domenica 31 agosto 2014

La Repubblica dell’Idea.­ Nemmeno il Ber­lu­sconi dei tempi d’oro è rac­chiuso in que­sta frase

Nemmeno il Ber­lu­sconi dei tempi d’oro». E rac­chiuso in que­sta frase, quasi un mes­sag­gio in codice nasco­sto nell’ultimo reso­conto delle gesta di Mat­teo, il dramma dei gior­na­li­sti di Repub­blica. Costretti a ripar­tire da zero: dimen­ti­cate di essere stati zelanti cro­ni­sti, impla­ca­bili cor­si­vi­sti, arguti com­men­ta­tori. Get­tate penne e tac­cuini, met­te­tevi in fila e un due tre, fate la ola. E cosi la riforma della scuola, ad esem­pio, non e mica quella tri­stezza annun­ciata (male, s’intende) dalla mini­stra Gian­nini, sarà una grande festa con almeno cen­to­mila pre­cari assunti, rive­la­vano i nostri prima che si sco­prisse il grande bluff (ma poi Repub­blica met­teva in chiaro che era stato Renzi a spie­gare a Napo­li­tano che no, pre­si­dente, la scuola adesso pro­prio no, non insita, non met­tiamo troppa carne al fuoco…). Forse non devono rispon­dere a un ordine del diret­tore, né hanno deciso scien­te­mente di man­dare al mani­co­mio Euge­nio Scal­fari. Sono invece le vit­time di un’ipnosi col­let­tiva, rapiti da quel man­tra sapien­te­mente dif­fuso da palazzo Chigi secondo il quale non e pos­si­bile nutrire sin­ce­ra­mente dubbi rispetto all’operato del gio­vane pre­mier, pos­sono farlo sol­tanto dei pove­racci rosi dall’invidia che pre­fe­ri­scono vedere spro­fon­dare il paese piut­to­sto che rico­no­scere il suc­cesso altrui, o vec­chie caria­tidi incom­pa­ti­bili con la contemporaneità. A forza di sen­tirlo dire, poi si fini­sce per cre­derci e allora: tutti in coro, viva viva san Matteo. Ma quella frase, il «Ber­lu­sconi dei tempi d’oro» e sin­tomo anche di una sof­fe­renza, rivela un’ansia di libertà, con­tiene il seme della ribel­lione. Segnala che se il Cava­liere avesse por­tato a palazzo Chigi un car­retto di gelati e pure con il mar­chio — la scritta «Grom» era coperta con un pezzo di carta, cosi da atti­rare ancora di più l’attenzione — sareb­bero state fatte pagi­nate tra­boc­canti ripro­va­zione come per le corna nella photo oppor­tu­nity, il cucù a Angela Mer­kel, il «mister Oba­maaaaa» a squar­cia­gola che aveva dif­fuso tur­ba­mento nell’intero Regno unito. Ma quello era un cafone, irri­spet­toso delle isti­tu­zioni. Le sue bar­zel­lette — vol­ga­ris­sime, signora mia — ser­vi­vano solo a sviare l’attenzione dai gravi pro­blemi del Paese. Ora invece tocca scri­vere che siamo di fronte al genio, al «gian­bur­ra­sca della poli­tica» che «rompe l’etichetta» con diver­tenti sipa­rietti. Certo, l’antiberlusconismo allora era una merce molto richie­sta, nelle edi­cole. Ora si porta il ren­zi­smo e i gior­nali si stam­pano per ven­derli, mica per incar­tarci il pesce. E poi, se la «rivo­lu­zione» pro­messa si avve­rasse? Per­ché cor­rere il rischio di per­dere l’appuntamento con la sto­ria, di dover ammet­tere «io non c’ero, stavo con i gufi». Pen­sate invece che sod­di­sfa­zione poter dire un giorno al nipo­tino «vedi quello li in mezzo al coro… lì a destra, più a destra. Be’, non mi si rico­no­sce gran­ché, ma sapessi come strillavo…».

di Micaela Bongi - ilmanifesto.info

Gaza, Libia, Siria, Iraq, Balcani. I silenzi e le reticenze italiane si aggiungeranno alla pratica dell’Ue

La nuova "Mrs. Pesc" non dice nulla. Perché questa Europa non può avere una politica internazionale comune. O meglio, ce l'ha. E la fa la Nato

Come  pre­ve­di­bile, la mini­stra degli esteri ita­liana Fede­rica Moghe­rini è l’Alto rap­pre­sen­tante per la «Poli­tica Estera e di Sicu­rezza Comune», ancora la sigla Mrs Pesc, per­ché non può, come da Trat­tati, essere chia­mata mini­stro degli esteri dell’Unione euro­pea. Così sulla bar­chetta di carta dell’Ue che affonda, come iro­ni­ca­mente pro­pone la coper­tina dell’Eco­no­mist, con un Dra­ghi intento a but­tare fuori acqua, Hol­lande impet­tito sulla prua, Mer­kel che naviga come se nulla fosse e il “nostro” Renzi con un gelato in mano, adesso sale il pesante far­dello di una sirena muta e ammic­cante pro­messe, vero sim­bolo dell’inesistente poli­tica estera euro­pea. Non c’è che dire, la per­sona giu­sta al posto giusto. L’eventuale sua nomina sarebbe stata «delu­dente», scri­veva il Finan­cial Times, che spe­rava in un «pezzo da novanta» di alto pro­filo inter­na­zio­nale — come chie­deva anche Ber­lino — di fronte ai ricor­renti nazio­na­li­smi euro­pei per le ten­sioni eco­no­mi­che tra i vari governi Ue, e soprat­tutto rispetto al vor­tice inter­na­zio­nale delle guerra aperte in Medio Oriente, nel Medi­ter­ra­neo, e alla fron­tiera con la Rus­sia in Ucraina. Invece arriva Mogherini.


Abbiamo infatti lun­ga­mente atteso, in que­sti sei mesi, una diver­sità del governo Renzi e della Far­ne­sina sulle crisi aperte nel mondo, dopo le tante «guerre uma­ni­ta­rie» alle quali l’Italia ha par­te­ci­pato che hanno aggra­vato san­gui­no­sa­mente quelle crisi. Non è arri­vato nulla. Nes­suna con­danna del governo israe­liano per le stragi di civili a Gaza, ma tanta com­pren­sione per il «diritto alla difesa» — con i mas­sa­cri? -, dimen­ti­cando che Israele occupa mili­tar­mente i ter­ri­tori pale­sti­nesi e le Riso­lu­zioni delle Nazioni unite che da 47 anni gli impon­gono di riti­rarsi, e invece Israele allarga le colo­nie, boi­cotta l’impossibile ormai Stato di Pale­stina e non vuole nes­suna pace. Ora chi aiu­terà i dispe­rati di Gaza tra mace­rie e cimi­teri? Inol­tre la Far­ne­sina ha taciuto sulla richie­sta di sospen­dere in Ita­lia le eser­ci­ta­zioni mili­tari con i cac­cia­bom­bar­dieri israe­liani, insieme alla revi­sione del Trat­tato mili­tare che ci lega ad Israele; e tace sulla richie­sta dell’Anp, uni­ta­ria Fatah-Hamas, di ade­rire al Tri­bu­nale penale dell’Onu. Zero asso­luto poi sulla san­gui­nosa guerra in Siria, oltre alla dispo­ni­bi­lità a far appro­dare sulle nostre coste l’arsenale chi­mico di Assad poi distrutto – e que­sto gra­zie all’intermediazione del «nemico» Putin che ha impe­dito che l’Occidente e Obama si impe­la­gas­sero ulte­rior­mente nella guerra che hanno ali­men­tato. Invece l’Italia avrebbe dovuto chia­rire se fa ancora parte della coa­li­zione scel­le­rata degli «Amici della Siria» (dalla Gran Bre­ta­gna all’Arabia sau­dita) che ha finan­ziato e rifor­nito di armi gli insorti, fino a favo­rire diret­ta­mente e indi­ret­ta­mente la cre­scita mili­tare del fronte jiha­di­sta e qaedista. Per il disa­stro in Iraq, dove lo Stato isla­mico avanza come deriva dei san­tuari con­qui­stati in Libia e in Siria, il governo ita­liano tele­co­man­dato e sto­rico mer­cante d’armi, si è limi­tato a mostrare per l’ennesima volta il suo stra­bi­smo: aiuti uma­ni­tari e nuovi arma­menti, sta­volta ai kurdi (anche al «ter­ro­ri­sta» Pkk il cui lea­der Oca­lan giace nelle galere dell’atlantica Tur­chia anche per merito dell’Italia?), per­ché com­bat­tano al posto dell’Occidente per «sal­vare le mino­ranze», stor­nando cari­chi di fer­ra­glia che avrebbe dovuto essere distrutta da tempo e rici­clando arse­nali che potreb­bero essere prova di for­ni­ture ille­gali ita­liane, con­tro le san­zioni Onu, agli insorti libici anti-raìs. La Libia è diven­tata intanto peg­gio della Soma­lia, gra­zie alla guerra della Nato gui­data ad ogni costo dal prode euro­peo Nico­las Sar­kozy che, si sco­pre ora, voleva disfarsi del testi­mone Ghed­dafi che aveva finan­ziato la sua cam­pa­gna pre­si­den­ziale. Dopo il delitto occi­den­tale ce ne laviamo le mani e peg­gio sia per i pro­fu­ghi che ora, con il Fron­tex Plus (sem­bra il nome di una medi­cina ma è un muro di con­te­ni­mento che fa temere un’altra Kater Y Rades 1997) ver­ranno tenuti alla larga e rele­gati a rima­nere in Libia o tor­nar­sene a casa loro, nella tra­ge­dia della mise­ria e delle guerre della grande Africa dell’interno. Abban­do­nando la giu­sta pro­po­sta della Marina di una mis­sione solo di soc­corso sotto egida Onu. E que­sto per far con­tenta l’ala più di destra del governo di cen­tro di Mat­teo Renzi. Ma l’evidenza peg­giore è quella dell’Ucraina, con la Moghe­rini che tele­co­man­data ripete le dichia­ra­zioni dell’Alleanza atlan­tica e non ha detto finora una parola sulla guerra feroce che è stata sca­te­nata peri­co­lo­sa­mente ai con­fini della Russia. Che fine hanno fatto le pro­messe di inda­gare sul ruolo della destra neo­fa­sci­sta e para­mi­li­tare su piazza Maj­dan, sull’uccisione del repor­ter ita­liano Andrea Roc­chelli e sulla strage di Odessa che ha inne­scato la guerra civile? Tutto è pronto anche qui per ripro­porre il «modello Kosovo». A pro­po­sito, ecco un altro silen­zio: la mini­stra Moghe­rini non ha pro­fe­rito parola sui risul­tati di que­sti giorni della com­mis­sione d’inchiesta della mis­sione Ue Eulex, che ha inda­gato due anni dopo le denunce dal rap­porto di Dick Marty del Con­si­glio d’Europa e le richie­ste di Carla Del Ponte, sugli orrori e sui cri­mini di guerra com­messi in Kosovo dalle mili­zie Uck alleate della Nato, pro­prio durante l’occupazione delle truppe atlan­ti­che dopo i raid «uma­ni­tari» che hanno inven­tato il nuovo Stato indi­pen­dente del Kosovo. Una inda­gine euro­pea agghiac­ciante che con­ferma i mas­sa­cri e la puli­zia etnica con­tro serbi e rom. Il silen­zio è rumo­ro­sis­simo, per­ché emerge la con­ni­venza nelle stragi dei lea­der della Nato. Reste­ranno impu­nite o no? Che dice la Mogherini? Non tutto, certo, è respon­sa­bi­lità dell’Italia. Oggi sarà eletto anche il pre­si­dente della Com­mis­sione, dopo il pate­tico e ine­si­stente Van Rom­puy, tocca al pre­mier polacco Tusk, lea­der del paese che gli Stati uniti vogliono riar­mare in fun­zione anti-russa e che è desti­nato a pesare molto più della mini­stra degli esteri italiana. Il fatto è che Mr Pesc è un acro­nimo che serve a dire che l’Europa ancora non può dichia­rare di avere una poli­tica estera indi­pen­dente. Del resto l’Ue non ha una poli­tica eco­no­mica comune, spac­cata com’è sul ter­reno della dila­ce­rante crisi eco­no­mica, né tan­to­meno una poli­tica di difesa europea. Ma soprat­tutto per­ché c’è l’Alleanza atlan­tica che la fa “meglio” e al posto dell’Unione euro­pea, che resta un simu­la­cro rap­pre­sen­tato solo da una moneta. Quella Nato che si avvia a diven­tare Trat­tato tran­sa­tlan­tico anche eco­no­mico e che intanto gesti­sce l’ideologia del mili­ta­ri­smo uma­ni­ta­rio, attizza guerre e poi soc­corre, cura e accre­sce i bud­get mili­tari dei paesi alleati a danno delle spese sociali (vedi gli F-35), mili­ta­rizza con basi, scudi anti­mis­sile e nuovi sistemi d’arma il ter­ri­to­rio del vec­chio con­ti­nente e dei nuovi stati alleati dell’est, pas­sati dal Patto di Var­sa­via diret­ta­mente alle mis­sioni nei con­flitti glo­bali a guida Usa. In poche parole, la Nato sur­roga la poli­tica estera dell’Unione euro­pea. E ora Moghe­rini, Mrs Pesc, dopo il nulla rap­pre­sen­tato dalla bri­tan­nica Cathe­rine Aston, ci mette la fac­cia del vuoto italiano.
ilmanifesto.info

Nomine Ue, Mogherini è Lady Pesc

Accordo raggiunto sulle nomine Ue: Federica  Mogherini è la nuova Lady Pesc.  Ad annunciarlo è stato Van Rompuy, secondo il quale è ''il nuovo volto dell'Europa. E' stata in prima linea in questo momento cosi' difficile a livello internazionale - sottolinea -. Siamo certi che confermera' il grande impegno europeista dell'Italia.''. Il vertice Ue ha deciso anche di nominare l'attuale premier polacco Donald Tusk presidente permanente del Consiglio Europeo e dell'Eurosummit. 
 Subito dopo la nomina della Mogherini, arrivano gli auguri del premier,Matteo Renzi: "Buon lavoro a Federica Mogherini e premier Tusk #Europa".
Quindi, la soddisfazione del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, espressa in una nota:  "L'Italia ha ottenuto un importante riconoscimento e, soprattutto, ha dato un positivo contributo alla soluzione del problema dei nuovi incarichi di vertice dell'Unione Europea. E' stata infatti apprezzata l' indicazione, da parte del governo italiano, di una candidatura femminile. Federica Mogherini - secondo il Presidente della Repubblica - si è indubbiamente fatta apprezzare nel concerto europeo esercitando, dall'inizio del 2014, con impegno e competenza le funzioni di Ministro degli Esteri. Sono certo che saprà assolvere al meglio il mandato di una crescente coesione dell'Ue nel campo essenziale delle relazioni internazionali".
"Tutto il mio lavoro, le mie energie e la mia dedizione saranno dedicate a operare nell'interesse di tutti gli stati membri e di tutti i cittadini europei", afferma la neonominata Alta rappresentante per la politica estera europea. La Ue, aggiunge ringraziando i leader Ue per la fiducia accordatagli, , ha di fronte a sé "sfide enormi" in politica estera. E a chi l'accusa di essere inesperta, risponde: "Sono 20 anni che sono coinvolta negli affari esteri ed europei, ho un po' di esperienza istituzionale ma penso che l'esperienza che si matura attraverso il lavoro e la società civile sia altrettanto importante. Ho 41 anni, non sono giovanissima, ma l'età non si può cambiare. Quello che mi dà conforto è che il premier Renzi è più giovane di me, altri ministri europei lo sono, c'è una nuova generazione di leader europei e questo è molto positivo". 
 RENZI AL PRE-VERTICE ALL'ELISEO - "La crescita non è una richiesta dei Paesi che stanno peggio, è ciò che serve all'Europa". E' quanto ha detto il premier Matteo Renzi nel suo intervento al pre-vertice dei socialisti europei a Parigi salutando positivamente l'impegno di Juncker per i 300 mld di investimenti.
"Dobbiamo fare dell'Europa un luogo che serve ai cittadini", ha quindi sottolineato il presidente del Consiglio, aggiungendo che non è in discussione il rispetto degli accordi e delle regole, così come ha sempre ribadito l'Italia. La "flessibilità" va insomma cercata "entro le regole che già ci sono".
 Sul nome di Federica Mogherini come Alto rappresentante della politica estera Ue, tra i socialisti europei "c'è un consenso credounanime", ha detto invece il premier uscendo dalla riunione. "Sulla nomina del presidente del consiglio europeo dal vertice dei leader socialisti europei a Parigi non esce un'indicazione sul nome perche" ci sarà bisogno di un'ulteriore discussione. Che sarà fatta oggi pomeriggio". Secondo Renzi infatti bisogna trovare "una figura capace dicreare consenso". 

 Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, si è recato all'Eliseo per l'incontro con tredici dirigenti socialdemocratici europei che precede il Consiglio di questo pomeriggio a Bruxelles. Nel cortile del palazzo presidenziale, Renzi è stato accolto dal presidente francese, Francois Hollande.
All'incontro organizzato all'Eliseo prendono parte, oltre a Renzi, il cancelliere austriaco Werner Faymann, il premier belga Elio di Rupo, la premier danese Jelle Thorning-Schmidt, il premier croato Zoran Milanovic, quello maltese Joseph Muscat, quello romeno Victor Viorel Ponta e quello slovacco Robert Fico.
Prendono parte ai colloqui anche il sottosegretario agli affari europei ceco, Tomas Prouza, li vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel, il ministro degli Esteri lussemburghese Jean Asselborn, il capo del partito laburista olandese, Diederik Samsom e il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz. 
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domenica 24 agosto 2014

Libia: ecatombe di migranti Aeroporto in mano a islamici

L'ultima tragedia nel Mediterraneo affiora in superficie insieme ai corpi degli ultimi profughi annegati ieri nel mare libico, davanti alle coste di Tripoli. La guardia costiera locale ne ha recuperati una ventina dopo aver salvato 16 persone, ma altre 170 mancano all'appello. Si erano imbarcate nella notte da Guarakouzi, a circa 60 chilometri da Tripoli, ma poco dopo il loro barcone si era rovesciato. Tra loro, somali ed eritrei. Dall'inizio dell'anno potrebbero essere scomparse in mare almeno 2.000 persone - 250 delle quali su un barcone di cui non si hanno notizie da due mesi.
A calcolarlo è don Mussie Zerai, sacerdote di origine eritrea che presiede in Italia l'agenzia Habeshia, che raccoglie e diffonde segnalazioni sulla sorte di migliaia di profughi e migranti finiti nella rete dei trafficanti di esseri umani. Un calcolo, il suo, che si basa proprio sulle segnalazioni - da parte di compagni di viaggio e familiari - di persone che hanno preso il mare e non si trovano più: né nei centri di accoglienza in Italia o in Tunisia, né in quelli di detenzione in Libia. "Il mio numero di telefono ormai lo conoscono tutti - dice - sta persino scritto sui muri dei centri libici: squilla in continuazione, se sono occupato lo affido ad altri". Una delle ultime volte è squillato ieri, quando tramite un satellitare gli è giunto l'Sos da un gommone alla deriva da tre giorni nel Canale di Sicilia, con il motore in panne ed un centinaio di persone a bordo.
Fra loro, quasi tutti eritrei e stremati da fame e sete, anche donne e bambini. Solo uno dei tanti drammatici episodi che si aggiungono alla tragica situazione dei rifugiati rimasti "intrappolati" nel caos della Libia. "Sono somali, eritrei, sudanesi, etiopi - racconta - profughi che fuggono dalle guerre e che in Libia si trovano in mezzo ad un'altra guerra". Dove restano vittime degli scontri oppure sono reclutati dalle milizie come schiavi-portatori di armi, come già accaduto ad oltre 200 sequestrati a Misurata, il cui caso è già stato denunciato dal sacerdote nei giorni scorsi. E' da queste nuove violenze che gli ultimi morti in mare fuggivano, e da una realtà che per le vittime della tratta è ancora peggiore che ai tempi di Gheddafi. Ora anche i miliziani si sono messi nel 'business', segnala don Zerai: un affare che può rendere da 3.000 dollari a persona a cifre ancora più alte, per quelli che, passando via terra dal Sudan alla Libia, vengono "rivenduti" - tra trafficanti, polizia e miliziani - anche fino a cinque volte. Per questi profughi "in trappola" l'agenzia Habeshia ha chiesto più volte alla comunità internazionale un piano di evacuazione, analogo a quelli per gli stranieri bloccati dalla rivolta nel 2011.
E intanto altri continuano a imbarcarsi, con il rischio di morire in mare, oppure a raggiungere le coste italiane anche grazie all'operazione Mare Nostrum. Oggi in 355 sono sbarcati a Pozzallo, in Sicilia, portando a 555 il totale nelle ultime ore (in prevalenza profughi siriani). E altri 470, intercettati dalla Guardia costiera, sono in arrivo a Porto Empedocle. A Pozzallo sono stati fermati i tre presunti scafisti, due dei quali egiziani, dello sbarco di ieri. Uno dei fermati era già stato in Italia cinque volte, sbarcando a Lampedusa, e nel 2013 era stato arrestato. Altri due scafisti, tunisini, sono stati bloccati mentre cercavano di prendere il largo dopo aver fatto sbarcare una ventina di migranti nell'agrigentino. Un centinaio gli scafisti arrestati da inizio anno.
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Svolta nel caso Foley, identificato John il jihadista


Lotta senza quartiere contro 'John', l'assassino di Jim Foley, che secondo il Sunday Times è stato identificato dai servizi britannici, e i suoi compagni jihadisti cresciuti in Gb. "Dobbiamo fermarli. Dobbiamo impedire che continuino a partire da qui per combattere in Siria e Iraq''. E per questo ''dobbiamo usare tutti i mezzi che la legge ci consente''. E' un impegno e una promessa quella che il ministro britannico degli Interni, Theresa May, mette nero su bianco oggi in un articolo a sua firma sul Daily Telegraph, annunciando l'inasprimento di misure per affrontare la minaccia dei jihadismo cresciuto 'in casa'. La responsabile dell'Home Office interviene in prima persona dopo che l'allarme e' tornato alto a Londra diventata il cuore dell'inchiesta che mobilita Scotland Yard e servizi di intelligence alla ricerca di 'John il jihadista', il miliziano dall'accento inglese che compare nel video dell'esecuzione di Foley.

Così il Regno Unito si prepara a moltiplicare i ricorsi alla cosiddetta 'prerogativa reale' che permette al governo di ritirare il passaporto a chi intende uscire dal Paese per partecipare ad attività terroristiche, ma anche ad introdurre misure contro gli estremisti non direttamente coinvolti con il terrorismo. La premessa, avverte May, è che la la lotta contro il terrorismo "continuerà per decenni". Il suo ministero sta dunque preparando una nuova legge che prevede i cosiddetti 'Aspo' (anti-social behaviour orders, restrizioni a soggetti con comportamenti pericolosi) per fermare estremisti e predicatori radicali, le cui tesi non costituiscono un reato per le norme vigenti. Il ministro annuncia inoltre che renderà illegale l'adesione a gruppi con ideologie violente, anche se non coinvolti in attività terroristiche.

E anche scuole e organismi locali saranno tenuti a combattere l'estremismo. "Siamo nel pieno di una battaglia generazionale contro un'ideologia estremista di morte", sottolinea Theresa May, manifestando quindi la consapevolezza che bisogna dare un segnale subito ad un'opinione pubblica scossa, senza aspettare la riapertura del parlamento il primo settembre. Il premier David Cameron rimane sotto tiro nonostante sia tornato in vacanza dopo una serie di riunioni urgenti. Resta in Cornovaglia con la famiglia, suscitando non poche polemiche (oggi diversi giornali pubblicano in prima pagina la foto del premier che fa surf). Ma Downing Street rassicura: e' sempre raggiungibile e ha la situazione sotto controllo.

A Londra intanto ci sarebbero anche agenti dell'Fbi ad affiancare l'intelligence britannica e Scotland Yard impegnati nel tentativo di individuare 'John il jihadista'. "Il cerchio si sta chiudendo", spiega uno 007 dell'MI5 al Times. Il raggio delle indagini si e' "significativamente ristretto", emerge ancora. Sono indagini delicate, condotte con discrezione e da cui trapelano pochi dettagli, la stampa tuttavia avanza alcune ipotesi: secondo il Sun la caccia a 'John' e ai suoi complici detti i 'Beatles' potrebbe puntare su tre nomi. Rispunta cosi' quello di Abdel Majed Abdel Bary, ex rapper di 23 anni partito lo scorso anno da Londra per la Siria a combattere. Di lui si era gia' parlato perche' si sospetta sia il giovane ritratto in una foto recentemente circolata sui social network con in mano una testa decapitata. Bary potrebbe essere il leader di un feroce trio che si fa chiamare 'i Leoni', insieme con Abu Hussein al-Britani di Birmingham e Abu Abdullah a Britani di Portsmouth, entrambi ventenni.
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Il blog di Grillo attacca 'I servizietti del Tg1'

"Siamo stanchi di assistere all'ennesimo servizio fazioso del Tg1. Ieri sera a fare disinformazione è stata la giornalista Claudia Mazzola". E' quanto si legge in un post di Rocco Casalino, responsabile della comunicazione del M5S al Senato, pubblicato sul blog di Beppe Grillo con il titolo 'I servizietti del Tg1', che si apre con una foto della giornalista.
    "Nel suo servizio - si legge - dedica 15 secondi al videomessaggio di Beppe Grillo, riportando solo le parole rivolte a Renzi e oscurando completamente la parte importante del videomessaggio, quella in cui Grillo parla della crisi economica e dello stato drammatico del nostro Paese, temi evidentemente scomodi per la propaganda del governo e che è meglio tenere nascosti agli italiani".
    "Il resto del servizio, invece, ruota tutto su una meschina bugia - prosegue Casalino - costruita ad arte per infangare il MoVimento 5 Stelle sostenendo che Di Battista sia a favore dei terroristi. E per rafforzare la menzogna, si dà largo spazio alle dichiarazioni altrettanto false e bugiarde dei vari politici di turno. La vera vergogna è una tv pubblica che non è più in grado di raccontare la realtà, ma che sa solo deformarla e fare disinformazione".
   
Iacopino: L'attacco a collega va oltre intimidazione  -  ''Il solo giornalista bravo è il giornalista servo, scodinzolante, pronto ad applaudire un leader che fa dell'insulto e della demonizzazione di chiunque altro il suo credo quotidiano. Non tutti hanno la forza dell'ironia di Giuliano Ferrara che non solo replica con un "me ne frego", ma fotografa la politica di Beppe Grillo ribattezzandolo Gribbels'', scrive Enzo Iacopino presidente dell'Odg a commento del post del portavoce di M5S Rocco Casalino che oggi ha criticato con il titolo I servizietti del Tg1 il servizio del Tg1 sulla vicenda Di Battista. ''L'attacco alla collega del Tg1, Claudia Mazzola, va oltre il tentativo di intimidazione. In un clima esasperato dalla stupidità che impedisce di ammettere di aver detto una sciocchezza sui terroristi islamici, si arriva a ipotizzare un collegamento tra la legittima indignazione e la barbara uccisione del collega James Foley e, ora, si tenta di demonizzare una collega che, con tutto il Tg1, fa una cronaca doverosa di quanto accade'', conclude.
Santanchè: 'Verità rivoluzionaria, Grillo restauratore' -  "La verità è rivoluzionaria. In questo Grillo e i suoi compari stanno dimostrando di essere degli autentici restauratori. Non c'e' oggi forza politica oggi in Italia che sia più ostile alla liberta' di stampa e che prenda sistematicamente di mira chiamandoli per nome e cognome giornalisti rei solamente di aver fatto con scrupolo il mestiere di informare". Così Daniela Santanchè difende il Tg1 dagli attacchi M5S. "Al direttore del Tg1 Mario Orfeo- sostiene Santanchè - alla giornalista Claudia Mazzola e a tutta la redazione del Tg1 composta da giornalisti di grande valore professionale e di indiscutibile onesta' intellettuale va la mia più profonda solidarietà. Verso Grillo provo una indignazione stupita: il suo atteggiamento dittatoriale tradisce persino la sua storia".
Cicchitto,attacchi incredibili da talebani di Grillo -  "Siccome ancora in Italia non sono andati al potere i talebani amici di Grillo, allora tutto un relativo pluralismo sui giornali e sulle tv, nonostante loro, ancora permane: e' nella logica di un sistema pluralista non dominato ne' da Isil ne' da Hamas che a fronte delle posizioni piu' vicine ai Talebani ce ne siano anche delle altre di tutt'altro parere". Lo afferma Fabrizio Cicchitto di Ncd che esprime solidarietà al Tg1. "Fortunatamente fino a quando Grillo e i suoi amici non arriveranno al 51 % questa relativa liberta' di dibattito politico permarra' nel nostro Paese. Diamo pertanto agli attacchi di Grillo due possibili significati: o una crisi di nervi derivante da tutti gli errori che lui e i suoi amici stanno facendo in questi ultimi giorni, oppure la voluta riconferma dell'adesione ad un modello talebano di lotta politica. Alla giornalista presa di mira, alla redazione del Tg1 e al suo direttore Mario Orfeo mandiamo tutta la nostra solidarieta' per degli attacchi veramente incredibili".
Ginefra (Pd), accuse infanganti da post delirante -   "Voglio esprimere tutta la mia solidarieta' alla redazione del Tg1, al direttore Mario Orfeo e alla giornalista Claudia Mazzola per le accuse infanganti che arrivano da un delirante post del M5S pubblicato sul blog di Grillo". Lo afferma Dario Ginefra del Pd. "Ancora una volta si taccia per fazioso un servizio giornalistico solo perche' secondo Grillo e i pentastellati non si darebbe pubblicita' all'M5S-pensiero in modo assoluto e acritico. Sostenere, poi, che le voci degli esponenti politici degli altri partiti non andavano riportate e' ancora di piu' delirante. Grillo inizi a rispettare il lavoro dei giornalisti e si preoccupi delle dichiarazioni allucinanti dei suoi parlamentari. A meno che - conclude Ginefra - non ci riveli di essere d'accordo con Isis".
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giovedì 14 agosto 2014

Quanto ci costa Renzi?

gcremaschi
in http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/08/06/giorgio-cremaschi-quanto-ci-costa-renzi/

Dunque alla fine anche l’Istat certifica ciò che la maggioranza della popolazione italiana vive direttamente ogni santo giorno: la crisi si aggrava e la recessione avanza.
Il dato economico della nuova caduta del PIL è pesantissimo, molto più grave di quanto la solita informazione di regime cercherà di presentare per minimizzare. Il segno negativo giunge alla fine di una caduta economica che dura sostanzialmente dal 2008, dunque è peggio che nella terribile crisi del 1929. Ulteriore aggravante è il fatto che tutte le previsioni e i programmi economici del governo parlavano di ripresa. Qui c’è da stendere un velo pietoso su economisti e presunti tecnici di palazzo. È dal 2008 che prevedono la ripresa senza prenderci neppure per sbaglio, o sono particolarmente incompetenti o particolarmente imbroglioni, o tutte e due le cose assieme come spesso capita.
Ma la cosa che dovrebbe suscitare indignazione e scandalo è il fatto che mentre tutto ciò avviene Renzi e i suoi mettono tutte le loro forze al servizio della non eleggibilità del futuro senato. Qui siamo alla cialtroneria diventata sistema di governo.
Nel passato si erano cominciati a conteggiare i costi per il paese di venti anni di berlusconismo. Anche tenendo conto del fatto che nella metà di quei venti anni ha governato un centrosinistra totalmente subalterno al Cavaliere, quel conteggio ci stava. Ma ora con la benedizione del capo storico della destra Renzi governa e lancia quelle riforme che il suo ventennale predecessore ha sempre auspicato. E la crisi si aggrava perché le politiche economiche son sempre le stesse ed i risultati negativi pure. Berlusconi aveva alzato a 500 euro le pensioni minime, Renzi ha dato 80 euro  a una parte dei lavoratori dipendenti, le loro risposte a chi li ha criticati sono state le stesse: voi non capite la gente è contenta. No, sono loro che sono ottusi e non capiscono che redistribuire qualche soldo mentre non si fa nulla per ridurre la disoccupazione di massa, mentre l’impoverimento complessivo cresce, significa spargere acqua nel deserto. Acqua che magari dura il tempo necessario per vincere una elezione, ma poi sparisce lasciando tutti più assetati di prima.
Naturalmente i danni Renzi e Berlusconi non li han provocati da soli. Con loro c’ è tutto un establishment politico economico e intellettuale che sostiene le politiche liberiste, da venti anni spiegando che se esse non hanno successo è perché si è stati poco coraggiosi nel realizzarle. Così mentre la politica economica reale è sempre la stessa da decenni, Berlusconi prima e Renzi poi si sono assunti il ruolo di organizzare la distrazione di massa, di imbrogliare il paese facendo credere, almeno alla sua maggioranza, che le loro riforme cambierebbero le cose. Mentre in realtà servono solo a costruire una cappa di autoritarismo che tuteli la pura continuità nelle decisioni che contano.
Sì, a Berlusconi e a Renzi bisognerebbe chiedere i danni, ma in realtà la maggioranza degli italiani li dovrebbe chiedere a sé stessa per aver creduto in loro, se non fosse che questi danni la maggioranza del paese già  li paga in continuazione. E continuerà a farlo fino a che non ci si libererà delle politiche di austerità e degli imbroglioni che le realizzano parlando d’altro.
Giorgio Cremaschi

Contro l’inciucio Renzi-Berlusconi c’è una battaglia che si può vincere subito

di Paolo Flores d’Arcais
Nell’accordo piduista Renzi-Berlusconi, benedetto da Napolitano, c’è molto di peggio che non il Senato dei nominati (il Senato andava semplicemente abolito e contemporaneamente il numero dei deputati portato a cento).

Il vero elemento golpista del patto piduista del Nazareno è costituito invece dalla legge elettorale, che consentirà a una forza di minoranza un controllo totale non solo del legislativo ma anche delle istituzioni di garanzia: Presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale.

Nell’ambito di questa legge elettorale super truffaldina e micidiale per la democrazia, l’elemento più grave è dato dalla vera e propria istigazione a delinquere rappresentata dall’incentivo alla presentazione di liste locali di clientelismo mafioso e liste nazionali di indecenza corporativa.

Sarà infatti vantaggioso presentare liste che non hanno alcuna possibilità di eleggere un deputato ma che concorreranno alla somma dei voti con cui la coalizione potrà ottenere i premi di maggioranza truffaldini. Liste improbabili e impensabili in paesi civili ma che nelle prossime elezioni saranno presenti davvero, tipo la lista “Forza Dudù”, che Berlusconi ha già fatto sottoporre a test dalla sua sondaggista di fiducia, con raccapriccianti esiti positivi.

E altrettanto vantaggioso sarà presentare in ogni circoscrizione liste di mozzaorecchi locali coalizzate con i partiti principali dell’uno o dell’altro schieramento, liste che sul piano nazionale conteranno per lo zero virgola qualcosa ma su quello locale possono anche raggiungere consensi a due cifre. Basterà perciò avere una lista di clientelismo locale affaristico e/o mafioso in ogni circoscrizione e l’incremento nazionale per una coalizione potrebbe toccare il 10 per cento!


Di questo sconcio che fomenterà una vera e propria metastasi letale per la democrazia, i gettonatissimi politologi di establishment alla D’Alimonte & Co. nulla dicono, vuoi perché nella loro insipienza non se ne sono neppure accorti, vuoi perché lo sanno ma establishment oblige.

Eliminare la possibilità che questi due tipi di lista possano concorrere alla somma dei voti delle coalizioni è imprescindibile se non si vuole portare a dismisura lo sfregio alla democrazia che comunque questa legge elettorale realizzerà. Dovrebbe perciò essere obiettivo primario delle opposizioni, e innanzitutto del M5S che resta l’unica attuale opposizione effettiva all’establishment (Lega e Sel ne fanno sontuosamente parte), imporre un emendamento che stabilisca la soglia minima di voti (due o tre per cento a livello nazionale, meglio ancora il quattro o la soglia che verrà stabilita per avere deputati) al di sotto della quale una lista non concorre alla determinazione della somma di una coalizione.

È una battaglia di elementare civiltà, ma è anche una battaglia che può essere vincente, perché sarà difficile perfino per i pasdaran dell’inciucio Berlusconi-Renzi difendere una norma di così sfacciata valenza clientelar-affaristico-mafiosa. E tale battaglia avrà l’ulteriore effetto virtuoso, se condotta con l’intransigenza doverosa e anche con il sacrosanto can-can dell’ostruzionismo parlamentare più chiassoso e mediaticamente pagante, di sbattere in faccia agli italiani che ancora si illudono del carattere riformista del governo Renzi e magari imputano al M5S di saper dire solo dei “no”, come il “fare” del governo sia sempre più spesso la prosecuzione, perfino allargata, delle “porcate” dell’epoca berlusconiana (altro che rottamazione!) e come l’opposizione sappia invece essere propositiva e radicale: unica forza davvero riformista.

Infine, è incomprensibile come una tale battaglia non l’abbiano già lanciata “dissidenti” del Pd come Casson e Mucchetti, che pure hanno alzato le barricate per ignominie assai meno ignominiose.
temi.repubblica.it

Tasse sulle rendite finanziarie: ecco come evitare il salasso

I risparmi sono finiti da tempo nel mirino di Renzi e Padoan. Chi ha messo qualcosa da parte vede il proprio capitale divorato dalla pressione fiscale. L'aumento delle imposte sulle rendite finanziarie dal 20 al 26 per cento ha creato diversi dubbi tra i risparmiatori sulla scelta su dove investire i propri risparmi. Proviamo a capire quali possono essere le opzioni più convenienti per evitare un salasso. L'aumento della tassazione non riguarda Bot e Btp, il cui rendimento è però ormai talmente basso (un Bot a un anno offre oggi poco più dello 0,50% lordo di guadagno) che diverrà inevitabile differenziare gli investimenti; in questa chiave tornano in auge libretti bancari, conti deposito e buoni fruttiferi. I libretti di risparmio, postali o bancari, sono strumenti simili ai conti correnti, molto pratici e semplici da usare, utilizzati spesso per la pensione (di anzianità, di vecchiaia, la pensione di invalidità) o comunque in sostituzione del conto. Un libretto di risparmio, secondo la definizione italiana, non ha Iban, è anche un documento cartaceo, non può far eseguire bonifici. La tassazione sugli interessi dei libretti resta al 20% e non aumenta al 26% come per le obbligazioni bancarie, le azioni, i bond societari, i dividendi, i pronti conto termine, le polizze di investimento, i fondi comuni.

Conti deposito - Tra gli strumenti bancari più ricercati per evitare la mazzata ci sono i conti deposito occupano uno dei posti principali. Questi sono progressivamente diventati il mezzo attraverso cui il risparmiatore cerca di far fruttare una certa somma di denaro pur non volendola vincolare per lunghi periodi di tempo, specialmente in seguito al sostanziale azzeramento dei tassi d'interesse dati dai conti correnti. Sono quindi nati i conti deposito, che possono offrire alti rendimenti in ragione di due fattori: l'assenza di spese di gestione e il vincolo. Con i conti deposito è possibile avere comunque il capitale a disposizione se si ipotizza di averne bisogno; anche nel caso di questi prodotti, però, i rendimenti aumentano se le somme vengono bloccate per un numero di mesi crescente. Sui conti deposito vige un'imposta di bollo progressiva: da gennaio 2014 l'imposta è dello 0,2% delle liquidità. La tassa sugli interessi dei conti deposito rimane invece al 20%.

Affrancamento - Un'altra mossa per evitare la patrimoniale di Renzi è quella che riguarda l'affrancamento.  In sostanza il titolare di un deposito titoli in regime amministrato deve comunicare all'intermediario entro il 30 settembre 2014 l'intenzione di avvalersi dell'affrancamento che si estende a tutti i titoli, inclusi nel rapporto di custodia o amministrazione, posseduti al 30 giugno 2014. In questo caso gli intermediari verseranno l'imposta entro il 16 novembre 2014, addebitando il controvalore sul conto del cliente.
liberoquotidiano

martedì 12 agosto 2014

Le spese "pazze" della Farnesina. Con buona pace della spending review il Ministero degli Esteri continua ad assumere a stipendi d'oro

di Laura Maragnani
Ma come potevamo vivere senza coordinare il Mare? O lo Spazio? O l’Ambiente e finanche l’Energia? Tranquilli: grazie alla Farnesina, dal 5 giugno 2014 abbiamo chi svolge queste funzioni fondamentali. Roberto Cantone, già ambasciatore in Sudan e fino a ieri semplice «Capo dell’Unità per la Cooperazione Scientifica e Tecnologica bilaterale e multilaterale nell’ambito della Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese» (attenzione alle maiuscole), ha avuto titolo e ruolo di Coordinatore per lo Spazio. Paola Imperiale, ex ambasciatrice a Nairobi, è andata a coordinare il Mare, mentre Ambiente ed Energia spettano a Marco Marsili, ex console generale a San Paolo. È ovvio: non gratis. I loro colleghi che già coordinano i «temi economici trasversali» o l’estenuante «comunicazione relativa alla promozione e alla diffusione di informazioni sulle attività di cooperazione allo sviluppo» godono tutti dello stipendio di vicedirettore generale. Ossia fino a 196 mila 267 euro (più 22 centesimi!) l’anno a testa. E quanti sono questi coordinatori? Mistero.
Nel 2010, in audizione al Senato, qualche sindacalista denunciava «l’esistenza di centinaia di dirigenti della carriera diplomatica che non dirigono né coordinano nulla». Nel 2009 si stimava che ci costassero sui 2,5 milioni di euro l’anno. Carlo Cottarelli, commissario per la spending review in uscita, ha avuto parole di elogio per «il contributo» (di tagli) del ministero degli Esteri. Eppure la situazione non è cambiata: «Il Mae è strapieno di direttori generali, direttori centrali, vicedirettori generali, centrali, vicari, previcari, coordinatori, tutti con stipendio da dirigente» protesta Il Farnesino, organo del sindacato Flp.
Qualche cifra? Su 4.103 dipendenti del Mae, ben 961 sono dirigenti. Quasi il 25 per cento. Di questi, 910 sono diplomatici di vario grado (dai 24 ambasciatori, il top, ai 269 giovani segretari di legazione) con stipendi che vanno dai 60 mila ai 240 mila euro (fino al 30 aprile il segretario generale arrivava a 398 mila, ma la scure dei tagli ha colpito anche lui).
E continuano ad aumentare. L’ultimo concorso annuale («L’assunzione di 35 diplomatici è il minimo per far fronte alle necessità crescenti» assicura però il ministero per gli Affari esteri a Panorama) si è chiuso il 26 maggio, e a presentarsi sono stati in 5 mila. Chiarissimo il perché: stipendio d’ingresso di 5 mila euro lordi al mese; dopo un anno, da caposezione, si arriva a 80 mila annui e poi da capoufficio a 189 mila. Il tutto senza mettere piede fuori dall’Italia: 419 diplomatici su 910 aleggiano lungo i corridoi del Mae per dirigere e coordinare.
Al ministero protestano contro la mancanza cronica di personale: oltre ai 4.100 dipendenti di ruolo, dicono, «la Farnesina ha circa 2.500 impiegati a contratto, a Roma e nella rete estera. In tutto 6.600 addetti, pari a metà del personale britannico e francese e al 60 per cento di quello tedesco: un dirigente ogni sette dipendenti». Ma se guardiamo alla sede di Roma, secondo i dati dell’Annuario ufficiale del ministero, tocca dare ragione al Farnesino: i dirigenti sono 458 (di cui 419 diplomatici) per 1.984 impiegati. Un capo ogni 4,3 sottoposti. Altro che Francia o Germania.
L’ultracasta. Tra i generali della Farnesina e le loro truppe ultimamente non corre buon sangue. Colpa dei tagli: dai quasi 3 miliardi del 2008, lo 0,25 per cento del bilancio statale (era ministro Massimo D’Alema, ds), si è scesi allo 0,20 del 2014, con 1.634 miliardi (ministro Federica Mogherini, pd). La guerra per le risorse si è fatta dura. Bloccato il turnover, la bassa forza è scesa da 4 a 3 mila unità (-25 per cento), con uno stipendio medio di 1.200 euro al mese; ancora più bassi sono gli stipendi dei 2.400 contrattisti delle sedi estere, 800 euro in media, con il record negativo di 270 euro in India. Dappertutto sono previste chiusure di sedi consolari, almeno 30 su 300, e tagli ai servizi per i nostri 6 milioni di emigranti. Gli stipendi dei diplomatici, invece, grazie a rinnovi contrattuali principeschi (2003, 2006, 2009) sono andati alle stelle.
Un esempio? L’ambasciatore tedesco a Roma guadagna 102 mila euro lordi, mentre il nostro rappresentante a Berlino batte Angela Merkel: 109 mila lordi più 360 mila esentasse di Ise, la scandalosa indennità per il servizio all’estero (vedi Panorama n. 50 del 4 dicembre 2013) cui si aggiungono residenza ammobiliata, automobile, autista, domestici, indennità di rappresentanza, spese di viaggio e trasloco, più una lunga lista di altri benefit tutti italiani. Costo dell’Ise per il 2014: 331 milioni. Un quinto del bilancio Mae.
Alla Farnesina assicurano che il presunto scandalo è chiarito «da tempo», che è «tutto rendicontato» e che «non si tratta di stipendio, ma di voce onnicomprensiva di retribuzione e indennità per il funzionamento della sede». Ma sul sito ufficiale, in barba alla legge sulla trasparenza, non si spiega chi prende quanto, e dove, e per cosa. Non solo. Il ministero annuncia che «è stata già elaborata una riforma che scorpora lo stipendio dalle indennità, come fanno altri paesi». Che cosa prevede la riforma allo studio? Una sforbiciata all’Ise delle feluche con contemporaneo aumento dello stipendio e dei relativi contributi. Così, se un ambasciatore tedesco va in pensione con 3.500 euro netti al mese, un italiano ci va con 10 mila.
Per gli ambasciatori italiani a riposo la vecchiaia si rivela sempre proficua. Leonardo Visconti di Modrone, ex capo del Cerimoniale, si occupa oggi di un’elitaria associazione italotedesca, Villa Vigoni, finanziata con 313 mila euro l’anno proprio dal Mae. E anche per il semestre italiano di presidenza Ue non si bada a spese. Giudicati insufficienti i 121 dipendenti (di cui ben 50 diplomatici) della direzione generale Unione europea, e insufficiente il rinforzo dell’ufficio Cerimoniale (80 persone, comprese 13 feluche), è partito il valzer delle consulenze di rinforzo. Per occuparsi di «predisposizione logistica e protocollare degli eventi», Visconti di Modrone porterà a casa 90.936,00 euro lordi (che la Farnesina preferisce indicare in 45 mila netti) in aggiunta alla pensione, mentre Gian Paolo Arpesella, ex console a Lisbona, per 38 mila euro lordi garantirà il coordinamento dei «liaisons officer», gli incaricati dell’assistenza e dell’accoglienza delle delegazioni europee.
Quasi 59 mila euro andranno ad Anna Maria Notturno Granieri, già consulente per la presidenza del G8, e oltre 24 mila a Maria Grazia di Branco, reduce dall’Expo di Yeosu, in Corea, e di Venlo, in Olanda. Anche i consulenti, poi, hanno voluto un consulente, l’architetto Carlo Formichi, che in 10 mesi incasserà 45 mila euro.
Ma a proposito dei liaison officer: erano proprio necessari? Non bastavano, per accogliere adeguatamente le varie delegazioni, i dipendenti in servizio nelle tre sedi di Bruxelles (ambasciata, rappresentanza Ue e Nato), ossia tre ambasciatori, 33 diplomatici e 145 addetti di vario tipo? Evidentemente no. A marzo il Mae ha avviato la selezione di altri «90 collaboratori coordinati e continuativi». Senza concorso, naturalmente.
Tutto in deroga. E i soldi? Ci sono. Malgrado i tagli. Nell’ultima legge di stabilità Enrico Letta ha destinato al Mae ben 58 milioni, più 10 per gli altri ministeri, più 5 per Palazzo Chigi, più 2 per la rendicontazione finale del 2015. In tutto fanno oltre 70 milioni, più del doppio di quanto è costato l’ultimo semestre italiano, all’epoca di Silvio Berlusconi (34,5 milioni). Ma attenzione: i soldi si possono spendere «anche» per autoblu, arredi e allestimenti vari. Infatti al ministero guidato da Federica Mogherini hanno rifatto, per prima cosa, il parquet dell’ufficio di Visconti di Modrone. Quanto al semestre, non è ancora un successo internazionale, ma state tranquilli: siamo in grado di coordinare perfettamente il Mare, lo Spazio, l’Ambiente e l’Energia.
news.panorama.it

Riforme, ecco le foto curiose dagli scranni del Senato


ansa

domenica 10 agosto 2014

Vaticano. Si parla di una chiesa povera ma ha le casse piene. Una con­trad­di­zione, ma non in Vati­cano





Una «Chiesa povera» con le casse piene. Una con­trad­di­zione, ma non in Vati­cano, dove anzi l’antitesi viene teo­riz­zata non da un pre­lato qual­siasi, ma dal car­di­nale George Pell, il «super­mi­ni­stro dell’economia» della Santa sede, scelto appo­si­ta­mente da Ber­go­glio qual­che mese fa.
Papa Fran­ce­sco vuole una «Chiesa povera per i poveri», ma ciò «non signi­fica neces­sa­ria­mente una Chiesa con i for­zieri vuoti e cer­ta­mente non signi­fica una Chiesa sciatta o inef­fi­ciente o dispo­sta a farsi deru­bare», spiega il car­di­nale in una lunga inter­vi­sta, due giorni fa, all’agenzia sta­tu­ni­tense Catho­lic News Ser­vice, ripresa poi dall’Osservatore Romano, il quo­ti­diano della Santa sede, a san­cirne quindi l’ufficialità.
George Pell, car­di­nale austra­liano ultra­con­ser­va­tore – a otto­bre par­te­ci­perà al pel­le­gri­nag­gio mon­diale dei cat­to­lici tra­di­zio­na­li­sti e cele­brerà una messa secondo il rito tri­den­tino in una chiesa romana –, vescovo di Sid­ney fino a feb­braio, è uno dei por­po­rati di mag­gior fidu­cia di Ber­go­glio, che prima lo ha nomi­nato del cosid­detto C8 (il con­si­glio dei car­di­nali che sta pre­pa­rando la riforma della Curia e che deve aiu­tare il papa nel governo della Chiesa uni­ver­sale) e poi lo ha messo a capo della Segre­te­ria per l’Economia, il neo­nato dica­stero che si occupa di tutte le atti­vità eco­no­mi­che e ammi­ni­stra­tive del Vati­cano, assor­bendo una serie di com­pe­tenze fino ad ora distri­buite in vari orga­ni­smi.
Quando ai primi di luglio, in un’affollata con­fe­renza stampa con­dotta pro­prio dal car­di­nal Pell, venne pre­sen­tato il nuovo pre­si­dente dello Ior, la banca vati­cana – il finan­ziere fran­cese Jean-Baptiste de Franssu – e furono illu­strate le linee guida della rior­ga­niz­za­zione eco­no­mica di Oltre­te­vere, l’impressione com­ples­siva fu che era finita l’epoca ber­to­niana pres­sap­po­chi­sta e degli «amici degli amici» (vedi il regalo di 15 milioni del car­di­nal Ber­tone, con i soldi dello Ior, alla Lux Vide di Ettore Ber­na­bei) e che stava comin­ciando quella dei pro­fes­sio­ni­sti della finanza.
L’intervista di Pell con­ferma que­sta impres­sione. «Stiamo cer­cando di met­tere in atto – spiega il car­di­nale al Cns – le migliori pra­ti­che gestio­nali pos­si­bili», quelle cioè in grado di rispon­dere agli «stan­dard inter­na­zio­nali per la con­ta­bi­lità e la gestione del denaro». Non che prima man­casse un impe­gno in tal senso, pre­cisa, ma poi­ché la Santa sede ha mezzi finan­ziari impor­tanti, ora si sta prov­ve­dendo a intro­durre «tutti i sistemi e le pro­ce­dure appro­priati e pru­denti, che siano accet­ta­bili nel resto del mondo».
Finanza, quindi. E spen­ding review, per­ché Pell annun­cia pros­sime ridu­zioni del per­so­nale, senza usare la man­naia. Ci sono aree «dove len­ta­mente e nel lungo ter­mine ci saranno ridu­zioni – annun­cia –. Ci muo­ve­remo con sen­si­bi­lità e con­sul­tan­doci, ma in gene­rale avremo meno per­so­nale». Pre­pen­sio­na­menti quindi, «nes­suna grande purga».
Ma dall’intervista si com­prende soprat­tutto qual è l’ideologia che guida le riforme eco­no­mi­che di Oltre­te­vere: il capi­ta­li­smo com­pas­sio­ne­vole. «Se biso­gna aiu­tare i poveri – spiega il mini­stro vati­cano dell’economia –, dob­biamo avere i mezzi per farlo. E meglio gestiamo le nostre finanze, più opere buone pos­siamo svol­gere». La stella polare è la para­bola evan­ge­lica del buon sama­ri­tano, secondo l’interpretazione non di qual­che teo­logo ma di Mar­ga­ret That­cher. «Ricordo il com­mento della That­cher – spiega Pell –: se il buon sama­ri­tano non fosse stato un po’ capi­ta­li­sta, se non avesse accu­mu­lato dei soldi, non avrebbe potuto aiu­tare il pros­simo. Anche noi pos­siamo fare di più se pro­du­ciamo di più».
Forse Ber­go­glio non sarà molto con­tento per la cita­zione della «lady di ferro» che nel 1982 con­tro l’Argentina com­batté una guerra per le isole Falkland-Malvinas, tut­ta­via resta il fatto che Pell è stato messo a capo del dica­stero eco­no­mico della Santa sede pro­prio da papa Fran­ce­sco. E forse le distanze fra i due sono assai minori di quello che sem­brano. Del resto la «Chiesa per i poveri» annun­ciata da Ber­go­glio, ben­ché a cam­biare sia solo una pre­po­si­zione, è espres­sione pro­fon­da­mente diversa dalla «Chiesa dei poveri» di cui si par­lava ai tempi del Concilio.
di Luca Kocci, Il Manifesto

sabato 9 agosto 2014

Un abbecedario in marmo del fascismo. Resti­tuire l’insieme al pro­prio tempo aiuta a ela­bo­rare la sto­ria (pro­pria e di altri)

Il monumento della vittoria di Piacentini a Bolzano
Ven­tuno luglio 2014. Sette giorni prima del cen­te­na­rio dello scop­pio della prima guerra mon­diale, si inau­gura alla pre­senza del sin­daco di Bol­zano, Luigi Spa­gnolli, il pre­si­dente dell’Alto Adige, Arno Kom­pa­tscher e il mini­stro della cul­tura del governo ita­liano, Dario Fran­ce­schini, il monu­mento per eccel­lenza che ricorda quel con­flitto: il monu­mento alla vit­to­ria pro­get­tato dall’architetto Mar­cello Pia­cen­tini e costruito tra il 1926 e il ’28. La deci­sione di aprirlo al pub­blico e di creare il per­corso espo­si­tivo è stata presa con­giun­ta­mente nel 2012 da stato, pro­vin­cia e comune, dopo l’appello lan­ciato nel 2010 dall’archivio sto­rico di Bol­zano di «sto­ri­ciz­zare, depo­ten­ziare e musea­liz­zare i monu­menti dell’era fasci­sta per creare una memo­ria con­di­visa e con­di­vi­si­bile da parte della società civile».
Il monu­mento alla vit­to­ria è simile a un gigan­te­sco arco di trionfo voluto da Pia­cen­tini come «primo monu­mento vera­mente fasci­sta» dotato di un nuovo tipo di colonna: quella lit­to­ria che sarebbe diven­tata sim­bolo dell’architettura fasci­sta (vedi la foto, ndr). Inciso nel marmo bianco, sul lato est che guarda il Ponte Tal­vera e il cen­tro sto­rico della città, urla in latino che «Qui (sono) i con­fini della Patria. Pianta le inse­gne! Da qui edu­cammo gli altri alla lin­gua, al diritto, alle arti». Fu soprat­tutto que­sta scritta l’oggetto di tante dispute, ver­bali e fisi­che, fino a far appor­tare una recin­zione in ferro negli anni set­tanta in seguito ai (vani) ten­ta­tivi di farlo sal­tare in aria. Si par­lava spesso di auspi­cata demo­li­zione di quella che fu la porta di accesso alla «nuova Bol­zano», la parte ita­liana, fasci­sta, da costruirsi a ovest del fiume che attra­versa il capo­luogo della pro­vin­cia, e per Mus­so­lini per­sino la porta di accesso al grande impero fasci­sta. Punto di pas­sag­gio dal regno ger­ma­nico (bar­ba­rico) al regno ita­lico (culla delle arti).
È bastato un pic­colo colpo di genio del gruppo con­su­lente sto­rico al per­corso didattico-storico-politico-culturale creato nei sot­ter­ra­nei per abbat­terlo, sim­bo­li­ca­mente, gra­zie all’inserimento di quat­tro «spazi ad angolo», veri e pro­pri punti di rifles­sione situati nei quat­tro punti car­di­nali che fanno da pila­stri, o da satel­liti – secondo il punto di vista di ogni spet­ta­tore – ai due per­corsi di visita pro­po­sti con­tem­po­ra­nea­mente. Uno interno narra in tre­dici stanze la sto­ria del monu­mento stesso, uno esterno crea attra­verso dodici stanze il con­te­sto sto­rico in cui era nato, por­tando con sé il ven­ten­nio fasci­sta, l’occupazione nazi­sta, l’opzione, il 1945, gli anni cin­quanta con pro­te­ste e richie­sta di un Alto Adige auto­nomo, gli anni ses­santa dei bom­ba­roli, gli anni set­tanta dei gio­vani sto­rici, gli anni ottanta della presa di coscienza, ecce­tera. Nei quat­tro «angoli», all’ombra di una rap­pre­sen­ta­zione sti­liz­zata dello stesso monu­mento alla vit­to­ria sotto forma di una gigan­te­sca «M», ci si inter­roga sul que­sito Che cos’è un monu­mento? (con l’aiuto di model­lini di altri noti edi­fici eretti per ricordi simili), si ana­liz­zano menti e mani che hanno con­tri­buito alla sua rea­liz­za­zione Per un abbe­ce­da­rio del monu­mento alla vit­to­ria, si risponde alla domanda Chi era l’architetto Mar­cello Pia­cen­tini? illu­strando vita e filo­so­fia di colui che aveva pro­get­tato que­sto «altare della patria» guar­dando i potenti segni lasciati in giro dall’impero romano nei ter­ri­tori con­qui­stati, e si chiude con un Eppur si muove… per sti­mo­lare una discus­sione par­te­ci­pata attorno al futuro di un monu­mento come que­sto, di forte impronta politico-culturale sulle terre e i loro abi­tanti attorno.
Per­ché abbiamo par­lato di colpo di genio? Inter­ro­garsi sul monu­mento di per sé sto­ri­ciz­zan­dolo smonta la potenza immaginifico-mitica che altri­menti schiac­cia eter­na­mente sul pre­sente la sua inde­le­bile impronta di un pas­sato, eroico per quanto dir si voglia, pur sem­pre pas­sato. Il deci­frare di det­ta­gli arti­stico, archi­tet­to­nico, scul­to­rei di un costrutto-simbolo depo­ten­zia ideali e ideo­lo­gie che l’hanno fatto eri­gere, la bio­gra­fia del suo costrut­tore ci con­duce verso il con­te­sto più ampio in cui è nata ed è stata vene­rata quell’immagine-leitmotiv che sta per Timore, Potere, Solen­nità.
Resti­tuire l’insieme al pro­prio tempo aiuta a ela­bo­rare la sto­ria (pro­pria e di altri); ci si può così chie­dere quale futuro esi­sta per monu­menti simili che ten­gono alta la ten­sione, anche ai giorni nostri, e ren­dono pos­si­bile quella discus­sione di base che serve per smon­tare una volta per tutte l’ipocrita foca­liz­za­zione sui «meriti» di un popolo — che sono piut­to­sto i frutti di san­gue e dolori — per lasciarlo sol­tanto vivere per quello che è: un monu­mento in una città sotto due dit­ta­ture.
Recita così, infatti, il sot­to­ti­tolo dato a que­sto mau­so­leo della pace (dov’è anche sepolta fisi­ca­mente l’insegna sim­bolo di quel luogo che lo volle come Piazza della pace, e che aveva visto la luce sol­tanto per pochi mesi dalla fine del 2001 all’ottobre 2002, prima di essere rele­gata in una buia can­tina dopo l’esito nega­tivo del refe­ren­dum richie­sto dalle destre.
La giunta comu­nale — mostrando la sua disap­pro­va­zione rispetto al voto popo­lare — indicò sulla nuova inse­gna di Piazza della Vit­to­ria che essa fu «già Piazza della Pace».
ilmanifesto.info

venerdì 8 agosto 2014

Fiat:Termini Imerese, cinesi interessati. Premier Renzi visiterà fabbrica dopo Ferragosto

(ANSA) - PALERMO, 8 AGO - Matteo Renzi dovrebbe recarsi alla Fiat di Termini Imerese dopo ferragosto. Secondo indiscrezioni il premier, in occasione della sua missione in Oriente, avrebbe avviato contatti con una casa automobilistica cinese, legata alla Bmw, che potrebbe essere interessata a investire, a Termini, dove la Fiat ha chiuso la nel 2012 collocando gli operai in cassa integrazione in deroga. Finora le proposte per il rilancio del polo industriale termitano al vaglio di Invitalia, sono tre.
   

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giovedì 7 agosto 2014

«Toccheranno conti correnti e pensioni. Mi chiedo se il premier non abbia chiesto a Berlusconi un aiuto anche per l’economia»

«È sin­go­lare che Renzi incon­tri Sil­vio Ber­lu­sconi pro­prio nel giorno in cui escono dei dati eco­no­mici imba­raz­zanti per lui. Mi chiedo se a Forza Ita­lia il pre­mier non abbia chie­sto un appog­gio anche per quanto riguarda l’economia». Per Laura Castelli, depu­tato del M5S e mem­bro della com­mis­sione Bilan­cio, si pre­para un autunno dolo­roso per le tasche degli ita­liani. «Di sicuro non ci sarà una legge di sta­bi­lità leg­gera. Par­liamo di una quin­di­cina di miliardi che non sono pochi, rap­pre­sen­tano le man­cate entrate di quest’anno. Que­sto signi­fi­cherà ulte­riori tagli alla spesa pub­blica e nuove tasse».
I dati dell’Istat par­lano chiaro: l’Italia è in recessione.
Reces­sione tec­nica. E’ un dato che con­ferma quanto abbiamo sem­pre detto, cioè che decreti che non por­tano viluppo, o prov­ve­di­menti che non creano lavoro non rap­pre­sen­tano ciò di cui il Paese ha biso­gno. Credo che sia emble­ma­tico quello che accade, un governo che decide far pagare ai cit­ta­dini le sue cat­tive scelte, per­ché non sarà certo la poli­tica a pagare.
Sia Renzi che il mini­stro Padoan con­ti­nuano però a negare la neces­sità di una mano­vra cor­ret­tiva.
In ogni caso dovranno fare la legge di sta­bi­lità e non senza grandi dif­fi­coltà. Siamo in un momento i cui la ragio­ne­ria di stato comanda su tutto, ci sono dei pro­blemi, come quota 96, che dimo­strano quante liti ci siano tra ragio­ne­ria, mini­stero dell’Economia e Renzi e non può che essere pre­oc­cu­pante. In più aggiungo un dato: abbiamo visto che nel bilan­cio dello Stato ci sono più di 90 miliardi di liqui­dità. Que­sto mi fa pen­sare che forse chi governa sapeva benis­simo che i dati dell’Istat non sareb­bero stati buoni. Altri­menti per­ché tenersi tanta liqui­dità? Ergo: arri­ve­ranno dei mesi pre­oc­cu­panti, andranno a toc­care i conti cor­renti e le pen­sioni, per­ché da qual­che parte que­sti soldi dovranno pren­derli. E sicu­ra­mente con­ti­nuare a non capire che non biso­gna lavo­rare solo per accon­ten­tare gli amici o le solite lobby, non aiuta.
Dopo l’incontro di ieri tra Renzi e Ber­lu­sconi sulla legge elet­to­rale che fine fa la linea del dia­logo avviata dal M5S?
A Renzi abbiamo fatto delle pro­po­ste, sia sulle pre­fe­renze che sul fatto che non ci devono essere con­dan­nati in par­la­mento e su que­ste ci deve delle rispo­ste. Quindi resta una porta aperta, anche se pro­ba­bil­mente le rispo­ste non arri­ve­ranno mai. Se poi lui va a fare un altro tavolo con Ber­lu­sconi, Ver­dini e com­pa­gnia, vuol dire che con noi non ha tro­vato nulla da costruire. Per come la vedo io, anche che il fatto che abbia deciso di incon­trare Ber­lu­sconi è già una rispo­sta a noi.
Lei è tra coloro che si sono sem­pre detti con­trari a dia­logo con il Pd. Come cam­biano adesso i rap­porto all’interno del M5S?
I rap­porti non cam­biano. Si pos­sono con­di­vi­dere o no pezzi di cam­mino, ma que­sto non incide.
Domani (oggi, ndr) il M5S incon­trerà il mini­stro della Giu­sti­zia Orlando: cosa gli chiederete?
Par­le­remo dell’anticorruzione, ancora una volta. Se da una parte ci sono le que­stioni che riguar­dano Cot­ta­relli, quindi la spesa pub­blica, dall’altra non pos­siamo dimen­ti­carci che ci sono un sacco di miliardi legati alla cor­ru­zione e a un sistema della giu­sti­zia che non funziona.
E’ stato giu­sto da parte dei suoi col­le­ghi del Senato attuare l’Aventino o ha aiu­tato ad appro­vare più celer­mente la riforma?
Credo che sia stato sba­gliato usare la parola Aven­tino. I nostri col­le­ghi hanno fatto tutto quello che pote­vano fare con il tempo e gli stru­menti di cui dispon­gono. E lo hanno fatto bene, aumen­tando l’informazione tra i cittadini.
Cosa farete quando la riforma arri­verà alla Camera?
Faremo ancora una volta oppo­si­zione, quella che que­sto Paese non vede da anni e che non si accorda per quat­tro soldi o per inte­ressi per­so­nali. E la faremo come al solito a testa bassa e capo chino.
di Carlo Lania - Il Manifesto 

L’assenza di poli­tica eco­no­mica del governo... in piena depressione

Per descri­vere la situa­zione eco­no­mica del paese e la capa­cità inter­pre­ta­tiva della com­pa­gine gover­na­tiva, in pri­mis di Renzi, occorre ricor­rere ad una vec­chia sto­riella. Un ubriaco, una notte dopo molti bic­chieri, perde la chiave di casa, e si mette a cer­carla curvo sul suolo.
Un pas­sante si ferma e si offre di aiu­tarlo. Dopo qual­che minuto di vana ricerca, il pas­sante chiede: «Ma è pro­prio sicuro di averla persa qui, sotto il lam­pione, la sua chiave?». L’ubriaco risponde: «No, non sono sicuro, ma è qui che c’è la luce!».
La sto­riella non suoni troppo bla­sfema, ma come pos­siamo rea­gire diver­sa­mente alle argo­men­ta­zioni di Renzi? Il mini­stro Padoan, invece, evita di mani­fe­stare otti­mi­smo o facili bat­tute. In que­sto caso il Pre­si­dente della Repub­blica, almeno una cosa è stata fatta per bene, ha evi­tato che un mini­stero così impor­tante cadesse in mani ren­ziane. Il primo mini­stro ricorda sem­pre al mini­stro dell’economia che alla poli­tica eco­no­mica ci pensa il suo gruppo. Padoan è stato silente, ma non potrà farlo per troppo tempo. Pur­troppo par­lano le per­sone di una sola parte. Se qual­che altro eco­no­mi­sta “libe­ral”, diver­sa­mente da Boeri, ricor­dasse la dif­fe­renza tra poli­tica eco­no­mica e ragio­ne­ria non sarebbe male. Que­sto è il Paese.
Come molti com­men­ta­tori eco­no­mici sosten­gono, il 2014 sarà un anno di non cre­scita. Ma l’assenza di poli­tica eco­no­mica del governo, per non dire di peg­gio, ci con­se­gna un 2015 che potrebbe pas­sare alla storia.
Per­ché nel 2015 il Paese dovrebbe ritor­nare a cre­scere? Qual­cuno ha regi­strato qual­che riforma di strut­tura del governo? Se il primo mini­stro Renzi asso­cia la riforma costi­tu­zio­nale ad una riforma di strut­tura, gra­zie alla quale sarebbe pos­si­bile pre­sen­tarsi in Europa e chie­dere delle age­vo­la­zioni, assi­curo che nem­meno io con­ce­de­rei una licenza. La mia rispo­sta sarebbe: «Primo Mini­stro, noi chie­diamo riforme per far cre­scere il vostro Paese, magari facendo vostro il pro­getto Europa 2020, raf­for­zando la ricerca e svi­luppo e rior­ga­niz­zando la mac­china pub­blica a favore dei cit­ta­dini. Scusi, ma la riforma del Senato non era e non è in nes­suna raccomandazione».
Imma­gino la rispo­sta di Renzi: «Com­mis­sa­rio, abbiamo abbas­sato le tasse, dato 80 euro alle fami­glie, costretto i sin­da­cati a migliori e miti atteg­gia­menti. Nes­suno ha fatto quello che abbiamo fatto noi».
Sarebbe troppo facile rispon­dere: «Scusi, lei ha dato 80 euro una tan­tum e non abbiamo idea di come potrà rifi­nan­ziare per il 2015 la misura. Invece di rifor­mare la Pub­blica ammi­ni­stra­zione ha pre­vi­sto risparmi di spesa futura, al netto di qual­siasi spie­ga­zione di come e cosa dovrebbe fare il pub­blico. Anzi, anti­cipa dei prov­ve­di­menti che tro­vano la loro coper­tura in misure di rispar­miamo futuri che si aggiun­gono a quelle già sug­ge­rite da altri suoi col­le­ghi. Ormai siete arri­vati alla spro­po­si­tata cifra di quasi 20 miliardi di risparmi da rea­liz­zare in un anno. Noi chie­diamo di gover­nare la spesa rispetto ad un certo obbiet­tivo. Nes­suno ha mai detto che dovete tagliarla. Il punto prin­ci­pale è far cre­scere il vostro Paese. Se fate delle azioni coe­renti, in Europa ci sono Stati nelle stesse con­di­zioni e potremmo anche imma­gi­nare di adot­tare parte del pro­gramma del nuovo Com­mis­sa­rio. Ma per dio…fate qual­cosa che modi­fi­chi la vostra strut­tura pro­dut­tiva». Dia­logo finito.
Come direbbe un ricer­ca­tore di belle spe­ranze (Nicolò Fran­ce­schin) il popu­li­smo ha tante facce, ma sono unite dal pes­si­mi­smo verso il futuro e sono capaci solo di creare delle tem­pe­ste in un bic­chier d’acqua per con­fon­dere e creare caos. Non si governa in que­sto modo la peg­giore crisi del capi­ta­li­smo. In pochi lo ricor­dano, ma que­sta crisi è più lunga e pro­fonda di quella del ’29, e alle porte non si intrav­vede nes­suna solu­zione coe­rente alla sfida che attende l’Italia e l’Europa.
La situa­zione dei conti pub­blici ita­liani non è grave per­ché si spende troppo. Boeri forse non cono­sce la spesa pub­blica ita­liana che, al netto del ser­vi­zio del debito, è tra le più basse dei Paesi di area euro. Il pro­blema dei conti pub­blici e per­sino del così detto debito pub­blico è inte­ra­mente legato alla dina­mica del Pil che nel corso degli anni è dimi­nuito di oltre 10 punti. Altro che assenza di cre­scita. Il Paese è in piena depressione.
In que­ste con­di­zioni sarà costretto a inse­guire il pareg­gio di bilan­cio con mano­vre cor­ret­tive sem­pre più dif­fi­cili da rea­liz­zare. Il pro­blema non è il debito in quanto tale, piut­to­sto il rap­porto debito-Pil. Se non cre­sce il deno­mi­na­tore, dove vogliamo andare?
L’aspetto dram­ma­tico e amaro delle poli­ti­che di Renzi è pro­prio il vuoto che le cir­conda. Quando inter­ven­gono sul lavoro, le poli­ti­che indu­striali e l’industrializzazione della ricerca sono un sen­tiero troppo ardito: si pre­fi­gu­rano misure che agi­scono sem­pre dal lato dell’offerta e del costi del lavoro, come se un’impresa potesse assu­mere o fare inve­sti­menti in que­sta situa­zione non appena vede ridurre il costo del lavoro che, per inciso, è tra i più con­te­nuti a livello europeo.
Il 2014 sarà un anno di cre­scita nega­tiva; il 2015 potrebbe essere per­sino peg­gio se il governo con­ti­nuerà a gio­care con le bat­tute. Non chie­diamo poli­ti­che rivo­lu­zio­na­rie o tardo key­ne­siane; almeno il buon senso lo esi­giamo. Tra due mesi il governo dovrà pre­sen­tare il nuovo Def e la legge di sta­bi­lità. La ricrea­zione è finita.
di Roberto Romano - ilmanifesto.info

Renzi: ci sono interessi cinesi anche per Termini Imerese


ROMA, 7 agosto (Reuters) - La recessione non ferma l'interesse degli stranieri a investire in Italia, secondo il presidente del Consiglio Matteo Renzi che annuncia una visita del premier cinese il 16 ottobre per la sigla di alcuni accordi.



"Verrà il primo ministro di Pechino [Li Keqiang] qui il 16 ottobre per firmare una serie di intese. Ci sono interessi cinesi anche per Termini Imerese, indiani per Taranto e Piombino", ha risposto Renzi in una intervista al Messaggero a chi gli chiedeva se l'operazione della Cdp con i cinesi andasse avanti.
Il 31 luglio Cassa depositi e prestiti e la cinese State Grid of China hanno firmato l'accordo sulla cessione del 35% di Cdp Reti per 2,101 miliardi di euro. Il closing dell'operazione è atteso per fine anno.
"Ci sono interessi di varie nazioni a partire da una cordata italoamericana per il Sulcis e per Gela. C'è una domanda internazionale forte che non viene gelata dal -0,3% del Pil. La mia scommessa è che questo dato non blocchi gli investimenti ma sblocchi ancor più, semmai, le riforme", ha aggiunto il premier.

martedì 5 agosto 2014

Termini Imerese: progetto di turismo integrato del Sindaco?. Un mix di "old wild west"

Cavalli alla stazione. Si apre lo zoo? 

Scritto da  Redazione Lunedì, 04 Agosto 2014 10:23
Dopo le capre, i maiali e le scrofe di via Libertà adesso è il momento dei cavalli nella piazza antistante la stazione di Termini Imerese. Hanno forse perso il treno? Cosa ci facevano in una delle piazze principali di Termini bassa? Chi ce li ha portati e perchè non vengono portati via?
Nei giorni scorsi vi avevamo raccontato tra il serio e il faceto la situazione di via Libertà in cui sempre più spesso è possibile trovare capre al pascolo che liberamente occupano la carreggiata e si impossessano delle vie del centro imerese. Oggi è toccato ai cavalli fare la loro comparsa. Si tratta forse di un nuovo progetto di zoo itinerante?
L'ex candidato sindaco a Cinque Stelle Luigi Sunseri ha commentato la strana presenza sul suo profilo facebook: "Noi ridiamo e scherziamo, ma io ho capito solo adesso il progetto di turismo integrato del Sindaco. Un mix di "old wild west" che prende via dalla stazione, si prolunga verso un porto nè commerciale nè turistico e che si addentra verso un progetto termale senza terme. Scusate il ritardo, ma ero accecato dalla campagna elettorale. Poveri Noi".
 tratto da http://www.esperonews.it/201408041705/categoria-g-z/termini-imerese/cavalli-alla-stazione-continua-lo-zoo.html

lunedì 4 agosto 2014

Il Papa revoca la sospensione al prete che fu ministro sandinista

Nicaragua. Un murales con Ortega, Castro e Chavez
(©Reuters)
(©Reuters) Nicaragua. Un murales con Ortega, Castro e Chavez

Risposta positiva di Propaganda Fide alla richiesta dell’anziano padre nicaraguense Miguel D’Escoto. Da Hollywood a Daniel Ortega. Gli attriti all’epoca Wojtyla, il “sermone” all’Onu

Iacopo Scaramuzzi - vatican insider città del vaticano





Papa Francesco ha dato il suo assenso perché sia revocata la sospensione "a divinis" di padre Miguel d'Escoto Brockmann, 81 anni, incorso nella sanzione quando, negli anni Ottanta, non assecondò la richiesta vaticana di lasciare il ruolo di ministro degli Esteri nel governo sandinista del  Nicaragua.

La notizia è stata inizialmente diffusa dalla congregazione di Maryknoll alla quale padre D'Escoto appartiene, la società missionaria della Chiesa cattolica statunitense. “Il Santo Padre - è il testo della notifica vaticana datata primo agosto e riportata nei giorni scorsi dalla congregazione religiosa - ha dato il suo benevolente assenso perché padre Miguel d'Escoto Brockmann sia assolto dalla sanzione canonica che gli era stata inflitta e lo affida al superiore generale dell'istituto (Maryknoll, ndr.) ai fini di accompagnarlo nel processo di reintegrazione nel ministero sacerdotale”. L'informazione è stata riportata oggi dalla “Radio vaticana”.

A firmare il decreto, tecnicamente, è stato, a quanto si apprende, il cardinale Fernando Filoni che, in qualità di prefetto della congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli (Propaganda fide), ha giurisdizione sulla missione in Nicaragua.

Nato a Hollywood, in California, nel 1933, figlio dell'ambasciatore nicaraguense presso gli Stati Uniti, Miguel d'Escoto Brockmann entra nel seminario di Maryknoll di New York e viene ordinato sacerdote nel 1961. Master in giornalismo, il religioso fonda la divisione delle pubblicazioni teologiche della congregazione, la Orbis Books. Vicino alla teologia della liberazione, negli anni Settanta è sempre più coinvolto nella politica del Nicaragua. Aderisce, in particolare, al Fronte sandinista di liberazione nazionale, partito politico rivoluzionario di ispirazione marxista che nel 1979 rovescia il regime di Anastasio Somoza Debayle. Dal 1979 al 1990 è ministro degli Esteri del governo guidato da Daniel Ortega. Giovanni Paolo II nel 1983 visita il paese, rimprovera un altro sacerdote andato al governo, padre Ernesto Cardenal, chiedendogli di regolarizzare la sua posizione, viene contestato dai sandinisti.

Negli anni successivi, padre D'Escoto (così come padre Cardenal) viene sospeso "a divinis". In un'intervista del 1985 al settimanale dei gesuiti statunitensi, “America”, il sacerdote spiega così la vicenda: “Le specifiche funzioni sacerdotali, quelle sacramentali, mi sono state tolte per desiderio del Santo Padre, non dalla mia società, e non dal mio vescovo in Nicaragua (Ruben Lopez Ardon, ndr.), che non lo farebbe”. Quanto al merito della sua decisione di non rinunciare all'incarico di ministro degli Esteri, “con tutto il rispetto per la legge canonica, che infatti rispetto e non intendo violare, se si tratta di legge devo stabilire una priorità. E la legge di Dio viene prima della legge canonica. Penso che sarei in radicale violazione della legge di Dio, che è fondamentalmente amare il prossimo, se, nella situazione nella quale il mio paese si trova, dovessi attenermi al diritto canonico e lasciare il mio posto, che non ho mai cercato né voluto”. Padre D'Escoto, nel frattempo, ha avuto diversi altri incarichi diplomatici internazionali, tra i quali la presidenza di turno della 63esima sessione della assemblea generale delle Nazioni Unite, dal settembre 2008 al settembre 2009, su candidatura unitaria dei paesi dell'America latina e dei Caraibi. “Hanno eletto un prete”, commentò lui stesso in una conferenza stampa. “E spero che nessuno si offenda se dico che l'amore è ciò di cui il mondo ha più bisogno. E che l'egoismo è ciò che ci ha portato a questo terribile palude nella quale il mondo sta affondando (erano gli anni delle guerre in Iraq e Afghanistan, ndr.), forse irreversibilmente, a meno che non accada qualcosa di grande. Può sembrare un sermone, ok”.

Padre D'Escoto, riporta la “Radio vaticana”, ha sempre accettato la pena canonica in cui è incorso negli anni ’80, pur rimanendo membro della propria società missionaria, senza svolgere alcuna attività pastorale. Da qualche anno il sacerdote aveva abbandonato l’impegno politico. Padre d’Escoto - prosegue l'emittente radiofonica della Santa Sede - ha scritto una lettera al Papa, manifestando il desiderio di “ritornare a celebrare la Santa Eucaristia”, “prima di morire”. E Papa Francesco ha risposto affermativamente.