martedì 21 gennaio 2014

Laetitia Casta verso il Festival

ROMA - Laetitia Casta verso il Festival di Sanremo. Secondo le indiscrezioni di queste ore l'attrice e modella francese è pronta a tornare sul palco dell'Ariston con Fabio Fazio dopo 15 anni, come ospite di una delle serate.
Per il Festival sarebbe un bel colpo: la diva internazionale fu la 'donna di Sanremo' nel 1999, quando Fazio era alla sua prima conduzione. Da allora i due sono sempre rimasti in contatto e quella del Festival, in scena dal 18 al 22 febbraio, potrebbe essere un'ottima occasione per ritrovarsi di nuovo insieme.
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Rinviato a giudizio il figlio di Renato Zero Roberto Anselmo Fiacchini dovrà rispondere di maltrattamenti e di lesioni

ROMA - Roberto Anselmo Fiacchini, figlio adottivo di Renato Zero, è stato rinviato a giudizio e dovrà rispondere di maltrattamenti e di lesioni nei confronti della ex moglie. Lo ha deciso il gup di Roma Maria Paola Tomaselli che ha accolto la richiesta del pm Claudia Terracina. Il processo comincerà il 25 febbraio 2015 davanti ai giudici dell'ottava sezione del tribunale. Secondo l'accusa, il 40/enne figlioccio del cantante romano avrebbe "reso penosa e intollerabile la convivenza alla moglie - è detto nel capo di imputazione - attraverso continue, perduranti e reiterate vessazioni di ordine psicologico e fisico, facendola vivere in un clima di prostrazione". I maltrattamenti sarebbero cominciati nel 2009 e proseguiti nel tempo, anche davanti le figlie minori. Fiacchini ha sempre negato ogni accusa.
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Faceva prostituire la figlia, arrestata

(ANSA) - SIRACUSA, 21 GEN - Avrebbe fatto prostituire la figlia 19enne dal gennaio del 2012 al luglio del 2013, procurandole clienti e intascando tutti i soldi. E' l'accusa contestata a una 37enne che è stata arrestata dai carabinieri della compagnia di Noto in esecuzione di un ordine di carcerazione emesso dal Gip di Siracusa. Il reato ipotizzato è di induzione e sfruttamento della prostituzione. L'arrestata è stata condotta nella casa circondariale di Catania.

Furto energia in 125 locali, 131 denunce

(ANSA) - BARI, 21 GEN - La Guardia di Finanza ha individuato a Bari 125 locali - bar, pizzerie, ristoranti, lavanderie e pescherie - dove veniva rubata l'energia elettrica attraverso l'allaccio diretto o la apposizione di potenti magneti sul contatore che permetteva un risparmio ai gestori fino al 99% del consumo. L'operazione ha portato a 131 denunce e a sei arresti. Secondo i calcoli dell'Enel, sono 14.500.000 i kw sottratti, per un valore commerciale di oltre 4 milioni di euro, oltre ad un milione di Iva.

Torino, case popolari a coppie di fatto

Nuovi diritti riconosciuti alle coppie di fatto, a Torino. Il Consiglio comunale ha approvato una delibera che riconosce l'assegnazione alle 'famiglie anagrafiche, basate sul vincolo affettivo', anche l'assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, in casi di emergenza abitativa. Modificato anche il regolamento dei cimiteri: il convivente potrà disporre della salma e dei funerali del defunto e potrà seppellire il congiunto nella tomba di famiglia.
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Gianni Cuperlo si dimette da presidente del Pd

Lo ha annunciato lui stesso durante la riunione della minoranza, in corso alla Camera, leggendo la lettera che invierà al segretario Pd Matteo Renzi per motivare la sua decisione. "Mi dimetto perché sono colpito e allarmato da una concezione del partito e del confronto al suo interno che non può piegare verso l'omologazione, di linguaggio e pensiero": così scrive Cuperlo in una lettera al segretario Renzi in cui spiega il perchè delle sue dimissioni da presidente del Pd. "Mi dimetto - spiega Cuperlo nella missiva pubblicata sulla sua pagina Facebook - perché voglio bene al Pd e voglio impegnarmi a rafforzare al suo interno idee e valori di quella sinistra ripensata senza la quale questo partito semplicemente cesserebbe di essere. Mi dimetto perché voglio avere la libertà di dire sempre quello che penso. Voglio poter applaudire, criticare, dissentire, senza che ciò appaia a nessuno come un abuso della carica che per qualche settimana ho cercato di ricoprire al meglio delle mie capacità". 
"Ancora ieri, e non per la prima volta, tu hai risposto a delle obiezioni politiche e di merito con un attacco di tipo personale", scrive Cuperlo nella lettera aperta a Matteo Renzi (pubblicata su facebook) nella quale annuncia le sue dimissioni dalla presidenza dell'assemblea del Pd.
"Presenterò emendamenti contro le liste bloccate, perché non le vuole nessuno. E alla fine anche Renzi sarà chiamato a far prevalere la sintonia con il nostro popolo rispetto alla sintonia con Berlusconi: la nostra linea prevarrà in tutto il Pd". Lo afferma Alfredo D'Attorre. Il deputato bersaniano del Pd spiega che nel dibattito di stamane in commissione è emersa una volontà trasversale di cancellare le liste bloccate: "Lo abbiamo detto io, la Bindi e altri Pd, ma anche colleghi di tutti gli altri partiti, tranne FI".
"Sono contento dell'accordo tra Renzi e Berlusconi sulla legge elettorale perché siamo tornati alla grande politica che passa dalle parole ai fatti. Tutto questo mette fine alla tristezza giudiziaria contro Berlusconi che ha intossicato la vita del nostro Paese". Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Fi alla Camera, intervistato da Radio Anch'io.
"La proposta del segretario del Pd è seria, ragionevole. E' un buon punto di sintesi che consente, finalmente, di sbloccare un dibattito che dura da anni". Così il sindaco di Torino Piero Fassino sul modello elettorale illustrato da Matteo Renzi. "Consente - ha spiegato Fassino, a margine dell'inaugurazione di nuove linee di treni regionali - di garantire la governabilità ed al tempo ad ogni forza politica di misurare la propria rappresentanza. In ogni collegio plurinominale il numero degli eletti sarà molto contenuto e quindi si avrà un rapporto tra gli elettori e gli eletti che l'attuale legge ha impedito di fatto. Il largo consenso che ha ricevuto la proposta di Renzi, ed il fatto che anche chi aveva dei dubbi non ha votato contrario ma si è astenuto, consente al Pd di andare al confronto con altre forze politiche forte di una proposta in grado di dare una soluzione ad un tema per troppo tempo irrisolto".
"Il pacchetto" che include la legge elettorale "è bloccato, per cui stiamo qui a discutere ma senza alcuna speranza di modificare nulla. Questa è dittatura!". Lo denuncia su Facebook Fabiana Dadone, capogruppo M5S in commissione Affari costituzionali alla Camera. "Inizia finalmente la discussione sulla proposta fatta al di fuori del palazzo di Montecitorio (nelle stanza dell'inciucio), l'Italicum di Renzi e Berlusconi - riferisce Dadone -. I commenti sono quasi tutti rivolti all'accordo piuttosto che al merito della proposta di legge. Dico 'quasi tutti' perchè sia la Bindi (Pd) che Lauricella (Pd) si sono espressi nel merito della proposta di maggioranza ma contro questa legge perchè ha dei profili critici rispetto alla sentenza della Corte". La deputata M5S sostiene che "la soglia per il premio è troppo bassa, per cui il premio è incostituzionale". Inoltre "il listino bloccato è incostituzionale e antidemocratico, non permette la libera scelta dell'elettore". E ancora: "L'Italicus è venduto come proporzionale ma è un maggioritario. Anche questo va contro la pronuncia della Corte Costituzionale. Questa proposta è peggiore del Porcellum! E' una presa in giro vergognosa!", afferma.
''Il nostro vero interesse è che la legge elettorale sia una legge democratica, che consenta cioè al popolo di esprimersi realmente'': è l'opinione del ministro della Difesa, Mario Mauro, sulla nuova legge elettorale, espressa a 'Prima di tutto' su Radio 1. ''Quindi il tema della soglia che consente di avere il premio di maggioranza - dice Mauro - non è semplicemente una cabala di numeri. Il 35% nella nostra visione di Popolari per l'Italia è poco, rischia cioè di trasformare il momento del voto, in cui serve la partecipazione popolare, per ottenere la democrazia, in un momento in cui di fatto un'elite si impadronisce del governo del Paese. Prendiamo ad esempio le ultime elezioni, dove ha votato suppergiù il 50% degli avente diritto. Ecco il 35% di quel 50% è una quota della popolazione a nostro avviso insufficiente per esprimere una vera e propria maggioranza. Quindi attenzione al tema del premio di maggioranza, discutiamone in Parlamento, so che c'è un'intesa fra i due partiti più grandi ma questo è un tema che attiene all'esistenza dei partiti minori, è un tema che attiene alla democrazia del Paese e alla partecipazione popolare''. Per il ministro Mauro poi, ''dopo venti anni che votiamo obbligati a farci carico di ciò che le segreterie dei partiti hanno già deciso, ci fate votare con le preferenze, in modo da scegliere coloro che si vogliono mandare in Parlamento?''.
Dopo aver stretto sabato un patto di ferro con Silvio Berlusconi e un'intesa di massima con Angelino Alfano, Matteo Renzi supera anche il passaggio della direzione del Pd, imponendo con 111 voti a favore e 34 astenuti l'Italicum, il modello proporzionale di riforma elettorale da approvare entro le elezioni europee.
E con la forza dei numeri dentro il partito, il leader Pd blinda l'iter in Parlamento e mette a tacere la minoranza interna: "Non è una riforma a' la carte, chi pensasse di intervenire a modificare qualcosa manda all'aria tutto". Leader e sherpa hanno lavorato fino all'ultimo per chiudere un'intesa che non si limitasse all'accordo tra Renzi e Berlusconi. Il segretario Pd, anche per togliersi di dosso quella che definisce l'"ingenerosa" etichetta di voler "far le scarpe" al premier Enrico Letta, incontra, un'ora prima dell'avvio della direzione, il leader Ncd Angelino Alfano. In realtà il doppio turno, fanno trapelare oggi fonti vicine al segretario Pd, fa già parte dell'accordo con il Cavaliere e non è una concessione al Nuovo Centro destra.
Ma certo il ballottaggio di coalizione, nel caso in cui nessuno raggiunga la soglia del 35 per cento al primo turno, va nella direzione indicata da Alfano come condizione per non far saltare la maggioranza di governo. Dopo aver visto anche Mario Mauro dei Popolari, il segretario Pd arriva alla prova direzione. E, con il suo solito stile, non sembra disposto a fare sconti nè concessioni. "E' arrivato il momento per dimostrare se la politica sa decidere o è solo il bar dello sport", esordisce Renzi che, proprio sulla politica che decide, sferra l'attacco a Beppe Grillo, che bolla come "pregiudicatellum" l'intesa siglata tra il Pd e Fi.
Il sistema prevede un'attribuzione dei seggi su base nazionale, "una modifica allo spagnolo - chiarisce Renzi - per evitare una frattura dentro la maggioranza", con collegi con liste bloccate di 4-5 candidati. Per aggirare l'accusa del parlamento dei nominati, il leader Pd assicura che i dem "faranno le primarie e considereranno vincolante l'alternanza di genere". Ma è proprio sulle liste bloccate e per l'introduzione delle preferenze che Alfano e anche i Popolari annunciano battaglia in Parlamento anche se oggi il vicepremier può tirare un sospiro di sollievo dopo aver sventato "il tentativo di soffocarci in culla". Di modifiche, però, Renzi non ne vuole proprio sentire parlare. Nè tanto meno è disposto a portare a casa un via libera della direzione del Pd che però il giorno dopo diventa carta straccia: "Spero che Cuperlo mi voti contro ma poi quando si e' deciso passa il principio che la linea non impegna parte del Pd ma il Pd". Alla fine della direzione, l'opposizione si astiene anche se la riforma non è "convincente" e presenta, affonda il capo della minoranza, "profili di incostituzionalità". Accuse che il sindaco di Firenze non accetta così come difende a spada tratta l'intesa con Berlusconi. "Con chi dovevo discutere, con Dudù? - ironizza - il Cavaliere è legittimato non da noi ma dal voto di milioni di italiani. Io non sono subalterno a lui, non ne ho paura al punto da cambiare le mie idee se sono le sue".
Un riconoscimento che suona come miele alle orecchie del Cavaliere che subito ricambia in un abbraccio che però Renzi non teme: "Il leader Pd ha rappresentato in modo chiaro e corretto il contenuto della nostra intesa che offriamo con convinzione al Parlamento e al Paese''.
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Civati, #Italicum? Chiamiamolo Fiorentino

(ANSA) - ROMA, 21 GEN - "Propongo di cambiare il nome della nuova legge elettorale, a cominciare dal fatto che mi ricorda la strage dell'Italicus". Così il deputato Pd Pippo Civati a Radio Capital sulla proposta di Matteo Renzi. E' un nome da Ventennio? "Sì e visto i toni anche un po' sbilanciati di Renzi ieri...".

"Io lo chiamerei il Fiorentino - propone Civati - perché nasce da Verdini e Renzi e poi fa pensare a Machiavelli, più alcuni barocchismi un po' spagnoli" anche se "il modello spagnolo è più serio".

Civati, Letta 2? Più probabile Renzi 1

(ANSA) - ROMA, 21 GEN - "Secondo me non si andrà a votare, almeno per un anno, un anno e mezzo. Il dato politico attuale è che riforma e elettorale e riforme istituzionali sono strettamente legate come mai in passato. E se il Patto delle larghe intese tiene, lo scenario più probabile non sembra un Letta bis, piuttosto un Renzi 1, con questo Parlamento senza passare per il voto. Mi sembra che Napolitano stia cambiando un po' linea rispetto a qualche settimana fa". Così Pippo Civati, deputato PD, a di Radio Popolare.

Brunetta, Letta è desaparecidos

Suo governo inadeguato e resta silente su problemi del paese
(ANSA) - ROMA, 21 GEN - "Il governo Letta si è dimostrato assolutamente inadeguato ai suoi compiti ed è sparito, come accade solo ai 'desaparecidos' ". Lo ha detto Renato Brunetta.

"Non è vero - ha aggiunto in capogruppo di Fi a Montecitorio - che l'esecutivo è più sicuro dopo l'accordo Renzi-Berlusconi sulla legge elettorale. Il problema è che Letta resta silente sui problemi del Paese, ne è prova il caos fiscale sull'Imu".

Sacerdoti in tv: #XIIIApostolo2 nei trending topic per tutta la sera

Due puntate ricche di suspance, di colpi di scena, di mistero, di fede e di scienza. Così ha esordito la seconda stagione de “Il Tredicesimo Apostolo”.
Il “Guaritore” e “La martire“, questi i due casi su cui padre Gabriel e Claudia hanno indagato questa volta. E i commenti del pubblico non si sono fatti attendere. Gli hashtag #XIIIApostolo2 e #IlTredicesimoApostolo sono balzati subito nei TT (trending topic) su Twitter (@XIIIApostolo). Tanti anche i commenti postati sulla pagina ufficiale FacebookIn attesa delle prossime due puntate, lunedì prossimo, continuate a commentare…
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Legge elettorale, la simulazione: “Con l’Italicum maggioranza assicurata”

Sul sito Youtrend gli scenari del voto con la legge frutto dell'accordo Renzi-Berlusconi. Alle politiche del 2013 si sarebbe arrivati a un ballottaggio tra Pd e M5S. Basandosi sugli ultimi sondaggi, invece, solo democratici, grillini e Forza Italia riuscirebbero a superare lo sbarramento

L’Italicum di Renzi-Berlusconi un risultato sicuro lo porta: l’esistenza di una maggioranza parlamentare certa. Larghe intese addio, insomma. Lo sottolinea un’analisi del sito Youtrend, che propone anche alcune simulazioni di esiti elettorali basati sui risultati delle politiche 2013 e sui sondaggi più recenti.
Se nel febbraio 2013 si fosse votato con l’Italicum, spiega l’autore Salvatore Borghese, si sarebbe finiti al ballottaggio, non avendo nessun partito o coalizione raggiunto il 35% dei consensi. La sfida finale avrebbe visto contrapposti Pd e Cinque stelle. “Il vincitore avrebbe avuto il 53% dei seggi, ossia 334″, si legge su Youtrend. “Al primo dei perdenti – Pd o M5S – sarebbero andati 136-137 seggi, al Pdl 115, a Scelta Civica 44-45″.
Questo vale considerando i voti dei singoli partiti, dato che ieri in Direzione nazionale Renzi ha parlato di meccanismi “anti-liste civetta”, il che “sembra suggerire che con l’italicum i voti delle liste coalizzate sotto la soglia di sbarramento non sarebbero contati al fine di stabilire quali siano le coalizioni abilitate a vincere il premio oppure ad accedere al ballottaggio”. Se invece, proprio in virtù delle norme “anti liste-civetta”, i voti delle coalizioni fossero confluiti nei partiti maggiori, al ballottaggio sarebbero andate la lista/coalizione di Bersani e quella di Berlusconi”. Se al ballottaggio avesse vinto Bersani, avrebbe ottenuto 334 seggi, Berlusconi 132, il M5S 116 e i montiani 48; se invece a prevalere fosse stato Berlusconi, Bersani avrebbe ottenuto solo 134 seggi, Grillo 115 e Monti 47.
E se si votasse oggi, prendendo per buoni i dati dei sondaggi elettorali degli ultimi 15 giorni? Nessun partito arriverebbe al 35% e dunque si andrebbe al ballottaggio. “Solo tre partiti supererebbero le alte soglie di sbarramento (5% per i partiti coalizzati, 8% per i non coalizzati), e sono gli stessi che competerebbero per arrivare al ballottaggio”, scrive Youtrend. “Certamente il Pd, dato sopra il 30%, e che se vincesse al ballottaggio otterrebbe 334 seggi, contro i 150 di Forza Italia e i 146 del M5S; se invece al ballottaggio vincesse Forza Italia, al Pd andrebbero 177 seggi e al M5S 119; infine, se il partito di Grillo accedesse al ballottaggio e battesse il PD, sarebbero i grillini a vincere i 334 seggi, lasciando il PD a 175 e Forza Italia a 121″. Maggioranza assicurata, appunto, e nessuno spazio per i “piccoli”, dall’Ncd a Scelta civica a Sel… E 334 sarebbero i seggi spettanti a chi riuscisse a spuntarla subito al primo turno.

IL Fatto Quotidiano

 

 

Renzi prendere o lasciare. Democrack

«Ho detto ’pro­fonda affi­nità’ con Ber­lu­sconi. Avre­ste pre­fe­rito ’diver­genze paral­lele’?», «a quelli che pre­fe­ri­scono la prima Repub­blica fac­ciamo ciao ciao con la manina». Mat­teo Renzi apre con 40 minuti di ritardo la dire­zione del Pd che deve discu­tere — o meglio votare — la pro­po­sta di legge elet­to­rale. La trat­ta­tiva con Alfano è andata per le lun­ghe, e la pazienza il segre­ta­rio Pd l’ha con­su­mata tutta là, a sacri­fi­care vir­gole di deci­sio­ni­smo ren­ziano sull’altare della sta­bi­lità del governo Letta.
Per que­sto quando arriva davanti ai dem va per le spicce reci­tando per l’ennesima volta i titoli delle riforme che vuole por­tare a casa, almeno incar­di­nate, entro il 25 mag­gio e cioè entro le euro­pee: titolo V della Costi­tu­zione, «supe­ra­mento» del senato. Ma il core busi­ness del discorso è la legge elet­to­rale, che Renzi bat­tezza «Ita­li­cum», con un’assonanza con il treno della strage che sarebbe stato più bello evi­tare. Pre­mio di mag­gio­ranza dal 18 per cento per chi rag­giunge almeno il 35 per cento, secondo turno se nes­suna coa­li­zione lo rag­giunge, liste bloc­cate ma corte, sbar­ra­mento al 5 in caso di coa­li­zioni e all’8 in caso di sin­goli par­titi. «I par­ti­tini hanno ucciso le coa­li­zioni», chi vince «non deve essere ricat­ta­bile. Que­sta legge sta­bi­li­sce la voca­zione mag­gio­ri­ta­ria, non esclude le alleanze ma le fina­lizza a vin­cere per gover­nare». È la for­mula vel­tro­niana che per anni ha armato oppo­ste tifo­se­rie, l’autore va al micro­fono per impar­tire una bene­di­zione, ma cono­sce i suoi e invoca l’unità del Pd, come poi faranno anche Dario Fran­ce­schini e Franco Marini.
Ma Renzi ha preso la rin­corsa ed asfalta tutto: rispe­di­sce al mit­tente tutte le cri­ti­che che ha sen­tito. No alle pre­fe­renze («non sono mai state pro­po­ste dal Pd», lo copre Fran­ce­schini), tanto il Pd si impe­gna di svol­gere le par­la­men­ta­rie; e al «vin­colo della rap­pre­sen­tanza di genere». Le pole­mi­che con­tro lui sono «stru­men­tali» e si fa beffe di chi le fa. L’incontro con il Cava­liere? «Esprimo la mia gra­ti­tu­dine a Ber­lu­sconi per aver accet­tato a discu­tere nella sede del Pd. E con chi dovevo par­lare? Con Dudù? Non ho resu­sci­tato io Ber­lu­sconi. Una volta che le riforme si pos­sono fare, l’idea che si dovrebbe rinun­ciare in nome dell’ostilità pre­giu­di­ziale è di una subal­ter­nità allu­ci­nante». «Se non abbiamo paura delle nostre idee non abbiamo paura di con­fron­tarci con gli altri». Sono le parole con cui l’attuale mino­ranza difen­deva il governo delle lar­ghe intese. Renzi chiama la conta ma avverte: «Non votiamo sulle pro­po­ste del segre­ta­rio, ma su quelle già votate da due milioni di per­sone». Non è pre­ci­sa­mente così — di Ita­li­cum l’elettore delle pri­ma­rie non ha mai sen­tito par­lare — ma è così che la mette giù il lea­der. E cioè dura. Rin­cara ancora: «La pro­po­sta o è così o salta tutto».
Sfi­lano gli inter­venti a favore, la stra­grande mag­gio­ranza. Il lea­der dell’opposizione Cuperlo prova a fare qual­che pre­messa di metodo: «Non c’è una mino­ranza che vuole boi­cot­tare, intral­ciare un pro­cesso rifor­ma­tore». Ma nel merito è no su tutto. «Alla luce della sen­tenza della Con­sulta la pro­po­sta è di dub­bia costi­tu­zio­na­lità», dice Cuperlo, «non garan­ti­sce né una una rap­pren­tanza, né il diritto di sce­gliere. Il dop­pio turno », che chie­deva la mino­ranza ber­sa­niana, «è un passo avanti ma resta che la soglia per il pre­mio debba essere alzata almeno al 40 per cento». La mino­ranza non ci sta allo stile pren­dere o lasciare, ripro­pone — senza con­vin­zione — la richie­sta di una con­sul­ta­zione interna : «Si dice che è tutto deciso con il voto delle pri­ma­rie dell’8 dicem­bre? Che altri­menti è come fare esplo­dere la mac­china e boi­cot­tare la sto­rica riforma isti­tu­zio­nale? Andate spe­diti e ci rive­diamo a una nuova dire­zione che ricon­voca le pri­ma­rie la pros­sima volta. Fun­ziona così un partito?».
La replica di Renzi è schietta: «Capi­sco se la pro­po­sta delle pre­fe­renze la facesse Fas­sina, che ha Roma ne ha prese 12mila. Ma non chi non è pas­sato per le par­la­men­ta­rie». E insi­ste senza ceri­mo­nie: «Spero che Cuperlo voti con­tro. Ma poi vale il prin­ci­pio che dopo, il Pd viag­gia com­patto. Voglio fare della dire­zione un luogo vero, non o così o pomì, un luogo in cui si discute dav­vero. Ma quando si è deciso, quella linea non impe­gna parte del Pd ma il Pd». È il cen­tra­li­smo demo­cra­tico in salsa Leo­polda. Cuperlo lascia la dire­zione indi­gnato. Il segre­ta­rio incassa 111 sì. La mino­ranza conta le sue 34 asten­sioni (ci sono anche i civa­tiani), ma i ber­sa­niani insor­gono. Fas­sina: «Attacco inac­cet­ta­bile a Cuperlo». Ma per D’Attorre non è finita qua: «Se l’accordo resta sulle liste bloc­cate, la mia pre­vi­sione è che il gruppo rischia di spac­carsi. Pre­sen­terò un emen­da­mento. Detto tra noi, sono d’accordo sol­tanto i ren­ziani a cer­chio stretto, che pen­sano di essere tutti tute­lati dalle liste bloc­cate, e un nucleo ristretto di franceschiniani».
 
di Daniela Preziosi - ilmanifesto.it

Un superpremio, più alto del Porcellum

Tre­cen­to­tren­ta­quat­tro (334) seggi al primo par­tito, due­cen­to­no­van­tesi (296) a tutti gli altri. Come nella ver­sione ori­gi­na­ria della legge Cal­de­roli (set­tem­bre 1995), poi cor­retta e pas­sata alla sto­ria come Por­cel­lum. Anzi peg­gio, per­ché lo schema di legge elet­to­rale pre­sen­tato da Renzi parte da una base pro­por­zio­nale, ma ci aggiunge tutte le distor­sioni del voto popo­lare pos­si­bili: dalle alte soglie di sbar­ra­mento al pre­mio di mag­gio­ranza ai col­legi pic­coli. Al bal­lot­tag­gio, ultima con­ces­sione di Renzi ad Alfano. Gra­dita da Letta, «apprez­zata» da Berlusconi.
Si ripe­tes­sero iden­tici i risul­tati elet­to­rali di undici mesi fa, in par­la­mento sie­de­reb­bero con que­sto Ita­li­cum tre soli par­titi: Pd, Forza Ita­lia e Movi­mento 5 stelle (esclusi anche i mon­tiani che nel 2013 si sono pre­sen­tati come coa­li­zione). Il segre­ta­rio del Pd sostiene che que­sto sistema rispetta le indi­ca­zioni della Corte costi­tu­zio­nale, che ha deca­pi­tato il Por­cel­lum per il suo pre­mio di mag­gio­ranza ecces­sivo. Ma facendo i conti si sco­pre che il modello, con i risul­tati del 2013, rega­le­rebbe al Pd un pre­mio ancora mag­giore: 25% al par­tito al primo turno (alleati fuori per­ché sotto le nuove soglie), 53% di seggi. Signi­fica il 28% dei seggi in omag­gio — visto che al secondo turno non si sa quanti tor­nano a votare, in genere meno del primo.Nel 2013 il pre­mio alla coa­li­zione è stato «solo» del 25%, comun­que troppo per la Consulta.
Nel det­ta­glio la pro­po­sta pre­vede tre soglie di sbar­ra­mento, 5% per le liste coa­liz­zate, 8% per le non coa­liz­zate e 12% per le coa­li­zioni. Il pre­mio di mag­gio­ranza è del 18%, o meno se una coa­li­zione supera il 37% al primo turno, ma come abbiamo visto all’atto pra­tico è molto più alto. Se nes­suno rag­giunge il 35% si va al secondo turno, e allora chi prende anche un voto in più vince il 53% dei seggi. I col­legi sono pic­coli, delle dimen­sioni più o meno di una pro­vin­cia, le liste bloc­cate di quattro-sei can­di­dati. Ma la ripar­ti­zione dei voti è nazio­nale, così che Alfano può spe­rare di rag­giun­gere il suo 8% (o il 5% se decide di tor­nare subito con Ber­lu­sconi). È vero che l’elettore non avrà più di fronte le liste bloc­cate di 40 nomi, ma — lo ha fatto notare ieri Gianni Cuperlo — chi sce­gli una lista in un col­le­gio può finire col bene­fi­ciare il can­di­dato di una lista di una altro col­le­gio (colpa dell’attribuzione dei seggi su base nazio­nale). Infine non è pre­vi­sta nean­che l’alternanza dei sessi nelle can­di­da­ture; Renzi ha pro­messo che il Pd lo farà così come farà le pri­ma­rie. Ma non sarà la legge a imporlo. Altro aspetto che, alla luce della riforma dell’articolo 51 della Costi­tu­zione, è a rischio incostituzionalità.
Il segre­ta­rio del Pd ha spie­gato che la pro­po­sta va presa in blocco. «Non sono pos­si­bili modi­fi­che alle soglie, fanno parte dell’accordo con gli altri par­titi». Ber­lu­sconi lo ha imme­dia­ta­mente elo­giato, espri­mendo in una nota «sin­cero apprez­za­mento per­ché ha rap­pre­sen­tato in modo chiaro e cor­retto i con­te­nuti dell’intesa che abbiamo rag­giunto sabato». I dis­sensi interni al Pd — che ieri si sono fer­mati sulla soglia dell’astensione — si misu­re­ranno al senato. Dov’è annun­ciato un emen­da­mento per rein­tro­durre le pre­fe­renze. In teo­ria una qua­ran­tina di sena­tori demo­cra­tici non in linea con il segre­ta­rio potreb­bero bloc­care la riforma. Ma sono troppi, e troppo tempo deve ancora pas­sare. La riforma è adesso alla camera, anzi ci arri­verà. Una sur­reale e semi­de­serta riu­nione della prima com­mis­sione ieri si è adat­tata ai ritmi della dire­zione Pd. I com­mis­sari aspet­tano che venga loro reca­pi­tato il testo cuci­nato da Ver­dini, Renzi e Qua­glia­riello. Dovreb­bero por­tarlo in aula entro lunedì pros­simo, ma è più facile che sfo­rino di un paio di giorni. Comun­que Renzi sal­ve­rebbe la soglia psi­co­lo­gica di gen­naio. La sua tabella di macia pre­vede l’approvazione in prima let­tura entro feb­braio, e il sì defi­ni­tivo entro le euro­pee di maggio.
Per fine mag­gio dovrà essere appro­vata, almeno in un ramo del par­la­mento (non più in due), anche la «riforma» del senato. Che è in realtà una tra­sfor­ma­zione da camera elet­tiva a camera delle coop­ta­zioni: ci tro­ve­ranno posto sin­daci e pre­si­denti di regione. E forse anche qual­che ret­tore di Uni­ver­sità: la dire­zione del Pd ieri ha detto sì, senza una cri­tica, ma la pro­po­sta resta più vaga che mai. I coop­tati avranno fun­zioni legi­sla­tive? Lo illu­strerà la respon­sa­bile riforme, Boschi, entro metà feb­braio. E così avremo una camera riser­vata ai primi tre, quat­tro par­titi, con una mag­gio­ranza blin­data eletta da una mino­ranza di elet­tori. E un senato di ammi­ni­stra­tori locali gra­zio­sa­mente pro­mossi. Secondo Renzi è una cura con­tro l’antipolitica. Evi­den­te­mente omeopatica.
 
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Altro che fallimento, il «berlusconismo» è la norma

Il 26 gen­naio del ’94 Ber­lu­sconi annun­ciava, con un cele­bre mes­sag­gio tele­vi­sivo, la sua «discesa in campo». Venti anni dopo, lo stesso Ber­lu­sconi si trova inglo­rio­sa­mente fuori dal Par­la­mento, asse­diato da ricor­renti guai giu­di­ziari, il suo movi­mento poli­tico appare in piena crisi, diviso e sfi­brato. Si può tut­ta­via par­lare di «fal­li­mento del berlusconismo»?
Non certo del fal­li­mento della cul­tura poli­tica di cui Ber­lu­sconi si è fatto portatore.
Il suo «anti-antifascismo» – come lo ha clas­si­fi­cato il suo più lucido stu­dioso, Gio­vanni Orsina – fino agli anni Ottanta rele­gato in posi­zioni mino­ri­ta­rie dello spet­tro poli­tico, si basava e si basa su una cri­tica orga­nica al carat­tere pro­gram­ma­tico dell’antifascismo, ben tra­dotto nella nostra Costi­tu­zione. Ebbene, è pur­troppo dif­fi­cile negare che il «discorso» ber­lu­sco­niano sui limiti e i difetti con­ge­niti della carta costi­tu­zio­nale (e della demo­cra­zia dei par­titi da essa sca­tu­rita) man­tenga una salda ege­mo­nia nel senso comune di tutti gli schie­ra­menti poli­tici. A que­sto mirava la bat­ta­glia delle idee della destra ita­liana, e que­sto obiet­tivo ha rag­giunto gra­zie al berlusconismo.
Si dirà, è la cri­tica che pro­viene da ambienti del «mode­ra­ti­smo», che Ber­lu­sconi non ha saputo attuare quella rivo­lu­zione «libe­rale», della quale a parole si era pre­sen­tato come araldo. Ma, senza tirare in ballo l’utopia di Adam Smith, biso­gnerà ammet­tere che l’ordine neo-liberale è stato bene o male restau­rato nel ven­ten­nio. I par­titi asso­mi­gliano sem­pre più a club di nota­bili, sul modello libe­rale otto­cen­te­sco, che non alle ese­crate mac­chine ideo­lo­gi­che di massa che hanno strut­tu­rato la poli­tica nel Nove­cento. La pre­senza dello Stato nell’economia è oggi ai minimi rispetto agli altri paesi civi­liz­zati; «lacci e lac­ciuoli» all’iniziativa pri­vata ce ne sono ancor meno.
Biso­gne­rebbe sem­mai affron­tare un ragio­na­mento serio su come que­sta libertà asso­luta sia stata usata dalle nostre classi diri­genti eco­no­mi­che. Ma que­sto tipo di ragio­na­mento non è molto con­ge­niale al nostro «mode­ra­ti­smo», troppo occu­pato a chie­dere capar­bia­mente «di più» in que­sta sui­cida dire­zione, senza fer­marsi a con­si­de­rare le con­se­guenze di quanto fino ad ora otte­nuto.
Se si getta poi uno sguardo oltre­con­fine, ci si accor­gerà che il ber­lu­sco­ni­smo, lungi dal rap­pre­sen­tare un’anomalia rispetto al pano­rama poli­tico dell’Occidente, ben si è con­fi­gu­rato come l’aspetto ita­liano di un feno­meno più gene­rale. Il legame di ferro tra inte­ressi affa­ri­stici (diret­ta­mente rap­pre­sen­tati ai ver­tici dello Stato) e potere media­tico ha con­trad­di­stinto tanto l’Italia ber­lu­sco­niana quanto gli Stati Uniti di Bush, la Spa­gna di Aznar e la Gran Bre­ta­gna di Blair. In tutti que­sti paesi si è assi­stito ad un ingente pro­cesso di redi­stri­bu­zione verso l’alto della ric­chezza attra­verso l’attacco al sala­rio diretto e dif­fe­rito, di asser­vi­mento dei mezzi di comu­ni­ca­zione e di restrin­gi­mento dei tra­di­zio­nali spazi demo­cra­tici. Ancora una volta, la fase getta una luce sini­stra sull’utilizzo di que­sti mar­gini di mano­vra da parte delle classi diri­genti; ma a tanto esse hanno mirato, e tanto hanno ottenuto.
Quella del «fal­li­mento del ber­lu­sco­ni­smo» pare dun­que una cate­go­ria autoas­so­lu­to­ria per chi, durante que­sto ven­ten­nio, al ber­lu­sco­ni­smo si è pre­sen­tato come alternativo.
Ma non è stato piut­to­sto il centro-sinistra, che in que­sti anni di Ber­lu­sconi è stato il con­tral­tare, a fal­lire? Attorno al Cava­liere si è infatti cemen­tato un blocco sociale fatto di inte­ressi nuovi, sorti dalla crisi dell’età dell’oro del capi­ta­li­smo, e di inte­ressi paras­si­tari ata­vici, ed a que­sto blocco sociale i governi ber­lu­sco­niani hanno dato rispo­ste con­crete: governi dura­turi, infatti, per­ché rispon­denti ad inte­ressi reali, per quanto retrivi. I governi di centro-sinistra invece, del poten­ziale blocco sociale che attorno alle varie coa­li­zioni sem­brava via via pren­der forma, hanno cre­duto di poter fare a meno: pren­de­vano voti da una parte, ma li met­te­vano a ser­vi­zio dell’altra.
Si ras­si­cu­ra­vano «l’Europa», i «mer­cati», gli «alleati», men­tre gli elet­tori e i mili­tanti della sini­stra vede­vano, una dopo l’altra, nau­fra­gare le con­qui­ste otte­nute a fatica nel corso della pre­ce­dente espe­rienza repubblicana.
Di qui, a ben vedere, la crisi reale del centro-sinistra ita­liano degli ultimi vent’anni: coa­li­zioni che hanno pen­sato di poter com­pen­sare con l’alchimia poli­tica le pro­prie defi­cienze di com­pren­sione del reale e di azione su di esso. Le spie­ga­zioni com­plot­ti­sti­che delle dif­fi­coltà espe­rite dalla sini­stra al governo, con al cen­tro le mene dei vari Ber­ti­notti, D’Alema, Mastella, rap­pre­sen­tano la spia di un atteg­gia­mento tutto poli­ti­ci­sta, appan­nag­gio non a caso di gruppi diri­genti ripie­gati su se stessi.
All’uscita di scena di Ber­lu­sconi può insomma non cor­ri­spon­dere una crisi del ber­lu­sco­ni­smo: è una cul­tura poli­tica desti­nata a carat­te­riz­zare anche il futuro del Paese, a meno di un radi­cale cam­bia­mento di rotta da parte dei suoi oppositori.
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