sabato 15 marzo 2014

Si gioca in Ita­lia in que­sti giorni una dop­pia par­tita... Non c’è più molto tempo

Sinistra . Rivoltare come un calzino la legge elettorale è necessario ma non basta. È la prospettiva politica del renzismo che va combattuta ritrovando un’autonomia di deputati e senatori per contrastare una presa del potere che prepara un altro ventennio
Si gioca in Ita­lia in que­sti giorni una dop­pia par­tita. La prima riguarda il con­so­li­da­mento poli­tico e di governo dell’operazione Renzi; la seconda il destino di una pro­spet­tiva rifor­ma­trice seria nel nostro paese, affi­data finora, con alti e bassi di varia natura, e tal­volta peri­co­losi cedi­menti ed equi­voci, — ma affi­data comun­que, — alle buone sorti del Pd. Se Renzi vince la prima, la seconda verrà scon­fitta, per un periodo pre­su­mi­bil­mente incalcolabile.
Quel che è uscito finora dal cap­pello di pre­sti­gia­tore dell’attuale segre­ta­rio Pd-presidente del con­si­glio è poco, con­fuso, con­trad­dit­to­rio, tal­volta incon­si­stente, spesso ine­si­stente, ma ine­qui­vo­ca­bil­mente decla­ma­to­rio e incon­fon­di­bil­mente pubblicitario.
Alcuni punti fermi. L’Italicum fonda le sue for­tune sull’asse con Sil­vio Ber­lu­sconi. Il che di per sé farebbe rab­bri­vi­dire, ma non c’è solo que­sto. Ha attra­ver­sato per un pelo i voti della Camera dei depu­tati. Lo scon­tro sulle “quote rosa” ha rima­ni­fe­stato di colpo l’esistenza sot­ter­ra­nea di un par­tito dei 101, più fedele a Renzi che al pro­prio par­tito e ai pro­grammi elet­to­rali sui quali que­sto si era con­qui­stato bene o male una mag­gio­ranza nell’ultimo voto. Restano, con le “quote rosa”, que­stioni tutt’altro che irri­le­vanti come quelle delle pre­fe­renze, delle soglie di sbar­ra­mento, delle alleanze e del pre­mio fuori misura allo sti­rac­chiato vin­ci­tore. Allo stato attuale delle cose è lecito pre­ve­dere, in caso di appro­va­zione, il rapido tran­sito alla Corte costi­tu­zio­nale per un sospetto, appunto, d’incostituzionalità (Azza­riti, Vil­lone, ripe­tu­ta­mente su que­ste colonne; ma anche su altri gior­nali il discorso cri­tico ha comin­ciato ad affacciarsi).
Dal punto di vista eco­no­mico, abbiamo tutto e il con­tra­rio di tutto: i dieci milioni di sgravi fiscali per i lavo­ra­tori dipen­denti più col­piti dalla crisi; e la pre­ca­riz­za­zione illi­mi­tata e defi­ni­tiva del mer­cato del lavoro (Alleva, il mani­fe­sto, 14 marzo). Ma soprat­tutto pende sulla mano­vra l’incertezza sulle sue fonti. Nes­suno sa, né il pre­si­dente del con­si­glio finora lo ha detto, a quali voci attin­gere per ren­dere reale la sua mira­bo­lante pro­spet­tiva (Fubini, la Repub­blica 13 marzo; Pen­nac­chi, l’Unità, 14 marzo).
Quel che Renzi offre al paese è un com­po­sto ibrido di posi­zioni, affer­ma­zioni, sug­ge­stioni e sol­le­ci­ta­zioni, di cui non è più suf­fi­ciente dire che non è più né di destra né di sini­stra, e nean­che di cen­tro, almeno nel senso tra­di­zio­nale del ter­mine, ma una nuova posi­zione politico-ideologica in cui può entrare di volta in volta tutto, pur­ché con­flui­sca a bene­fi­ciare il più pos­si­bile il pre­sti­gio e la for­tuna del Capo (o Capetto che dir si voglia).
Ade­rire alla pro­spet­tiva di Renzi non signi­fica dun­que sol­tanto rinun­ciare a una pro­spet­tiva e a una poli­tica di sini­stra; signi­fica rinun­ciare a una pro­spet­tiva “poli­tica”, se per poli­tica s’intende, e con­ti­nua a inten­dersi, come si è sem­pre inteso nella tra­di­zione poli­tica occi­den­tale (mica i Soviet, per inten­derci) un cor­retto, lim­pido e dichia­rato rap­porto tra valori, prassi e obbiet­tivi da rag­giun­gere (e, cir­co­lar­mente, viceversa).
Così facendo, Renzi si affianca, con la mag­gior verve che la gio­vane età e una natura esu­be­rante gli con­sen­tono, a quelli che, come ho avuto occa­sione di dire in un pre­ce­dente arti­colo, non sono più i suoi avver­sari ma i suoi con­cor­renti. Il popu­li­smo gli è, per­sino più che negli altri due, impresso nella sua stessa matrice gene­tica. Renzi vola, dal comune di Firenze alla segre­te­ria del Pd e di qui alla pre­si­denza del con­si­glio, in virtù di un’investitura (le pri­ma­rie dell’8 dicem­bre 2013) che non ha, mi ver­rebbe voglia di dire, nes­suna legit­ti­mità costi­tu­zio­nale. Non è dif­fi­cile ora arri­vare alla pre­vi­sione che, se fosse neces­sa­rio, non solo nel campo delle riforme ma nel campo di tutto, sarebbe dispo­ni­bile a fare, come ha già fatto, alleanze, espli­cite o sot­ter­ra­nee, con tutti.
Se le cose stanno così, — mi rendo conto, natu­ral­mente, che si potrebbe discu­tere a lungo di que­ste estre­mi­sti­che pre­messe, — biso­gna fer­mare Renzi prima che sia troppo tardi.
Non tanto per con­sen­tire la ripresa, anzi, la revi­vi­scenza, di una pro­spet­tiva poli­tica di sini­stra nel nostro paese, la quale, se cova ancora fra noi, come io penso, verrà fuori a suo tempo; quanto per con­sen­tire la ripresa di un libero, effet­tivo gioco poli­tico tra forze diverse, anche oppo­ste, tal­volta per­sino dia­lo­ganti e reci­pro­ca­mente inter­con­net­ten­tisi, ma dotate cia­scuna di un pro­prio regi­stro iden­ti­ta­rio, con il quale, orga­niz­za­ti­va­mente ed elet­to­ral­mente, iden­ti­fi­carsi o distin­guersi. Tutto ciò, mi rendo conto, non è facile. Soprat­tutto c’è poco, anzi quasi nes­sun tempo per farlo.
La prima sca­denza pos­si­bile è il dibat­tito in Senato sulla legge elet­to­rale. Biso­gna rivol­tare come un cal­zino il testo che arriva dalla Camera e, come dire, costi­tu­zio­na­liz­zarlo fino in fondo. Sui punti pre­ce­den­te­mente elen­cati sono stati assunti impe­gni pre­cisi (Ber­sani e altri). Vedremo cosa ne verrà fuori.
Ma non basta. Ha col­pito, nei mesi che ci sepa­rano dall’insediamento di Renzi alla segre­te­ria del Pd, e dalla sua pres­so­ché totale con­qui­sta della dire­zione di quel par­tito, come frutto anch’esso auto­ma­tico, delle pri­ma­rie del dicem­bre 2013, la subal­ter­nità, anzi, in nume­rose occa­sioni, la supi­nità della cosid­detta mino­ranza interna del Pd, la quale rap­pre­sen­tava tut­ta­via ancora a quella data quasi la metà degli iscritti al Partito.
Tor­niamo alle pre­messe del mio discorso. Se que­sta subal­ter­nità, o supi­nità, con­ti­nuano anche durante que­sta fase nella mar­cia di avvi­ci­na­mento di Renzi ad una gestione ormai non più discu­ti­bile del potere, non ci saranno altre occa­sioni nel corso, appros­si­ma­ti­va­mente, dei pros­simi dieci anni. Biso­gne­rebbe dun­que agire subito, e costi­tuire, tutti gli eletti Pd che intrav­ve­dono il rischio mor­tale con­te­nuto in tale pro­spet­tiva, gruppi par­la­men­tari auto­nomi, distinti da quelli ren­ziani, — e poten­zial­mente più con­si­stenti di que­sti, — per rove­sciare, nella chia­rezza della nuova situa­zione, lo svol­gi­mento nega­tivo, anzi cata­stro­fico, delle pre­messe poste alla base del mio discorso. Per impe­dire a Renzi di con­qui­stare una gestione illi­mi­tata del potere, si dovreb­bero recu­pe­rare ora, subito e soli­da­mente, e cioè con un pre­ciso e indi­scu­ti­bile atto for­male, le con­di­zioni di una pro­spet­tiva rifor­ma­trice seria nel nostro paese.
Non si tratta di una seces­sione. Anzi. Si tratta di rista­bi­lire un giu­sto equi­li­brio fra l’espressione che c’è stata del voto elet­to­rale e l’uso che ora ne vien fatto. Depu­tati e sena­tori del Pd sono stati eletti sulla base di un diverso pro­gramma poli­tico, con obiet­tivi diversi, una diversa lea­der­ship, una diversa dina­mica delle scelte da assu­mere. Devono sem­pli­ce­mente far rie­mer­gere quel che le pri­ma­rie di par­tito del dicem­bre 2013 sem­bre­reb­bero aver inna­tu­ral­mente sep­pel­lito. Se mai saranno gli altri a pro­te­stare e a ten­tare di farsi valere. Ma non dovrebbe pre­va­lere l’opinione di un gruppo su quella di milioni di elettori.
Con­se­guenze pos­si­bili (pos­si­bili, ripeto, solo se l’andamento del pro­cesso viene rove­sciato, e rove­sciato ora): ricon­qui­stare, — e rifare, — que­sto par­tito. E cam­biare la com­po­si­zione par­ti­tica che sta attual­mente alla base della mag­gio­ranza par­la­men­tare che regge que­sto governo. Se que­sta com­po­si­zione cam­bia, pos­sono aprirsi sce­nari per ulte­riori cam­bia­menti. Se que­ste pos­si­bi­lità ven­gono espe­rite fino in fondo, non è per niente detto che il governo, cioè l’Italia, — iden­ti­fi­ca­zione que­sta che viene con­ti­nua­mente ed enfa­ti­ca­mente ripe­tuta, ma che andrebbe quanto meno discussa, — vadano a carte qua­ran­totto. Magari ne viene fuori lo stesso governo, ma diverso. Oppure un governo tutto diverso. E magari più forte. E più cre­di­bile, anche a livello euro­peo. Quel che è asso­lu­ta­mente certo è che restare immo­bili e indi­fesi den­tro la mano­vra ren­ziana, rap­pre­senta la morte, non solo per il governo, non solo per il Pd, non solo per i gruppi par­la­men­tari del Pd, ma anche e soprat­tutto, que­sta volta sì, per l’Italia.

Milano, i fascisti si chiudono in albergo

Neonazi. Casa Pound e Alba Dorata oltraggiano la città medaglia d'oro della Resistenza con un convegno all'hotel Admiral di via Domodossola. Gli antifascisti (militanti, centri sociali, partiti e associazioni) chiedono alle istituzioni di negare l'agibilità politica. Pressioni anche nei confronti della proprietà dell'albergo che ospita il raduno
A volte ritor­nano. A Milano non è mai troppo alle­gra una fine set­ti­mana di ini­zia­tive anti­fa­sci­ste quando i fasci­sti ci sono dav­vero. Qui non è una pre­senza che passa inos­ser­vata, anche se quei pochi che ci pro­vano fanno sem­pre di tutto per nascon­dersi nel peg­giore dei modi. E comun­que la cac­cia all’indirizzo dell’ultimo raduno neo nazi rimane pur sem­pre il miglior vei­colo pub­bli­ci­ta­rio (per loro).
Oggi alle 16, dopo tanto stu­diato riserbo, si ritro­vano all’Hotel Admi­ral di via Domo­dos­sola, zona Fiera. Sono gli adepti di Casa Pound Milano, una ven­tina di mili­tanti, ma que­sta volta con tanto di ospiti spe­ciali: alcuni espo­nenti di Alba Dorata, il par­tito dell’estrema destra greco che non ha certo biso­gno di pre­sen­ta­zioni. Par­le­ranno di Europa e di come ribel­larsi alla dit­ta­tura della finanza e que­sto, al di là del gla­mour hor­ror, è un pro­blema piut­to­sto serio, per­ché per la prima volta l’essere “anti­si­stema” dell’estrema destra rischia di tro­vare con­sensi tra­sver­sali. Quanto agli anti­fa­sci­sti, come sem­pre, come è dove­roso che sia, a loro tocca il ruolo forse poco esal­tante di sentinelle.
Non c’è voglia, né forze, per pre­pa­rare una piazza. E allora la stra­te­gia comunicat(t)iva degli anti­fa­sci­sti mila­nesi punta almeno a con­vin­cere l’albergo a chiu­dere le porte in fac­cia agli imba­raz­zanti con­ve­gni­sti (è suc­cessa la stessa cosa a Monza, dove pro­prio oggi un hotel ha rifiu­tato una sala a Forza Nuova, all’ultimo minuto e dopo mille pressioni).
“Egre­gio diret­tore dell’Hotel Admi­ral, mi uni­sco a quanti le hanno già scritto per dis­sua­derla a con­ce­dere”… comin­cia così la let­te­rina gar­bata che sta inta­sando la posta elet­tro­nica della dire­zione dell’albergo. Dif­fi­cile però che annul­lino la pre­no­ta­zione della sala dopo un solo giorno di mobi­li­ta­zione, a meno che non si ren­dano conto che non è bello vedersi asso­ciati ad una for­ma­zione neo nazi­sta. Poi c’è la poli­tica, tutta.
Cgil, Fiom, Rifon­da­zione, Sini­stra per Pisa­pia, cen­tri sociali, asso­cia­zioni, tutti a far pres­sioni sulle isti­tu­zioni (que­stura e pre­fet­tura soprat­tutto) per­ché non con­ce­dano spazi di agi­bi­lità all’estrema destra. Molti si aspet­tano anche una presa di posi­zione decisa da parte della giunta di Palazzo Marino, e magari di qual­che par­la­men­tare par­ti­co­lar­mente sen­si­bile alle ragioni sto­ri­che che fanno di Milano la piazza più anti­fa­sci­sta d’Italia. Una piazza che soprat­tutto nella sua parte più mili­tante per que­sti due giorni si è già messa in moto per ricor­dare Davide Cesare, detto Dax, il ragazzo ucciso da due balordi anti­fa­sci­sti undici anni fa in via Brio­schi. Un motivo in più per vivere come un insulto la pre­senza di Casa Pound ed Alba Dorata a Milano.
Diverse, infatti, sono le ini­zia­tive pre­vi­ste. Oggi, a Monza, è con­fer­mato alle 15 il pre­si­dio anti­fa­sci­sta con­tro la pre­senza di Forza Nuova. Due ore dopo, a Novate Mila­nese, cor­teo in piazza Mar­tiri della Libertà con­tro l’ingresso di Casa Pound nel con­si­glio comu­nale (con un con­si­gliere sim­pa­tiz­zante). Sem­pre oggi, a Roz­zano, alle 22, in via Fran­chi Maggi 118, con­certo per Dax con Banda Bas­sotti, Los Fasti­dios, Skas­sa­punka e Cleo­pa­tra Sound. Domani, invece, in Ripa dei Mal­fat­tori (Ripa di Porta Tici­nese 83), alle 16 incon­tro con i com­pa­gni fran­cesi del Comité pour Cle­ment (nel nome del ragazzo ucciso a Parigi l’anno scorso dai fasci­sti). Poi, alle 21, in via Brio­schi, musica e cor­teo sem­pre per Dax, lungo le vie del “suo” quar­tiere Ticinese.
di Luca FAzio - ilmanifesto.it

l’intenzione è quella di restringere sempre più il potere degli elettori. E il pluralismo, a tutto vantaggio dei partiti maggiori

Da Romolo a Mat­teo Renzi. Il senato si avvia davv­vero a scom­pa­rire? L’Assemblea delle auto­no­mie pro­po­sta dal pre­si­dente del Con­si­glio non è solo la cor­re­zione, attesa da anni, del bica­me­ra­li­smo pari­ta­rio, ma un inter­vento pro­fondo nell’architettura della Costi­tu­zione. La costi­tu­zio­na­li­sta Lorenza Car­las­sarre lo boc­cia in pieno. Con una pre­messa. «L’idea di limi­tare a una camera il rap­porto fidu­cia­rio del governo è vec­chia e con­di­visa. Ma per affi­dare al senato fun­zioni di garan­zia poli­tica o di rac­cordo con i cit­ta­dini sui ter­ri­tori. Qui non si fa né l’una cosa né l’altra. Mor­tati già nell’assemblea Costi­tuente diceva che il senato avrebbe dovuto ’inte­grare la rap­pre­sen­tanza’. La bozza che ha pre­sen­tato Renzi è la nega­zione di quel pensiero».
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Pro­fes­so­ressa Car­las­sare, come andrebbe supe­rato a suo giu­di­zio il bica­me­ra­li­smo paritario?
Ho tro­vato nei lavori della com­mis­sione bica­me­rale del ’97 una pro­po­sta inte­res­sante. Si imma­gi­nava allora il senato come un con­trap­peso isti­tu­zio­nale al governo, reso neces­sa­rio dall’affermarsi dei sistemi mag­gio­ri­tari nei quali l’equilibrio si spo­sta fatal­mente in favore dell’esecutivo. E in que­sto caso, cito dalla rela­zione della bica­me­rale, si impone la valo­riz­za­zione della fun­zione di con­trollo demo­cra­tico verso il governo stesso. Il senato avrebbe dovuto occu­parsi delle libertà della per­sona, degli orga­ni­smi neu­trali e del sistema di informazione.
L’Assemblea delle auto­no­mie rea­lizza almeno l’altro obiet­tivo, quello di rap­pre­sen­tare i territori?
Non mi pare. Così com’è pro­po­sta non è espres­sione del popolo della regione, delle sue diverse istanze e inte­ressi. Sem­bra più un organo di rac­cordo dei governi regio­nali tra loro e con il governo cen­trale. Pro­prio in que­sta fase sto­rica in cui cre­sce la domanda di par­te­ci­pa­zione, si risponde esclu­dendo gli elet­tori dalla scelta dell’istituzione. L’obiettivo è chiarissimo.
Qual è?
Vedo un filo logico tra la riforma elet­to­rale e que­sta pro­po­sta sul bica­me­ra­li­smo. L’intenzione di restrin­gere sem­pre più il potere degli elet­tori è la stessa. Si punta a ridurre il peso del popolo sovrano, addo­me­sti­carlo, taci­tarne la volontà. Dimi­nuire le garan­zie demo­cra­ti­che è in fondo un desi­de­rio da molti anni domi­nante. Ma qui, con que­sta nuova assem­blea dei nota­bili che si sosti­tui­sce agli eletti dal popolo, il dise­gno appare chia­ris­simo. E che dire poi dei 21 nomi­nati diret­ta­mente dal pre­si­dente della Repub­blica che potreb­bero da soli for­mare una pat­tu­glia nutrita in grado di spo­stare gli equi­li­bri poli­tici all’interno della assemblea.
Ma i pre­si­denti di regione e i sin­daci sono in fondo eletti dai cittadini.
Pec­cato che i pre­si­denti di regione in una data tor­nata elet­to­rale potreb­bero benis­simo essere tutti o quasi tutti espres­sione della stessa forza poli­tica. È già suc­cesso. E i due con­si­glieri regio­nali man­dati a Roma sareb­bero a tutto con­ce­dere rap­pre­sen­tanti dei due par­titi mag­giori, gli stessi che stanno dise­gnando una legge elet­to­rale a loro uso e con­sumo. Cioè in pra­tica si vuole con­sen­tire l’esistenza di due soli par­titi, stron­care il plu­ra­li­smo che invece è un con­cetto che per­vade tutta la Costi­tu­zione. La stessa cosa si fa met­tendo nella legge elet­to­rale la soglia di sbar­ra­mento all’8%.
Siste­mata la com­po­si­zione di que­sta Assem­blea, che dice delle fun­zioni che si imma­gina di dare a que­sti senatori-non più senatori?
Che non essendo eletti non pos­sono avere la fun­zione legi­sla­tiva che si vuole dare loro, oltre­tutto per leggi impor­tan­tis­sime come quelle costi­tu­zio­nali. Non sono espres­sione del corpo elet­to­rale, non rap­pre­sen­tano il plu­ra­li­smo, e dovreb­bero par­te­ci­pare al pro­ce­di­mento di revi­sione? Ma scher­ziamo? È una vio­la­zione pre­cisa del prin­ci­pio costi­tu­zio­nale della sovra­nità popo­lare. Ma le assur­dità non sono finite. Que­sti sena­tori dovreb­bero con­cor­rere all’elezione degli organi di garan­zia, il pre­si­dente di que­sto senato dovrebbe avere fun­zioni di sup­plenza del pre­si­dente della Repub­blica, rap­pre­sen­tando la seconda carica dello stato… Basta, sono senza parole.
ilmanifesto.it

Studenti occupano Ducale, mostra gratis

Centocinquanta studenti del movimento 'Reup' (Rete Universitaria Precaria) hanno occupato questo pomeriggio l'ingresso di Palazzo Ducale chiedendo e ottenendo di poter visitare gratuitamente la mostra di Edward Munch. Sono intervenuti vigili urbani e agenti della Digos che hanno bloccato l'accesso dei manifestanti. Per evitare disagi la mostra e stata chiusa al pubblico. Al termine di una trattativa è stato deciso di concedere l'ingresso gratuito agli studenti divisi per gruppi.
ansa