lunedì 6 gennaio 2014

Se la polizia di Stato oltrepassa la «linea rossa»

Qual­cuno l’ha defi­nita «la retata di capo­danno» e fa impres­sione scor­rere l’elenco delle per­sone costrette agli arre­sti domi­ci­liari: Fran­ce­sco Grat­teri, Gio­vanni Luperi, Spar­taco Mor­tola, rispet­ti­va­mente capo dell’Anticrimine, dell’Ufficio ana­lisi dei Ser­vizi segreti e della Poli­zia postale del Pie­monte. Si aggiun­gono agli altri con­dan­nati per la mat­tanza alla scuola Diaz che il Tri­bu­nale di sor­ve­glianza ha repu­tato imme­ri­to­voli di pas­sare in affi­da­mento ai ser­vizi sociali i pochi mesi di pena che devono ancora scon­tare, una volta sot­tratti dalle con­danne i tre anni di abbuono pre­vi­sti dall’indulto.
E’ il penoso epi­logo di una vicenda gra­vis­sima, che il nostro paese non è riu­scito ad affron­tare e supe­rare in modo degno.
Fini­scono ai domi­ci­liari diri­genti altis­simi della poli­zia di stato, man­te­nuti fino all’ultimo in carica da un potere poli­tico super­fi­ciale e cor­re­spon­sa­bile di una pre­po­tenza isti­tu­zio­nale senza pre­ce­denti. Solo la Cas­sa­zione, con la sen­tenza defi­ni­tiva del 5 luglio 2012, ha dispo­sto la sospen­sione dei con­dan­nati dai pub­blici uffici per 5 anni, senza però riu­scire a scuo­tere il Palazzo dal suo tor­pore, sino­nimo in que­sto caso di com­pli­cità con un ver­tice di poli­zia inca­pace di rico­no­scere i pro­pri gravi errori e di agire in modo da porvi rimedio.
Vedere agli arre­sti diri­genti così impor­tanti, e così tute­lati dal potere poli­tico, aggiunge sale su una ferita aperta. Sono ai domi­ci­liari, seb­bene incen­su­rati, per­ché hanno rifiu­tato di chie­dere scusa per quanto acca­duto alla Diaz, per­ché hanno dimo­strato di non aver capito la gra­vità di quanto acca­duto. In una parola: non hanno accet­tato la sen­tenza di con­danna. Sapere che Grat­teri, Luperi, Cal­da­rozzi e gli altri con­dan­nati sono obbli­gati agli arre­sti domi­ci­liari, non è una buona noti­zia per nes­suno, a comin­ciare dalla poli­zia di stato, che avrebbe invece biso­gno di recu­pe­rare la cre­di­bi­lità per­duta. Non è una buona noti­zia per­ché testi­mo­nia ancora una volta che la lezione di Genova G8 non è stata capita, che è caduto nel vuoto il grido d’allarme arri­vato dai tri­bu­nali con le con­danne di alti diri­genti per la mat­tanza alla Diaz e di decine di agenti e fun­zio­nari per i mal­trat­ta­menti e le tor­ture nella caserma di Bolzaneto.
Il Par­la­mento non si è chie­sto se simili cla­mo­rose con­danne non richie­dano un appro­fon­di­mento, una veri­fica della vita interna ai corpi di poli­zia, dei mec­ca­ni­smi di auto­cor­re­zione e san­zione degli abusi. Si è comin­ciato a discu­tere una legge ad hoc sulla tor­tura il cui con­te­nuto sem­bra pio­vuto da marte, teso com’è a non irri­tare gli «ambienti delle forze dell’ordine», come se a Bol­za­neto non fosse acca­duto niente. Sem­bra che i con­dan­nati nel pro­cesso Diaz, sospesi per 5 anni dai pub­blici uffici, non siano stati nem­meno sot­to­po­sti a prov­ve­di­mento disci­pli­nare, ma è impos­si­bile avere noti­zie pre­cise: la poli­zia di stato non ne dà, come se non fosse cosa di inte­resse pub­blico. Non è così che deve com­por­tarsi un corpo di poli­zia in un paese demo­cra­tico. Le sen­tenze della magi­stra­tura, in casi deli­cati come que­sti, devono essere accolte e com­prese con grande atten­zione e con spi­rito rifor­ma­tore. Sono state invece con­si­de­rate – di fatto – come una fasti­diosa inter­fe­renza. I magi­strati che hanno con­dotto l’inchiesta con rigore esem­plare nono­stante boi­cot­taggi con­ti­nui Enrico Zucca e Fran­ce­sco Car­dona Albini — sono stati con­si­de­rati dei distur­ba­tori, anzi­ché dei fun­zio­nari dello stato da pren­dere ad esempio.
Doman­dia­moci allora che tipo di demo­cra­zia stiamo costruendo (ossia defor­mando) nel nostro paese. Chie­dia­moci se non stiamo per pas­sare quella linea rossa oltre la quale una società è pronta ad accet­tare che i diritti e le libertà civili siano con­si­de­rati poco più che un lusso, imme­ri­te­vole di rigo­rosa tutela.
di Lorenzo Guadagnucci - ilmanifesto.it

Befana, la donna dei cieli. Epifania. La storia della vecchina che porta doni. Dall'antichità fino ad oggi, una ridda di nomi e usanze che attraversano l'Europa

Con la Befana si chiude il ciclo dei doni, ini­ziato con la com­me­mo­ra­zione dei defunti il 2 novem­bre, quando, almeno in Sici­lia, i bam­bini rice­vono doni e dol­cetti dai loro parenti. Forse da qual­che anno l’inizio di que­sta vor­ti­cosa cir­co­la­zione di doni sem­bra essere stata anti­ci­pata al 31 otto­bre, notte di Hal­lo­ween, quando i bam­bini li «pre­ten­dono» con il loro «trick or treat?», «dol­cetto o scher­zetto?», variante abbre­viata delle più ric­che e fan­ta­siose for­mule car­ne­va­le­sche ita­liane (di dif­fu­sione euro­pea) che suo­na­vano più o meno così: «Racce ’no capo re sau­sic­chio / e se no me lo vuoi rà, te pozza nfra­cetà» o, ancora più cru­del­mente, «si niente ne vuò dà, a l’anno chi bbene no puozzi arrivà!». Cioè si augu­rava il mar­cire dei beni o addi­rit­tura la morte a chi non ricam­biasse il «dono» della visita dei bambini.
Regali, o più gene­ri­ca­mente abbon­danza e beni, ven­gono o veni­vano por­tati anche da altri santi per­so­naggi, come san Mar­tino (11 novem­bre), santa Cate­rina (25), san Nicola (6 dicem­bre) e santa Lucia (13) che, a bordo del suo asi­nello, ancora qual­che set­ti­mana fa, attra­ver­sava le stra­dine di alcuni paesi del bre­sciano e del ber­ga­ma­sco. Senza dimen­ti­care Babbo Natale, ovviamente.

Il nuovo inizio

Abbiamo ricor­dato que­sti santi, per sot­to­li­neare un aspetto di que­sto tempo dona­ti­zio che tal­volta viene sot­to­va­lu­tato: non sono i per­so­naggi citati che creano que­sta cir­co­la­zione di doni, ma è la cir­co­la­zione dei doni che ha creato loro. In altre parole, già prima della loro esi­stenza, o magari della loro con­ver­sione al cri­stia­ne­simo, in tutto il periodo di fine autunno/inizio inverno durava un intenso scam­bio di doni, che comin­ciava con le feste romane dei Satur­na­lia (dal 17 al 23 dicem­bre), quando, ter­mi­nati i lavori agri­coli, non si poteva far altro che aspet­tare, spe­rare e pre­gare che i semi sepolti sotto la neve faces­sero il loro dovere. Freddo e neve che non sono puni­zioni divine, ma frutto di un com­plesso epi­so­dio astro­no­mico chia­mato sol­sti­zio d’inverno, durante il quale il sole dimi­nui­sce, come anche le ore di luce che ci regala: è il freddo, il buio e soprat­tutto la paura che il sole possa morire o esau­rirsi, cui segue però l’immancabile e ras­si­cu­rante costa­ta­zione che da qui a poco le gior­nate si allun­ghe­ranno nuo­va­mente e il sole scal­derà di nuovo.
È la fine di un ciclo e l’inizio di un altro, antro­po­lo­gi­ca­mente defi­nito Capo­danno, ovvia­mente non etno­cen­tri­ca­mente ristretto al primo gen­naio. Siamo allora in un periodo «di mar­gine», in cui il mondo deve essere rifon­dato e le rela­zioni umane ri-create, o per­lo­meno rin­sal­date. Allora alla terra addor­men­tata sotto la neve si donano offerte pri­mi­ziali, affin­ché siano di buon augu­rio, e agli uomini stre­nae (dalla dea romana Stre­nia), per­ché i doni avvi­ci­nano gli uomini tra loro e al tempo stesso rista­bi­li­scono i ruoli gerar­chici tra chi dona e chi riceve. Se c’è biso­gno di rifon­dare il tempo, a mag­gior ragione si dovrà rifon­dare anche la società.
La Befana, tra i dona­tori citati, è cer­ta­mente la figura più com­plessa, mul­ti­forme, la meno con­ta­mi­nata dal con­su­mi­smo e inol­tre rigo­ro­sa­mente e ine­qui­vo­ca­bil­mente laica. Vola nei cieli euro­pei assu­mendo nomi dif­fe­renti e tratti anche fami­liari, ma inquietanti.
In Veneto, fino a pochi decenni fa, si cre­deva che la Rede­sola, una donna non bat­tez­zata costretta ad errare per l’eternità, scen­desse nelle case attra­verso il camino, ma solo dove que­sto era pulito. Nel Bel­lu­nese que­sto mitico essere prende il nome di Redo­desa e ha dodici figli, i Redo­de­se­gòt. In alcune zone si crede ancora che al pas­sag­gio di que­sta grande fami­glia le acque dei fiumi si fer­mino, e che chiun­que si trovi nei paraggi corra il rischio di essere man­giato. Nel Tre­vi­giano le bam­bine disub­bi­dienti pote­vano ritro­varsi le for­cine della Befana pian­tate nella carne, men­tre la Giampa Altoa­te­sina si aggira ancora oggi furiosa nelle notti che pre­ce­dono il Natale con una mostruosa schiera di cani latranti e di spet­tri. Nel Vicen­tino era detta stria, strega, e i bam­bini nella notte a lei dedi­cata met­te­vano la paglia fuori dalle case per il suo mus­sèto, l’asinello, nell’infantile illu­sione che una per­ma­nenza più lunga avrebbe signi­fi­cato più rega­lini. Dall’altro capo d’Italia, in Puglia, l’ambiguità di que­sta mitica dona­trice si sdop­pia, creando una Pasqua Befanì e una Morta Befanì, bene­vola la prima, ter­ri­fi­cante la seconda: aveva con sé un libro in cui erano scritti i nomi di coloro che sareb­bero morti entro l’anno.
Que­ste temi­bili figure fem­mi­nili volanti non furono una sco­perta dei ricer­ca­tori di cose popo­lari dell’Ottocento, e già Anton Fran­ce­sco Doni (1513–1574) nei suoi Marmi avver­tiva i bam­bini di difen­dersi dalla Befana, che bucava le pance o «la notte de’ sei di gen­najo, a quelli che non avean ben ben cenato, forasse il corpo collo sti­dione», aggiun­geva Miche­lan­gelo Buo­nar­roti (1568–1646).
Nel secolo seguente il filo­logo fio­ren­tino Dome­nico M. Manni scri­veva: «(la Befana) abita di sop­piatto nelle gole de’ cam­mini: che ella va a zonzo magi­ca­mente in tal notte, per­ché festa de’ Magi: che pre­gata lascia rega­letti ad alcuni putti nelle loro calze; ed altri nul­la­meno ne cerca per forare loro il corpo: ad evi­tare il qual male, il rime­dio è tro­vato di man­giar fave, lo che si usa tut­tora da molte per­sone in quella sera; sic­come il porsi un mor­taio sul corpo; ed il pre­gare buono evento per via d’un’orazione appo­sta, detta Avem­ma­ria della Befana». Avem­ma­ria ancora oggi cono­sciuta nelle zone toscane.
Ma, a que­sto punto, qual­cuno potrebbe chie­dersi: come nascono que­ste donne volanti?
Se il suo nome la Befana lo deve a un’evidente cor­ru­zione di Epi­phà­neia, «mani­fe­sta­zione», festeg­giata il 6 gen­naio e dif­fu­sasi in Occi­dente tra IV e V secolo, la sua figura la ritro­viamo già molto dif­fusa nell’età di mezzo: l’Europa cen­trale cono­sceva Frau Holda, descritta da Bur­cardo di Worms nell’XI secolo come colei che vola a cavallo di «alcune bestie» in com­pa­gnia dei demoni e, stando a un tardo pro­cesso di stre­go­ne­ria, del 1630, bella come una fata se vista di fronte, ma con una schiena ruvida come la cor­tec­cia di un albero. Simile a lei era Per­chta o Ber­tha, la sor­pren­den­te­mente lon­geva pro­ta­go­ni­sta del nostro modo di dire «quando la Berta filava…». Anche Frau Ber­tha deve il suo nome al giorno in cui la si ricor­dava, la «lumi­nosa notte», nell’antico tede­sco gipe­rhata naht, in cui la stella cometa apparve. Ancora, un impor­tante inqui­si­tore quat­tro­cen­te­sco, Johann Nider, nel suo For­mi­ca­rius ripor­tava la con­fes­sione di una donna che par­lava di domina Per­chta e del suo rumo­ro­sis­simo carro.

Domian abun­dia

Tali cre­denze si con­fon­dono e si fon­dono con quelle nelle simili caval­cate di altre figure, gene­rose e male­fi­che, cono­sciute come bonae mulie­resbonae domi­nae di cui è ricca la let­te­ra­tura e di cui parla, forse un po’ con­fu­sa­mente anche Tacito nella Ger­ma­nia. Guglielmo d’Alvernia, vescovo di Parigi morto nel 1249, rac­con­tava nel suo De uni­verso di que­ste «buone donne» che visi­ta­vano le case e, tro­van­dovi da man­giare e da bere, elar­gi­vano «abbon­danza e sazietà». Da quest’abitudine, la donna che le gui­dava era chia­mata Domina Abun­diaSatia. Lo stesso tipo di pro­to­be­fana la ritro­viamo come Dame Abonde nel Roman de la rose o in uno scherzo nar­rato negli exem­pla di Ste­fano di Bour­bon, della metà del Due­cento: un gruppo di buon­tem­poni tra­ve­stiti da donne si intro­dus­sero di notte nella casa di un con­ta­dino, sac­cheg­giando tutto quello che pote­vano. Alle pro­te­ste della moglie, il con­ta­dino tentò di tran­quil­liz­zarla spie­gan­dole: «Stai zitta, e chiudi gli occhi. Saremo ric­chi, per­ché sono le bonae res e cen­tu­pli­che­ranno le nostre sostanze» (Unum accipe, cen­tum redde).
A que­ste, biso­gnerà aggiun­gere almeno Ero­diade, o domina Heor­diana, che il mito popo­lare con­fonde con la figlia Salomé, colei che chiese ad Erode Antipa la testa di Gio­vanni Bat­ti­sta, come ricom­pensa del suo dan­zare. Por­tata in un bacile dinanzi alla donna, una leg­genda medie­vale vuole che la testa comin­ciasse a sof­fiare sol­le­vando in alto Ero­diade, che da allora è costretta a vagare rab­biosa e senza posa nei cieli notturni.
Un caro­sello di nomi, quello accen­nato, che tur­bi­no­sa­mente volava la notte seguito da una mol­ti­tu­dine di animé di donne, spe­cu­lare a quello delle animé degli uomini, che for­ma­vano il più virile exer­ci­tus mor­tuo­rum: sol­dati morti anzi­tempo che avreb­bero dovuto vagare, con­fusi e sof­fe­renti, per gli anni che gli sareb­bero rima­sti da vivere sulla terra se la morte non fosse soprag­giunta. Era cono­sciuta anche come fami­lia Her­le­chini, l’antenato del nostro Arlec­chino. Entrambe le masnade, quella fem­mi­nile e quella maschile, ven­nero con­si­de­rate infer­nali e dia­bo­li­che quando verso il XII secolo comin­ciò ad affer­marsi il con­cetto di Purgatorio.
Fu allora che que­ste animé furono tirate giù dai cieli not­turni, per essere ridotte e segre­gate nel più ordi­nato Pur­ga­to­rio. Coloro che resi­stet­tero si ritro­va­rono con­dan­nate ad essere con­si­de­rate schiere demo­nia­che o demoni esse stesse, oppure favole e spau­rac­chi per bambini.
In que­sta seconda forma, di babau e gene­rose dona­trici al tempo stesso, le ritro­viamo ancor oggi nelle cul­ture popo­lari e nei camini.
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Sul tema delle cop­pie omo­ses­suali il dibat­tito è aperto anche nella Chiesa di papa Francesco. La posi­zione del magi­stero uffi­ciale non è cam­biata

Sul tema delle cop­pie omo­ses­suali il dibat­tito è aperto anche nella Chiesa di papa Francesco.
La posi­zione del magi­stero uffi­ciale non è cam­biata: le rela­zioni omo­ses­suali sono «gravi depra­va­zioni», l’unica via di sal­vezza resta la «castità» («gli atti di omo­ses­sua­lità sono intrin­se­ca­mente disor­di­nati» e «con­trari alla legge natu­rale», non sono il frutto di una vera com­ple­men­ta­rietà affet­tiva e ses­suale, in nes­sun caso pos­sono essere appro­vati», ricorda il Cate­chi­smo della Chiesa cat­to­lica). Tut­ta­via è inne­ga­bile che quello che era un tabù, soprat­tutto durante i pon­ti­fi­cati di Karol Woj­tyla e Joseph Ratzin­ger, da quando Jorge Mario Ber­go­glio è salito sulla cat­te­dra di Pie­tro è diven­tato argo­mento di discus­sione e confronto.
Il tema lo ha rilan­ciato papa Fran­ce­sco anche nel col­lo­quio con i supe­riori delle con­gre­ga­zioni reli­giose maschili pub­bli­cato ieri da Civi­lità Cat­to­lica in un lungo arti­colo fir­mato dal diret­tore del quin­di­ci­nale dei gesuiti, padre Anto­nio Spa­daro (anche se, sic­come l’incontro è avve­nuto il 29 novem­bre, inter­pre­tarlo come un inse­ri­mento papa­lino nel dibat­tito poli­tico di que­sti giorni è asso­lu­ta­mente fuori luogo).
Par­lando dell’educatore che deve «essere all’altezza delle per­sone che educa» e inter­ro­garsi su come annun­ciare il Van­gelo «a una gene­ra­zione che cam­bia», Ber­go­glio rie­voca un epi­so­dio acca­duto a Bue­nos Aires: «Ricordo il caso di una bam­bina molto tri­ste che alla fine con­fidò alla mae­stra il motivo del suo stato d’animo: la fidan­zata di mia madre non mi vuole bene». Chiosa Ber­go­glio: «Le situa­zioni che viviamo oggi pon­gono dun­que sfide nuove che per noi a volte sono per­sino dif­fi­cili da com­pren­dere. Come annun­ciare Cri­sto a que­sti ragazzi e ragazze? Biso­gna stare attenti a non som­mi­ni­strare ad essi un vac­cino con­tro la fede».
Leg­gere que­ste parole come un’apertura alle cop­pie omo­ses­suali — come pure qual­cuno ha fatto — pare for­zato. Di sicuro però la que­stione viene affron­tata in ter­mini più pro­ble­ma­tici del pas­sato. Come del resto già papa Fran­ce­sco aveva fatto in estate, di ritorno dalla Gior­nata mon­diale della gio­ventù a Rio de Janeiro, quando in aereo, par­lando con i gior­na­li­sti, aveva pro­nun­ciato la frase che inne­scò il dibat­tito: «Chi sono io per giu­di­care un gay?». Riba­dita, e appro­fon­dita, nella lunga con­ver­sa­zione con padre Spa­daro pub­bli­cata da Civi­lità cat­to­lica a set­tem­bre (e poi in un libro edito da Rizzoli).
«Se una per­sona omo­ses­suale è di buona volontà ed è in cerca di Dio, io non sono nes­suno per giu­di­carla. Dicendo que­sto io ho detto quello che dice il Cate­chi­smo», pun­tua­lizza Ber­go­glio. «Una volta una per­sona mi chiese se appro­vavo l’omosessualità. Io allora — pro­se­gue papa Fran­ce­sco — le risposi con un’altra domanda: Dio quando guarda a una per­sona omo­ses­suale ne approva l’esistenza con affetto o la respinge con­dan­nan­dola? Biso­gna sem­pre con­si­de­rare la per­sona» e «accom­pa­gnarla a par­tire dalla sua condizione».
La linea sem­bra chiara: fer­mezza nella dot­trina — del resto Ber­go­glio da vescovo di Bue­nos Aires fu uno dei più stre­nui oppo­si­tori della legge che nel 2011 approvò le unioni tra per­sone dello stesso sesso, defi­nen­dola frutto della «invi­dia del demo­nio» — ma atteg­gia­mento pasto­rale meno rigido e più inclusivo.
Nel que­stio­na­rio pre­pa­rato dal Vati­cano per inter­pel­lare i cat­to­lici di tutto il mondo su temi caldi come le cop­pie omo­ses­suali e i divor­ziati in vista del Sinodo straor­di­na­rio dei vescovi sulla fami­glia in pro­gramma per otto­bre 2014, un intero blocco di domande è dedi­cato alle «unioni di per­sone dello stesso sesso». «Qual è l’atteggiamento delle Chiese locali di fronte alle per­sone coin­volte in que­sto tipo di unioni? Quale atten­zione pasto­rale è pos­si­bile avere» nei loro con­fronti?», viene chie­sto. E molti di coloro che hanno inviato le rispo­ste ai loro vescovi e in Vati­cano — par­roc­chie, gruppi di base, sin­goli fedeli — hanno espresso pareri in netta dif­for­mità rispetto alle posi­zioni ufficiali.
Allora pro­prio il Sinodo potrà essere l’occasione per veri­fi­care se le parole pro­ble­ma­ti­che di papa Ber­go­glio, oltre a mani­fe­stare le buone inten­zioni di una prassi pasto­rale più inclu­siva ma in un qua­dro dot­tri­nale di con­danna immu­tato, com­por­te­ranno anche un aggior­na­mento delle erme­neu­ti­che bibli­che e soprat­tutto del magi­stero. Senza que­sti pas­saggi le aper­ture reste­ranno dimezzate.
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