giovedì 30 gennaio 2014

Nuova allerta meteo, ancora neve al Nord

Nuova allerta meteo del Dipartimento della Protezione Civile: la perturbazione che ieri ha raggiunto l'Italia porterà nelle prossime ore ancora neve anche a quote di pianura su nord est ed Emilia Romagna occidentale e precipitazioni diffuse su triveneto, Emilia Romagna, Toscana e Umbria. Sulla base dei fenomeni previsti, il Dipartimento ha valutato per domani una criticità rossa per rischio idraulico e idrogeologico per la pianura centrale emiliana e per i settori meridionali del Veneto.
 ansa

M5S deposita denuncia stato d'accusa per Napolitano

Il Movimento 5 Stelle "ha formalmente depositato in entrambi i rami del Parlamento la denuncia per la messa in stato d'accusa del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano". Lo rende noto un comunicato del gruppo del Senato.
"Il Movimento 5 Stelle come annunciato in Aula dal capogruppo al Senato Vincenzo Maurizio Santangelo - si legge in una nota - ha formalmente depositato in entrambi i rami del Parlamento la denuncia per la messa in stato d'accusa del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano".
"Alle ore 11.30 in Sala Nassirya al Senato - prosegue il comunicato - conferenza stampa dei gruppi parlamentari del Movimento 5 Stelle per presentare l'atto di messa in stato d'accusa del Presidente della Repubblica. Parteciperanno: Luigi Di Maio, vicepresidente Camera dei Deputati, Federico d'Incà, capogruppo Movimento 5 Stelle Camera Vincenzo Maurizio Santangelo, capogruppo Movimento 5 Stelle Senato, Paola Taverna, cittadina al Senato - Movimento 5 Stelle Vito Crimi, cittadino al Senato - Movimento 5 Stelle".
ansa

Israele viola i diritti umani, impedendo a migliaia di famiglie palestinesi di condurre una vita normale, impedendo loro di scegliere dove vivere

Nena News
Vicini, ma drammaticamente lontani. Il destino di un intero popolo, frammentato e diviso da carte d’identità e confini imposti da altri, sta anche nella separazione fisica tra enclavi che impedisce di vivere una vita normale e che viene usata per distruggere il senso d’identità nazionale.
Come spesso accade l’ostacolo è posto dalla burocrazia e dalle leggi israeliane. È il caso delle famiglie palestinesi divise tra Cisgiordania, territori del ’48 (l’attuale Stato di Israele) e Gaza: a sviscerare la loro situazione sono state le due associazioni israeliani HaMoked e B’Tselem nel rapporto “So Near Yet So Far”, pubblicato pochi giorni fa, dove si analizza la dichiarata politica di isolamento imposta dalle autorità israeliane ai residenti dei Territori Occupati.
Le restrizioni poste in entrata e in uscita da Gaza e Cisgiordania impediscono a moltissime coppie palestinesi di condurre una vita normale, sotto lo stesso tetto. Permessi difficili da ottenere e ricongiungimenti familiari negati sono gli strumenti per separare famiglie e distruggere legami sociali e affettivi. Nel 2003 Israele ha emendato la Legge di Ingresso nel Paese: i palestinesi di Gaza e Cisgiordania possono chiedere il ricongiungimento familiare in Israele nel caso abbiano superato i 35 anni di età (gli uomini) e i 25 (le donne). Metà delle domande viene però rispedita al mittente: secondo i dati forniti dalla Society of St. Yves, centro cattolico per i diritti umani, dal 2000 al 2013 il Ministero degli Interni israeliano ha rifiutato il 43% delle richieste di ricongiungimento familiare e il 24% delle richieste di registrazione di bambini figli di un palestinese israeliano e di uno residente nei Territori Occupati.
“Tra il 2000 e il luglio 2013 – spiegano al centro – il Ministero ha ricevuto 12.284 richieste di ricongiungimento familiare: ne ha rifiutate 4.249, ne restano pendenti 2.406. Se si tiene conto che ogni famiglia è formata in media da 4 persone, ciò significa che quasi 10mila palestinesi vivono nell’incertezza”.
Impossibile la riunificazione tra palestinesi cittadini israeliani e palestinesi gazawi all’interno dello Stato di Israele: secondo dati ufficiali, sono 425 palestinesi israeliani (per lo più donne) sposati con gazawi. Di questi, circa 340 ottengono permessi per visitare il coniuge, permessi che vengono ottenuti dopo settimane di procedure burocratiche. Ciò si traduce nella distruzione della vita familiare: la maggior parte di loro visita la famiglia per pochi giorni l’anno, non sapendo mai quando potrà vedere i figli o il marito di nuovo. Chi invece decide di trasferirsi a Gaza, si allontana per sempre dal resto della propria famiglia rimasta in Cisgiordania.
Nonostante le due enclavi palestinesi siano considerate “territorio unico”, se i palestinesi della Cisgiordania possono entrare a Gaza – con non poche difficoltà – i residenti della Striscia non sono autorizzati ad uscire se non per “casi umanitari”, categorizzazione in cui non rientra il matrimonio. Nessuna alternativa: un palestinese israeliano, un residente di Gerusalemme Est o un cittadino della Cisgiordania che sposa un palestinese di Gaza è costretto a trasferirsi nella Striscia. La legge israeliana impedisce, infatti, ai palestinesi dei Territori di modificare la propria residenza da un’enclave all’altra. Nel caso fortunato in cui il permesso venga accordato, ci vogliono anni di procedure burocratiche per ottenerlo.
Stessa situazione per chi ha familiari residenti a Gaza. B’Tselem ha raccolto alcune testimonianze, tra cui quella di Fatmah Abu ‘Issa di Jenin. La figlia Nibal vive a Gaza da 20 anni: “Prego di non morire prima di aver rivisto Nibal, i suoi figli e mio marito sotto lo stesso tetto. Non voglio che Nibal torni solo per il mio funerale. Non voglio che visiti Jenin solo per le mie esequie”. (Guarda il video con la loro storia in fondo all’articolo).
Israele viola i diritti umani, impedendo a migliaia di famiglie palestinesi di condurre una vita normale, impedendo loro di scegliere dove vivere. È lo Stato a scegliere per loro, uno Stato occupante che nasconde dietro la necessità di garantire la sicurezza il tentativo palese di rompere i legami sociali e affettivi di un intero popolo.
Gli effetti a lungo termine di una simile divisione in enclavi separate e difficilmente raggiungibili sono già visibili: sempre maggiori sono le distanze sociali e culturali tra le varie comunità palestinesi in Israele, Cisgiordania e Gaza.

1 febbraio 2014: mobilitazione europea per l’autodeterminazione. Anche da Roma “Yo decido”

www.womenews.net
Preceduta dalla conferenza stampa alla Casa internazionale delle donne il 30 gennaio alle 11.30, si svolgerà a Roma una manifestazione in appoggio alle donne spagnole il 1 febbraio alle 15.00 a piazza Mignanelli (dove ha sede l’ambasciata spagnola) con il seguente documento.
Noi con le donne spagnole: No alla proposta Gallardòn
Le donne italiane dicono NO al tentativo di limitare la libertà delle donne spagnole, il loro diritto all’autodeterminazione e la scelta di una maternità consapevole.
L’ “antiproyecto de ley” del ministro della giustizia spagnolo Gallardón, presentato il 20 dicembre 2013 intende cancellare il diritto di scelta all’interruzione volontaria di gravidanza riconosciuto alle donne spagnole dalla legge del 2010 introdotta dal governo Zapatero.
Attualmente in Spagna, in linea con la legislazione prevalente in materia nei paesi dell’Unione Europea, la legge stabilisce un tempo – le prime 14 settimane – entro cui è riconosciuto alla donna l’esercizio pieno del diritto di scelta; al contrario, la proposta Gallardón affida ogni decisione ai medici, al giudice, ai genitori . L’aborto inoltre è previsto solo nel caso di violenza sessuale (fino alla 12ma settimana) e di grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna, con rischio permanente o duraturo nel tempo, accertato da due esperti (fino alla 22ma settimana).
La proposta ignora i risultati positivi del sistema in vigore (p.e. la riduzione di ben 6 mila casi di aborto nel 2012 rispetto all’anno precedente) e, proponendo di punire i medici trasgressori, finisce per incentivare l’aborto clandestino, i viaggi oltre confine, i guadagni ’occulti’ di chi è’ abituato a ’monetizzare’ le paure altrui.
La proposta Gallardón è un chiaro tentativo di oppressione delle donne, di restaurazione del patriarcato; un attacco alla libertà delle donne e al loro diritto di cittadinanza, la cui primaria manifestazione è l’autodeterminazione nel diritto alla salute e nelle scelte riproduttive.
Consapevoli della gravità dell’attacco, le donne e gli uomini europei che fanno riferimento alla Carta Europea dei diritti fondamentali, chiedono che la proposta Gallardón venga immediatamente ritirata, in quanto violazione dei diritti di tutte le donne in Spagna e in Europa, un vero e proprio “golpe” autoritario e ideologico.
Le donne italiane, da sempre impegnate ad affermare la loro soggettività, e il diritto alla gestione del proprio corpo, a scegliere liberamente la maternità e a contrastare i ripetuti attacchi all’applicazione della legge 194/78, annunciano la loro mobilitazione insieme alle donne spagnole, e a tutte/ tutti coloro che si impegneranno affinché la proposta Gallardón venga bloccata prima di essere portata alla discussione delle Cortes, e affinché qualsiasi proposta simile sia condannata quale grave violazione della libertà e dell’autodeterminazione delle donne.
Chiediamo inoltre agli eletti e alle elette al Parlamento Europeo una forte ed incisiva presa di posizione che garantisca alle donne il diritto di decidere sul proprio corpo.
Un’Europa senza diritti delle donne, semplicemente non è.
Casa Internazionale delle Donne, Unione Donne in Italia, Snoq Factory, Snoq Roma, Wilpf-Italia, Coordinamento Donne Cgil Roma e Lazio, Sciopero delle donne, Associazione Punto D, Assolei onlus, Associazione Differenza Donna, Coordinamento Pari Opportunità Uil Roma e Lazio, Laiga
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