venerdì 14 febbraio 2014

Renzi premier, Berlusconi e le sue condizioni

Rispetto dei patti. E Vietti alla Giustizia. Le garanzie che il Cav chiede al segretario Pd. Con un veto: la legislatura non può arrivare al 2018. Per questo il voto anticipato con Marina leader non è escluso.

Niente barricate. Ma neanche sconti. Perché certo, Matteo Renzi lo ha «riabilitato» dopo la decadenza da senatore rimettendolo al centro della scena politica. Però questo non vuol dire che da presidente del Consiglio gli sarà consentito di fare il bello e il cattivo tempo.
Nelle ultime ore Silvio Berlusconi ha dovuto utilizzare tutte le doti da mediatore di cui dispone per calmare un partito in fibrillazione, diviso - e non è la prima volta - fra chi preme per portare avanti una linea dura nei confronti del premier in pectore e chi, al contrario, auspica che ne venga adottata una più morbida. Un’opposizione «costruttiva», come la definiscono all’interno del suo Cerchio magico.
BERLUSCONI: «MATTEO MANTENGA I PATTI». L’uomo di Arcore non ha nascosto un certo entusiasmo nel vedere Renzi prendere il posto di quell’Enrico Letta che, pur essendo il nipote del fedele braccio destro Gianni, aveva brindato alla sua cacciata da Palazzo Madama parlando di «fine del ventennio».
Ora tocca all'ormai ex sindaco di Firenze. Con cui il Cav, appena un mese fa, ha sottoscritto un accordo che oltre alla legge elettorale prevede anche la trasformazione del Senato e la riforma del Titolo V della Costituzione. «Matteo, dovrai essere leale», gli ha mandato a dire Berlusconi, perché «quel patto non può essere stracciato». Pena una svolta radicale nell’atteggiamento che Forza Italia terrà in parlamento con l’aiuto (velato) del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano. Una riproposizione light di quanto avvenuto ai tempi del governo Monti.
RIAVVIATI I CONTATTI CON IL VICEPREMIER. Non a caso, una volta compreso che la situazione stava precipitando, Berlusconi ha immediatamente cercato di riavvicinare a sé il suo ex delfino. Alfano, rivelano fonti a lui vicine, avrebbe preso tempo. Prima vuole vedere come si muoverà Renzi, anche se il 13 febbraio, in conferenza stampa, ha seccamente escluso la presenza del suo partito in un «governo di centrosinistra» allargato a Sel e con temi come lo ius soli nel programma. Al Ncd un esecutivo che duri fino al 2018 converrebbe non poco, anche perché nei sondaggi oscilla fra il 5,5 e il 6%. Elemento non secondario, nell’ottica dei numeri il vicepremier sa che senza i suoi parlamentari Renzi non riuscirebbe ad andare da nessuna parte. Un motivo in più per sedersi al tavolo con un maggiore potere negoziale.

Berlusconi, per ora, studia la situazione. Resta alla finestra e spera che la squadra dei ministri che Renzi renderà nota al più tardi all’inizio della prossima settimana sia di valore. Con un desiderio: quello di vedere Michele Vietti, vicepresidente uscente del Consiglio superiore della magistratura, come successore di Anna Maria Cancellieri a via Arenula.
Fra i due i rapporti sono buoni: l’esponente centrista è stato per due volte sottosegretario dei governi guidati dal Cav (prima alla Giustizia e poi all’Economia) e le malelingue lo ricordano come «l’uomo del falso in bilancio e del legittimo impedimento». Vista la forma del governo nascente (Renzi ha parlato di una «legislatura costituente»), Berlusconi proverà a mettere sul piatto la tanto sbandierata - ma mai realizzata - riforma della giustizia. Con Vietti nuovo Guardasigilli la strada potrebbe essere decisamente in discesa; senza, invece, la partita potrebbe iniziare in modo non troppo sereno.
TORNA IN CAMPO L'IPOTESI MARINA. Un punto, o forse il punto sgradito a Berlusconi, è quello che riguarda la durata del governo. Arrivare a fine legislatura vorrebbe dire trascinarsi fino al 2018 con le larghe intese e con Forza Italia all’opposizione. In quella data, il Cav spegnerà 82 candeline. Troppe anche per chi, come lui, si è sempre definito un «invincibile». Senza contare la condanna e l'ineleggibilità.
Ecco perché, terminato il periodo che porterà all’approvazione delle riforme, l’ex premier non è escluso che torni a battere con forza sull’ipotesi di andare al voto.
A quel punto sua figlia Marina potrebbe decidere di schierarsi in prima linea nella battaglia contro il ‘giovane’ Renzi. Il quale non può dormire completamente tranquillo. Anche perché, in casa sua, c’è già chi scommette sul suo fallimento.   
Venerdì, 14 Febbraio 2014 - lettera43

Il suicidio politico di Matteo Renzi (e del paese)

Lo ha spiegato benissimo Michele Santoro, ieri sera a Servizio Pubblico: “Era l’ultimo cavallo su cui puntare, e ora dove lo troveremo un altro?”. Perché l’accelerazione della crisi e il passaggio, senza passare per le elezioni, da Letta a Renzi premier era qualcosa che fino a poco tempo sarebbe stato difficile da presagire. Qualcosa che, soprattutto, non ci si sarebbe aspettati da uno che ha fatto della lotta al cambiamento delle forme della politica la sua vera battaglia. Altro che Job Act, o alleggerimento della burocrazia, o tante delle mille parole che abbiamo sentito nei discorsi di Renzi come in quelli di tanti altri: una retorica delle riforme cui ormai non crede più nessuno. Non per le parole infatti il sindaco di Firenze ha improvvisamente occupato la scena pubblica, catalizzando l’interesse dei delusi del Pd, di cittadini moderati ma senza partito, persino di una parte di chi aveva votato grillo, ma per la sua capacità incidere là dove si annida la vera resistenza alle riforme: la partitocrazia, quel sistema autoreferenziale, dove il ricambio sembrava impossibile, di una classe politica abile solo a perpetuarsi, a drenare una quantità di soldi pubblici: immorale in sé e ancor di più oggi che la maggioranza dei cittadini vive in condizioni di precarietà. Insomma Renzi ha sferrato sempre la sua battaglia sui meccanismi inceppati del ricambio, facendoli saltare, esponendosi in maniera spesso coraggiosa. E anche se lo stile può non piacere, veder rottamata in pochi mesi una buona parte della classe politica di un partito che negli ultimi anni non è stato in grado di fare nessuna delle scelte urgenti e necessarie, fino al suicidio politico definitivo durante l’elezione del capo dello Stato, ha dato la sensazione concreta che qualcosa, con Renzi, potesse cambiare. Ma la sfida fondamentale era una: ritornare a dare agli italiani un governo davvero politico, dopo due premier stabiliti dall’alto, e sappiamo ora anche in che modi, cioè, con probabili forzature istituzionali, che nessuna emergenza democratica può giustificare (anzi, proprio l’emergenza, spiegava ieri il rappresentante dei Cinque Stelle Riccardo Fraccaro sempre a “Servizio pubblico”, dovrebbe spingere a una maggiore attenzione alle forme, cioè all’imparzialità assoluta). E qual era l’unico modo di tornare ad avere un governo politico, con un premier forte, perché legittimato dai cittadini? A differenza di quanto diceva la stessa Alessandra Moretti ieri parlando, in politichese, non si può “dare agli italiani finalmente un nuovo governo politico attraverso Renzi”, che subentrerebbe al tecnico Letta. Perché veramente politico può essere un solo governo: quello realmente espressione dal voto, esercitato dagli italiani come un hobby, visto che non sembra più avere alcun peso nelle decisioni di chi poi forma i legislatori, i quali poi decidono delle nostre vite. Pensare che Renzi abbia aggirato – e non importa che la legge elettorale fosse un ostacolo insormontabile, e non importa che ora lui fosse segretario del Pd – l’unica strada che lo avrebbe reso diverso dagli altri, forte, in grado di avere una sua propria maggioranza politica finalmente chiara e distinta è sconcertante. Perché se tu ti proclami diverso, ma ti inserisci in un contesto uguale a se stesso da anni, diventi identico a quel contesto. Non avevamo bisogno di un premier non votato, appoggiato da un’ambigua maggioranza di centrosinistra e centrodestra, paralizzato dai veti incrociati e con margini di manovra praticamente inesistenti, perché ce l’avevamo già, visto che, tra l’altro, Enrico Letta è persona preparata e seria. Come ha detto sempre Santoro, si poteva continuare incalzare Letta, dandogli ultimatum su provvedimenti fondamentali, accerchiandolo allo scopo di portare a casa obiettivi importanti, con scadenze precisi. Ciò di cui avevamo bisogno era un leader Pd capace di riaprire la sfida verso l’ala radicale, contendersi i voti dei Cinque stelle e con loro di tutti i milioni di persone scettiche e disincantate che non votano più. Così invece il Pd resterà saldo al centro. In quel centro indistinto dove tutti sono uguali, dove le parole sembrano identiche l’una all’altra, anche se a pronunciarle è un ministro più o meno competente. Ieri si è compiuto il suicidio politico di un politico che, piacesse o no, aveva in mano le carte per un cambiamento reale, l’unico, e forse l’ultimo, possibile. Da oggi, non c’è più neanche questo. Solo buio pesto, e la certezza che la spaccatura del paese, in future elezioni, non sarà ricomposta ma aggravata.
di Elisabetta Ambrosi - ilfattoquotidiano

La fretta di Renzi e la crisi della politica

di Andrea Bianchi
Qual è la caratteristica principale dell'azione di Renzi? La fretta. Fretta di lasciare un segno, per non logorarsi, di differenziarsi da riti e tempi della vecchia politica. Se c'è qualcosa per cui Renzi vuole essere innovativo, non è per i contenuti, ma per il ritmo.

E' senza dubbio questa la caratteristica fondamentale del leader PD, che vuole apparire in contrapposizione ai tradizionali tempi lunghi della politica italiana, come sottolineato da Ilvo Diamanti. E', in qualche modo, obbligato a mostrarsi in grado di raggiungere risultati immediati, qualsiasi essi siano.

In realtà, tanta alacrità sta attualmente portando all'effetto paradosso di imprigionare Renzi - come un uccello impaniato che, quanto più batte le ali, tanto più si mette in trappola nei riti della “vecchia politica”: il rimpasto, la staffetta, il cambio di marcia. E, per ora, i risultati annunciati sono lungi dall'essere raggiunti. Se ne è solo sottolineata, una volta di più, l'urgenza. In linea, peraltro, con la logica perennemente emergenziale nel cui nome si giustifica il perdurare e vivacchiare di governi che nessun elettore ha scelto.

In ogni caso, il messaggio che Renzi vuole trasmettere è che, con lui, i tempi delle decisioni si fanno veloci, gli obiettivi raggiungibili. Per questo fine, ogni mezzo è lecito: anche trattare, prioritariamente, se non esclusivamente, con un condannato in via definitiva, che sembrava, infine, incredibile dictu, destinato ad uscire dalla scena politica.

Di questa apologia della velocità, fa parte l'insistenza di Renzi sulla natura “storica” del pacchetto di riforme che ha proposto prima al Cavaliere, poi alle altre forze politiche. Ma è davvero così? Sarebbe facile sottolineare che i problemi del paese sono ben altri, a partire da quell'aumento letteralmente vertiginoso delle diseguaglianze che è stato, per l'ennesima volta, recentemente sottolineato dal rapporto di Bankitalia.

Renzi potrebbe, a ragione, rispondere che è ben conscio della centralità delle questioni economiche, ma che la riforma della legge elettorale è una necessità preliminare e propedeutica a qualsiasi altro intervento. Si può essere senz'altro d'accordo; è anche indubbio, però, che legarla alle altre due proposte di riforma istituzionale, e quindi vincolarne l'applicabilità all'abolizione del bicameralismo perfetto, allunga i tempi a dismisura e rischia di prolungare l'impasse politica che ci imprigiona come un incantesimo. Ma, per il leader Pd, è il pacchetto delle tre riforme che costituirebbe quel cambio di marcia storico che serve al paese per ripartire.

E' sulla base di questa definizione, insistita e reiterata, che vengono giustificati i mezzi poco nobili e il “prendere o lasciare”; è perche fa parte di questo “storico” tris di riforme che sulla legge elettorale non si può fare troppo gli schizzinosi, pena il mettere a rischio un insieme di modifiche istituzionali che sarebbe addirittura in grado di far compiere al paese la svolta decisiva e tanto attesa dai cittadini.

Dando per scontata la necessità di una nuova legge elettorale, per quale motivo le altre due riforme dovrebbero, per i cittadini, avere tanto rilievo? In realtà le si conosce poco nel dettaglio. Sul nuovo Senato delle autonomie, si è saputo qualcosa, di abbastanza pasticciato, solo durante la direzione PD del 6 febbraio scorso e non si possiede ancora un testo scritto. Appare chiaro che Renzi è mosso, oltre che dal culto della velocità, dal desiderio di vellicare gli umori anti-casta degli italiani. Sembra che una riforma così delicata e importante, come la rinuncia al bicameralismo perfetto in un momento politicamente e socialmente tanto complesso, serva principalmente a soddisfare l'astio degli italiani verso la classe politica nel suo insieme, dandogli in pasto l'abolizione degli stipendi dei 315 senatori.

Ora, l'odio anti-casta, nella forma che ha assunto negli ultimi anni, è un sentimento sostanzialmente “plebeo”, che prende il posto di una riflessione ragionata sulla cause della degenerazione della politica, sulle molteplici forme del privilegio e sulle contromisure da prendere per favorire eguaglianza e partecipazione. E' “plebeo” in quanto si contrappone all'atteggiamento critico dei cittadini, capaci di guicciardiniana “discrezione” e di un esercizio consapevole dei propri diritti di cittadinanza.

La contrapposizione masaniellesca fra “noi” e “loro”, l'odio per gli eletti in quanto tali, costituiscono, nella loro forma più semplicistica, un diversivo rispetto alla presa di coscienza, da parte dei cittadini, dei loro autentici interessi, della natura del modello economico vigente e dei reali meccanismi alla base dell'esponenziale aumento delle diseguaglianze.

Rispetto a questo tipo di umori anti-politici, rimane valido l'argomento di Bertrand Russell, che diceva che l'argomento più forte a favore della democrazia è che, quando vige il suffragio universale, “un eletto non può essere più stupido dei suoi elettori: più è stupido (o corrotto) lui, più lo sono coloro che l'hanno eletto”. Certo, resta il problema della possibilità dell'opinione pubblica di formarsi in reale autonomia e attraverso una libera e corretta informazione; questione su cui torneremo.

Renzi esalta i risparmi che deriverebbero dalla trasformazione del Senato e dagli interventi sul titolo V (dei quali si è parlato pochissimo, mettendo l'accento, di nuovo in chiave anti-casta, quasi esclusivamente sulla riduzione degli emolumenti ai consiglieri regionali, su cui si può non aver nulla da eccepire, ma che sarebbe davvero azzardato definire una svolta utile a far ripartire il paese), quantificandoli in circa 700 milioni.

Si tratta di una cifra davvero poco significativa, se si pensa, ad esempio, che la tassa sui grandi patrimoni esistente in Francia (L'impôt de solidarité sur la fortune, non abolita neppure da Sarkozy, mentre da noi è un tabù assoluto) procura circa 4 miliardi l'anno e che una cifra maggiore si otterrebbe con un'imposizione su successioni e donazioni sempre sul modello francese, cui si potrebbe aggiungere quella sulle rendite finanziarie; tutte opzioni assenti dal dibattito attuale.

Quello che occorre soprattutto chiedersi è se, dando per accertato che i problemi del paese abbiano anche bisogno di una risposta sul piano del funzionamento istituzionale, le proposte avanzate vadano nella direzione giusta. Quali sono le cause della crisi della politica che investe tutti i paesi avanzati e che si manifesta ovunque con una crescente disaffezione dei cittadini verso la politica, lasciando spazio, oltre che all'astensionismo, a spinte populistiche e reazionarie di varia natura?

La causa più generale, che riguarda tutto l'Occidente, sta nel fatto che la politica non sembra più capace di essere quella “scelta dei fini”, in cui è sempre consistita, ma si riduce alla pura scelta dei mezzi più idonei per realizzare fini che sono determinati da altre istanze e che vengono percepiti come insindacabili e parte, per così dire, di uno sfondo naturale che non può essere messo in discussione. E' la totale abdicazione della politica rispetto all'economia finanziaria che offre un corposo argomento al tradizionale pregiudizio popolare per cui “i politici sono tutti uguali”.

Il nesso potere-denaro, il serpente ouroboros di cui parla Zagrebelsky, impedisce alla politica di essere quel confronto fra visioni alternative e modelli diversi di società capace di coinvolgere nella discussione, su un piano paritario, il maggior numero di cittadini. E arriva a far percepire ogni pretesa democratica come un attacco all'efficienza e al funzionamento dei mercati, imposti come unico valore incontestabile e autoevidente. Questo riduce sempre più a un simulacro l'autonomia della politica, che si limita alla scelta fra diverse – minime – sfumature nell'applicazione dei diktat finanziari.

Per questo le sinistre, quando sono al governo, deludono sempre le attese, anche quando, come nel caso di Hollande, si erano proposte agli elettori con programmi relativamente avanzati (d'altra parte, Krugman ha ben sottolineato la disapprovazione dei mercati – con relative pressioni – verso la scelta del governo Hollande-Ayrault di privilegiare, nell'azione di risanamento del bilancio, l'aumento delle imposte sui redditi più elevati ai tagli al welfare. Tali pressioni sono una delle cause della recente svolta di Hollande, definita, in Francia, “socialdemocratica”; termine che, peraltro, in Italia, se applicato al PD, indicherebbe una svolta a sinistra).

Per cui, alla fine, riescono, nel migliore dei casi, come Zapatero e lo stesso Hollande, a caratterizzarsi per le scelte in tema di costume e diritti civili (da noi, come sappiamo, neanche per quelle), mentre sul piano delle politiche economiche vengono percepite come una copia sbiadita delle destre. In Italia, a questo problema globale, si aggiungono l'abnorme tasso di corruzione della classe dirigente nel suo complesso, la concentrazione mediatica e la natura anomala, sul piano delle regole democratiche, di alcune delle forze politiche sulla scena.

E' impossibile sopravvalutare l'importanza del fatto che l'Italia occupa la 69esima posizione al mondo nella classifica sulla corruzione percepita, mentre tutti i principali paesi occidentali si trovano nelle prime 25. Sono queste le questioni che dovrebbero essere affrontate con adeguati interventi legislativi e istituzionali. Prioritario non è tanto diminuire ciò che gli eletti ricevono legalmente, quanto ridurre al minimo la possibilità- e l'accettabilità sociale- di comportamenti illegali.

Davvero rivoluzionaria per il nostro paese, sarebbe una seria legge anti-corruzione e per la trasparenza amministrativa, seguita – o preceduta – da una prassi conseguente (che non sembra sia stata in cima alle preoccupazioni di Renzi nella scelta delle candidature in Sardegna). Così come lo sarebbero una rigorosa legge sul conflitto di interessi, soprattutto riguardo al tema cruciale dell'informazione e del potere mediatico, così determinante per la formazione dell'opinione pubblica e della percezione, da parte dei cittadini, delle priorità politiche e sociali, e norme altrettanto rigorose sulla democrazia interna ai partiti.

Naturalmente è difficile mettere sul tappeto tali questioni, che davvero segnerebbero una discontinuità rivoluzionaria rispetto agli ultimi vent'anni, se si sceglie Berlusconi come interlocutore principale sulla via delle riforme. Inoltre, il problema più generale della disaffezione verso la politica e della crisi della rappresentatività sembra richiedere, in aggiunta ad una profonda riflessione sul nodo centrale dei rapporti fra economia e politica, che si dia spazio al massimo di pluralismo, per favorire la più ampia partecipazione dei cittadini e permettere al dibattito pubblico di arricchirsi delle posizioni più diverse e critiche, sottraendosi così ad un appiattimento uniforme rotto solo da sussulti populistici.

La politica non può essere solo la presa d'atto dei rapporti di forza esistenti, ma dovrebbe, data la gravità della situazione, lasciare spazio alla possibilità che nascano nuove forze che rivitalizzino il confronto di idee ed amplino il novero delle opzioni possibili. Invece, la legge elettorale proposta, oltre a sottrarre ai cittadini la scelta dei candidati con nuove liste bloccate, andrebbe, con uno sbarramento altissimo e inusitato per le forze non coalizzate, nella direzione opposta.

Immaginiamo un parlamento, ridotto a una sola camera, diviso fra Forza Italia, PD e M5S. Due partiti guidati da un capo e un terzo che rischia di diventarlo. Non sarebbe un quadro desolante per molti cittadini, che non si sentirebbero rappresentati e andrebbero ad ingrossare le fila dei delusi e degli indifferenti? Un PD da anni in preda a una deriva moderata, che fatica anche ad aderire al PSE, può monopolizzare l'area di centrosinistra? E farlo proprio nel momento in cui molti dei suoi nuovi dirigenti renziani si caratterizzano per l'esaltazione di un liberismo quasi thatcheriano che non può che suscitare sconcerto in esponenti di un partito che dovrebbe rappresentare in Italia la sinistra europea?

Lo spostamento sempre più a destra del baricentro del quadro politico nel suo complesso fa, da noi, apparire radicale ed estremista qualsiasi posizione critica verso il pensiero dominante, rendendo il dibattito sulle possibili alternative all'attuale modello di sviluppo, sull'austerity, sulle riforme necessarie all'Europa, del tutto marginale – diversamente che in altri paesi, pur coinvolti come noi nella crisi della rappresentanza – e confinandoci in un asfittico provincialismo.

D'altronde, la speranza che la condanna definitiva di Berlusconi potesse aprire la strada al graduale affermarsi di una normale destra europea perde ogni fondamento nel momento in cui si propone una legge elettorale che ridà una centralità totale al partito-azienda del Cavaliere e dei suoi eventuali eredi. Ridare fiato a Berlusconi quando sembra ormai destinato a uscire di scena è da anni una costante dell'azione della dirigenza DS-PD; una vera coazione a ripetere. Anche, ma non solo, per questo, d'alemiani e renziani ricordano quei due teologi di Borges, che, dopo essersi combattuti per tutta la vita, scoprono nell'aldilà di essere la stessa persona. Anche l'elezione indiretta del Senato non appare la scelta migliore per contrastare l'autoreferenzialità della classe dirigente, come ha ben sottolineato Nadia Urbinati.

Le proposte di Renzi sembrano avere solo due obiettivi: eliminare i partiti minori (e questo è il principale motivo della scelta di Berlusconi come interlocutore principale) e velocizzare il processo decisionale. Ma è molto dubbio che il problema principale dell'Italia, negli anni passati, sia stata l'assenza di governabilità dovuta alla frammentazione politica. Le difficoltà in questo senso sono piuttosto derivate dalle assurdità del Porcellum.

Berlusconi ha governato a lungo (il Berlusconi II e il Berlusconi IV sono stati i governi più longevi della storia repubblicana) con un'ampia maggioranza senza grandi frutti; e sembra anzi, dalle sue stesse lamentele, che sia stata la presenza di altre forze nella sua coalizione a evitare che facesse danni ancora maggiori. Per quanto riguarda il centrosinistra, se indubbiamente il primo governo Prodi è caduto a causa di Bertinotti, la vicenda del secondo è ben altrimenti complessa e legata soprattutto alle scelte di Veltroni.

In base alle considerazioni sopra espresse, la scelta di sacrificare il pluralismo e gli equilibri del potere legislativo ad esigenze di efficienza e uniformità appaiono le meno opportune nel contesto attuale. Col suo decisionismo, che ricorda il primo Craxi, Renzi ripropone l'insofferenza più volte espressa da Berlusconi nei confronti della lentezza del processo legislativo. Ma il problema è davvero tale lentezza, che non impedisce comunque la produzione di una pletora di leggi e leggine, o piuttosto la qualità dell'azione politica?

La somma di esaltazione della rapidità, desiderio di soddisfare le pulsioni anti-casta e aspirazione alla semplificazione forzata del quadro politico e alla riduzione del pluralismo non sembrano all'altezza delle sfide che la politica ha di fronte a sé. Prima fra tutte, la capacità di ritornare ad essere luogo di confronto partecipato fra visioni alternative, di avere uno sguardo d'insieme sulla società e di dare risposte al disagio sociale. Cessando di essere appiattita sul presente, sul “giorno per giorno”, sulla rinuncia ad ogni battaglia culturale in nome dell'accettazione dell'esistente e della sondaggiocrazia (che appare la moderna incarnazione dell'oclocrazia polibiana e insieme di quella deriva verso la passività dei cittadini profetizzata da Tocqueville).

Sotto le parvenze della discontinuità, e di una frenesia ipnotica, le scelte di Renzi appaiono, in realtà, in linea con l'involuzione della politica (ridotta alla gestione tecnico-amministrativa di programmi eterodiretti, da parte di un notabilato ideologicamente uniforme ed incapace di elaborazione culturale) in corso da anni ed alla base della crisi della rappresentanza cui assistiamo.
micromega

L’azzardo dell’uomo solo al comando

Per pro­fu­mare l’odore acre della mano­vra di palazzo, per dis­si­mu­lare la bru­ta­lità di uno scon­tro fra­tri­cida, per coprire la gra­vità di una crisi extra­par­la­men­tare decisa da un solo par­tito che smen­ti­sce le pri­ma­rie e si fa beffe del dram­ma­tico distacco tra eletti e elet­tori, nel con­clave del Pd la parte del leone l’hanno fatta gli incol­pe­voli poeti. Il segretario-sindaco-futuro pre­mier ne ha tirati in ballo due o tre, per far­gli dire che ambi­zione smi­su­rata e corag­gio sono due virtù, pro­prio quelle che lo spin­gono a cogliere “l’attimo fug­gente” per disar­cio­nare Enrico Letta dalla pol­trona di palazzo Chigi.
L’atto finale è durato un paio d’ore e pochi minuti dopo la vota­zione di un ordine del giorno della dire­zione che gli dava il ben­ser­vito, il pre­si­dente del con­si­glio ha annun­ciato la for­ma­liz­za­zione delle pro­prie dimis­sioni, oggi, nelle mani del Capo dello Stato.
Una mag­gio­ranza che un tempo si sarebbe defi­nita bul­gara ha applau­dito la scelta di una crisi a pre­scin­dere (anche Totò era un poeta ma non ha avuto l’onore della cita­zione). A pre­scin­dere per­ché non una parola è stata spesa per i con­te­nuti di que­sto governo ren­ziano (e tan­to­meno del pro­gramma offerto da Letta alla discus­sione). A pre­scin­dere per­ché niente è stato detto sullo schie­ra­mento alter­na­tivo che dovrebbe sor­reg­gere e giu­sti­fi­care que­sto cam­bio della guar­dia con incor­po­rata garan­zia di blin­da­tura fino al 2018. Tanto che la sini­stra dei Cuperlo e dei Fas­sina ha messo agli atti che se la discon­ti­nuità riven­di­cata da Renzi per la sua ascesa al comando è quella ascol­tata da alcuni inter­venti in dire­zione, «siamo più a destra» del governo che oggi se ne va. Ma solo Civati (in sedici hanno votato con­tro) non si è unito al coro. Denun­ciando il rischio che tutto il Pd, e quel che più conta il paese, affondi defi­ni­ti­va­mente nella palude. Dove solo un ani­male può soprav­vi­vere: il caimano.
In realtà l’unica vera discon­ti­nuità del governo ren­ziano sta nella sot­to­li­nea­tura della natura non più tec­nica, emer­gen­ziale, ma poli­tica e di legi­sla­tura dell’operazione in corso. In altre parole non più un “governo del pre­si­dente”, con Napo­li­tano ispi­ra­tore della sua mis­sione e di alcuni ministri-chiave, come è avve­nuto per i governi Monti e Letta. Pro­prio l’ipotesi più invisa ai diver­sa­mente ber­lu­sco­niani che ieri, con Alfano, hanno scar­tato que­sta ipo­tesi («accet­te­remo solo un governo d’emergenza»), e chie­sto, come anche Ber­lu­sconi, di par­la­men­ta­riz­zare la crisi, met­tendo sul tavolo la carta delle ele­zioni anticipate.
Per il con­dan­nato resu­sci­tato da Renzi al ruolo di padre costi­tuente delle riforme si apre una fase poli­tica pro­met­tente. Poter spa­rare non su un tra­bal­lante gover­nic­chio di pic­cole intese ma sul ber­sa­glio grosso. Oltre­tutto avendo dalla parte del manico quella mag­gio­ranza per le riforme di cui è sem­pre stato un esperto affossatore.
Dieci mesi dopo la disa­strosa scelta delle lar­ghe, poi pic­cole, intese la fase che si apre è figlia natu­rale di quel pec­cato ori­gi­nale, ne porta addosso tutti i segni, a comin­ciare dal modo, dalle forme in cui si è pro­dotta la crisi. In con­fronto, la repub­blica delle banane è un faro di democrazia.
di Norma Rangeri - ilmanifesto.it

Fiat, Termini si ferma Burrafato: “Pagina di civiltà”

Termini Imerese si è letteralmente fermata per la manifestazione generale organizzata da Fim, Fiom e Uilm, con l’obiettivo di riaccendere l’attenzione di politica e istituzioni sulla vicenda dell’ex stabilimento Fiat e dell’indotto. In pratica, 1.200 operai ai quali a giugno scadra’ la Cig, piu’ 174 gia’ licenziati da Lear corporation e Clerprem. Da piazza Stazione fino al Duomo hanno sfilato in cinquemila, tra lavoratori, semplici cittadini, piccoli imprenditori, studenti e parroci che, qualche giorno fa, con una lettera ai fedeli, hanno chiamato a raccolta la comunita’.
“Vi chiediamo – hanno scritto i sacerdoti, con in testa l’arciprete della citta’, Francesco Anfuso – di partecipare e far partecipare le persone che incontrerete, certi che il Signore non delude le speranze del popolo che lo invoca con fiducia”. In piazza, assieme ai vertici provinciali e regionali dei sindacati confederali e di categoria, c’era anche il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che ha preso parte alla manifestazione nella veste di presidente dell’AnciSicilia. Domani, un incontro e’ in programma al Ministero dello Sviluppo economico. Sul tavolo la questione dello stabilimento chiuso dalla casa torinese due anni e mezzo fa.
Raggiunto da SiciliaInformazioni, Salvatore Burrafato, sindaco di Termini Imerese, si mostra fiducioso anche se consapevole della difficoltà del momento: “Oggi Termini  ha scritto con questa manifestazione una pagina di grande civiltà. C’è grande attesa per domani, siamo anche in attesa di conoscere le novità della politica romana, non vorremmo cambiassero ancora una  volta gli interlocutori della nostra vicenda, posto che gli attuali sono stati disponibili all’apertura. Zanonato ha dichiarato di seguire la vicenda sotto il duplice aspetto deli ammortizzatori scoiali e della ripresa della produzione. Vorremmo portare a casa il ritiro delle lettere di licenziamento e gli ammortizzatori sociali fino al prossimo 31 dicembre”.
siciliainformazioni.com