venerdì 21 marzo 2014

Madri famiglia-prostitute a Palermo

Tra loro un'ex titolare di asilo nido a altre due disoccupate

Un centro massaggi e sesso a pagamento è stato scoperto dalla Polizia nei pressi dei cantieri navali a Palermo. Quando gli agenti hanno fatto ingresso nell' appartamento hanno trovato tre donne non più giovanissime in abiti succinti. Tutte madri di famiglia. Una di loro finora era la titolare di un asilo nido privato, ha raccontato di essere stata spinta a prostituirsi dopo la chiusura della struttura scolastica. Analoghe le vicissitudini delle altre due, entrambe recentemente licenziate.

ansa

Il muro della vergogna. Betlemme, dieci anni dopo

di Betta Tusset
Se lo ricordano bene, gli abitanti di Betlemme, quel 1° marzo 2004. Si ricordano le camionette dell'esercito d’occupazione, con i blocchi di plastica alti un metro o poco più, che improvvisamente davano il via anche nella loro città all'incubo del muro. La “barriera di separazione”, il “muro di separazione”, la “barriera di sicurezza”, la “chiusura di sicurezza”, e infine il “muro della vergogna”, il “muro dell'Apartheid”: quanti nomi hanno dovuto apprendere da quel giorno, quanti distinguo intrisi di ipocrisia si sono celati in questi anni dietro quel gigante di cemento grigio, che ha stravolto le loro giornate, il loro movimento, spesso la loro stessa sopravvivenza.
Se lo ricordano bene quel giorno le suore del Baby Hospital, che da allora e ogni volta che è stato possibile hanno lanciato il loro appello accorato e oggi quasi sfinito: fatelo cadere, aiutateci ad abbatterlo con la denuncia, con l'azione nonviolenta, con la preghiera!
Oggi, dieci anni dopo, mentre a Betlemme e in molte città italiane si ricorda questa triste data pregando e riflettendo insieme agli amici di Un ponte per Betlemme promosso da Pax Christi, prendiamo in mano una cartina dell'Ocha (v. immagine grande a destra), l'ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell'Onu, e guardiamo lo scempio. E il disegno, dieci anni dopo, si fa chiaro: Har Homa, Gilo, Har Gilo, Betar Illit e tutto il blocco delle colonie di Gush Etzion si spalmano violacee e beffarde attorno alla città del pane, dell'accoglienza gratuita. Tutte attorno al muro, quasi a fargli da corona.
Solo una piccola linea cede ai contorni ormai delineati: un pezzettino ancora manca. È quello appena sopra Beit Jala, dove la resistenza nonviolenta, ultima di tante piccole azioni di protesta (ricordiamo nel 2010 quelle messe in atto dagli abitanti di Al Walajeh insieme ai tanti internazionali), sta se non altro impegnando non poco la corte di giustizia israeliana, grazie alla protesta delle 58 famiglie che non vogliono cedere le loro terre al muro. La valle di Cremisan infatti si trova tra gli insediamenti illegali di Gilo e Har Gilo. Il muro fornirà ad Israele più terra per espandere entrambe le colonie. Come sempre, in questi dieci, lunghissimi anni. E così, soprattutto, si andrebbe a chiudere... il semicerchio.
E allora ecco perché. Signori, ecco a voi i nuovi confini. Perchéla linea verde, la Green line del '49 è al di là di tutto questo. Ma il muro legittima di fatto, in questa terra dove ormai da troppo tempo i fatti contano molto più del diritto internazionale, l'annessione definitiva di queste colonie a Israele. E ancora una volta il discorso si sposta dal diritto alla sicurezza, che comunque non può avvenire sacrificando libertà e sicurezza altrui. E Betlemme, la piccola Betlemme, preziosa per attrarre turisti anche all'ente del turismo israeliano, incuneata dentro. Anche all'approssimarsi del Natale scorso, infatti, Israele ha cercato di rassicurare i turisti: il ministro del turismo di Israele, Uzi Landau, ha affermato: «Facciamo tutto il possibile affinché i cristiani possano visitare i luoghi sacri». Forse nessuno l'aveva avvisato che anche a Betlemme ci sono cristiani. E soprattutto che a Betlemme ci sono i suoi abitanti, cristiani o musulmani che siano, che vorrebbero tanto e ormai disperatamente veder riconosciuta anche la loro, di sicurezza, solamente in quanto individui: quella di poter domani muoversi liberamente, senza suddividere la giornata contando il tempo che occorre per aggirare i percorsi che il muro obbliga ciascuno di loro a fare per sopravvivergli.
Questi dieci anni sono stati duri per i betlemiti: lo confermano i tanti negozi sbarrati, i passi stanchi, gli sguardi sfiduciati delle persone che si aggirano per la città in questi giorni. The wall, the wall, dicono indicando il mostro. Non serve snocciolare i numeri delle persone che hanno perso il lavoro, la casa, la salute a causa del muro. Non serve elencare quanti adulti non sono riusciti a raggiungere in tempo gli ospedali “di là”, quanti bambini hanno ottenuto una corsia preferenziale per il cielo, in attesa che l'ambulanza arrivasse da “di là”, a prenderli in tempo. Non serve numerare gli alberi da frutta e gli ulivi abbattuti dall'esercito di occupazione, le terre confiscate, le case abbattute, i lacrimogeni e le pallottole lanciati in risposta alle pietre. Non serve misurare la lunghezza delle code dei betlemiti che ogni notte, permesso in mano e pronti a slacciare la cintura dei pantaloni, si sono messi in coda al checkpoint, divenuto ormai una sorta di “terminal” ipertecnologico e asettico, in attesa di andare a lavorare a giornata di là cioè, assurdamente, ancora in Palestina. Non importa ormai più “quanto” di tutto questo. Sappiate solo che tutto ciò è accaduto e sta accadendo.
* Pax Christi (bettatus@libero.it)
in adista segni nuovi 2014 n. 10

Abbiamo bisogno di qualcosa di più, più di un papa, più di un Concilio…

di Xavier Pikaza - adista
Molti sono (siamo) sorpresi per le cose che dice e che fa papa Francesco, in linea con il Vangelo. Ci pare che sia una cosa assai buona, ma riteniamo che la Chiesa abbia bisogno di qualcosa di più di un papa (per quanto un papa come Francesco sia necessario).
Molti siamo convinti che il Concilio Vaticano II (1962-1965) sia stato un dono per la Chiesa e che la sua visione generale e i suoi documenti debbano essere attualizzati e portati a compimento. Pensiamo, però, che non basti più un Concilio, perché forse l’era dei Concilii episcopali della Chiesa, iniziata nel palazzo imperiale di Nicea, è giunta al suo termine.
Abbiamo bisogno di qualcosa di più, più di un papa, più di un Concilio…

1. PIÙ DI UN MERO CONCILIO
Risulta comprensibile che alcuni, in questo momento di cambiamento, auspichino la celebrazione di un nuovo Concilio, il quale definisca come debba essere la Chiesa e, all’interno di essa, la struttura gerarchica, seguendo il modello medievale del Concilio di Costanza (1414-1418) (quello che affermava la superiorità del Concilio sul papa, ndt). Piacerebbe loro che si definissero subito nuove strutture per la Chiesa, risolvendo dall’alto temi come il celibato, l’ordinazione delle donne, il potere dei vescovi, la funzione del papa…
‒ Non è il momento. Oggi, nel 2014, con una maggioranza di vescovi nominati in base a una linea decisamente sacrale e persino fondamentalista, un Vaticano III a cui assisterebbero solo questi risulterebbe poco rappresentativo dell’insieme della Chiesa e della dinamica del Vangelo. Un Concilio cristiano appare oggi impossibile senza la partecipazione dell’insieme delle Chiese impegnate nel servizio dei poveri a partire da Gesù.
‒ Cominciare dalla vita. Più che un Concilio che decida dall’alto cosa sono o devono fare i credenti, vogliamo Chiese che esplorino e percorrano cammini di Vangelo, dal basso, nel servizio ai poveri, in comunione mutua, senza attendere soluzioni esterne. Per questo, sembra necessario vivere ancora un tempo di “caos”, per imparare a condividere la sofferenza di quanti sono stati espulsi dalla vita e per aprire con loro un cammino di libertà (...). Nessuno (né dentro né fuori della Chiesa) deve dare ai cristiani l’autorità per pensare e celebrare, per organizzarsi e decidere della propria vita, poiché quell’autorità la possiedono già (cfr Mt 18,15-20), essendo loro stessi Concilio permanente.
‒ Contro l’endogamia. Un Concilio chiuso su se stesso, impegnato solo su temi interni alla Chiesa, sarebbe un segno di egoismo. Quello che importa sono i poveri, non un Concilio centrale. D’altra parte, nella misura in cui è comunione e servizio di amore, tutta la vita cristiana è Concilio, cioè riunione permanente di quanti sono convocati dallo Spirito di Cristo per annunciare il Vangelo della libertà e della vita. In base a questo, il Concilio non deve essere un atto separato, ma espressione della vita delle Chiese, bazar permanente di molteplici contatti in cui uomini e donne donano e condividono la propria vita (cfr 1Cor 13). (…).
L’autentico Concilio delle Chiese è la loro vita quotidiana, nella quale si vanno creando forme concrete e impegnate di presenza e di servizio ai poveri (…).
In questo senso, essere cristiani è “vivere in Concilio”, coltivando l’unità che sorge dalla parola e dalla vita condivisa, a partire dai più poveri. Solo in questo contesto si potrà parlare di vescovi e papi, con altri ministri ugualmente importanti. Il cristianesimo è Concilio o rete di relazioni che non si possono delegare, di modo che non possa mai sorgere una persona (un papa) o un comitato (un’autorità collegiale) che costringa al silenzio gli altri e parli a loro nome senza averli ascoltati. Questo cristianesimo conciliare a cui alludo non deve fare grandi cose (edificare cattedrali, creare commissioni, vincere guerre), ma essere semplicemente un ponte in cui tutti possano incontrarsi. (…).

2. PIÙ DI UN PAPA, UNA GRANDE UTOPIA
Finora ha trionfato un tipo di globalizzazione economico-politica che ha assunto forme elleniste o, ancor meglio, platoniche, con una separazione di livelli (sopra lo spirituale, sotto il materiale) e con una struttura gerarchica in cui i nobili (i saggi-degni-superiori) dominano i plebei (ignoranti-indegni-inferiori). In questi ultimi secoli, tale sistema è sfociato in un tipo di capitalismo neoliberista, introducendo un nuovo e più forte modello di separazione classista sul piano economico e tecnico, militare e amministrativo. Ebbene, a questa tendenza opponiamo la cattolicità cristiana, partendo dalla grazia di Dio che si esprime nei poveri.
Per questo, per coerenza storica e spirito evangelico, quelli che si dicono successori di Pietro e capi delle Chiese devono tornare nel luogo in cui è stato Gesù (e i primi cristiani: Maddalena, Pietro, Paolo…), tra gli affamati e gli emarginati dell’antico impero, per riscoprire e ricreare la cattolicità del Vangelo, senza con ciò assumere il potere, in quanto, se lo facessero, smetterebbero di essere segno del Vangelo. (…).
Quello che unisce la Chiesa non sono dei dogmi proposti in modo più o meno ellenista (secondo i Concilii), né leggi fissate in un Codice di Diritto Canonico, né l’alta gerarchia, ma la mutazione evangelica di Cristo, che si esprime nell’amore reciproco e nel pane condiviso, in un perdono che non è offerto dall’alto (come effetto di una misericordia classista), ma dagli stessi peccatori perdonati. In questo contesto si situa la dichiarazione fondativa della prima assemblea o Concilio di Gerusalemme, dove i rappresentanti delle comunità (che non erano vescovi), discussero, dialogarono e finirono per mettersi d’accordo sull’essenziale, dichiarando: «Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi…» (At 15,28). Quell’«abbiamo deciso…» significa che i cristiani si scoprono mossi dallo Spirito di Cristo e in questo modo è apparso loro come un bene che le comunità di linea paolina (accettate da Pietro) potessero aprirsi ai gentili, chiedendo loro solo che si ricordassero dei poveri (cfr Gal 2,9-10).
Certamente, all’interno della comunione condivisa dallo Spirito, possono e devono esserci funzioni differenti (cfr 1 Cor 12-14), come quella che il Gesù pasquale affidò a Pietro dicendogli: «Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,31-32). Pietro svolse un compito molto importante agli inizi della Chiesa, ma con lui dobbiamo ricordare Maddalena e Maria, la madre di Gesù, con Giacomo e con Paolo e con molti altri. Il Dio di Gesù parla a ciascuno, nella sua intimità, ma in comunione con altri.
Senza dubbio, è importante che i credenti ascoltino in modo personale la Parola (attraverso la Scrittura o per ispirazione interiore), come hanno posto in rilievo i cristiani evangelici. Ma bisogna anche potenziare la vita delle comunità, che esplorano e procedono per tentativi, che aprono e offrono cammini di esperienza condivisa (di Vangelo), in questo tempo in cui molti di noi si sentono minacciati dal sistema, condannati all’individualismo o dominati da gruppi di pressione che vogliono imporci la loro volontà.
In tale contesto, bisogna rimarcare che tutti i cristiani sono sacerdoti, perché il sacerdozio comune dei fedeli (fondato sulla fede e sul battesimo, cioè sul radicamento ecclesiale) è la prima cosa. Per questo, la celebrazione del battesimo e dell’eucaristia non è un diritto che i vescovi o il papa concedono ai fedeli, ma un elemento essenziale delle comunità che possono ricevere nuovi credenti e celebrare la memoria di Gesù. Per questo, non è la gerarchia a rendere possibile l’eucaristia, ma il contrario: la stessa eucaristia, celebrata dall’insieme della comunità, riunita nel nome di Gesù, rende possibile la nascita di una comunità in cui i credenti possiedono e condividono doni diversi, ma tutti al servizio dello stesso corpo ecclesiale (cfr 1Cor 12-14).