mercoledì 30 luglio 2014

Quelle notizie su CL che nessun giornale vuole pubblicare

di Ernesto Milanesi
 
il manifesto” del 16 luglio 2014
 
A poco più di un mese dallinaugurazione del Meeting di Rimini 2014, la fraternità religiosa di Comunione e liberazione con la Compagnia delle Opere e la Fondazione per la sussidiarietà sono impegnate nel marketing dell’evento che non deve essere oscurato nemmeno dal forfait del premier Matteo Renzi.
 
Grandi quotidiani, televisioni pubbliche e non, comunicazione istituzionale sembrano adeguarsi preventivamente. Almeno tre rilevanti notizie non hanno trovato eco nei media, anche se mantengono linteresse di social network e web…
 
La prima riguarda il reverendo monsignor Mauro Inzoli per cui il 9 dicembre 2012 il vescovo di Crema aveva disposto «la dimissione dallo stato clericale», confermata il 12 giugno scorso dal provvedimento emanato dalla Congregazione per la dottrina della fede. Comportamenti scandalosi, pedofilia, abuso su minori: lo si legge chiaro e tondo nel comunicato ufficiale della Diocesi. E – finora — soltanto nelle cronache della  Provincia di Cremona e nella puntuale, documentata e costante «campagna di controinformazione» di Wu Ming Foundation. Si tratta dell’ex vicepresidente della CdO, fondatore del Banco Alimentare, ex rettore dell’Istituto Santa Dorotea di Napoli, ma soprattutto fin dal 1984 presidente dell’associazione ciellina che a Crema riceveva in affidamento minori in difficoltà. Notizia, di fatto, censurata a livello nazionale da sempre. Un caso clamoroso «regolato» solo dal Vaticano. Ma Franco Bordo (deputato Sel) non si accontenta e ha firmato un sintomatico  esposto alla locale Procura della Repubblica…
 
La seconda notizia è la sentenza del Tribunale civile di Padova. Ha condannato Graziano Debellini, leader carismatico di Cl a Nord Est, a risarcire con 25.405 euro Luigi De Magistris, attuale sindaco di Napoli. Un duello personale che risale al 2008 quando i vertici ciellini finiscono nell’occhio del ciclone per linchiesta della Guardia di finanza e della magistratura sull’utilizzo dei fondi europei. Era la «Why Not venet che ha rimesso in discussione l’anima candida dei seguaci di don Giussani. In primo grado, con rito abbreviato, quattro condanne per truffa aggravata e continuata: spicca il nome di Alberto Raffaelli, che fra il fallimento di K Communication Srl e la letteratura locale si è anche preoccupato dellimmagine del sindaco leghista Flavio Tosi. Per limputato Debellini, invece, era scattata la prescrizione. Ora la condanna a causa delle dichiarazioni rilasciate nel 2010, al momento del rinvio a giudizio: «Questa è una decisione figlia della cultura alla De Magistris. L’atteggiamento dei pm è frutto di cattiveria, pregiudizi e teorie ideologiche, appunto alla De Magistris. Linchiesta su di noi è nata perché qualcuno voleva imitare linchiesta Why Not. C’erano degli sceriffi che avevano pensato che fosse la loro grande occasione di visibilità».
 
Infine, la drastica decisione del patriarca di Venezia Francesco Moraglia appena annunciata con un intervento nel settimanale diocesano  Gente Veneta. «È preciso convincimento del Patriarca — che è anche Gran Cancelliere della Fondazione Studium Generale Marcianum — che il contesto attuale richieda segni di novità nellintendere e vivere i rapporti tra le istituzioni civili e quelle ecclesiali. In tal senso, si ritiene necessario che vada ripensato e giunga ormai a termine il rapporto esistente tra
la Fondazione e il Consorzio Venezia Nuova». Parole inequivocabili, rispetto anche alle «interlocuzioni» fra i cannibali del Mose e il ciellino Angelo Scola documentate nei faldoni della Procura.
 
È linizio della fine per la Chiesa nella Chiesa? Non è arrivato il momento giusto per rompere anche il muro di omertà mediatica sul Meeting di Rimini?

Le connivenze che Bergoglio vuole spezzare

di Vito Mancuso
 “la Repubblica” del 9 luglio 2014

Non esiste potere che non ami il riconoscimento e l’alleanza con altri poteri, sempre a condizione ovviamente che siano analoghi a sé quanto a potenza e che operino su piani diversi. Così il potere politico ama il riconoscimento del potere economico, il potere culturale il riconoscimento di quello sportivo, il potere cinematografico il riconoscimento di quello musicale, e così via in un circolo di molteplici, gradite e ricercate legittimazioni reciproche. È una logica che vale, da sempre, anche per il potere ecclesiastico, come appare dai vescovi e dai cardinali immancabilmente presenti nelle occasioni importanti della vita pubblica. Il riverente omaggio da parte della processione della Madonna alla casa del boss di Oppido Mamertina, provincia di Reggio Calabria, si inquadra esattamente in questa logica: esso non è stato altro che un pubblico riconoscimento di un potere costituito da parte di un altro potere costituito. È quanto in quei territori avviene da decenni, per non dire da secoli, con benefici da entrambe le parti, con un potere che consolida l’altro nelle menti della popolazione risultandone a sua volta consolidato. Papa Francesco non vuole più continuare questa politica connivente e oggi denuncia ciò che fino a ieri altri uomini di Chiesa quasi negavano. Si tratta di un’ottima notizia, sia per il cristianesimo sia per la società civile, ma deve essere chiaro che non si metterà fine a questa prassi solo scaricando la responsabilità sui preti e i cattolici delle regioni ad alta densità mafiosa. Infatti la logica che sottostà alla processione di Oppido Mamertina non è diversa da quella che ha portato papa Pio XI a firmare i concordati con l’Italia fascista del 1929 e con la Germania nazista del 1933, e poi papa Pio XII con la Spagna franchista del 1953. Quando vennero firmati i Patti lateranensi con Mussolini il fascismo aveva già abbondantemente mostrato il suo volto criminale e liberticida, basti pensare alla marcia su Roma del 1922, all’assassinio di Matteotti del 1924 e all’assunzione di responsabilità del Duce nel 1925; quando venne firmato il concordato con Hitler il suo antisemitismo era noto a tutti, come in quegli anni non cessavano di denunciare teologi come Barth e Bonhoeffer; e non parliamo di quanto fosse noto il vero volto di Francisco Franco nel 1953. La Chiesa cattolica però non esitò a fermare la sua processione davanti ai palazzi di quei dittatori sanguinari, ricevendone benefici e riconoscimenti e potendosi continuare a sedere tra i poteri forti d’Italia, di Germania e di Spagna. Sono solo esempi recenti di un fenomeno politico che la Chiesa cattolica ha spesso praticato nella sua lunga storia, a partire dall’epoca costantiniana, e che continua a praticare ancora oggi. Durante il potere berlusconiano l’azione del cardinal Bertone, per diversi anni numero due della gerarchia cattolica e da sempre fedelissimo di papa Benedetto XVI, che lo scelse in prima persona, è stata esattamente in questa prospettiva e oggi l’appartamento spaziosissimo che Sua Eminenza regala a se stesso in Vaticano è per la sua coscienza una giusta ricompensa per i servizi prestati alla Chiesa del potere amica dei potenti. Da tutto ciò consegue che quanto papa Francesco sta chiedendo ai cattolici delle regioni italiane infettate dalla mafia non riguarda solo i cattolici di quelle regioni, ma mette in discussione lo stile complessivo di essere Chiesa in tutto il mondo: se non si deve fermare la processione davanti alla casa del boss, neppure vi devono essere altri connubi, magari meno scandalosi, ma non per questo meno reali, con i poteri forti dei diversi territori su cui la Chiesa opera nel nome del suo fondatore. Infatti la ‘ndrangheta in quelle zone della Calabria, così come la camorra in alcune zone della Campania e la mafia in alcune zone della Sicilia non è semplice criminalità, neppure è riducibile a una criminalità organizzata in modo particolarmente efficace come potrebbero esserlo e ahimè lo sono alcune mafie straniere attive in Italia; è piuttosto un vero e proprio potere, che prima che sui corpi agisce nelle menti, vorrei dire nelle anime, delle popolazioni. Papa Francesco sta dicendo cose straordinarie e sta facendo gesti altrettanto straordinari: ma per non rimanere solo comunicazione-spettacolo, la sua azione si deve tradurre in scelte concrete che vanno a incidere sulla tradizionale politica di appartenenza ai poteri forti che la Chiesa cattolica, ne lmondo intero, esercita da secoli. In Calabria la processione si ferma davanti alla casa del boss, a Milano davanti alle banche e ai consigli di amministrazione, a Roma davanti ai palazzi della politica, e così via in ogni altra città di questo mondo. La questione quindi è molto semplice e consiste nel dovere della Chiesa di rinnovarsi in radice, mostrando di non voler più sedere accanto ai poteri costituiti per venirne a sua volta riconosciuta e legittimata quale potere, ma di non avere altra finalità se non esercitare la contraddizione profetica che fu del suo Fondatore rispetto alla logica dei poteri di questo mondo.

martedì 29 luglio 2014

Per cambiare la sinistra serve un’azione dal basso, ma anche un’operazione di indirizzo che parta anche dal vertice


Anche in Ita­lia la Grande Crisi è finita. Da qual­che tempo viviamo una nuova fase. Oggi siamo alle prese con gli effetti della poli­tica eco­no­mica della Ue, che ha tra­sfor­mato la tur­bo­lenza finan­zia­ria esplosa nel 2008 in una guerra sociale con­tro i paesi in dif­fi­coltà. Eppure si può trarre un primo bilan­cio som­ma­rio dei risul­tati poli­tici che essa ha pro­dotto e con­ti­nua a pro­durre. Parlo di risul­tati poli­tici e mi limito alle forze poli­ti­che della sini­stra. Non getto nep­pure uno sguardo al fondo della società che la sini­stra tra­di­zio­nal­mente rap­pre­senta e difende: classe ope­raia, ceti medi, mondo della scuola e dell’Università, lavo­ra­tori intel­let­tuali. Qui gli arre­tra­menti sono pro­fondi e gene­ra­liz­zati. Basti pen­sare all’allungamento dell’età della pen­sione, all’inferno degli eso­dati, al dato stu­pe­fa­cente di 6 milioni di poveri asso­luti da poco cen­siti dall’Istat, basti ricor­dare che quasi un gio­vane su due non ha lavoro. Per bre­vità nep­pure un cenno al sin­da­cato, alla Cgil, un pachi­derma che si è defi­ni­ti­va­mente addor­men­tato. È sul piano poli­tico, delle for­ma­zioni della sini­stra, che voglio pun­tare lo sguardo. Non doveva essere la Grande Crisi, uno dei più cla­mo­rosi fal­li­menti del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo, occa­sione di cre­scita delle forze poli­ti­che anta­go­ni­ste, di rior­ga­niz­za­zione del fronte alter­na­tivo? Non ha mostrato e non con­ti­nua a mostrare il neo­li­be­ri­smo di essere, con le sue ricette dog­ma­ti­che, il motore che ali­menta le tur­bo­lenze finan­zia­rie e le disu­gua­glianze distrut­tive del tes­suto sociale e della stessa sta­bi­lià eco­no­mica?
Dun­que una sta­gione di pos­si­bi­lità per la sini­stra, che doveva con­qui­stare masse sem­pre più deluse e impau­rite con la forza per­sua­siva del pro­prio diverso rac­conto. Non è andata così. Con ogni evi­denza le varie for­ma­zioni dello schie­ra­mento mul­ti­forme che con­ti­nuiamo a chia­mare sini­stra sono uscite tutte ridi­men­sio­nate, inde­bo­lite o pro­fon­da­mente tra­sfor­mate. Sel alle ultime ele­zioni del 2013 si è atte­stata al 3,20%; Rivo­lu­zione civica, che incor­po­rava Rifon­da­zione comu­ni­sta, al 2,25%. Da qual­che mese il Pd — che certo molto par­zial­mente poteva essere anno­ve­rato nell’area della sini­stra — è diven­tato un par­tito popu­li­sta, coman­dato da un capo. Un capo che mira a cam­biare, d’accordo con la più squal­lida destra che mai abbia cal­cato la scena poli­tica repub­bli­cana, la forma dello stato democratico.
Dun­que, sul piano dell’allargamento del con­senso, da que­sti anni, che pure sono stati di mobi­li­ta­zione e di lotte, di qual­che bat­ta­glia vinta (refe­ren­dum sull’acqua pub­blica), risul­tati più miseri non pote­vamo rac­co­gliere. Senza il 4% della lista «L’altra Europa con Tsi­pras» saremmo al disa­stro. Per dirla con una frase fol­go­rante di Paso­lini,
Ebbene, io credo che tali esiti dovreb­bero costi­tuire oggi il cen­tro della rifles­sione di tutti i pro­ta­go­ni­sti della scon­fitta. Usiamo la parola neces­sa­ria. Scon­fitta. Un punto di par­tenza impre­scin­di­bile per assi­cu­rare un avve­nire pos­si­bile alla sini­stra ita­liana, a una forza di oppo­si­zione in grado di affron­tare le sfide duris­sime che si annun­ciano all’orizzonte. Sapendo che, se passa la nuova legge elet­to­rale in discus­sione in Par­la­mento, l’irrilevanza isti­tu­zio­nale attende buona parte di quel che resta dello schie­ra­mento di sini­stra.
Che cosa è acca­duto? Per­ché il con­senso elet­to­rale desti­nato alle forze di sini­stra è andato al Movi­mento 5 Stelle o all’astensione? Natu­ral­mente non basta una revi­sione cri­tica delle cam­pa­gne elet­to­rali. Occorre rimet­tere in discus­sione espe­rienze del pas­sato, assetti, stra­te­gie, forme di orga­niz­za­zione, stili di lavoro. Io credo che il dibat­tito aperto dall’ «Altra europa per Tsi­pras» – ma anche la discus­sione su que­sto gior­nale, cui ha dato un ulte­riore con­tri­buto Asor Rosa il 19 luglio — dovrebbe essere accom­pa­gnato da «un’azione paral­lela» che io defi­ni­rei senza tanti giri di parole, di ver­tice. Credo nella neces­sità di ristretti tavoli di lavoro nei quali si stu­dino forme pos­si­bili di nuove archi­tet­ture uni­ta­rie delle forze della sini­stra. I pic­coli par­titi sono bloc­chi di potere, neces­sa­ria­mente pru­denti e timo­rosi. Non si sciol­gono senza trat­ta­tive che ne sal­va­guar­dino il patri­mo­nio, i legami sociali. Tale strada non è in con­trad­di­zione con le pro­spet­tive di una for­ma­zione poli­tica che non ras­so­mi­gli ai vec­chi par­titi, che si fondi sulla par­te­ci­pa­zione dal basso, ma è meto­do­lo­gi­ca­mente un momento d’avvio inag­gi­ra­bile. Ci vuole sem­pre un punto d’appoggio per rove­sciare il mondo. E que­sto non può essere il magma delle assem­blee, che sono la ric­chezza della demo­cra­zia, dove si accende il fuoco delle idee, ma che poi devono soli­di­fi­carsi in strut­ture in grado ren­dere per­ma­nente la mili­tanza poli­tica.
La lista dell’«Altra europa» non sarebbe mai sorta senza l’iniziativa dall’alto di un gruppo di pro­mo­tori. E l’assemblaggio delle varie forze, il nome di Tsi­pras, hanno dato al pro­getto un con­te­ni­tore cre­di­bile che ha mobi­li­tato le forze ren­dendo pos­si­bile il suc­cesso. Lo sforzo di dise­gnare le forme di un’ampia aggre­ga­zione uni­ta­ria risponde anche a tale scopo: susci­tare ener­gie, dare ai con­flitti in atto o atti­va­bili una pro­spet­tiva poli­tica dure­vole e inclu­dente.
Negli ultimi anni abbiamo esal­tato «Occupy Wall Street» o le acam­pa­das dei gio­vani madri­leni. Col sot­tin­teso che in Ita­lia siano man­cate le lotte. Non è così: le lotte sono state innu­me­re­voli, aspre, su tutte le lati­tu­dini della peni­sola e hanno coin­volto gli ope­rai, i disoc­cu­pati, gli stu­denti, gli inse­gnanti, i ricer­ca­tori, i senza casa. Quel che è man­cato — e crea alla fine stan­chezza, ras­se­gna­zione e fuga — è stata una forza uni­ta­ria che facesse da col­lante gene­rale, da con­ti­nua­tore isti­tu­zio­nale della spinta par­tita dal basso. Oggi l’assenza di un tale sog­getto e di una tale pro­spet­tiva è alla base dell’inerzia e della ras­se­gna­zione che si respira in giro.
Eppure, mal­grado tutto, la pro­spet­tiva per la sini­stra rimane aperta. Obbli­ga­to­ria­mente aperta. E occorre un senso di respon­sa­bi­lità assai ele­vato da parte di tutti. Di una cosa infatti si può essere certi: alla ripresa autun­nale nes­suno dei gravi pro­blemi eco­no­mici e sociali che stanno logo­rando il paese sarà atte­nuato. Gli ultimi segnali anzi lasciano pre­sa­gire un ulte­riore peg­gio­ra­mento. Non mi rife­ri­sco ai recen­tis­simi dati sulla pro­du­zione indu­striale in calo e sul ral­len­ta­mento dell’economia tede­sca. È stata la Banca d’Italia ad annun­ciare che nel 2014 la disoc­cu­pa­zione in Ita­lia ha toc­cato il ver­tice uffi­ciale del 12,8% e che nel 2015 cre­scerà ancora, al 12,9%. Nel frat­tempo, udite, udite, il debito pub­blico ha toc­cato a luglio il nuovo record di 2.160 miliardi con un aumento di 96 miliardi dall’inizio dell’anno. Dun­que alla ripresa autun­nale gli ita­liani tro­ve­ranno ulte­rior­mente aggra­vate le loro con­di­zioni: immu­tata e forse cre­sciuta la pres­sione fiscale, sem­pre più estesa la man­canza di lavoro. E nuovi comuni fini­ranno nel frat­tempo in dis­se­sto. Sia che Renzi « — come parla chiaro il lin­guag­gio dei tempi! – la riforma isti­tu­zio­nale, sia che non ce la fac­cia. Il senso di una con­ti­nuità verso il peg­gio sarà visi­bile a tutti. Basta del resto osser­vare il mini­stro dell’Economia Padoan. Come prima Monti e poi Sac­co­manni, egli non è il tito­lare di un dica­stero, in grado di per­se­guire una poli­tica eco­no­mica auto­noma, di mobi­li­tare inve­sti­menti pub­blici, age­vo­lare il cre­dito. Più mode­sta­mente è un bro­ker che pen­dola tra Bru­xel­les e Roma, cer­cando di mediare tra gli inte­ressi del suo paese e il Castello della Grande Orto­dos­sia dell’Unione. C’è dell’altro. Agli occhi degli ita­liani la con­ti­nuità verso il peg­gio appa­rirà da un ulte­riore dato.
L’alleanza con Ber­lu­sconi non è più un fatto tran­si­to­rio. È diven­tato un assetto sta­bile del potere poli­tico. E non è vero che la recente asso­lu­zione del boss di Arcore nel pro­cesso Ruby raf­forzi l’alleato Renzi. In quella fac­cenda nes­sun ita­liano crede all’innocenza di Ber­lu­sconi, come non può cre­dere alla nipote di Muba­rak. Al con­tra­rio mol­tis­simi nostri con­na­zio­nali comin­ciano a con­vin­cersi che la «rina­scita» di Ber­lu­sconi possa essere l’esito mediato di sor­didi scambi e patti segreti con Renzi. E comun­que il cava­liere bianco, che doveva rot­ta­mare la vec­chia poli­tica, sem­pre più appare come il capo di una casta che si è rifatta il trucco, utile a sal­vare un noto cri­mi­nale da una con­danna, ma che con­ti­nua a por­tare danni e dispe­ra­zione sociale al paese.Dal cilin­dro di Renzi non escono più coni­gli. E oggi gli ita­liani non pos­sono più guar­dare a Grillo per gri­dare il loro sde­gno o per cer­care una prospettiva.
Il Manifesto

All’Eni fanno come Marchionne. "Ci sono purtroppo tanti imprenditori in Italia che investono all'estero e non difendono la nostra industria"


Pur­troppo ci sono ancora troppi Mar­chionne che inve­stono da altre parti e che non difen­dono il nostro sistema indu­striale». Il segre­ta­rio gene­rale della Fiom, Mau­ri­zio Lan­dini, si intende certo molto di Fiat, e ieri ha voluto para­go­nare il com­por­ta­mento dei ver­tici Eni con quello del timo­niere della Fiat: entrambi i gruppi, cioè, delocalizzano.
«Da Gela parte l’appello al governo per­ché non fac­cia chiu­dere gli impianti e per­ché metta al cen­tro della sua poli­tica la difesa del lavoro e dell’occupazione come prio­rità asso­luta», ha detto ieri Lan­dini sfi­lando con gli ope­rai per le vie di Gela. «L’1Eni – ha aggiunto il segre­ta­rio gene­rale Fiom – deve cam­biare piano, la raf­fi­na­zione deve con­ti­nuare a farla inve­stendo anche in Ita­lia. Pur­troppo ci sono ancora troppi Mar­chionne che inve­stono da altre parti e che non difen­dono il nostro sistema industriale”.
“È anche vero però che ci sono anche tanti impren­di­tori che hanno inve­stito e lavo­rato — ha con­cluso Lan­dini — Non a caso se si guarda verso chi esporta, verso chi ha inno­vato i pro­dotti ci si accorge che sono quelli che oggi danno anche il lavoro. È dai grandi gruppi che biso­gna inver­tire la ten­denza. Su que­sto ci deve essere il ruolo del governo ma anche della Con­fin­du­stria che dica agli impren­di­tori di tirar fuori i soldi e di inve­stirli nel nostro Paese».
Il Manifesto

La “Strage dell’Eid”... il lamento di Gaza

Striscia di Gaza. Missili contro il muro perimetrale dell'ospedale Shifa e al campo profughi di Shate. Dieci palestinesi morti, tra i quali otto bambini. Israele nega ogni responsabilità e punta l'indice contro Hamas. In serata uccisi nove israeliani, forse tutti soldati, e altri dieci palestinesi. Netanyahu annuncia che l'offensiva militare andrà avanti


Khan Younis, donne disperate sotto i raid israeliani

Tutto è pre­ci­pi­tato poco dopo le 5, nel pome­rig­gio, dopo una mat­tina di calma appa­rente. Anche se calma non è stata mai per dav­vero per­chè una can­no­nata aveva ucciso un uomo e un bam­bino di 4 anni a Shu­jayea. I pale­sti­nesi da parte loro ave­vano lan­ciato un razzo in dire­zione di Ash­qe­lon, senza fare danni. Nelle strade si comin­ciava a cre­dere alla pos­si­bi­lità che la calma, in occa­sione del primo giorno dell’Eid al Fitr, la festa isla­mica che chiude il mese di Rama­dan, potesse pro­lun­garsi anche nel corso della set­ti­mana fino al rag­giun­gi­mento di quell’accordo di tre­gua per­ma­nente che, nei desi­deri della gente di Gaza, dovrebbe por­tare libertà di movi­mento e un gene­rale miglio­ra­mento delle con­di­zioni di vita. All’ospedale Shifa, dove cen­ti­naia di fami­glie di sfol­lati hanno tro­vato, nei giar­di­netti, un posto dove accam­parsi, ad un certo punto sono arri­vati i volon­tari delle asso­cia­zione di carità per por­tare i regali ai bam­bini rima­sti senza casa. L’Eid al Fitr, per tra­di­zione, è la festa delle fami­glie e dei bam­bini che aspet­tano dolci, gio­cat­toli e qual­che moneta, come a Natale. Una col­lega ad un certo punto ha chie­sto a uno sfol­lato per­chè avesse scelto pro­prio lo Shifa dopo aver abban­do­nato Shu­jayea sotto le bombe 10 giorni fa. «Per­chè è il posto più sicuro per me e la mia fami­glia», aveva rispo­sto l’uomo senza esi­ta­zioni. E noi ave­vamo annuito.Invece non esi­stono più posti sicuri a Gaza. Tutto e tutto sotto tiro. Dopo gli ospe­dali el Wafa, Al Aqsa e Al Durra, ieri anche lo Shifa, in pieno cen­tro a Gaza city, è stato preso di mira. Non diret­ta­mente ma l’avvertimento è stato chiarissimo.
Un mis­sile di pic­cole dimen­sioni, spa­rato da un drone dicono i pale­sti­nesi, ha col­pito il muro peri­me­trale dell’area occu­pata dall’ospedale. I danni sono stati con­te­nuti ma l’accaduto ha creato caos e panico, soprat­tutto tra gli sfol­lati che in quel pre­ciso momento hanno com­preso di non essere più pro­tetti come cre­de­vano. Si è par­lato ini­zial­mente dell’uccisione di due per­sone ma la noti­zia poi è stata smen­tita. L’esplosione è avve­nuta men­tre allo Shifa comin­cia­vano ad affluire i feriti di un altro attacco, molto più grave, atti­buito da testi­moni pale­sti­nesi sem­pre a un drone, avve­nuto a non molta distanza dall’ospedale, nella zona interna del campo pro­fu­ghi di Shate. Una strage di bam­bini riu­niti, in occa­sione dell’Eid, in un pic­colo parco gio­chi con qual­che gio­stra. Otto pic­coli uccisi e due adulti, una qua­ran­tina i feriti, rife­ri­vano ieri sera fonti medi­che. Quando siamo arri­vati sul luogo dell’esplosione, le pic­cole vit­time erano già state eva­cuate allo Shifa. Sulla strada all’esterno del parco gio­chi c’erano lar­ghe pozze di san­gue che gli abi­tanti della zona sta­vano rimuo­vendo con sec­chiate d’acqua. In una di quelle pozze abbiano intra­vi­sto un pen­na­rello, una pan­to­fola e i pezzi di una pistola gio­cat­tolo, con ogni pro­ba­bi­lità rice­vuta ieri in dono da uno dei bimbi uccisi. A pochi metri due auto­mo­bili, ridotte dall’esplosione in ammassi di lamiere. Una era come cri­vel­lata di colpi, come se fosse stata col­pita da raf­fi­che di mitra. Ci hanno spie­gato che quei nume­rosi fori, rotondi, erano stati pro­vo­cati da schegge libe­rate dall’esplosione del razzo. Un gio­vane, con il volto insan­gui­nato, ha spie­gato ai gior­na­li­sti che droni israe­liani sor­vo­la­vano la zona al momento dell’attacco.
Un’altra strage di bam­bini, l’ennesima in que­ste tre set­ti­mane di offen­siva israe­liana con­tro Gaza. E tra i pic­coli uccisi alcuni cugini. Israele però ha negato di essere respon­sa­bile degli attac­chi con­tro lo Shifa e a Shate e ha addos­sato tutta la respon­sa­bi­lità ad Hamas «Pochi minuti fa – ha detto il por­ta­voce mili­tare Peter Ler­ner — ter­ro­ri­sti hanno lan­ciato razzi con­tro Israele: uno ha col­pito l’ospedale di Shifa, l’altro il campo pro­fu­ghi di Shate. Hamas ha chia­ra­mente usato il suo ces­sate il fuoco per rior­ga­niz­zarsi e pia­ni­fi­care attac­chi estesi».
In serata è inter­ve­nuto sull’accaduto anche il capo di stato mag­giore Benny Gantz, che ha riba­dito la ver­sione della respon­sa­bi­lità di “Ezze­din al Qas­sam”, il brac­cio armato del movi­mento isla­mico. Di fronte alle cre­scenti cri­ti­che inter­na­zio­nali per i mas­sa­cri di civili, Israele da alcuni giorni insi­ste con forza sulla tesi della respon­sa­bi­lità dei gruppi armati pale­sti­nesi nella morte di molti civili. Dome­nica, ad esem­pio, aveva anche smen­tito ogni coin­vol­gi­mento nell’uccisione, alla fine della scorsa set­ti­mana, di 17 sfol­lati pale­sti­nesi nella scuola di Beit Hanun, nel nord di Gaza. Più parti hanno fatto rife­ri­mento a tiri di carro armato, caduti nel cor­tile della scuola. Secondo il por­ta­voce mili­tare invece erano stati mili­ziani pale­sti­nesi a spa­rare razzi anti­carro dalla scuola. Israele, secondo que­sta ver­sione, avrebbe rispo­sto al fuoco con colpi di mor­taio, uno dei quali sarebbe caduto nel cor­tile della scuola in quel momento vuoto, quindi senza fare vit­time. E i 17 morti? Secondo i comandi mili­tari israe­liani, biso­gna chie­derne conto ad Hamas. Un reso­conto che con­tra­sta anche con le inda­gini svolte dalle Nazioni Unite che negano che all’interno della scuola col­pita si tro­vas­sero armi o miliziani.
Ieri al tra­monto quella che doveva essere una gior­nata di calma e di tre­gua non dichia­rata si è tra­sfor­mata in un nuovo inferno. L’esercito israe­liano ha chie­sto ai resi­denti di Shu­jaya e di Al-Zaytun di lasciare le pro­prie case – già quasi tutte abban­do­nate, senza con­tare che cen­ti­naia di abi­ta­zioni in quelle zone sono ormai dei cumuli di mace­rie — e di diri­gersi verso la parte cen­trale di Gaza. Israele si pra­pa­rava ad espan­dere ulte­rior­mente la sua offen­siva, anche in rap­pre­sa­glia per l’uccisione di quat­tro (pro­ba­bil­mente) sol­dati e il feri­mento di molti altri in una loca­lità della regione di Esh­kol (Neghev), in un attacco con mor­tai riven­di­cato da Hamas. Non molti minuti dopo, un com­mando di cin­que uomini di “Ezze­din al Qas­sam”, è sbu­cato da una gal­le­ria in ter­ri­to­rio israe­liano nei pressi di Nahal Oz e ha aperto il fuoco su di un gruppo di mili­tari prima di essere annien­tato, pare, da una can­no­nata. Ai resi­denti delle zone israe­liane di Shar HaNe­gev è stato chie­sto di restare nelle pro­prie case men­tre dalla Stri­scia par­ti­vano decine di razzi in dire­zione di diverse città israe­liane, anche della Gali­lea come Kar­miel e Zichron Yaa­kov, e di Cesa­rea sulla costa Mediterranea.
In tarda serata, l’annuncio del pre­mier Neta­nyahu che Israele non con­ge­lerà, anzi, espan­derà la sua offen­siva. «Non fer­me­remo l’operazione fin­ché non avremo neu­tra­liz­zato tutti i tun­nel del ter­rore. La comu­nità inter­na­zio­nale deve chie­dere la smi­li­ta­riz­za­zione di Gaza», ha aggiunto Neta­nyahu. Il mini­stro della difesa Yaa­lon ha invi­tato gli israe­liani ad avere pazienza per­chè l’offensiva andrà avanti. Nel corso della notte le radio pale­sti­nesi hanno rife­rito di un comu­ni­cato di “Ezze­din al Qas­sam” che pro­cla­mava di aver ucciso in un’imboscata tra le rovine di Shu­jayea altri 10 sol­dati israe­liani. Il bilan­cio di morti pale­sti­nesi, ridi­men­sio­nato dome­nica, dopo un nuovo con­teg­gio delle vit­time, ieri sera è tor­nato a quota 1.050 dopo quella che a Gaza chia­mano la “strage dell’Eid”.
Il Manifesto

sabato 26 luglio 2014

Povera Costi­tu­zione. Tra­sci­nata nel gorgo dei tec­ni­ci­smi par­la­men­tari, sbal­lot­tata tra dik­tat e for­za­ture isti­tu­zio­nali

Povera Costi­tu­zione. Tra­sci­nata nel gorgo dei tec­ni­ci­smi par­la­men­tari, sbal­lot­tata tra dik­tat e for­za­ture isti­tu­zio­nali, ogni equi­li­brio viene scon­volto. La costi­tu­zione – si dice – viene scritta in tempi sobri per­ché possa valere quando si è ubria­chi. Ma qui tutti appa­iono alco­liz­zati, facendo venir meno il senso del pro­prio agire. Alcuni – si dice dalle parti del governo — sareb­bero addi­rit­tura degli allu­ci­nati. Ma come si può pen­sare di cam­biare una Costi­tu­zione in que­sto clima? Basta riat­ti­vare la memo­ria per ren­dersi conto dello scarto tra ciò che sarebbe neces­sa­rio e ciò che è.
C’è qual­cuno che può imma­gi­nare Alcide De Gasperi o Pal­miro Togliatti in assem­blea costi­tuente che si con­fron­tano a norma di rego­la­mento, minac­ciando di con­tin­gen­tare i tempi («con­tin­gen­tare»: un’espressione inde­cente figlia di un tempo morto qual è il nostro). Biso­gne­rebbe lasciar discu­tere di Costi­tu­zione chi nella Costi­tu­zione crede. E qui non ci crede più nessuno.
La Costi­tu­zione sem­bra essere diven­tata solo uno stru­mento per imporre un’immagine e garan­tire una poli­tica di governo. Impo­sta al par­la­mento con la minac­cia del suo scio­gli­mento. Più della disci­plina di par­tito conta il timore di con­clu­dere anti­ci­pa­ta­mente la pro­pria car­riera poli­tica. D’altronde il nuovo ceto diri­gente sta celer­mente pro­ce­dendo alla “rot­ta­ma­zione” (altro ter­mine inde­cente) della vec­chia e col­pe­vole casta. Non limi­tan­dosi ad epu­rare gli espo­nenti della poli­tica, ma un’intera classe diri­gente del Paese. Quel che non fu fatto da Togliatti dopo la guerra è ora rea­liz­zato dai nuovi gio­vani e arro­ganti gover­nanti. In par­la­mento il ter­rore di essere messi da parte ha preso il sopravvento.
Così assi­stiamo ad una per­dita di dignità dell’istituzione par­la­men­tare. È stato rile­vato che – in fondo – i tempi di discus­sione sono stati ampi. Ma la qua­lità del con­fronto? In un par­la­mento com­mis­sa­riato dal governo la discus­sione è dro­gata. Si pensi alla irra­gio­ne­vo­lezza di quanto è avve­nuto in com­mis­sione e al lavoro dei rela­tori. Dopo un ampio con­fronto, che aveva fatto emer­gere una larga mag­gio­ranza con­tra­ria al dise­gno di legge pre­sen­tato dal governo, s’è fatto finta di nulla e, rimosso qual­che inco­modo, s’è adot­tato come testo base pro­prio quello del governo, mino­ranza in com­mis­sione. Desi­gnati i rela­tori, poi, que­sti – su loro stessa espli­cita ammis­sione – hanno lavo­rato facen­dosi “vistare” dal governo tutti gli emen­da­menti e con­cor­dando con il mini­stro per le riforme ogni pas­sag­gio. Che fine ha fatto l’autonomia dell’istituzione par­la­men­tare e quella dei nostri rappresentanti?
Ora, in aula, l’arma dell’ostruzionismo appare una con­se­guenza ine­vi­ta­bile. Ma nella lotta tra bloc­chi con­trap­po­sti chi ne uscirà mal­con­cia sarà la Costi­tu­zione. Impo­sta dalla forza dei numeri, ma pri­vata di una legit­ti­ma­zione discorsiva.
Fer­ma­tevi, ver­rebbe da dire. Ritor­nate a par­larvi. Senza con­fronto non ci sarà riforma costi­tu­zio­nale, ma solo squi­li­brio, fol­lia, irri­fles­si­vità. Rin­fo­de­rate il revol­ver e tor­nate al con­fronto paci­fico, tor­nate in com­mis­sione sti­pu­lando un accordo: nes­suno alzi i toni e si dia tempo al tempo. Rifor­mare una Costi­tu­zione non è que­stione da poco, né fatto per­so­nale. Si tratta di defi­nire un “ordine nuovo” che si pro­ietti verso il futuro. Oltre gli attuali gover­nanti: oltre a Mat­teo Renzi e a Gior­gio Napo­li­tano, anche al di là di Sil­vio Berlusconi.
È stato sba­gliato legare la riforma al rilan­cio eco­no­mico (che opera su tutt’altro piano), alla con­clu­sione dell’attuale pre­si­denza delle Repub­blica (che riguarda una scelta del tutto per­so­nale di chi attual­mente rico­pre la carica), alla rile­git­ti­ma­zione di un poli­tico scon­fitto (e afflitto da vicende giu­di­zia­rie del tutto estra­nee). La Costi­tu­zione non è nella dispo­ni­bi­lità dei sin­goli lea­der. Solo se si com­prende che in gioco c’è un bene più alto delle pro­prie ambi­zioni per­so­nali o delle pur legit­time pro­spet­tive poli­ti­che si può cam­biare la Costi­tu­zione. Il punto dram­ma­tico di caduta è che oggi que­sta con­sa­pe­vo­lezza non c’è.
di Gaetano Azzarito - ilmanifesto.info

Oltre le linee del potere


Gilles Deleuze. Pubblicato il primo volume che raccoglie i corsi del filosofo francese dedicati a Michel Foucault. Un’immersione nel labirinto rappresentato dal rapporto tra sapere e potere
Gil­les Deleuze e Michel Fou­cault hanno intrat­te­nuto un’amicizia pro­fonda e distante. Miste­rioso rap­porto, l’ha defi­nita Deleuze nell’intervista a Claire Par­net sull’Abe­ce­daire. Poi suben­trò il ram­ma­rico quando il filo­sofo delle Parole e le cose o di Sor­ve­gliare e punire morì nel 1984. I rap­porti si erano raf­fred­dati dopo una serie di dis­sidi teo­rici e poli­tici. Nel 1976 Fou­cault cri­ticò la nozione di desi­de­rio di Deleuze-Guattari nell’Anti­e­dipo. Poi si allon­ta­na­rono sul caso dell’avvocato della Raf Klaus Crois­sant, estra­dato dalla Fran­cia in Ger­ma­nia nel 1977. Emer­sero diver­genze anche sulla que­stione palestinese.
Deleuze con­servò tut­ta­via un enorme rispetto nei con­fronti di Fou­cault. Per lui era una «ven­tata spe­ciale». «Era atmo­sfe­rico», come un’emanazione o un’irradiazione. La si per­ce­piva quando entrava in una stanza. L’aria cam­biava. Ricordo di un gesto di metallo, di legno secco, strano e attraente in cui era pos­si­bile per­ce­pire un grano di fol­lia. Den­tro Fou­cault c’era una pic­cola radice che per­met­teva alle cose di mostrarsi in una luce diversa. Quando la radice ger­mo­glia, pro­duce cono­scenza. Come in ogni atti­vità vivente, la cre­scita è un evento dram­ma­tico. Se la fol­lia è il grano da cui nasce il pen­siero, il trauma è la con­di­zione di un nuovo pensiero.
Anche quello di Deleuze è stato un gesto inno­va­tivo. Arti­sta del ritratto, più che com­pi­la­tore di sto­rie della filo­so­fia, il suo è un pen­sare con Fou­cault, non un volerlo spie­gare in quanto autore da col­lo­care in un museo. Il pen­siero è sem­pre con­tem­po­ra­neo, diviene con i suoi pro­blemi. Per que­sto biso­gna cat­tu­rarne l’atmosfera.

Tra mono­gra­fia e ritratto

MichelFoucault
Que­sto è il risul­tato di Fou­cault, mono­gra­fia di Deleuze pub­bli­cata nel 1986, due anni dopo la morte dell’amico (ripub­bli­cata da Cro­no­pio). È un libro da leg­gere per capire un per­corso che ancora oggi, gra­zie alla pub­bli­ca­zione dei corsi al Col­lège de France, cono­sce un’inesauribile vita­lità. Per pre­pa­rare i mate­riali di que­sto capo­la­voro della filo­so­fia con­tem­po­ra­nea, Deleuze impartì tra il 1985 e il 1986 un ciclo di lezioni che oggi sono state pub­bli­cate in ita­liano dall’editore Ombre Corte. È da poco in libre­ria il primo volume Il sapere. Corso su Michel Fou­cault (1985–1986)/1, (euro 23, pp. 269). Ne segui­ranno altri due.
Nel 1999, la Biblio­teca Nazio­nale di Fran­cia ha sta­bi­lito un archi­vio delle regi­stra­zioni delle lezioni tenute da Deleuze all’università Parigi VIII tra il 1979 e il 1987. I semi­nari sono stati regi­strati da molti stu­denti, pro­ve­nienti da tutto il mondo, pro­prio come acca­deva a Fou­cault al Col­lège. La Bn ha river­sato le audio-cassette in file digi­tali e così nel 2011 anche le lezioni su Fou­cault sono state rese dispo­ni­bili su Inter­net. È un pia­cere leg­gere, e non solo ascol­tare, i mate­riali densi, la lin­gua com­plessa, il labi­rin­tico argo­men­tare di Deleuze, le ful­mi­nee defi­ni­zioni che col­gono le fasi atmo­sfe­ri­che e i dispo­si­tivi teo­rici con­fluiti nella monografia-ritratto. Filo­so­fi­ca­mente, Deleuze chia­ri­sce l’eredità kan­tiana (e hei­deg­ge­riana) svi­lup­pata da Fou­cault nei primi anni del suo lavoro e spiega come in seguito abbiano pesato sul suo metodo archeo­lo­gico e genea­lo­gico. Ne emerge il ritratto di un filo­sofo nè strut­tu­ra­li­sta, né feno­me­no­logo. Fou­cault è un pen­sa­tore dell’immanenza, un mate­ria­li­sta radi­cale di nuovo genere. Un apprez­za­mento giunto negli anni Ottanta che rispec­chia quello dato da Fou­cault negli anni Ses­santa: il XXI secolo sarebbe stato «deleuziano».

Oltre le linee del potere

Al cen­tro delle lezioni c’è l’interrogazione sul potere. Con una dif­fe­renza rispetto al 1972 quando, in un dia­logo sulla rivi­sta «L’Arc», Deleuze osservò che il potere di Fou­cault era un con­cetto tota­liz­zante e non spie­gava il motivo per cui gli uomini lo desi­de­rano, pre­fe­rendo essere domi­nati piut­to­sto che man­te­nere la pro­pria libertà. Negli anni suc­ces­sivi, Deleuze avvertì un cam­bia­mento in Fou­cault. Cita una frase da La vita degli uomini infami dove Fou­cault avverte un limite e pro­pone un rime­dio: «Qual­cuno obiet­terà – scrive – riec­coci, sem­pre con la stessa inca­pa­cità di oltre­pas­sare il con­fine, di pas­sare dall’altra parte, di ascol­tare e far com­pren­dere il lin­guag­gio che viene da altrove o dal basso; sem­pre la stessa scelta di col­lo­carsi dalla parte del potere, di quello che esso dice o fa dire».
Supe­rare la linea del potere signi­fica rag­giun­gere un ter­reno dove l’esistenza è già data, ma non il modo in cui essa è deter­mi­na­bile. Non lo può essere dal potere che non tutto può cat­tu­rare. Biso­gna, al con­tra­rio, par­lare del potere par­tendo da un ter­reno che non è di nes­suno, ma è di tutti. Con la sto­ria della ses­sua­lità e quella della verità in Gre­cia, a Roma e nel primo Cri­stia­ne­simo, Fou­cault cam­biò impo­sta­zione e, invece del potere in quanto tale, ini­ziò a inter­ro­gare l’etica e il suo rap­porto con la politica.
L’oggetto di que­sta rifles­sione era uno spa­zio dove il sog­getto è impe­gnato a defi­nire il pro­prio sé attra­verso la media­zione delle norme da rispet­tare e le azioni da com­piere. Tale spa­zio assume una dimen­sione costi­tuente («eto­po­ie­tica» scrive Fou­cault) quando il sog­getto matura la forza di tra­sfor­mare il pro­prio modo di vita, crendo pra­ti­che e modelli giu­di­ca­bili dove emerge un’autonomia dal potere. Que­sto è tanto più vero nelle società neo-liberali dove il potere col­tiva la libertà, men­tre i sog­getti pos­sono svi­lup­pare un’autonomia che è anche il luogo di una con­te­sta­zione possibile.
Nelle lezioni, Deleuze insi­ste molto sul rap­porto tra il sapere e il potere, pro­fonda «anti­no­mia» e com­plesso dua­li­smo che carat­te­rizzò la rifles­sione di Fou­cault negli anni Ses­santa. Vent’anni dopo, in corsi come Il governo dei viventi (Fel­tri­nelli) o Sub­jec­ti­vité et vérité, in con­fe­renze rive­la­trici come Sull’origine dell’ermeneutica di sé (Cro­no­pio) o Mal fare, dire vero (Einaudi), Fou­cault inter­roga sem­pre il «sapere», ma da un punto di vista poli­tico e affer­ma­tivo: la verità non è l’espressione di una cono­scenza pura ma è un «sovrap­più di forza» che eccede il potere. Il «sapere» non è più un discorso filosofico-giuridico, ma si pro­ietta sulle pra­ti­che e spinge il sog­getto al supe­ra­mento dei suoi limiti.

Così vicini, così lontani

deleuze
L’etica viene intesa come una forza che, da un lato, per­mette la matu­ra­zione della volontà di non essere ecces­si­va­mente gover­nati e, dall’altro lato, isti­tui­sce la «poli­tica di noi stessi», cioè «il prin­ci­pale pro­blema poli­tico dei nostri giorni» scrive Fou­cault. Il per­corso seguito da Fou­cault rien­tra in quello che Deleuze ha defi­nito il momento spi­no­zi­sta del pen­siero politico. Più che imporre i valori dell’«uomo», rispet­tando così i prin­cipi della «morale», la poli­tica è l’espressione di una potenza che si mani­fe­sta secondo infi­nite moda­lità e gra­da­zioni. Nasce da qui l’esigenza di spe­ri­men­tare i ruoli, allon­ta­nan­dosi dall’idea che la distin­zione tra chi comanda e chi obbe­di­sce sia irre­ver­si­bile. Tale distin­zione è mute­vole. La poli­tica non è un gioco fis­sato per sem­pre dalla deci­sione di un sovrano o dal con­tratto tra le parti. Essa è una per­ma­nente nego­zia­zione sulle leggi, sul potere e sulle norme. Fou­cault ha affron­tato la sfida dal punto di vista dell’individuo e del suo rap­porto con il governo. Deleuze è invece par­tito da una mol­te­pli­cità, di cui l’individuo e il governo sono espres­sione, cer­cando di arti­co­lare la potenza dei molti e non il potere dei pochi.
Due filo­sofi: così lon­tani, così vicini. Uniti dall’idea che l’etica sia l’espressione della potenza, men­tre la poli­tica è una spe­ri­men­ta­zione oltre la linea delle iden­tità pre­sta­bi­lite, dove i molti che obbe­di­scono ai pochi lo fanno in base a cer­tezze infon­date e rine­go­zia­bili. Qual­cosa che il potere, e i suoi custodi, tro­vano intol­le­ra­bile e inaccettabile.