mercoledì 19 febbraio 2014

In 4 anni Berlusconi perde 120 elettori, il Pd più di 80 mila

di Costantino Cossu - ilmanifesto.it
«La poli­tica è come la vita, è fatta di vit­to­rie e di scon­fitte; la cosa impor­tante è essere ani­mati da pas­sione sin­cera. Vogliamo con­ti­nuare a com­bat­tere con con­vin­zione e deter­mi­na­zione. Da oggi faremo oppo­si­zione cor­retta, ma dura». Così Ugo Cap­pel­lacci nel day after. È però molto impro­ba­bile che a fare oppo­si­zione alla giunta di Fran­ce­sco Pigliaru sarà, per i pros­simi cin­que anni, il pre­si­dente per­dente. Nel cen­tro­de­stra è infatti già comin­ciato il rego­la­mento dei conti. Lo schie­ra­mento con­ser­va­tore s’era già spac­cato in due tron­coni prima delle ele­zioni. Da una parte Cap­pel­lacci, che al momento della scis­sione di Alfano era rima­sto con Ber­lu­sconi nella rinata Forza Ita­lia, e dall’altra Mauro Pili, gover­na­tore della Sar­de­gna dal 2001 al 2004, che in cam­pa­gna elet­to­rale ha gui­dato la lista Uni­dos. Pili non è riu­scito a supe­rare la soglia di sbar­ra­mento e non ha messo in con­si­glio regio­nale nep­pure uno dei suoi can­di­dati, ma il 5,2 per cento che ha rac­colto alle urne è stato deter­mi­nante per la caduta di Cap­pel­lacci. Il quale, però, pro­blemi, e non di poco conto, ne ha avuti e ne ha, oltre che con Pili, anche con fette rile­vanti del suo par­tito. La nomen­kla­tura di Forza Ita­lia e del defunto Pdl in Gal­lura, la zona nord orien­tale della Sar­de­gna dove gli inte­ressi immo­bi­liari sono for­tis­simi e che è una roc­ca­forte della destra, ha con Cap­pel­lacci un rap­porto a dir poco pro­ble­ma­tico, legato alla riva­lità tra l’ex pre­si­dente e l’olbiese Set­timo Nizzi. I due si sono con­tesi a lungo la lea­der­ship del cen­tro­de­stra e la bat­ta­glia ha lasciato molte ferite aperte, che nel match con Pigliaru non hanno aiu­tato e che ora, dopo il voto, potreb­bero ria­prirsi. A che punto fos­sero arri­vate le ten­sioni interne al cen­tro­de­stra lo mostra il fatto che, in piena cam­pa­gna elet­to­rale, un espo­nente di spicco del fronte ber­lu­sco­niano, l’ex sena­tore Gio­vanni Cam­pus, non solo si è dis­so­ciato dal voto a Cap­pel­lacci, ma ha addi­rit­tura annun­ciato che avrebbe votato Pigliaru. E alla fine, men­tre la coa­li­zione gui­data da Forza Ita­lia ha rag­giunto il 43,89 per cento dei voti, Cap­pel­lacci si è fer­mato al 39,6: segno evi­dente che il pre­si­dente uscente non pia­ceva a una parte del par­tito e a non pochi elet­tori. Non così nel cen­tro­si­ni­stra, dove la somma del voto di lista, 42,45% (meno del 43,89 del cen­tro­de­stra), è pra­ti­ca­mente uguale a quella del can­di­dato pre­si­dente Pigliaru (42,50%).
Per tutti e due i fronti, invece, vale il discorso del forte asten­sio­ni­smo e della mas­sic­cia emor­ra­gia di con­sensi. Ieri l’Istituto Carlo Cat­ta­neo ha dif­fuso i risul­tati dell’esame dell’andamento del voto. I dati delle regio­nali 2014 sono stati messi a con­fronto con le con­sul­ta­zioni ana­lo­ghe del 2009 e con le poli­ti­che del 2013. Il dato regio­nale com­ples­sivo indica che nelle ele­zioni regio­nali appena ter­mi­nate i due prin­ci­pali par­titi nati dalle aggre­ga­zioni del 2007 e 2008, Pd e Pdl, hanno perso rispet­ti­va­mente un quarto (-26,3%) e circa la metà (-49,2%) dell’elettorato che li aveva scelti alle scorse ele­zioni regio­nali, nel 2009. Nel com­plesso, il Pd nel 2014 ha perso 53.731 voti rispetto alle pre­ce­denti ele­zioni regio­nali. Il Pdl ha perso in totale 122.327 voti tra il 2009 e il 2014. Il cen­tro­si­ni­stra ha perso oltre il 10% dei con­sensi avuti nel 2009 (-11,8%). Pas­sando al con­fronto tra i risul­tati del 2013 (ele­zioni poli­ti­che) e del 2014 (ele­zioni regio­nali), il dato com­ples­sivo non cam­bia di segno, com­plice l’elevata asten­sione. Il Pd ha subito una con­tra­zione di oltre un terzo del pro­prio elet­to­rato dello scorso anno (-35,4). In gene­rale, il par­tito di Renzi ha regi­strato una dimi­nu­zione di con­sensi pari a 82.403 voti tra il feb­braio del 2013 e le con­sul­ta­zioni appena con­cluse. Il Pdl replica la pre­sta­zione nega­tiva anche con­fron­tando il dato del 2014 con quello delle scorse poli­ti­che. Circa un terzo (-33,0%) dell’elettorato che lo aveva scelto alle scorse ele­zioni di feb­braio non ha ripe­tuto il pro­prio voto.


La resa dei conti

Nel tunnel della crisi . «A rischio la pace sociale». Manifestazione di artigiani, commercianti e piccoli imprenditori ieri a Roma: «Siamo più di 60mila». Piazza del Popolo strabocca e gli organizzatori esultano: «Un evento storico, mai visto prima». Il prossimo presidente del consiglio è avvisato: «Ci deve convocare subito, non molleremo». In piazza anche i balneari contro la direttiva Bolkestein che «regala le spiagge alle multinazionali» 
Hanno riem­pito, fitta fitta, tutta Piazza del Popolo fino al Pin­cio, stra­bor­dando nelle vie limi­trofe e in piaz­zale Fla­mi­nio. E anche – come si addice al cosid­detto «popolo delle par­tite Iva» – senza star­sene con le mani in mano: ogni testa una ban­diera, un car­tello, uno stri­scione o una pet­to­rina; trombe e fischietti in bocca. Per­ché nes­suno tra i 60 mila o forse più (50 mila per la que­stura) impren­di­tori, com­mer­cianti, arti­giani e dipen­denti di ogni tipo di aziende micro, pic­cole e medie arri­vati a Roma ieri da tutta Ita­lia — ma soprat­tutto dal Nord — ha voluto per­dere l’occasione di «tor­nare alla visi­bi­lità» in una mani­fe­sta­zione che gli orga­niz­za­tori di Rete Imprese Ita­lia non esi­tano a defi­nire «un evento sto­rico», la «più grande di sempre».
Un risul­tato stra­bi­liante, eppure scon­tato per quei 14 milioni di per­sone impie­gati a vario titolo nelle oltre 4 milioni di aziende fami­liari o con qual­che decina di dipen­denti (in tutto 9 milioni) che creano il tes­suto pro­dut­tivo ita­liano per eccel­lenza. «Il pros­simo governo e il Par­la­mento devono pren­dere atto di que­sta grande forza e dell’enorme males­sere: noi non mol­le­remo, saremo pro­po­si­tivi ma incal­zanti», avverte dal palco Marco Ven­turi, por­ta­voce della Rete che rag­gruppa le 5 mag­giori asso­cia­zioni di set­tore: Cas­sar­ti­giani, Cna, Con­far­ti­gia­nato, Con­f­com­mer­cio e Con­fe­ser­centi. «Ora il pre­si­dente del Con­si­glio ci deve con­vo­care», avverte Ven­turi. E tutti sanno che si rivolge già a Mat­teo Renzi che però in que­sta piazza (molto distante dal sen­ti­mento con­fin­du­striale espresso da Gior­gio Squinzi) entu­sia­sma ancora meno di Enrico Letta.
«Senza impresa non c’è Ita­lia, ripren­dia­moci il futuro», è lo slo­gan della mani­fe­sta­zione posto in bella mostra anche sul palco da dove pren­dono la parola i lea­der delle orga­niz­za­zioni, con toni più o meno duri a seconda del pro­prio pub­blico di rife­ri­mento. Il più “rude” è Gior­gio Mer­letti, pre­si­dente di Con­far­ti­gianto, che tra un «vaffa…» e l’altro usa un lin­guag­gio più da “for­coni” (ma qui non ve n’è trac­cia) che da Movi­mento 5 Stelle, il par­tito più get­to­nato della piazza. E infatti tra i rumo­rosi e colo­rati mani­fe­stanti la dele­ga­zione poli­tica più folta – e ben accetta – è pro­prio quella gril­lina (l’ex vice­mi­ni­stro dell’Economia, il Pd Ste­fano Fas­sina, per esem­pio, si prende dai mani­fe­stanti anche un po’ di fischi e di insulti) che da tempo bat­tono i temi cari a impren­di­tori e com­mer­cianti: meno tasse, meno buro­cra­zia, pres­sioni sulle ban­che per age­vo­lare il cre­dito o, come ricorda lo stesso M5S in una nota, «il finan­zia­mento di un fondo di garan­zia per le pic­cole imprese», «una seria legge anti-corruzione» e l’attuazione del loro emen­da­mento appro­vato alla Camera «che per­mette alle aziende cre­di­trici verso la Pub­blica ammi­ni­stra­zione di com­pen­sare le car­telle esat­to­riali di Equitalia».
Ma le istanze dell’impresa dif­fusa, dell’artigianato e del ter­zia­rio di mer­cato sono tante; le sto­rie infi­nite: diverse eppure sem­pre le stesse. C’è la cop­pia, pro­prie­ta­ria di un mobi­li­fi­cio di Verona che dal ’72 impie­gava 15 per­sone e ora è ridotto alla con­du­zione fami­liare, che dice: «Aspet­tiamo altri 5 o 6 mesi e poi, se nulla cam­bia, ci tra­sfe­ri­remo in Spa­gna dove la pres­sione fiscale è al 30% anzi­ché al 70%, oppure in Slo­vac­chia o in Croa­zia». C’è l’imprenditore di Cuneo (da dove sono par­titi in 700 per rag­giun­gere Roma) che rac­conta: «Nella mia azienda su cin­que impie­gati due seguono solo le pra­ti­che buro­cra­ti­che, per­ché l’Italia è l’unico Paese d’Europa dove l’informatizzazione dei sistemi ha pro­dotto solo caos, e ora la cosa più com­pli­cata è fare per esem­pio un’iscrizione on line per un appalto pubblico».
A Fermo hanno riem­pito 40 pull­man: «Della Valle e le grandi imprese lavo­rano tutte, la crisi ha ucciso solo noi pic­coli o micro impren­di­tori – rac­conta il pro­prie­ta­rio di tre super­mer­cati mar­chi­giani – la situa­zione è tal­mente grave che noi ci sosti­tuiamo allo Stato anche nel wel­fare, facendo cre­dito alla marea di pen­sio­nati che non arri­vano a fine mese. Eppure allo Stato abbiamo dovuto pagare le tasse anti­ci­pate al 100%. Viviamo nella mar­gi­na­lità e la nostra è diven­tata una guerra tra poveri». C’è chi si lamenta per «la libe­ra­liz­za­zione delle licenze com­mer­ciali che ha pro­dotto eccessi e con­cen­tra­zioni dell’offerta facendo per­dere pro­fes­sio­na­lità e ral­len­tando l’economia, anzi­ché acce­le­rarla». Ci sono le guide turi­sti­che che dicono «no alle guida nazio­nale, disa­stro cul­tu­rale», e ci sono cen­ti­naia di “bal­neari” in rap­pre­sen­tanza «delle 30 mila imprese del lito­rale ita­liano che occu­pano oltre 100 mila addetti». Loro pro­te­stano per «una errata inter­pre­ta­zione della diret­tiva Bol­ke­stein che anno­vera tra i ser­vizi le con­ces­sioni dema­niali delle spiagge, al con­tra­rio di quanto avviene per i flu­viali, per le piste da sci, le auto­strade o le acque mine­rali», e a causa della quale nel 2015 saranno costretti «a par­te­ci­pare a un’asta pub­blica in com­pe­ti­zione con le mul­ti­na­zio­nali e senza poter avere alcun rico­no­sci­mento degli inve­sti­menti fatti finora». Le «Donne da mare» difen­dono i loro «60 mila posti di lavoro, per­ché – dicono – è soprat­tutto fem­mi­nile l’occupazione dell’impresa bal­neare». Spie­gano che invece «in Spa­gna il governo è riu­scito ad avere una pro­roga dell’asta di ben 75 anni, e in Croa­zia di 90 anni», e chie­dono «a Renzi un incon­tro, per­ché non abbiamo ancora capito qual è la sua posi­zione a riguardo» (da notare però che i loro euro­par­la­men­tari di rife­ri­mento sono, come ten­gono a ricor­dare, soprat­tutto l’ex An Roberta Ange­lilli e il con­ver­tito Cri­stiano Magdi Allam).
Al di là dei torti e delle ragioni, sono sto­rie che rac­con­tano del Paese reale ben foto­gra­fato dai dati della Rete imprese Ita­lia: «La ric­chezza pro­dotta è dimi­nuita del 9%, quella pro capite dell’11,1%, il valore aggiunto dell’industria ridotto del 19,5%, il potere d’acquisto delle fami­glie dimi­nuito del 9,4%, la spesa fami­liare ridotta del 7,9%, la disoc­cu­pa­zione rad­dop­piata, quella gio­va­nile oltre il 40%, mille al giorno le imprese che dall’inizio della crisi hanno ces­sato l’attività». Sono numeri che esi­gono «una svolta», corag­giosa ed ener­ge­tica. Il gio­vane Renzi è avvisato.
ilmanifesto.it

Fiat Termini in standby, ma non arrendersi

L’accelerazione della crisi romana, con la caduta del governo Letta, ha fatto saltare il banco per il confronto romano sulla vertenza Fiat di Termini Imerese.
Salvatore Burrafato, sindaco di Termini Imerese fa brevemente il punto a Siciliainformazioni, invitando a mantenere nervi saldi e non perdere la pazienza.
“C’era grande attesa. Sapevamo – spiega – che l’incontro era a rischio. Il quadro politico ci portava ad avere qualche perplessità, le rassicurazioni di Zanonato ci avevano dato in qualche modo speranza. Come ho detto l’altro giorno è fondamentale che ci vengano accordati in tempi brevi quanto meno gli ammortizzatori sociali sino a tutto dicembre. I nuovi interlocutori ci mettano nelle condizioni di poter dire alla gente ed ai lavoratori che abbiamo ancora del tempo per continuare a lavorare. Oggi non si può chiudere la porta alla speranza. Se ci saranno rappresentanti della Sicilia nel nuovo Governo che ben vengano, ma Termini Imerese deve essere un problema di tutti”.
Burrafato chiarisce inoltre che il blocco delle lettere di licenziamento sarebbe un segnale di interlocuzione forte, in grado di aprire scenari non solo di transizione.
Le cause del rinvio dell’incontro previsto per il prossimo 18 febbraio sono scaturite evidentemente dal lato politico di assunzioni di responsabilità che il governo ormai alle spalle non può assumere.
Burrafato, uno dei “papabili” per la guida di uno dei Liberi Consorzi che potrebbero vedere la luce dopo la conclusione della travagliata legge, ribadisce con chiarezza la propria posizione: “Nessuno pensi che la pagina di Termini Imerese si possa archiviare con un tratto di penna. Il rilancio di Termini passa attraverso nuove politiche industriali, ma anche attraverso un impegno romano forte e chiaro”.
Tra gli sponsor del rilancio anche Beppe Lumia, mentre la visita a Termini di imprenditori di settore, ma non solo coreani e giapponesi, è più di un indiscrezione, ma ancora meno di una speranza.
siciliainformazioni.com