lunedì 17 febbraio 2014

La crisi di governo si sta svol­gendo oltre ogni pre­ce­dente

Stiamo assi­stendo alla presa del potere da parte di una nuova, gio­vane e dina­mica classe diri­gente libera dai legami del pas­sato, senza vin­coli d’appartenenza; anzi impe­gnata a can­cel­lare ogni rela­zione di soli­da­rietà ideo­lo­gica e a ridurre gli spazi di discus­sione anche all’interno delle pro­prie for­ma­zioni poli­ti­che. L’unico rap­porto che resi­dua è quello per­so­nale. Tra i par­titi, ma anche all’interno dello stesso par­tito, quel che conta è l’identificazione con il lea­der: non si è più «demo­cra­tici», ma solo «ren­ziani» (oppure «antirenziani»).
Per­sino una per­sona mite come Enrico Letta alla fine ha perso le staffe. Ed, in effetti, abbiamo assi­stito – nella sostanza se non nella forma — al più aggres­sivo attacco poli­tico per­so­nale den­tro un par­tito e con­tro un governo in carica. Il paral­lelo con il più mal­trat­tato Romano Prodi non regge. Prodi è stato lasciato solo, è stato tra­dito dai fran­chi tira­tori o da impor­tanti espo­nenti poli­tici della «sua» parte, ma mai nes­suno – tra i sodali di governo — lo ha accu­sato di essere ina­de­guato. Dal punto di vista per­so­nale ha fatto bene Letta a riven­di­care il pro­prio ope­rato e a chia­mare in causa la respon­sa­bi­lità poli­tica di cia­scuno: non ha gover­nato da solo e le evi­denti dif­fi­coltà del suo ese­cu­tivo devono essere almeno equa­mente ripar­tite. Il mag­giore par­tito di governo non può essere rite­nuto esente da colpe.
È anche evi­dente però che non v’è una pos­si­bi­lità di dia­logo tra due mondi non più comu­ni­canti. Letta avrebbe avuto ragione se Renzi avesse potuto accet­tare l’idea che esi­ste ancora una respon­sa­bi­lità col­let­tiva, dei par­titi e dei governi intesi come isti­tu­zioni. Ma è pro­prio quel che il nuovo lea­der non vuol più ammet­tere. È solo un pro­blema di per­sone, dun­que un fatto che riguarda esclu­si­va­mente «me» e «te», Mat­teo e Enrico. Non c’è respon­sa­bi­lità di par­tito, né il nuovo segre­ta­rio può essere con­di­zio­nato dall’apparato, dai ruoli o dagli obbli­ghi che essi com­por­tano. Que­sti sono tutti limiti della «vec­chia» poli­tica, intralci che impe­di­scono il cambiamento.
La crisi di governo si sta svol­gendo oltre ogni pre­ce­dente. Non sem­brano nep­pure più ido­nee le tra­di­zio­nali clas­si­fi­ca­zioni che la scienza costi­tu­zio­na­li­stica – ma poi lo stesso lin­guag­gio poli­tico – ha sin qui uti­liz­zato per valu­tare la for­ma­zione degli ese­cu­tivi e il rispetto dei prin­cipi costi­tu­zio­nali. Così, si ripete in que­sti giorni, saremo di fronte ad una «crisi extra­par­la­men­tare», Le tipi­che crisi «extra­par­la­men­tari» sono quelle che – con grande fre­quenza in pas­sato – sca­tu­ri­vano dalla rot­tura del patto di coa­li­zione: erano i diversi par­titi poli­tici – ovvero alcune com­po­nenti di essi — che face­vano venir meno il soste­gno al governo in carica. La crisi nasceva sì fuori dal par­la­mento, ma pur sem­pre in con­se­guenza di una diver­genza tra le diverse forze poli­ti­che della mag­gio­ranza. Per il governo Letta, invece, tutto s’è con­su­mato entro un organo di par­tito (la dire­zione del Pd) che ha sfi­du­ciato il pro­prio pre­mier. Senza alcuna discus­sione con le altre com­po­nenti del governo. Una sorta di auto­dafé. Una crisi con qual­che asso­nanza con la tra­di­zione inglese, più che con quella ita­liana. In Gran Bre­ta­gna, in effetti, sono i par­titi di governo che deci­dono le sorti dei loro pre­mier. Seb­bene, anche in que­sto caso, una dif­fe­renza appare assai rile­vante. La That­cher fu «dimis­sio­nata» dal pro­prio par­tito a seguito di un con­gresso per­duto dalla Lady di ferro. Ma, appunto, ci fu biso­gno di un con­gresso e la cri­tica riguardò l’indirizzo poli­tico del par­tito con­ser­va­tore, non fu una sfi­du­cia alla persona.
Così anche la richie­sta di par­la­men­ta­riz­zare que­sta crisi in que­sto caso non ha molto senso. Que­sta crisi non è par­la­men­ta­riz­za­bile, per­ché non ha nulla a che vedere con le logi­che vir­tuose della rap­pre­sen­tanza politica.
di Gaetano Azzariti - ilmanifesto.it

Governo ombra

Una con­clu­sione scritta non vuol dire una con­clu­sione rapida. Almeno, non così rapida come la imma­gi­nava all’inizio il motore primo di que­sta sto­ria, Mat­teo Renzi. Il cam­bio in corsa a palazzo Chigi deciso da una per­sona sola — al limite da un solo par­tito, ma le due cose ten­dono a coin­ci­dere — è pia­ciuto poco al Qui­ri­nale e ter­ro­rizza chi ha tutto da per­dere: Alfano. Il mini­stro dell’interno, uscente, alza le sue richie­ste per soste­nere il Renzi I, ben sapendo di non avere alter­na­tive: nel voto anti­ci­pato spa­ri­rebbe, né può esi­stere all’opposizione.
La prima richie­sta di Alfano è appunto di non uscire dal Vimi­nale, ma il segre­ta­rio del Pd che lo aveva già pesan­te­mente attac­cato per il caso Sha­la­bayeva ha deciso di spo­starlo. L’idea sarebbe la difesa, ma l’ex del­fino ber­lu­sco­niano tra­slo­che­rebbe solo per tor­nare alla giu­sti­zia — pro­getto folle che con­dan­ne­rebbe il primo governo Renzi ad avere un punto in comune con l’ultimo di Ber­lu­sconi. La pat­tu­glia del Nuovo cen­tro­de­stra dovrà neces­sa­ria­mente ridi­men­sio­narsi, ma resta il fatto che i voti dei sena­tori Ncd sono indi­spen­sa­bili per lan­ciare il sin­daco di Firenze nel suo spe­ri­co­lato avve­nire. E per­ciò più delle pas­se­relle fio­ren­tine e delle new entry annun­ciate come tanti fiori all’occhiello, è ad Ange­lino che il sin­daco deve un po’ pen­sare. Con­ce­dendo una smen­tita tar­diva ma uffi­ciale dei non smen­ti­bili rap­porti con Ver­dini, da Alfano assai temuti per­ché all’uomo mac­china di Forza Ita­lia sta a cuore soprat­tutto distrug­gere i «tra­di­tori». E accon­sen­tendo a rin­viare di 24 ore, ma non di più, il suo appun­ta­mento con la sto­ria: avrà l’incarico tra sta­sera e domani e conta di chiu­dere le trat­ta­tive in tre giorni, desti­nando lo spa­zio dovuto al pro­gramma, per scio­gliere la riserva mer­co­ledì o più pro­ba­bil­mente gio­vedì. Crisi del genere, extra­par­la­men­tare e intra­par­tito, si sa come comin­ciano ma non come fini­scono, si diceva nella prima Repub­blica. Ed è pos­si­bile che il vec­chio capo dello stato, per quanto pre­oc­cu­pato della sta­bi­lità al cospetto dell’Europa e dei mer­cati, veda con­fer­mate le sue ragioni di scet­ti­ci­smo in que­sto pro­lun­ga­mento dei tempi. Quella del gio­vane segre­ta­rio non può asso­mi­gliare troppo a una blitzkrieg.
Eppure, al teme­ra­rio, anche nel giorno in cui avrebbe potuto pre­oc­cu­parsi un po’, non è man­cata la pro­messa di soste­gno del suo alleato ombra: Sil­vio Ber­lu­sconi. Tor­nato al cen­tro della scena con un discor­setto di poche pagine — lo si è visto ripe­terlo in auto fino al momento di entrare al Qui­ri­nale — in cui ha ripe­tuto al pre­si­dente della Repub­blica e poi ai gior­na­li­sti che il soste­gno di Forza Ita­lia sulle riforme non verrà meno. E sono appunto le riforme, quella elet­to­rale e quelle costi­tu­zio­nali, la ragione prin­ci­pale di esi­stenza del Renzi I, il motivo per cui ancora una volta al Qui­ri­nale si lavora a tutto campo esclu­dendo solo l’ipotesi delle elezioni.
Nel momento in cui sta per por­tare i suoi voti al nuovo governo, Alfano vor­rebbe che Renzi lo ascol­tasse sulla legge elet­to­rale e sulle riforme almeno quanto ascolta Ber­lu­sconi. Il lea­der del Ncd lo ha ripe­tuto anche a Napo­li­tano, che ha trat­te­nuto per il dop­pio del tempo pre­vi­sto (anche que­sta una con­ces­sione alle esi­genze di scena del mini­stro) uscendo poi dallo stu­dio visi­bil­mente stres­sato. Ai gior­na­li­sti ha detto che non è scon­tato il soste­gno del Ncd al nuovo governo, che vuole un pro­gramma det­ta­gliato che porti anche il tratto del cen­tro­de­stra e che sia per punti pre­cisi, in modo da allon­ta­nare il sospetto che fatta la legge elet­to­rale Renzi possa cor­rere alle urne. «Tutto que­sto — ha detto — non si fa in 48 ore». Ma Renzi, che già al tempo di Letta era con­tra­rio a tenere l’accordo sulle riforme stretto nel recinto della mag­gio­ranza di governo, con­si­dera al con­tra­rio l’appoggio di Ber­lu­sconi e l’impegno di Ver­dini come garan­zie più solide di quelle che può offrire Alfano. E Ber­lu­sconi, diver­tito per le dif­fi­coltà di Alfano, lo ha accon­ten­tato, pro­met­tendo un’opposizione respon­sa­bile («la solita», ha detto) e il rispetto del patto sull’Italicum. Le stesse cose il Cava­liere ha detto a Napo­li­tano, nel corso di un incon­tro che non poteva non essere gelido, viste le accuse di com­plotto che Ber­lu­sconi ha tirato addosso al capo dello stato fino a ieri. Esau­rito il com­pi­tino, anzi, ha fatto per alzarsi dovendo oltre­tutto ripar­tire per Arcore. Pare siano stati i con­si­glieri del pre­si­dente a fer­marlo, facen­do­gli notare che non si può inter­rom­pere dopo un quarto d’ora un incon­tro che è pre­vi­sto di 45 minuti; alla fine il cava­liere ha salu­tato dopo mezz’ora.
E Napo­li­tano è uscito a salu­tare i gior­na­li­sti dicendo assai poco, ma acco­gliendo la richie­sta di Alfano di non chiu­dere subito: «Ci sarà più spa­zio e più sere­nità per chi rice­verà l’incarico, avrà tutto il tempo neces­sa­rio per le con­sul­ta­zioni e per le intese». Toc­cherà a Renzi stu­pire, senza scon­ten­tare Alfano e dovendo con­ti­nuare a con­tare su Ber­lu­sconi. «Non ho mai visto spre­mere limoni e otte­nere un’aranciata», disse una volta Craxi, durante una crisi di governo.
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