loro dibattiti, pur senza venir meno alla tradizionale convinzione cattolica sul potere della ragione di raggiungere il vero, hanno preferito sempre al linguaggio della scolastica quello della Bibbia e dei padri.
Intendiamoci: discutere con gli uomini sul piano della ragione è sempre buona cosa, purché non occluda i canali della proposta della fede, come può accadere quando la discussione non verte su problemi speculativi ma su quelli etici e sulle loro conseguenze politiche, per cui i non credenti s'irrigidiscono nel sospetto che la Chiesa intenda imporre il suo punto di vista, come se fosse la depositaria della razionalità.
Forse in questi casi è più fecondo proporre esplicitamente il messaggio di Gesù in cui crediamo e cercare di spiegarne la ragionevolezza e la bellezza».
- Una sorte di eterogenesi dei fini?
«La questione è che il costume contemporaneo in gran parte non si rifà più alla tradizione cristiana, e il relativismo diffuso tende a delegittimare la ricerca di un'etica comune. Si potrebbe pensare di bloccare certi sviluppi negativi del costume per via legislativa ma, qualora ciò potesse avvenire perché si è raccolto democraticamente un sufficiente consenso, bisognerebbe tenere in gran conto il prezzo che si rischia di dover pagare, cioè l'ostilità e l'avversione alla Chiesa di coloro che tale consenso non condividono, ai quali però, proprio perché più distanti, c'incombe l'obbligo di portare il Vangelo e fare la proposta della fede.
Non tentare di farlo può portare - è vero - a rassegnarsi a una posizione d'irrilevanza sociale della visione cristiana della vita e a una riduzione del cristianesimo a una subcultura del mondo contemporaneo. Non avrei grande paura di un simile esito, pensando a come, nei primi secoli e oggi in altri continenti, la fede possa occupare un posto marginale nella cultura diffusa e allo stesso tempo non perdere la possibilità di essere comunicata e accolta e di portare buoni frutti per il bene comune. Un esempio interessante di questo è oggi la Chiesa in Corea e poi penso alle comunità cristiane primitive, che hanno preteso la libertà della coscienza ma non hanno inteso rivoluzionare l'assetto della società, nemmeno combattendo la schiavitù, pur di mantenere aperti i canali alla diffusione del Vangelo».

Il primato dell'evangelizzazione

- Non c'è il pericolo di rimanere prigionieri della soggettivizzazione?
«Il pericolo c'è, ma credo che possa essere attraversato con la forza della fede. Del resto essa vive del primato della coscienza e della libertà personale. Né una società né una cultura aderiscono alla fede, ma è la persona che incontra la comunità ecclesiale. L'offerta della fede, diretta e semplice, di credere che Gesù è risorto e dà senso all'esistenza, è proposta all'individuo: condizione necessaria è la fiducia fra gli interlocutori.
Poi la comunità al suo interno, in obbedienza alla Scrittura e alla tradizione della fede, elabora l'esperienza, ne concettualizza e sistematizza i contenuti, ne raccoglie e ne ricava congrui imperativi etici e ne assicura l'autentica trasmissione attraverso il dogma. Essa inoltre condivide interrogativi, ricerche, domande sul senso che si muovono nella società. Cerca il dialogo e la possibilità di un ragionamento comune.
Tutto questo avviene all'interno di una certa cultura, con l'uso della ragione. Non è che prima di Nicea non si credesse alla divinità di Gesù, però solo più tardi si sono affrontati i problemi della sua concettualizzazione sistematica. Così l'offerta della fede può essere proposta anche oggi, in una cultura determinata da un soggettivismo imperante e dal relativismo, se siamo capaci di tenere aperti i canali della comunicazione con gli uomini di oggi».
- Si dovrebbe quindi parlare di diverse razionalità…
«Se con questo s'intendesse dire che niente può essere vero o falso, giusto o ingiusto per tutti, negheremmo sia l'universalità della scienza sia la possibilità della proposta universale della fede. Resta vero però che la stessa rivelazione del logos di Dio è avvenuta contemporaneamente all'interno della cultura semitica e di quella ellenistica, per cui oggi può attraversare anche i filtri della cultura indù, di quella buddhista, delle tradizioni africane, fino al piantarsi della fede nell'unico Logos, il Signore Gesù, all'interno di tante culture diverse.
Potrà piantarsi anche all'interno della cultura postmoderna? Sarà la missione pastorale della Chiesa che, con l'amore per l'uomo d'oggi, la valorizzazione delle sue qualità accanto al giudizio sui suoi peccati, aprirà le strade del cuore all'incontro della fede.
Sull'altro fronte sarà la ricerca intellettuale, la riflessione teologica a dover elaborare linguaggi e forme dell'annuncio, che più facilmente possano essere accolte. L'impegno di questi ultimi anni della Conferenza episcopale italiana intorno al problema dell'evangelizzazione e del primo annuncio ai non credenti merita di essere conservato in primo piano. E per ritornare alle prime questioni che mi sono state proposte, è la cura di una seria ricerca teologica che s'impone, sia nella conoscenza e fedele trasmissione del deposito, sia nell'elaborazione razionale, in dialogo con la cultura laica, dei grandi problemi dell'esistenza, sia soprattutto nell'invenzione di linguaggi nuovi capaci di dire con l'antica fedeltà il messaggio agli uomini di oggi».
- Priorità della fede e rilevanza del costume: qual è il ruolo della legge?
«La fede si occupa del bene dell'uomo e al credente preme il bene comune. L'attività legislativa all'interno della vita politica incide fortemente sul bene comune e, quindi, i credenti vi sono coinvolti anche in nome della loro fede. Il problema più intricato nel quale oggi ci dibattiamo deriva dal fatto che fra cattolici c'è consenso sui valori a cui tendere, per esempio sulla necessità di difendere e salvare la dignità della persona umana, la vita, la famiglia. Non sempre c'è un consenso sulle attitudini di questa o quella proposta legislativa a raggiungere lo scopo o, almeno, a evitare mali maggiori.
La mancanza di un consenso in questi casi non dipende dalla mancanza di una fede comune né dalla volontà di sottrarsi alle indicazioni del magistero le quali, ovviamente, delineano il valore irrinunciabile da perseguire, mentre il giudizio sugli strumenti da adottare si colloca di per sé sul piano tecnico giuridico e politico. Certamente è difficile stabilire un taglio netto fra i due ambiti, per cui sembra soprattutto desiderabile nella Chiesa l'esercizio del confronto e del dialogo fra pastori e laici e fra credenti dalla sensibilità diversa».
a cura di Lorenzo Prezzi, Gianfranco Brunelli - ilregno.it

Le riforme di Francesco e il cardinale Kasper

Le parole di papa Francesco per il cardinale tedesco hanno un significato importante sullo sfondo degli ultimi trent’anni di storia della teologia cattolica
Un papa gesuita come Francesco ha saputo finora coprire bene le proprie tracce, nel senso dei suoi teologi e pensatori di riferimento. La differenza rispetto agli altri papi post-conciliari è visibile: i francesi Maritain e Guitton per Paolo VI, la filosofia personalista e fenomenologica per Giovanni Paolo II, e Ratzinger il teologo per Benedetto XVI il papa.
Papa Bergoglio ha chiarito, si direbbe risolto, la questione del rapporto (suo e della Chiesa tutta) con la preziosa eredità della teologia della liberazione; ma sul resto, Francesco non ha fatto sfoggio dei suoi teologi di riferimento. Con un’eccezione vistosa: il teologo accademico, vescovo tedesco e poi cardinale Walter Kasper.
Fin dai primi giorni papa Francesco ha parlato in pubblico di Walter Kasper come uno dei teologi che legge e apprezza. Nella prima occasione, al suo primo Angelus del 17 marzo 2013, Francesco ne aveva parlato in riferimento al recente libro sulla misericordia (edito dalla Queriniana, diventato istantaneamente un best seller).
Ma i riferimenti di Francesco a Kasper dicono di più, specialmente in riferimento alla questione di cui si sta occupando il concistoro dei cardinali in questi giorni, ovvero la disciplina dei sacramenti per i cattolici divorziati. In primo luogo, Kasper è il teologo, tra le altre cose, della tradizione tedesca di riflessione sul rapporto tra fede e storia, ovvero sulla storicità del cristianesimo e della sue formulazioni – questione-chiave nella riflessione su Chiesa e morale moderna.
In secondo luogo, la pubblica elevazione da parte di papa Francesco di Walter Kasper a teologo-guida della riflessione in corso equivale ad una riparazione del ruolo di Kasper in una chiesa cattolica che ha sempre visto (a torto o a ragione) il teologo Ratzinger da una parte e molta della restante teologia contemporanea dall’altra parte. Chi ha studiato e vissuto nella chiesa tedesca sa che le parole di papa Francesco per il cardinale svevo Walter Kasper hanno un significato importante, sullo sfondo degli ultimi trent’anni di storia della teologia cattolica.
Massimo Faggioli - europaquotidiano

Democrack. Cambio di guardia senza cordialità

L'ultimo pic­chetto di onore, un lungo applauso degli impie­gati e dei fun­zio­nari di Palazzo Chigi, un saluto mano sul cuore che è un gra­zie, una lacrima; poi la riu­nione a quat­tro — lui, Letta, Mat­teo Renzi, il sot­to­se­gre­ta­rio uscente Patroni Griffi e quello entrante Del­rio — con la con­se­gna degli infi­niti dos­sier di un paese pie­gato; poi quel pas­sag­gio rapido e gla­ciale della cam­pa­nella, il sim­bolo di chi dirige le riu­nioni del con­si­glio dei mini­stri. «Arri­ve­derci». Dopo, la corsa verso l’aeroporto con la fami­glia, il decollo per Lon­dra per «uno stacco via da Roma per pren­dere le migliori deci­sioni» — scritto via tweet -, la dedica al bri­ga­diere Giu­seppe Gian­grande, spa­rato da un balordo nel giorno del giu­ra­mento, quel brutto 28 aprile 2013 — ini­ziò malie quel governo, i com­pas­sati della stampa par­la­men­tare cata­pul­tati nella cro­naca nera.
Enrico Letta tor­nerà a Roma mar­tedì per poche ore, sarà alla camera dove ha ancora uno scranno, e voterà la fidu­cia a Renzi. È l’unica cer­tezza sul futuro pro­fes­sio­nale e poli­tico di un uomo che, fino a dieci giorni fa, era desti­nato a navi­gare verso 2015, forse il 2018, poi chissà verso l’Europa. La «rifles­sione» sul suo futuro c’è dav­vero, come sa bene il pre­si­dente Napo­li­tano che dal Colle venerdì gli ha rivolto un appello a «dare un con­tri­buto in par­la­mento e in ogni istanza appro­priata». Lo strappo di Letta non potrebbe non asso­mi­gliare al no di Romano Prodi alle pri­ma­rie, poi rien­trato (oggi anche il pro­fes­sore fa i com­pli­menti a Renzi), sarebbe lo strappo di un mondo e di un modo, rot­ta­mato dai mondi e modi del nuovo pre­mier, entrato a Palazzo sgom­mando in Smart e uscito dalle stanze del Colle twit­tando «Arrivo, arrivo».
Intanto è andato così «l’ultimo di 300 giorni tutti dif­fi­cili». Letta non ha sor­riso alla scon­fitta, per non dire al tra­di­mento, ché è il tra­di­mento che para­lizza la mimica fac­ciale, e non la scon­fitta, dalla quale pre­sto o tardi ci si rialza. L’ultimo giorno di un governo di lar­ghe poi strette intese con la destra di cui il paese non aveva biso­gno ma pre­si­dente della Repub­blica, i par­la­men­tari, il suo par­tito invece sì, salvo rot­ta­marlo in un fiat, usa e Letta, in una discus­sione di par­tito in cui quelli che lo hanno soste­nuto — per­sino pre­gato di cor­rere alle pri­ma­rie con­tro Renzi — hanno cam­biato verso, a par­tire dalla sini­stra interna (tranne Civati, che non lo ha mai amato, e l’ex vice­mi­ni­stro Fas­sina che alla fine si astiene: «Incre­di­bile per noi votare sì»), e l’hanno pre­gato di levarsi dai piedi da solo, come una com­pa­gnia della bella morte. Fino a Dario Fran­ce­schini, già fidato brac­cio destro di Marini, Vel­troni, Ber­sani che a que­sto giro doveva essere il pon­tiere con Renzi e invece ha tes­suto il suo arrivo a palazzo, finendo a foto­gra­fare la Smart goliar­dica (foto smen­tita, ma a palazzo c’è chi giura di averlo visto).
Ieri la ceri­mo­nia senza sor­risi finti è stata l’unica imma­gine sin­cera del film super8 di una crisi di governo sfo­ciata in un pas­sag­gio di potere le cui ragioni — al netto delle legit­time ambi­zioni di Renzi — restano poco chiare. Il para­dosso è che quest’immagine l’ha for­nita il junior della pre­miata Letta&Co, la fami­glia delle media­zioni fel­pate, degli spi­goli arro­ton­dati, delle con­ver­genze tra­sver­sali e diver­genze paral­lele. Risol­verla con l’astio di Letta è una scor­cia­toia poco cre­di­bile, pro­prio per la sua atti­tu­dine e for­ma­zione, niente di più lon­tano da un conte di Montecristo.
Per chi suona la cam­pa­nella? Intanto per lui, che l’ha pas­sata a Renzi senza guar­darlo negli occhi — sem­bra uno sgarbo, invece è un gesto di cor­te­sia verso chi sa di aver impo­sto un avvi­cen­da­mento a Palazzo con la stessa mag­gio­ranza e lo stesso pro­gramma e con gli stessi applausi degli impren­di­tori plau­denti anche dieci mesi fa all’idea di non tor­nare al voto. Che oggi, con ogni evi­denza, hanno solo cam­biato cavallo. E visto che non c’è stata una discus­sione tra­spa­rente sul per­ché con la stessa com­pa­gnia Renzi dovrebbe arri­vare dove Letta non è arri­vato — meglio così, in certi casi — per ora resta il puzzle di indizi sparsi: il 2 feb­braio il pre­si­dente di Con­fin­du­stria Squinzi suona la cam­pana , «O si cam­bia passo o ad un certo punto andiamo a votare», su Rai­tre dal pro­gramma di Lucia Annun­ziata, diret­trice dell’Huf­fing­ton Post, gruppo L’Espresso. Altri indizi sono le bat­tute alla spic­cio­lata sui media dei ’grandi’ nostrani, ban­chieri, indu­striali, mana­ger. Come Della Valle (Tod’s, San­paolo), Tron­chetti Pro­vera (Pirelli), Nagel (Medio­banca). E impren­di­tori edi­tori, come Cal­ta­gi­rone, patron di un Mes­sag­gero recente fan del ren­zi­smo; o De Bene­detti, edi­tore del gruppo Espresso, poi tirato in ballo in una tele­fo­nata rubata a Fabri­zio Barca in cui l’ex mini­stro parla di «un for­cing attra­verso un suo gior­na­li­sta» per entrare nel governo Renzi.
Un’altra coin­ci­denza è che siamo alla vigi­lia delle nomine in Eni, Enel, Fin­mec­ca­nica, Terna e Poste, per non par­lare della selva di altre minori, in un intrec­cio ine­stri­ca­bile di con­flitti di inte­resse. Nomine che Mas­simo Muc­chetti, ex vice­di­ret­tore del Cor­riere della sera e oggi sena­tore Pd defi­ni­sce «il primo, serio banco di prova per Renzi sul fronte del potere».
Chi avrebbe scelto Letta, con la sua rete intes­suta in anni di rela­zioni tra­sver­sali, del suo VeDrò, think net oggi in via di liqui­da­zione, da cui ha pescato a piene mani per com­porre il suo governo; e chi sce­glierà il rot­ta­ma­tore che in poli­tica ha rot­ta­mato un paio di lea­der ma nell’establishment ha tifosi non gio­vani fana­tici della rot­ta­ma­zione, pur­ché­de­gli altri. Que­sti sono i capi­toli non scritti di una vicenda di cui con ogni pro­ba­bi­lità non si par­lerà lunedì e mar­tedì, al dibat­tito sulla fidu­cia a Renzi. Ma della cui esi­stenza il gelo a Palazzo Chigi era la pla­stica, e pre­oc­cu­pante, prova.
ilmanifesto.it

venerdì 21 febbraio 2014

Fazio: ecco quanto guadagna

Fabio Fazio è oggi un presentatore engagé, impegnato, quasi militante. Una vocazione che per alcuni stride con le sue origini e con la sua attenzione per il soldo e la proverbiale parsimonia. Si narra, in Liguria, che un giorno Fazio e Roberto Saviano, attovagliati in un rinomato e costoso ristorante della Riviera ligure, ordinarono per i nove uomini della scorta «un solo piatto». Le altre portate fu costretto a offrirle lo chef.  Oculatezza a parte, Fazio di sinistra non ci è nato, lo è diventato, tanto che alle elezioni studentesche si candidò contro una lista «rossa». «Erano gli anni in cui i comunisti erano insopportabili» dichiarò al cronista qualche anno fa. Il padre Giuseppe, di Varazze (Savona), classe 1934, era impiegato, la madre Delia, originaria della Calabria, seppur nata in Etiopia, faceva la casalinga. La famiglia era molto cattolica. E non certo comunista. Da ragazzo Fabio frequenta l’oratorio anche se è negato per tutti gli sport ed è esonerato da ginnastica. Al liceo però va bene ed esce con un buon 52 («Ma meritavo di più, ero  bravissimo, uno dei più migliori della classe»). Dopo aver perso tre anni tra Genova e Pavia per frequentare giurisprudenza (a diventare avvocato sarà il fratello più piccolo, Massimiliano), si laurea in Lettere (110 senza lode) e inizia a fare l’intellettuale de sinistra.
Nei primi anni ’80 il professore che gli dava ripetizioni di greco, Felice Rossello, gli presenta il concittadino Carlo Freccero, genio del tubo catodico e certamente di sinistra. Il quale gli domanda: «Vuoi fare un programma di Rete 4 (all’epoca della Mondadori ndr)?». La prima conduzione di Fazio, nel 1984, è in Sponsor city: «Fu un programma catastrofico» ricorda il presentatore. Insieme con lui c’erano, tra gli altri, Bombolo e Loris Del Santo. Nel 1993  arriva la consacrazione con Quelli che il calcio, su Raidue, ma non è ancora «impegnato». Infatti nel 1994, mentre Silvio Berlusconi scende in campo, accetta di fare il testimonial per il Dash. Eppure la vena radical chic sta per prendere il sopravvento.
Nel 1996, alla vigilia delle elezioni che decreteranno il trionfo di Romano Prodi, a Paderno Dugnano (Milano), promuove con trasporto i candidati Patrizia Toia e Nando Dalla Chiesa nell’evento «Quelli che l’ulivo». Nel 1997 il portavoce dei Verdi Luigi Manconi lo coopta nel comitato del movimento. A chi gli domanda chi preferisca tra Prodi e Veltroni, Fazio risponde sicuro: «Sto con Veltroni, non c'è dubbio. Ma da qui a pensare a chissà quali intrecci ce ne passa. E poi non ho mai avuto una tessera. Anzi, ne ho solo una, quella dell' Anpi (Associazione nazionale partigiani, ndr)». Nonostante tutto questo impegno ha il tempo di fondare una società di consulenza e produzione, la Archimede, che chiude nel 1998. Intanto i suoi guadagni crescono: nel 1999 per Quelli che il calcio incassa circa 1,3 miliardi di lire e 500 milioni per Sanremo; quindici anni dopo i suoi compensi sono più che raddoppiati: 1,8 milioni per «Che tempo che fa» e circa 600 mila euro per la kermesse canora.
Nel 2001, mentre conduce un comizio di Massimo D’Alema, irride la tv commerciale: «Tra la prima e la seconda parte della costituzione Berlusconi ci metterà la pubblicità?» domanda. Ma la politica non gli fa mai dimenticare la borsa e così proprio in quei giorni, accompagnato dal suo avvocato, mette a punto un contratto miliardario con la neonata 7 del dalemiano Roberto Colaninno. Dopo neanche tre mesi il suo Fab show viene annullato e lui se ne va con 28 miliardi tra buonuscita e penali. Ma che cosa ci ha fa con tutti questi soldi? Da uomo oculato sceglie investimenti sicuri. Come il mattone.
Per esempio ha comprato casa nell’amata Parigi. Nel 2002 ha fondato persino un’immobiliare, la Apparvest srl, che nel 2008 è stata liquidata. Di quella avventura restano due lussuosi appartamenti a Milano, in zona Porta Romana, rispettivamente di 8,5 e 9,5 vani. Nel savonese bisogna aggiungere sei vani ad Albissola Marina e altre due grandi appartamenti a Varazze (8,5 e 9,5 vani), di cui sono usufruttuari i genitori. Oculata amministratrice è la moglie Gioia, 46 anni, laureata in lingue. I due si sono conosciuti nel 1986 durante un concorso di canzoni tra liceali savonesi (Fabio era in giuria e lei vinse) e sposati nel 1994. Oggi vivono sulle colline di Celle ligure in un vecchio cascinale riattato a supervilla (classe A8), una casa un po’ da cumenda che nel 1998 aveva suscitato diverse polemiche.
«Considerati la movimentazione di terra, la variazione di volumetrie, la realizzazione di nuove cubature e di una vasca, l'intervento pare configurarsi non come una ristrutturazione ma piuttosto come una sostanziale modifica dell'immobile originario» protestarono tre consiglieri comunali di Forza Italia. «È tutto regolare. Non è stato costruito un centimetro più del previsto» ribatterono lo stesso Fazio e il sindaco della cittadina. Di certo nel tempo la villa ha variato il suo aspetto e nel 2010 sono stati registrati al catasto «divisione, ampliamento, diversa distribuzione degli spazi interni». La magione è salita a 13 vani e a questa si sono aggiunti due mini appartamenti di 2 e 3 stanze. Il tutto circondato da 7 mila metri di uliveti. Va detto, però che, per chi osserva dall’alto, la principale attrattiva risulta la piscina oversize, quasi un laghetto artificiale. Che, forse, ha ispirato il sermone sulla bellezza con cui Fazio ha aperto l’ultimo Sanremo.
di Giacomo Amadori - liberoquotidiano.it

Governo: manca intesa

Vertice nella notte tra Matteo Renzi e Angelino Alfano per sbrogliare la matassa della squadra di governo. Erano presenti anche Graziano Delrio, Dario Franceschini e Maurizio Lupi. L'incontro è durato un'ora e mezzo.
Sono ore concitate di trattativa finale per Matteo Renzi. Tra giochi al rialzo, veti incrociati e una buona dose di tattica, non si sciolgono i nodi aperti per la nascita del governo. Il premier incaricato mostra fiducia e conferma i tempi per sciogliere la riserva sabato. Ma è braccio di ferro con Angelino Alfano sul Viminale. Una tensione che a cascata si ripercuote anche sulla stretta finale sui ministeri, a partire dal ministero dell'Economia: o riesco a innovare il volto del mio governo, sarebbe la tesi del leader Pd, o se devo scendere a compromessi allora scelgo io chi terrà i cordoni della borsa del governo ed il mio uomo è Graziano Delrio.

"E' questione di ore e chiudiamo tutto": lo dice ai cronisti il premier incaricato lasciando la sede del Pd. Ad altre domande, prima di salire in auto, ha risposto "tutto bene, tutto bene".

In serata poi Renzi ha incontrato, insieme a Luca Cordero di Montezemolo, lo sceicco Khaloon al Mubarak, patron del Manchester City e a capo di un fondo interessato all'operazione Etihad-Alitalia, chiedendogli conferma dell'interessamento per l'operazione che riguarda la compagnia aerea italiana.

Uno dei momenti importanti della giornata e' stato il vertice dei partiti che dovrebbero garantire la maggioranza al nuovo governo. Nove i gruppi parlamentari presenti: Pd, Ncd, Sc, Pi, Udc, Psi, Cd e minoranze linguistiche di Sud Tirolo e Val D'Aosta  Il primo a parlare al termine dell'incontro, coordinato da Graziano Delrio, e' stato Renato Schifani:  "Un passo avanti, ci sono state illustrate le priorità del premier incaricato, seguiranno delle indicazioni nelle ore successive. E' stata una riunione proficua ma non può essere definitiva" ha detto l'esponente di Ncd. Poi ha parlato Quagliariello, sempre di Ncd: "E' assolutamente normale" che ci siano criticità "nelle prossime ore bisogna vedere se si risolvono" ha detto il ministro per le Riforme uscente auspicando che la riunione porti ad un documento programmatico scritto. Per i Popolari italiano ha parlato al termine del vertice il capogruppo alla Camera Lorenzo Dellai: '"La cosa più importante da chiarire credo sia il rapporto fra la legge elettorale, le riforme e questo programma di governo. Noi pensiamo che serva una sola maggioranza, non crediamo positivo che ci siano due, una sul governo, una sulle riforme".

La sfida di Alfano a Renzi e al PD - Uno dei nodi che ha difronte Renzi e' il rapporto con Angelino Alfano e Ndc. Ed e' stato proprio l'ex vice premier stamani ad aprire la giornata di dichiarazioni dopo la riunione con i gruppo di Senato e Camera del suo partito: "Abbiamo già il foglio Excel pronto, con l'indicazione precisa delle nostre priorità, i tempi di realizzazione e il responsabile degli obiettivi" ha detto Alfano. "A noi interessa mettere a punto un programma chiaro che preveda meno tasse sulle famiglie, sulle imprese, sui lavoratori" ha sottolineato dicendo 'no' di Ncd a un ministro dell'Economia "particolarmente affezionato alle tasse", perché "la vera priorità in questo momento è la diminuzione delle tasse". "Oggi penso sia un giorno importante per capire dalla parte di Renzi e dalla parte del Pd se le nostre proposte programmatiche possano giocare da protagoniste nell'ambito del contratto di governo" ha riflettuto Alfano. "Abbiamo detto alcuni no molto chiari, che riguardano sia il programma sia l'assetto di governo: no alla patrimoniale, no ad un giustizialista alla Giustizia, non vogliamo all'Economia qualcuno particolarmente affezionato alle tasse" ha aggiunto. Altra questione e' la riforma della legge elettorale. "Per rendere credibile che davvero togliamo il Senato così come è - ha detto Alfano -  sarà indispensabile approvare una norma che attribuisca alla legge elettorale un vigore, una sua immediata applicabilità appena concluso il cammino delle riforme". "Noi crediamo ad un governo che abbia davvero una straordinaria capacità riformatrice, perché questa si sprigioni, non si può campare 6, 7, 10 mesi. Questa era la prospettiva del governo precedente", aggiunge Alfano rimarcando che per dare un'impronta fortemente riformatrice al nuovo esecutivo "dobbiamo avere un po' di tempo a disposizione e per avere questo tempo a disposizione non si può giocherellare dicendo 'facciamo la legge elettorale e andiamo al voto'". Con una legge elettorale non legata al cammino delLe riforme, conclude Alfano, si dirà: "Approvano la legge elettorale per andare al voto e le riforme le annunciano ma non le faranno e quindi fanno finta".
Delrio, con Ncd troveremo una sintesi  - "Non c'è nessuna trattativa in corso, stiamo parlando e troveremo una sintesi". Così Graziano Delrio, arrivando al vertice di maggioranza, nega un braccio di ferro tra le richieste di Ncd e Matteo Renzi. Il premier incaricato, Matteo Renzi, "è molto sereno", aggiunge.
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Abusata 16 ore da gruppo, arresto capo

Violentata a turno per 16 ore da quattro uomini in una casa del centro storico di Ferrara, mentre un rottweiler faceva la guardia. La vittima è una giovane prostituta romena che con la sua denuncia è riuscita a far arrestare il suo aguzzino, capo di un gruppo di tunisini, e far venire alla luce violenze e abusi subite dalle ragazze di strada. Ora il Comune annuncia che intende costituirsi parte civile nel processo che ci sarà, assicurando alla giovane assistenza legale.
L'uomo arrestato dalla squadra mobile è un tusinino di 30 anni, Hamba Chawki, con precedenti per droga e che secondo ipotesi investigative era diventato l'incubo delle ragazze che lavorano in strada a Ferrara. Due di loro, romene, secondo le denunce raccolte, erano state violentate dall'uomo e in gruppo. Ora Chawki è in carcere accusato di violenza sessuale, violenza sessuale di gruppo e sequestro di persona: una delle ragazze era stata tenuta in una casa in via Aguiari e violentata da poco dopo la mezzanotte fino alle quattro del pomeriggio dopo e controllata da rottweiler che le impediva di fuggire. Un'altra ragazza invece era invece riuscita a fuggire lanciandosi dal primo piano, con indosso solo una maglietta: dopo aver pattuito un rapporto era stata portata nella casa e violentata. Il giorno dopo aveva sporto denuncia.
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mercoledì 19 febbraio 2014

In 4 anni Berlusconi perde 120 elettori, il Pd più di 80 mila

di Costantino Cossu - ilmanifesto.it
«La poli­tica è come la vita, è fatta di vit­to­rie e di scon­fitte; la cosa impor­tante è essere ani­mati da pas­sione sin­cera. Vogliamo con­ti­nuare a com­bat­tere con con­vin­zione e deter­mi­na­zione. Da oggi faremo oppo­si­zione cor­retta, ma dura». Così Ugo Cap­pel­lacci nel day after. È però molto impro­ba­bile che a fare oppo­si­zione alla giunta di Fran­ce­sco Pigliaru sarà, per i pros­simi cin­que anni, il pre­si­dente per­dente. Nel cen­tro­de­stra è infatti già comin­ciato il rego­la­mento dei conti. Lo schie­ra­mento con­ser­va­tore s’era già spac­cato in due tron­coni prima delle ele­zioni. Da una parte Cap­pel­lacci, che al momento della scis­sione di Alfano era rima­sto con Ber­lu­sconi nella rinata Forza Ita­lia, e dall’altra Mauro Pili, gover­na­tore della Sar­de­gna dal 2001 al 2004, che in cam­pa­gna elet­to­rale ha gui­dato la lista Uni­dos. Pili non è riu­scito a supe­rare la soglia di sbar­ra­mento e non ha messo in con­si­glio regio­nale nep­pure uno dei suoi can­di­dati, ma il 5,2 per cento che ha rac­colto alle urne è stato deter­mi­nante per la caduta di Cap­pel­lacci. Il quale, però, pro­blemi, e non di poco conto, ne ha avuti e ne ha, oltre che con Pili, anche con fette rile­vanti del suo par­tito. La nomen­kla­tura di Forza Ita­lia e del defunto Pdl in Gal­lura, la zona nord orien­tale della Sar­de­gna dove gli inte­ressi immo­bi­liari sono for­tis­simi e che è una roc­ca­forte della destra, ha con Cap­pel­lacci un rap­porto a dir poco pro­ble­ma­tico, legato alla riva­lità tra l’ex pre­si­dente e l’olbiese Set­timo Nizzi. I due si sono con­tesi a lungo la lea­der­ship del cen­tro­de­stra e la bat­ta­glia ha lasciato molte ferite aperte, che nel match con Pigliaru non hanno aiu­tato e che ora, dopo il voto, potreb­bero ria­prirsi. A che punto fos­sero arri­vate le ten­sioni interne al cen­tro­de­stra lo mostra il fatto che, in piena cam­pa­gna elet­to­rale, un espo­nente di spicco del fronte ber­lu­sco­niano, l’ex sena­tore Gio­vanni Cam­pus, non solo si è dis­so­ciato dal voto a Cap­pel­lacci, ma ha addi­rit­tura annun­ciato che avrebbe votato Pigliaru. E alla fine, men­tre la coa­li­zione gui­data da Forza Ita­lia ha rag­giunto il 43,89 per cento dei voti, Cap­pel­lacci si è fer­mato al 39,6: segno evi­dente che il pre­si­dente uscente non pia­ceva a una parte del par­tito e a non pochi elet­tori. Non così nel cen­tro­si­ni­stra, dove la somma del voto di lista, 42,45% (meno del 43,89 del cen­tro­de­stra), è pra­ti­ca­mente uguale a quella del can­di­dato pre­si­dente Pigliaru (42,50%).
Per tutti e due i fronti, invece, vale il discorso del forte asten­sio­ni­smo e della mas­sic­cia emor­ra­gia di con­sensi. Ieri l’Istituto Carlo Cat­ta­neo ha dif­fuso i risul­tati dell’esame dell’andamento del voto. I dati delle regio­nali 2014 sono stati messi a con­fronto con le con­sul­ta­zioni ana­lo­ghe del 2009 e con le poli­ti­che del 2013. Il dato regio­nale com­ples­sivo indica che nelle ele­zioni regio­nali appena ter­mi­nate i due prin­ci­pali par­titi nati dalle aggre­ga­zioni del 2007 e 2008, Pd e Pdl, hanno perso rispet­ti­va­mente un quarto (-26,3%) e circa la metà (-49,2%) dell’elettorato che li aveva scelti alle scorse ele­zioni regio­nali, nel 2009. Nel com­plesso, il Pd nel 2014 ha perso 53.731 voti rispetto alle pre­ce­denti ele­zioni regio­nali. Il Pdl ha perso in totale 122.327 voti tra il 2009 e il 2014. Il cen­tro­si­ni­stra ha perso oltre il 10% dei con­sensi avuti nel 2009 (-11,8%). Pas­sando al con­fronto tra i risul­tati del 2013 (ele­zioni poli­ti­che) e del 2014 (ele­zioni regio­nali), il dato com­ples­sivo non cam­bia di segno, com­plice l’elevata asten­sione. Il Pd ha subito una con­tra­zione di oltre un terzo del pro­prio elet­to­rato dello scorso anno (-35,4). In gene­rale, il par­tito di Renzi ha regi­strato una dimi­nu­zione di con­sensi pari a 82.403 voti tra il feb­braio del 2013 e le con­sul­ta­zioni appena con­cluse. Il Pdl replica la pre­sta­zione nega­tiva anche con­fron­tando il dato del 2014 con quello delle scorse poli­ti­che. Circa un terzo (-33,0%) dell’elettorato che lo aveva scelto alle scorse ele­zioni di feb­braio non ha ripe­tuto il pro­prio voto.


La resa dei conti

Nel tunnel della crisi . «A rischio la pace sociale». Manifestazione di artigiani, commercianti e piccoli imprenditori ieri a Roma: «Siamo più di 60mila». Piazza del Popolo strabocca e gli organizzatori esultano: «Un evento storico, mai visto prima». Il prossimo presidente del consiglio è avvisato: «Ci deve convocare subito, non molleremo». In piazza anche i balneari contro la direttiva Bolkestein che «regala le spiagge alle multinazionali» 
Hanno riem­pito, fitta fitta, tutta Piazza del Popolo fino al Pin­cio, stra­bor­dando nelle vie limi­trofe e in piaz­zale Fla­mi­nio. E anche – come si addice al cosid­detto «popolo delle par­tite Iva» – senza star­sene con le mani in mano: ogni testa una ban­diera, un car­tello, uno stri­scione o una pet­to­rina; trombe e fischietti in bocca. Per­ché nes­suno tra i 60 mila o forse più (50 mila per la que­stura) impren­di­tori, com­mer­cianti, arti­giani e dipen­denti di ogni tipo di aziende micro, pic­cole e medie arri­vati a Roma ieri da tutta Ita­lia — ma soprat­tutto dal Nord — ha voluto per­dere l’occasione di «tor­nare alla visi­bi­lità» in una mani­fe­sta­zione che gli orga­niz­za­tori di Rete Imprese Ita­lia non esi­tano a defi­nire «un evento sto­rico», la «più grande di sempre».
Un risul­tato stra­bi­liante, eppure scon­tato per quei 14 milioni di per­sone impie­gati a vario titolo nelle oltre 4 milioni di aziende fami­liari o con qual­che decina di dipen­denti (in tutto 9 milioni) che creano il tes­suto pro­dut­tivo ita­liano per eccel­lenza. «Il pros­simo governo e il Par­la­mento devono pren­dere atto di que­sta grande forza e dell’enorme males­sere: noi non mol­le­remo, saremo pro­po­si­tivi ma incal­zanti», avverte dal palco Marco Ven­turi, por­ta­voce della Rete che rag­gruppa le 5 mag­giori asso­cia­zioni di set­tore: Cas­sar­ti­giani, Cna, Con­far­ti­gia­nato, Con­f­com­mer­cio e Con­fe­ser­centi. «Ora il pre­si­dente del Con­si­glio ci deve con­vo­care», avverte Ven­turi. E tutti sanno che si rivolge già a Mat­teo Renzi che però in que­sta piazza (molto distante dal sen­ti­mento con­fin­du­striale espresso da Gior­gio Squinzi) entu­sia­sma ancora meno di Enrico Letta.
«Senza impresa non c’è Ita­lia, ripren­dia­moci il futuro», è lo slo­gan della mani­fe­sta­zione posto in bella mostra anche sul palco da dove pren­dono la parola i lea­der delle orga­niz­za­zioni, con toni più o meno duri a seconda del pro­prio pub­blico di rife­ri­mento. Il più “rude” è Gior­gio Mer­letti, pre­si­dente di Con­far­ti­gianto, che tra un «vaffa…» e l’altro usa un lin­guag­gio più da “for­coni” (ma qui non ve n’è trac­cia) che da Movi­mento 5 Stelle, il par­tito più get­to­nato della piazza. E infatti tra i rumo­rosi e colo­rati mani­fe­stanti la dele­ga­zione poli­tica più folta – e ben accetta – è pro­prio quella gril­lina (l’ex vice­mi­ni­stro dell’Economia, il Pd Ste­fano Fas­sina, per esem­pio, si prende dai mani­fe­stanti anche un po’ di fischi e di insulti) che da tempo bat­tono i temi cari a impren­di­tori e com­mer­cianti: meno tasse, meno buro­cra­zia, pres­sioni sulle ban­che per age­vo­lare il cre­dito o, come ricorda lo stesso M5S in una nota, «il finan­zia­mento di un fondo di garan­zia per le pic­cole imprese», «una seria legge anti-corruzione» e l’attuazione del loro emen­da­mento appro­vato alla Camera «che per­mette alle aziende cre­di­trici verso la Pub­blica ammi­ni­stra­zione di com­pen­sare le car­telle esat­to­riali di Equitalia».
Ma le istanze dell’impresa dif­fusa, dell’artigianato e del ter­zia­rio di mer­cato sono tante; le sto­rie infi­nite: diverse eppure sem­pre le stesse. C’è la cop­pia, pro­prie­ta­ria di un mobi­li­fi­cio di Verona che dal ’72 impie­gava 15 per­sone e ora è ridotto alla con­du­zione fami­liare, che dice: «Aspet­tiamo altri 5 o 6 mesi e poi, se nulla cam­bia, ci tra­sfe­ri­remo in Spa­gna dove la pres­sione fiscale è al 30% anzi­ché al 70%, oppure in Slo­vac­chia o in Croa­zia». C’è l’imprenditore di Cuneo (da dove sono par­titi in 700 per rag­giun­gere Roma) che rac­conta: «Nella mia azienda su cin­que impie­gati due seguono solo le pra­ti­che buro­cra­ti­che, per­ché l’Italia è l’unico Paese d’Europa dove l’informatizzazione dei sistemi ha pro­dotto solo caos, e ora la cosa più com­pli­cata è fare per esem­pio un’iscrizione on line per un appalto pubblico».
A Fermo hanno riem­pito 40 pull­man: «Della Valle e le grandi imprese lavo­rano tutte, la crisi ha ucciso solo noi pic­coli o micro impren­di­tori – rac­conta il pro­prie­ta­rio di tre super­mer­cati mar­chi­giani – la situa­zione è tal­mente grave che noi ci sosti­tuiamo allo Stato anche nel wel­fare, facendo cre­dito alla marea di pen­sio­nati che non arri­vano a fine mese. Eppure allo Stato abbiamo dovuto pagare le tasse anti­ci­pate al 100%. Viviamo nella mar­gi­na­lità e la nostra è diven­tata una guerra tra poveri». C’è chi si lamenta per «la libe­ra­liz­za­zione delle licenze com­mer­ciali che ha pro­dotto eccessi e con­cen­tra­zioni dell’offerta facendo per­dere pro­fes­sio­na­lità e ral­len­tando l’economia, anzi­ché acce­le­rarla». Ci sono le guide turi­sti­che che dicono «no alle guida nazio­nale, disa­stro cul­tu­rale», e ci sono cen­ti­naia di “bal­neari” in rap­pre­sen­tanza «delle 30 mila imprese del lito­rale ita­liano che occu­pano oltre 100 mila addetti». Loro pro­te­stano per «una errata inter­pre­ta­zione della diret­tiva Bol­ke­stein che anno­vera tra i ser­vizi le con­ces­sioni dema­niali delle spiagge, al con­tra­rio di quanto avviene per i flu­viali, per le piste da sci, le auto­strade o le acque mine­rali», e a causa della quale nel 2015 saranno costretti «a par­te­ci­pare a un’asta pub­blica in com­pe­ti­zione con le mul­ti­na­zio­nali e senza poter avere alcun rico­no­sci­mento degli inve­sti­menti fatti finora». Le «Donne da mare» difen­dono i loro «60 mila posti di lavoro, per­ché – dicono – è soprat­tutto fem­mi­nile l’occupazione dell’impresa bal­neare». Spie­gano che invece «in Spa­gna il governo è riu­scito ad avere una pro­roga dell’asta di ben 75 anni, e in Croa­zia di 90 anni», e chie­dono «a Renzi un incon­tro, per­ché non abbiamo ancora capito qual è la sua posi­zione a riguardo» (da notare però che i loro euro­par­la­men­tari di rife­ri­mento sono, come ten­gono a ricor­dare, soprat­tutto l’ex An Roberta Ange­lilli e il con­ver­tito Cri­stiano Magdi Allam).
Al di là dei torti e delle ragioni, sono sto­rie che rac­con­tano del Paese reale ben foto­gra­fato dai dati della Rete imprese Ita­lia: «La ric­chezza pro­dotta è dimi­nuita del 9%, quella pro capite dell’11,1%, il valore aggiunto dell’industria ridotto del 19,5%, il potere d’acquisto delle fami­glie dimi­nuito del 9,4%, la spesa fami­liare ridotta del 7,9%, la disoc­cu­pa­zione rad­dop­piata, quella gio­va­nile oltre il 40%, mille al giorno le imprese che dall’inizio della crisi hanno ces­sato l’attività». Sono numeri che esi­gono «una svolta», corag­giosa ed ener­ge­tica. Il gio­vane Renzi è avvisato.
ilmanifesto.it

Fiat Termini in standby, ma non arrendersi

L’accelerazione della crisi romana, con la caduta del governo Letta, ha fatto saltare il banco per il confronto romano sulla vertenza Fiat di Termini Imerese.
Salvatore Burrafato, sindaco di Termini Imerese fa brevemente il punto a Siciliainformazioni, invitando a mantenere nervi saldi e non perdere la pazienza.
“C’era grande attesa. Sapevamo – spiega – che l’incontro era a rischio. Il quadro politico ci portava ad avere qualche perplessità, le rassicurazioni di Zanonato ci avevano dato in qualche modo speranza. Come ho detto l’altro giorno è fondamentale che ci vengano accordati in tempi brevi quanto meno gli ammortizzatori sociali sino a tutto dicembre. I nuovi interlocutori ci mettano nelle condizioni di poter dire alla gente ed ai lavoratori che abbiamo ancora del tempo per continuare a lavorare. Oggi non si può chiudere la porta alla speranza. Se ci saranno rappresentanti della Sicilia nel nuovo Governo che ben vengano, ma Termini Imerese deve essere un problema di tutti”.
Burrafato chiarisce inoltre che il blocco delle lettere di licenziamento sarebbe un segnale di interlocuzione forte, in grado di aprire scenari non solo di transizione.
Le cause del rinvio dell’incontro previsto per il prossimo 18 febbraio sono scaturite evidentemente dal lato politico di assunzioni di responsabilità che il governo ormai alle spalle non può assumere.
Burrafato, uno dei “papabili” per la guida di uno dei Liberi Consorzi che potrebbero vedere la luce dopo la conclusione della travagliata legge, ribadisce con chiarezza la propria posizione: “Nessuno pensi che la pagina di Termini Imerese si possa archiviare con un tratto di penna. Il rilancio di Termini passa attraverso nuove politiche industriali, ma anche attraverso un impegno romano forte e chiaro”.
Tra gli sponsor del rilancio anche Beppe Lumia, mentre la visita a Termini di imprenditori di settore, ma non solo coreani e giapponesi, è più di un indiscrezione, ma ancora meno di una speranza.
siciliainformazioni.com

lunedì 17 febbraio 2014

La crisi di governo si sta svol­gendo oltre ogni pre­ce­dente

Stiamo assi­stendo alla presa del potere da parte di una nuova, gio­vane e dina­mica classe diri­gente libera dai legami del pas­sato, senza vin­coli d’appartenenza; anzi impe­gnata a can­cel­lare ogni rela­zione di soli­da­rietà ideo­lo­gica e a ridurre gli spazi di discus­sione anche all’interno delle pro­prie for­ma­zioni poli­ti­che. L’unico rap­porto che resi­dua è quello per­so­nale. Tra i par­titi, ma anche all’interno dello stesso par­tito, quel che conta è l’identificazione con il lea­der: non si è più «demo­cra­tici», ma solo «ren­ziani» (oppure «antirenziani»).
Per­sino una per­sona mite come Enrico Letta alla fine ha perso le staffe. Ed, in effetti, abbiamo assi­stito – nella sostanza se non nella forma — al più aggres­sivo attacco poli­tico per­so­nale den­tro un par­tito e con­tro un governo in carica. Il paral­lelo con il più mal­trat­tato Romano Prodi non regge. Prodi è stato lasciato solo, è stato tra­dito dai fran­chi tira­tori o da impor­tanti espo­nenti poli­tici della «sua» parte, ma mai nes­suno – tra i sodali di governo — lo ha accu­sato di essere ina­de­guato. Dal punto di vista per­so­nale ha fatto bene Letta a riven­di­care il pro­prio ope­rato e a chia­mare in causa la respon­sa­bi­lità poli­tica di cia­scuno: non ha gover­nato da solo e le evi­denti dif­fi­coltà del suo ese­cu­tivo devono essere almeno equa­mente ripar­tite. Il mag­giore par­tito di governo non può essere rite­nuto esente da colpe.
È anche evi­dente però che non v’è una pos­si­bi­lità di dia­logo tra due mondi non più comu­ni­canti. Letta avrebbe avuto ragione se Renzi avesse potuto accet­tare l’idea che esi­ste ancora una respon­sa­bi­lità col­let­tiva, dei par­titi e dei governi intesi come isti­tu­zioni. Ma è pro­prio quel che il nuovo lea­der non vuol più ammet­tere. È solo un pro­blema di per­sone, dun­que un fatto che riguarda esclu­si­va­mente «me» e «te», Mat­teo e Enrico. Non c’è respon­sa­bi­lità di par­tito, né il nuovo segre­ta­rio può essere con­di­zio­nato dall’apparato, dai ruoli o dagli obbli­ghi che essi com­por­tano. Que­sti sono tutti limiti della «vec­chia» poli­tica, intralci che impe­di­scono il cambiamento.
La crisi di governo si sta svol­gendo oltre ogni pre­ce­dente. Non sem­brano nep­pure più ido­nee le tra­di­zio­nali clas­si­fi­ca­zioni che la scienza costi­tu­zio­na­li­stica – ma poi lo stesso lin­guag­gio poli­tico – ha sin qui uti­liz­zato per valu­tare la for­ma­zione degli ese­cu­tivi e il rispetto dei prin­cipi costi­tu­zio­nali. Così, si ripete in que­sti giorni, saremo di fronte ad una «crisi extra­par­la­men­tare», Le tipi­che crisi «extra­par­la­men­tari» sono quelle che – con grande fre­quenza in pas­sato – sca­tu­ri­vano dalla rot­tura del patto di coa­li­zione: erano i diversi par­titi poli­tici – ovvero alcune com­po­nenti di essi — che face­vano venir meno il soste­gno al governo in carica. La crisi nasceva sì fuori dal par­la­mento, ma pur sem­pre in con­se­guenza di una diver­genza tra le diverse forze poli­ti­che della mag­gio­ranza. Per il governo Letta, invece, tutto s’è con­su­mato entro un organo di par­tito (la dire­zione del Pd) che ha sfi­du­ciato il pro­prio pre­mier. Senza alcuna discus­sione con le altre com­po­nenti del governo. Una sorta di auto­dafé. Una crisi con qual­che asso­nanza con la tra­di­zione inglese, più che con quella ita­liana. In Gran Bre­ta­gna, in effetti, sono i par­titi di governo che deci­dono le sorti dei loro pre­mier. Seb­bene, anche in que­sto caso, una dif­fe­renza appare assai rile­vante. La That­cher fu «dimis­sio­nata» dal pro­prio par­tito a seguito di un con­gresso per­duto dalla Lady di ferro. Ma, appunto, ci fu biso­gno di un con­gresso e la cri­tica riguardò l’indirizzo poli­tico del par­tito con­ser­va­tore, non fu una sfi­du­cia alla persona.
Così anche la richie­sta di par­la­men­ta­riz­zare que­sta crisi in que­sto caso non ha molto senso. Que­sta crisi non è par­la­men­ta­riz­za­bile, per­ché non ha nulla a che vedere con le logi­che vir­tuose della rap­pre­sen­tanza politica.
di Gaetano Azzariti - ilmanifesto.it

Governo ombra

Una con­clu­sione scritta non vuol dire una con­clu­sione rapida. Almeno, non così rapida come la imma­gi­nava all’inizio il motore primo di que­sta sto­ria, Mat­teo Renzi. Il cam­bio in corsa a palazzo Chigi deciso da una per­sona sola — al limite da un solo par­tito, ma le due cose ten­dono a coin­ci­dere — è pia­ciuto poco al Qui­ri­nale e ter­ro­rizza chi ha tutto da per­dere: Alfano. Il mini­stro dell’interno, uscente, alza le sue richie­ste per soste­nere il Renzi I, ben sapendo di non avere alter­na­tive: nel voto anti­ci­pato spa­ri­rebbe, né può esi­stere all’opposizione.
La prima richie­sta di Alfano è appunto di non uscire dal Vimi­nale, ma il segre­ta­rio del Pd che lo aveva già pesan­te­mente attac­cato per il caso Sha­la­bayeva ha deciso di spo­starlo. L’idea sarebbe la difesa, ma l’ex del­fino ber­lu­sco­niano tra­slo­che­rebbe solo per tor­nare alla giu­sti­zia — pro­getto folle che con­dan­ne­rebbe il primo governo Renzi ad avere un punto in comune con l’ultimo di Ber­lu­sconi. La pat­tu­glia del Nuovo cen­tro­de­stra dovrà neces­sa­ria­mente ridi­men­sio­narsi, ma resta il fatto che i voti dei sena­tori Ncd sono indi­spen­sa­bili per lan­ciare il sin­daco di Firenze nel suo spe­ri­co­lato avve­nire. E per­ciò più delle pas­se­relle fio­ren­tine e delle new entry annun­ciate come tanti fiori all’occhiello, è ad Ange­lino che il sin­daco deve un po’ pen­sare. Con­ce­dendo una smen­tita tar­diva ma uffi­ciale dei non smen­ti­bili rap­porti con Ver­dini, da Alfano assai temuti per­ché all’uomo mac­china di Forza Ita­lia sta a cuore soprat­tutto distrug­gere i «tra­di­tori». E accon­sen­tendo a rin­viare di 24 ore, ma non di più, il suo appun­ta­mento con la sto­ria: avrà l’incarico tra sta­sera e domani e conta di chiu­dere le trat­ta­tive in tre giorni, desti­nando lo spa­zio dovuto al pro­gramma, per scio­gliere la riserva mer­co­ledì o più pro­ba­bil­mente gio­vedì. Crisi del genere, extra­par­la­men­tare e intra­par­tito, si sa come comin­ciano ma non come fini­scono, si diceva nella prima Repub­blica. Ed è pos­si­bile che il vec­chio capo dello stato, per quanto pre­oc­cu­pato della sta­bi­lità al cospetto dell’Europa e dei mer­cati, veda con­fer­mate le sue ragioni di scet­ti­ci­smo in que­sto pro­lun­ga­mento dei tempi. Quella del gio­vane segre­ta­rio non può asso­mi­gliare troppo a una blitzkrieg.
Eppure, al teme­ra­rio, anche nel giorno in cui avrebbe potuto pre­oc­cu­parsi un po’, non è man­cata la pro­messa di soste­gno del suo alleato ombra: Sil­vio Ber­lu­sconi. Tor­nato al cen­tro della scena con un discor­setto di poche pagine — lo si è visto ripe­terlo in auto fino al momento di entrare al Qui­ri­nale — in cui ha ripe­tuto al pre­si­dente della Repub­blica e poi ai gior­na­li­sti che il soste­gno di Forza Ita­lia sulle riforme non verrà meno. E sono appunto le riforme, quella elet­to­rale e quelle costi­tu­zio­nali, la ragione prin­ci­pale di esi­stenza del Renzi I, il motivo per cui ancora una volta al Qui­ri­nale si lavora a tutto campo esclu­dendo solo l’ipotesi delle elezioni.
Nel momento in cui sta per por­tare i suoi voti al nuovo governo, Alfano vor­rebbe che Renzi lo ascol­tasse sulla legge elet­to­rale e sulle riforme almeno quanto ascolta Ber­lu­sconi. Il lea­der del Ncd lo ha ripe­tuto anche a Napo­li­tano, che ha trat­te­nuto per il dop­pio del tempo pre­vi­sto (anche que­sta una con­ces­sione alle esi­genze di scena del mini­stro) uscendo poi dallo stu­dio visi­bil­mente stres­sato. Ai gior­na­li­sti ha detto che non è scon­tato il soste­gno del Ncd al nuovo governo, che vuole un pro­gramma det­ta­gliato che porti anche il tratto del cen­tro­de­stra e che sia per punti pre­cisi, in modo da allon­ta­nare il sospetto che fatta la legge elet­to­rale Renzi possa cor­rere alle urne. «Tutto que­sto — ha detto — non si fa in 48 ore». Ma Renzi, che già al tempo di Letta era con­tra­rio a tenere l’accordo sulle riforme stretto nel recinto della mag­gio­ranza di governo, con­si­dera al con­tra­rio l’appoggio di Ber­lu­sconi e l’impegno di Ver­dini come garan­zie più solide di quelle che può offrire Alfano. E Ber­lu­sconi, diver­tito per le dif­fi­coltà di Alfano, lo ha accon­ten­tato, pro­met­tendo un’opposizione respon­sa­bile («la solita», ha detto) e il rispetto del patto sull’Italicum. Le stesse cose il Cava­liere ha detto a Napo­li­tano, nel corso di un incon­tro che non poteva non essere gelido, viste le accuse di com­plotto che Ber­lu­sconi ha tirato addosso al capo dello stato fino a ieri. Esau­rito il com­pi­tino, anzi, ha fatto per alzarsi dovendo oltre­tutto ripar­tire per Arcore. Pare siano stati i con­si­glieri del pre­si­dente a fer­marlo, facen­do­gli notare che non si può inter­rom­pere dopo un quarto d’ora un incon­tro che è pre­vi­sto di 45 minuti; alla fine il cava­liere ha salu­tato dopo mezz’ora.
E Napo­li­tano è uscito a salu­tare i gior­na­li­sti dicendo assai poco, ma acco­gliendo la richie­sta di Alfano di non chiu­dere subito: «Ci sarà più spa­zio e più sere­nità per chi rice­verà l’incarico, avrà tutto il tempo neces­sa­rio per le con­sul­ta­zioni e per le intese». Toc­cherà a Renzi stu­pire, senza scon­ten­tare Alfano e dovendo con­ti­nuare a con­tare su Ber­lu­sconi. «Non ho mai visto spre­mere limoni e otte­nere un’aranciata», disse una volta Craxi, durante una crisi di governo.
ilmanifesto.it

sabato 15 febbraio 2014

Catena web, giustizia per giraffa Marius

(ANSA) - ROMA, 15 FEB - ''Vi scriviamo con ancora negli occhi le immagini di Marius, morto a causa della vostra superficialità e crudeltà'': è l'inizio della mail che copiata e rinviata dal proprio indirizzo viaggia da qualche giorno verso la casella postale dello zoo di Copenaghen dove la giraffa 'Marius' è stata abbattuta nonostante fosse in piena salute. ''Porteremo avanti questa battaglia, perché la morte di Marius non sia stata vana, perché non ci siano più Marius né da voi né in altri luoghi come il vostro.

venerdì 14 febbraio 2014

Renzi premier, Berlusconi e le sue condizioni

Rispetto dei patti. E Vietti alla Giustizia. Le garanzie che il Cav chiede al segretario Pd. Con un veto: la legislatura non può arrivare al 2018. Per questo il voto anticipato con Marina leader non è escluso.

Niente barricate. Ma neanche sconti. Perché certo, Matteo Renzi lo ha «riabilitato» dopo la decadenza da senatore rimettendolo al centro della scena politica. Però questo non vuol dire che da presidente del Consiglio gli sarà consentito di fare il bello e il cattivo tempo.
Nelle ultime ore Silvio Berlusconi ha dovuto utilizzare tutte le doti da mediatore di cui dispone per calmare un partito in fibrillazione, diviso - e non è la prima volta - fra chi preme per portare avanti una linea dura nei confronti del premier in pectore e chi, al contrario, auspica che ne venga adottata una più morbida. Un’opposizione «costruttiva», come la definiscono all’interno del suo Cerchio magico.
BERLUSCONI: «MATTEO MANTENGA I PATTI». L’uomo di Arcore non ha nascosto un certo entusiasmo nel vedere Renzi prendere il posto di quell’Enrico Letta che, pur essendo il nipote del fedele braccio destro Gianni, aveva brindato alla sua cacciata da Palazzo Madama parlando di «fine del ventennio».
Ora tocca all'ormai ex sindaco di Firenze. Con cui il Cav, appena un mese fa, ha sottoscritto un accordo che oltre alla legge elettorale prevede anche la trasformazione del Senato e la riforma del Titolo V della Costituzione. «Matteo, dovrai essere leale», gli ha mandato a dire Berlusconi, perché «quel patto non può essere stracciato». Pena una svolta radicale nell’atteggiamento che Forza Italia terrà in parlamento con l’aiuto (velato) del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano. Una riproposizione light di quanto avvenuto ai tempi del governo Monti.
RIAVVIATI I CONTATTI CON IL VICEPREMIER. Non a caso, una volta compreso che la situazione stava precipitando, Berlusconi ha immediatamente cercato di riavvicinare a sé il suo ex delfino. Alfano, rivelano fonti a lui vicine, avrebbe preso tempo. Prima vuole vedere come si muoverà Renzi, anche se il 13 febbraio, in conferenza stampa, ha seccamente escluso la presenza del suo partito in un «governo di centrosinistra» allargato a Sel e con temi come lo ius soli nel programma. Al Ncd un esecutivo che duri fino al 2018 converrebbe non poco, anche perché nei sondaggi oscilla fra il 5,5 e il 6%. Elemento non secondario, nell’ottica dei numeri il vicepremier sa che senza i suoi parlamentari Renzi non riuscirebbe ad andare da nessuna parte. Un motivo in più per sedersi al tavolo con un maggiore potere negoziale.

Berlusconi, per ora, studia la situazione. Resta alla finestra e spera che la squadra dei ministri che Renzi renderà nota al più tardi all’inizio della prossima settimana sia di valore. Con un desiderio: quello di vedere Michele Vietti, vicepresidente uscente del Consiglio superiore della magistratura, come successore di Anna Maria Cancellieri a via Arenula.
Fra i due i rapporti sono buoni: l’esponente centrista è stato per due volte sottosegretario dei governi guidati dal Cav (prima alla Giustizia e poi all’Economia) e le malelingue lo ricordano come «l’uomo del falso in bilancio e del legittimo impedimento». Vista la forma del governo nascente (Renzi ha parlato di una «legislatura costituente»), Berlusconi proverà a mettere sul piatto la tanto sbandierata - ma mai realizzata - riforma della giustizia. Con Vietti nuovo Guardasigilli la strada potrebbe essere decisamente in discesa; senza, invece, la partita potrebbe iniziare in modo non troppo sereno.
TORNA IN CAMPO L'IPOTESI MARINA. Un punto, o forse il punto sgradito a Berlusconi, è quello che riguarda la durata del governo. Arrivare a fine legislatura vorrebbe dire trascinarsi fino al 2018 con le larghe intese e con Forza Italia all’opposizione. In quella data, il Cav spegnerà 82 candeline. Troppe anche per chi, come lui, si è sempre definito un «invincibile». Senza contare la condanna e l'ineleggibilità.
Ecco perché, terminato il periodo che porterà all’approvazione delle riforme, l’ex premier non è escluso che torni a battere con forza sull’ipotesi di andare al voto.
A quel punto sua figlia Marina potrebbe decidere di schierarsi in prima linea nella battaglia contro il ‘giovane’ Renzi. Il quale non può dormire completamente tranquillo. Anche perché, in casa sua, c’è già chi scommette sul suo fallimento.   
Venerdì, 14 Febbraio 2014 - lettera43

Il suicidio politico di Matteo Renzi (e del paese)

Lo ha spiegato benissimo Michele Santoro, ieri sera a Servizio Pubblico: “Era l’ultimo cavallo su cui puntare, e ora dove lo troveremo un altro?”. Perché l’accelerazione della crisi e il passaggio, senza passare per le elezioni, da Letta a Renzi premier era qualcosa che fino a poco tempo sarebbe stato difficile da presagire. Qualcosa che, soprattutto, non ci si sarebbe aspettati da uno che ha fatto della lotta al cambiamento delle forme della politica la sua vera battaglia. Altro che Job Act, o alleggerimento della burocrazia, o tante delle mille parole che abbiamo sentito nei discorsi di Renzi come in quelli di tanti altri: una retorica delle riforme cui ormai non crede più nessuno. Non per le parole infatti il sindaco di Firenze ha improvvisamente occupato la scena pubblica, catalizzando l’interesse dei delusi del Pd, di cittadini moderati ma senza partito, persino di una parte di chi aveva votato grillo, ma per la sua capacità incidere là dove si annida la vera resistenza alle riforme: la partitocrazia, quel sistema autoreferenziale, dove il ricambio sembrava impossibile, di una classe politica abile solo a perpetuarsi, a drenare una quantità di soldi pubblici: immorale in sé e ancor di più oggi che la maggioranza dei cittadini vive in condizioni di precarietà. Insomma Renzi ha sferrato sempre la sua battaglia sui meccanismi inceppati del ricambio, facendoli saltare, esponendosi in maniera spesso coraggiosa. E anche se lo stile può non piacere, veder rottamata in pochi mesi una buona parte della classe politica di un partito che negli ultimi anni non è stato in grado di fare nessuna delle scelte urgenti e necessarie, fino al suicidio politico definitivo durante l’elezione del capo dello Stato, ha dato la sensazione concreta che qualcosa, con Renzi, potesse cambiare. Ma la sfida fondamentale era una: ritornare a dare agli italiani un governo davvero politico, dopo due premier stabiliti dall’alto, e sappiamo ora anche in che modi, cioè, con probabili forzature istituzionali, che nessuna emergenza democratica può giustificare (anzi, proprio l’emergenza, spiegava ieri il rappresentante dei Cinque Stelle Riccardo Fraccaro sempre a “Servizio pubblico”, dovrebbe spingere a una maggiore attenzione alle forme, cioè all’imparzialità assoluta). E qual era l’unico modo di tornare ad avere un governo politico, con un premier forte, perché legittimato dai cittadini? A differenza di quanto diceva la stessa Alessandra Moretti ieri parlando, in politichese, non si può “dare agli italiani finalmente un nuovo governo politico attraverso Renzi”, che subentrerebbe al tecnico Letta. Perché veramente politico può essere un solo governo: quello realmente espressione dal voto, esercitato dagli italiani come un hobby, visto che non sembra più avere alcun peso nelle decisioni di chi poi forma i legislatori, i quali poi decidono delle nostre vite. Pensare che Renzi abbia aggirato – e non importa che la legge elettorale fosse un ostacolo insormontabile, e non importa che ora lui fosse segretario del Pd – l’unica strada che lo avrebbe reso diverso dagli altri, forte, in grado di avere una sua propria maggioranza politica finalmente chiara e distinta è sconcertante. Perché se tu ti proclami diverso, ma ti inserisci in un contesto uguale a se stesso da anni, diventi identico a quel contesto. Non avevamo bisogno di un premier non votato, appoggiato da un’ambigua maggioranza di centrosinistra e centrodestra, paralizzato dai veti incrociati e con margini di manovra praticamente inesistenti, perché ce l’avevamo già, visto che, tra l’altro, Enrico Letta è persona preparata e seria. Come ha detto sempre Santoro, si poteva continuare incalzare Letta, dandogli ultimatum su provvedimenti fondamentali, accerchiandolo allo scopo di portare a casa obiettivi importanti, con scadenze precisi. Ciò di cui avevamo bisogno era un leader Pd capace di riaprire la sfida verso l’ala radicale, contendersi i voti dei Cinque stelle e con loro di tutti i milioni di persone scettiche e disincantate che non votano più. Così invece il Pd resterà saldo al centro. In quel centro indistinto dove tutti sono uguali, dove le parole sembrano identiche l’una all’altra, anche se a pronunciarle è un ministro più o meno competente. Ieri si è compiuto il suicidio politico di un politico che, piacesse o no, aveva in mano le carte per un cambiamento reale, l’unico, e forse l’ultimo, possibile. Da oggi, non c’è più neanche questo. Solo buio pesto, e la certezza che la spaccatura del paese, in future elezioni, non sarà ricomposta ma aggravata.
di Elisabetta Ambrosi - ilfattoquotidiano

La fretta di Renzi e la crisi della politica

di Andrea Bianchi
Qual è la caratteristica principale dell'azione di Renzi? La fretta. Fretta di lasciare un segno, per non logorarsi, di differenziarsi da riti e tempi della vecchia politica. Se c'è qualcosa per cui Renzi vuole essere innovativo, non è per i contenuti, ma per il ritmo.

E' senza dubbio questa la caratteristica fondamentale del leader PD, che vuole apparire in contrapposizione ai tradizionali tempi lunghi della politica italiana, come sottolineato da Ilvo Diamanti. E', in qualche modo, obbligato a mostrarsi in grado di raggiungere risultati immediati, qualsiasi essi siano.

In realtà, tanta alacrità sta attualmente portando all'effetto paradosso di imprigionare Renzi - come un uccello impaniato che, quanto più batte le ali, tanto più si mette in trappola nei riti della “vecchia politica”: il rimpasto, la staffetta, il cambio di marcia. E, per ora, i risultati annunciati sono lungi dall'essere raggiunti. Se ne è solo sottolineata, una volta di più, l'urgenza. In linea, peraltro, con la logica perennemente emergenziale nel cui nome si giustifica il perdurare e vivacchiare di governi che nessun elettore ha scelto.

In ogni caso, il messaggio che Renzi vuole trasmettere è che, con lui, i tempi delle decisioni si fanno veloci, gli obiettivi raggiungibili. Per questo fine, ogni mezzo è lecito: anche trattare, prioritariamente, se non esclusivamente, con un condannato in via definitiva, che sembrava, infine, incredibile dictu, destinato ad uscire dalla scena politica.

Di questa apologia della velocità, fa parte l'insistenza di Renzi sulla natura “storica” del pacchetto di riforme che ha proposto prima al Cavaliere, poi alle altre forze politiche. Ma è davvero così? Sarebbe facile sottolineare che i problemi del paese sono ben altri, a partire da quell'aumento letteralmente vertiginoso delle diseguaglianze che è stato, per l'ennesima volta, recentemente sottolineato dal rapporto di Bankitalia.

Renzi potrebbe, a ragione, rispondere che è ben conscio della centralità delle questioni economiche, ma che la riforma della legge elettorale è una necessità preliminare e propedeutica a qualsiasi altro intervento. Si può essere senz'altro d'accordo; è anche indubbio, però, che legarla alle altre due proposte di riforma istituzionale, e quindi vincolarne l'applicabilità all'abolizione del bicameralismo perfetto, allunga i tempi a dismisura e rischia di prolungare l'impasse politica che ci imprigiona come un incantesimo. Ma, per il leader Pd, è il pacchetto delle tre riforme che costituirebbe quel cambio di marcia storico che serve al paese per ripartire.

E' sulla base di questa definizione, insistita e reiterata, che vengono giustificati i mezzi poco nobili e il “prendere o lasciare”; è perche fa parte di questo “storico” tris di riforme che sulla legge elettorale non si può fare troppo gli schizzinosi, pena il mettere a rischio un insieme di modifiche istituzionali che sarebbe addirittura in grado di far compiere al paese la svolta decisiva e tanto attesa dai cittadini.

Dando per scontata la necessità di una nuova legge elettorale, per quale motivo le altre due riforme dovrebbero, per i cittadini, avere tanto rilievo? In realtà le si conosce poco nel dettaglio. Sul nuovo Senato delle autonomie, si è saputo qualcosa, di abbastanza pasticciato, solo durante la direzione PD del 6 febbraio scorso e non si possiede ancora un testo scritto. Appare chiaro che Renzi è mosso, oltre che dal culto della velocità, dal desiderio di vellicare gli umori anti-casta degli italiani. Sembra che una riforma così delicata e importante, come la rinuncia al bicameralismo perfetto in un momento politicamente e socialmente tanto complesso, serva principalmente a soddisfare l'astio degli italiani verso la classe politica nel suo insieme, dandogli in pasto l'abolizione degli stipendi dei 315 senatori.

Ora, l'odio anti-casta, nella forma che ha assunto negli ultimi anni, è un sentimento sostanzialmente “plebeo”, che prende il posto di una riflessione ragionata sulla cause della degenerazione della politica, sulle molteplici forme del privilegio e sulle contromisure da prendere per favorire eguaglianza e partecipazione. E' “plebeo” in quanto si contrappone all'atteggiamento critico dei cittadini, capaci di guicciardiniana “discrezione” e di un esercizio consapevole dei propri diritti di cittadinanza.

La contrapposizione masaniellesca fra “noi” e “loro”, l'odio per gli eletti in quanto tali, costituiscono, nella loro forma più semplicistica, un diversivo rispetto alla presa di coscienza, da parte dei cittadini, dei loro autentici interessi, della natura del modello economico vigente e dei reali meccanismi alla base dell'esponenziale aumento delle diseguaglianze.

Rispetto a questo tipo di umori anti-politici, rimane valido l'argomento di Bertrand Russell, che diceva che l'argomento più forte a favore della democrazia è che, quando vige il suffragio universale, “un eletto non può essere più stupido dei suoi elettori: più è stupido (o corrotto) lui, più lo sono coloro che l'hanno eletto”. Certo, resta il problema della possibilità dell'opinione pubblica di formarsi in reale autonomia e attraverso una libera e corretta informazione; questione su cui torneremo.

Renzi esalta i risparmi che deriverebbero dalla trasformazione del Senato e dagli interventi sul titolo V (dei quali si è parlato pochissimo, mettendo l'accento, di nuovo in chiave anti-casta, quasi esclusivamente sulla riduzione degli emolumenti ai consiglieri regionali, su cui si può non aver nulla da eccepire, ma che sarebbe davvero azzardato definire una svolta utile a far ripartire il paese), quantificandoli in circa 700 milioni.

Si tratta di una cifra davvero poco significativa, se si pensa, ad esempio, che la tassa sui grandi patrimoni esistente in Francia (L'impôt de solidarité sur la fortune, non abolita neppure da Sarkozy, mentre da noi è un tabù assoluto) procura circa 4 miliardi l'anno e che una cifra maggiore si otterrebbe con un'imposizione su successioni e donazioni sempre sul modello francese, cui si potrebbe aggiungere quella sulle rendite finanziarie; tutte opzioni assenti dal dibattito attuale.

Quello che occorre soprattutto chiedersi è se, dando per accertato che i problemi del paese abbiano anche bisogno di una risposta sul piano del funzionamento istituzionale, le proposte avanzate vadano nella direzione giusta. Quali sono le cause della crisi della politica che investe tutti i paesi avanzati e che si manifesta ovunque con una crescente disaffezione dei cittadini verso la politica, lasciando spazio, oltre che all'astensionismo, a spinte populistiche e reazionarie di varia natura?

La causa più generale, che riguarda tutto l'Occidente, sta nel fatto che la politica non sembra più capace di essere quella “scelta dei fini”, in cui è sempre consistita, ma si riduce alla pura scelta dei mezzi più idonei per realizzare fini che sono determinati da altre istanze e che vengono percepiti come insindacabili e parte, per così dire, di uno sfondo naturale che non può essere messo in discussione. E' la totale abdicazione della politica rispetto all'economia finanziaria che offre un corposo argomento al tradizionale pregiudizio popolare per cui “i politici sono tutti uguali”.

Il nesso potere-denaro, il serpente ouroboros di cui parla Zagrebelsky, impedisce alla politica di essere quel confronto fra visioni alternative e modelli diversi di società capace di coinvolgere nella discussione, su un piano paritario, il maggior numero di cittadini. E arriva a far percepire ogni pretesa democratica come un attacco all'efficienza e al funzionamento dei mercati, imposti come unico valore incontestabile e autoevidente. Questo riduce sempre più a un simulacro l'autonomia della politica, che si limita alla scelta fra diverse – minime – sfumature nell'applicazione dei diktat finanziari.

Per questo le sinistre, quando sono al governo, deludono sempre le attese, anche quando, come nel caso di Hollande, si erano proposte agli elettori con programmi relativamente avanzati (d'altra parte, Krugman ha ben sottolineato la disapprovazione dei mercati – con relative pressioni – verso la scelta del governo Hollande-Ayrault di privilegiare, nell'azione di risanamento del bilancio, l'aumento delle imposte sui redditi più elevati ai tagli al welfare. Tali pressioni sono una delle cause della recente svolta di Hollande, definita, in Francia, “socialdemocratica”; termine che, peraltro, in Italia, se applicato al PD, indicherebbe una svolta a sinistra).

Per cui, alla fine, riescono, nel migliore dei casi, come Zapatero e lo stesso Hollande, a caratterizzarsi per le scelte in tema di costume e diritti civili (da noi, come sappiamo, neanche per quelle), mentre sul piano delle politiche economiche vengono percepite come una copia sbiadita delle destre. In Italia, a questo problema globale, si aggiungono l'abnorme tasso di corruzione della classe dirigente nel suo complesso, la concentrazione mediatica e la natura anomala, sul piano delle regole democratiche, di alcune delle forze politiche sulla scena.

E' impossibile sopravvalutare l'importanza del fatto che l'Italia occupa la 69esima posizione al mondo nella classifica sulla corruzione percepita, mentre tutti i principali paesi occidentali si trovano nelle prime 25. Sono queste le questioni che dovrebbero essere affrontate con adeguati interventi legislativi e istituzionali. Prioritario non è tanto diminuire ciò che gli eletti ricevono legalmente, quanto ridurre al minimo la possibilità- e l'accettabilità sociale- di comportamenti illegali.

Davvero rivoluzionaria per il nostro paese, sarebbe una seria legge anti-corruzione e per la trasparenza amministrativa, seguita – o preceduta – da una prassi conseguente (che non sembra sia stata in cima alle preoccupazioni di Renzi nella scelta delle candidature in Sardegna). Così come lo sarebbero una rigorosa legge sul conflitto di interessi, soprattutto riguardo al tema cruciale dell'informazione e del potere mediatico, così determinante per la formazione dell'opinione pubblica e della percezione, da parte dei cittadini, delle priorità politiche e sociali, e norme altrettanto rigorose sulla democrazia interna ai partiti.

Naturalmente è difficile mettere sul tappeto tali questioni, che davvero segnerebbero una discontinuità rivoluzionaria rispetto agli ultimi vent'anni, se si sceglie Berlusconi come interlocutore principale sulla via delle riforme. Inoltre, il problema più generale della disaffezione verso la politica e della crisi della rappresentatività sembra richiedere, in aggiunta ad una profonda riflessione sul nodo centrale dei rapporti fra economia e politica, che si dia spazio al massimo di pluralismo, per favorire la più ampia partecipazione dei cittadini e permettere al dibattito pubblico di arricchirsi delle posizioni più diverse e critiche, sottraendosi così ad un appiattimento uniforme rotto solo da sussulti populistici.

La politica non può essere solo la presa d'atto dei rapporti di forza esistenti, ma dovrebbe, data la gravità della situazione, lasciare spazio alla possibilità che nascano nuove forze che rivitalizzino il confronto di idee ed amplino il novero delle opzioni possibili. Invece, la legge elettorale proposta, oltre a sottrarre ai cittadini la scelta dei candidati con nuove liste bloccate, andrebbe, con uno sbarramento altissimo e inusitato per le forze non coalizzate, nella direzione opposta.

Immaginiamo un parlamento, ridotto a una sola camera, diviso fra Forza Italia, PD e M5S. Due partiti guidati da un capo e un terzo che rischia di diventarlo. Non sarebbe un quadro desolante per molti cittadini, che non si sentirebbero rappresentati e andrebbero ad ingrossare le fila dei delusi e degli indifferenti? Un PD da anni in preda a una deriva moderata, che fatica anche ad aderire al PSE, può monopolizzare l'area di centrosinistra? E farlo proprio nel momento in cui molti dei suoi nuovi dirigenti renziani si caratterizzano per l'esaltazione di un liberismo quasi thatcheriano che non può che suscitare sconcerto in esponenti di un partito che dovrebbe rappresentare in Italia la sinistra europea?

Lo spostamento sempre più a destra del baricentro del quadro politico nel suo complesso fa, da noi, apparire radicale ed estremista qualsiasi posizione critica verso il pensiero dominante, rendendo il dibattito sulle possibili alternative all'attuale modello di sviluppo, sull'austerity, sulle riforme necessarie all'Europa, del tutto marginale – diversamente che in altri paesi, pur coinvolti come noi nella crisi della rappresentanza – e confinandoci in un asfittico provincialismo.

D'altronde, la speranza che la condanna definitiva di Berlusconi potesse aprire la strada al graduale affermarsi di una normale destra europea perde ogni fondamento nel momento in cui si propone una legge elettorale che ridà una centralità totale al partito-azienda del Cavaliere e dei suoi eventuali eredi. Ridare fiato a Berlusconi quando sembra ormai destinato a uscire di scena è da anni una costante dell'azione della dirigenza DS-PD; una vera coazione a ripetere. Anche, ma non solo, per questo, d'alemiani e renziani ricordano quei due teologi di Borges, che, dopo essersi combattuti per tutta la vita, scoprono nell'aldilà di essere la stessa persona. Anche l'elezione indiretta del Senato non appare la scelta migliore per contrastare l'autoreferenzialità della classe dirigente, come ha ben sottolineato Nadia Urbinati.

Le proposte di Renzi sembrano avere solo due obiettivi: eliminare i partiti minori (e questo è il principale motivo della scelta di Berlusconi come interlocutore principale) e velocizzare il processo decisionale. Ma è molto dubbio che il problema principale dell'Italia, negli anni passati, sia stata l'assenza di governabilità dovuta alla frammentazione politica. Le difficoltà in questo senso sono piuttosto derivate dalle assurdità del Porcellum.

Berlusconi ha governato a lungo (il Berlusconi II e il Berlusconi IV sono stati i governi più longevi della storia repubblicana) con un'ampia maggioranza senza grandi frutti; e sembra anzi, dalle sue stesse lamentele, che sia stata la presenza di altre forze nella sua coalizione a evitare che facesse danni ancora maggiori. Per quanto riguarda il centrosinistra, se indubbiamente il primo governo Prodi è caduto a causa di Bertinotti, la vicenda del secondo è ben altrimenti complessa e legata soprattutto alle scelte di Veltroni.

In base alle considerazioni sopra espresse, la scelta di sacrificare il pluralismo e gli equilibri del potere legislativo ad esigenze di efficienza e uniformità appaiono le meno opportune nel contesto attuale. Col suo decisionismo, che ricorda il primo Craxi, Renzi ripropone l'insofferenza più volte espressa da Berlusconi nei confronti della lentezza del processo legislativo. Ma il problema è davvero tale lentezza, che non impedisce comunque la produzione di una pletora di leggi e leggine, o piuttosto la qualità dell'azione politica?

La somma di esaltazione della rapidità, desiderio di soddisfare le pulsioni anti-casta e aspirazione alla semplificazione forzata del quadro politico e alla riduzione del pluralismo non sembrano all'altezza delle sfide che la politica ha di fronte a sé. Prima fra tutte, la capacità di ritornare ad essere luogo di confronto partecipato fra visioni alternative, di avere uno sguardo d'insieme sulla società e di dare risposte al disagio sociale. Cessando di essere appiattita sul presente, sul “giorno per giorno”, sulla rinuncia ad ogni battaglia culturale in nome dell'accettazione dell'esistente e della sondaggiocrazia (che appare la moderna incarnazione dell'oclocrazia polibiana e insieme di quella deriva verso la passività dei cittadini profetizzata da Tocqueville).

Sotto le parvenze della discontinuità, e di una frenesia ipnotica, le scelte di Renzi appaiono, in realtà, in linea con l'involuzione della politica (ridotta alla gestione tecnico-amministrativa di programmi eterodiretti, da parte di un notabilato ideologicamente uniforme ed incapace di elaborazione culturale) in corso da anni ed alla base della crisi della rappresentanza cui assistiamo.
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