martedì 29 luglio 2014

Per cambiare la sinistra serve un’azione dal basso, ma anche un’operazione di indirizzo che parta anche dal vertice


Anche in Ita­lia la Grande Crisi è finita. Da qual­che tempo viviamo una nuova fase. Oggi siamo alle prese con gli effetti della poli­tica eco­no­mica della Ue, che ha tra­sfor­mato la tur­bo­lenza finan­zia­ria esplosa nel 2008 in una guerra sociale con­tro i paesi in dif­fi­coltà. Eppure si può trarre un primo bilan­cio som­ma­rio dei risul­tati poli­tici che essa ha pro­dotto e con­ti­nua a pro­durre. Parlo di risul­tati poli­tici e mi limito alle forze poli­ti­che della sini­stra. Non getto nep­pure uno sguardo al fondo della società che la sini­stra tra­di­zio­nal­mente rap­pre­senta e difende: classe ope­raia, ceti medi, mondo della scuola e dell’Università, lavo­ra­tori intel­let­tuali. Qui gli arre­tra­menti sono pro­fondi e gene­ra­liz­zati. Basti pen­sare all’allungamento dell’età della pen­sione, all’inferno degli eso­dati, al dato stu­pe­fa­cente di 6 milioni di poveri asso­luti da poco cen­siti dall’Istat, basti ricor­dare che quasi un gio­vane su due non ha lavoro. Per bre­vità nep­pure un cenno al sin­da­cato, alla Cgil, un pachi­derma che si è defi­ni­ti­va­mente addor­men­tato. È sul piano poli­tico, delle for­ma­zioni della sini­stra, che voglio pun­tare lo sguardo. Non doveva essere la Grande Crisi, uno dei più cla­mo­rosi fal­li­menti del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo, occa­sione di cre­scita delle forze poli­ti­che anta­go­ni­ste, di rior­ga­niz­za­zione del fronte alter­na­tivo? Non ha mostrato e non con­ti­nua a mostrare il neo­li­be­ri­smo di essere, con le sue ricette dog­ma­ti­che, il motore che ali­menta le tur­bo­lenze finan­zia­rie e le disu­gua­glianze distrut­tive del tes­suto sociale e della stessa sta­bi­lià eco­no­mica?
Dun­que una sta­gione di pos­si­bi­lità per la sini­stra, che doveva con­qui­stare masse sem­pre più deluse e impau­rite con la forza per­sua­siva del pro­prio diverso rac­conto. Non è andata così. Con ogni evi­denza le varie for­ma­zioni dello schie­ra­mento mul­ti­forme che con­ti­nuiamo a chia­mare sini­stra sono uscite tutte ridi­men­sio­nate, inde­bo­lite o pro­fon­da­mente tra­sfor­mate. Sel alle ultime ele­zioni del 2013 si è atte­stata al 3,20%; Rivo­lu­zione civica, che incor­po­rava Rifon­da­zione comu­ni­sta, al 2,25%. Da qual­che mese il Pd — che certo molto par­zial­mente poteva essere anno­ve­rato nell’area della sini­stra — è diven­tato un par­tito popu­li­sta, coman­dato da un capo. Un capo che mira a cam­biare, d’accordo con la più squal­lida destra che mai abbia cal­cato la scena poli­tica repub­bli­cana, la forma dello stato democratico.
Dun­que, sul piano dell’allargamento del con­senso, da que­sti anni, che pure sono stati di mobi­li­ta­zione e di lotte, di qual­che bat­ta­glia vinta (refe­ren­dum sull’acqua pub­blica), risul­tati più miseri non pote­vamo rac­co­gliere. Senza il 4% della lista «L’altra Europa con Tsi­pras» saremmo al disa­stro. Per dirla con una frase fol­go­rante di Paso­lini,
Ebbene, io credo che tali esiti dovreb­bero costi­tuire oggi il cen­tro della rifles­sione di tutti i pro­ta­go­ni­sti della scon­fitta. Usiamo la parola neces­sa­ria. Scon­fitta. Un punto di par­tenza impre­scin­di­bile per assi­cu­rare un avve­nire pos­si­bile alla sini­stra ita­liana, a una forza di oppo­si­zione in grado di affron­tare le sfide duris­sime che si annun­ciano all’orizzonte. Sapendo che, se passa la nuova legge elet­to­rale in discus­sione in Par­la­mento, l’irrilevanza isti­tu­zio­nale attende buona parte di quel che resta dello schie­ra­mento di sini­stra.
Che cosa è acca­duto? Per­ché il con­senso elet­to­rale desti­nato alle forze di sini­stra è andato al Movi­mento 5 Stelle o all’astensione? Natu­ral­mente non basta una revi­sione cri­tica delle cam­pa­gne elet­to­rali. Occorre rimet­tere in discus­sione espe­rienze del pas­sato, assetti, stra­te­gie, forme di orga­niz­za­zione, stili di lavoro. Io credo che il dibat­tito aperto dall’ «Altra europa per Tsi­pras» – ma anche la discus­sione su que­sto gior­nale, cui ha dato un ulte­riore con­tri­buto Asor Rosa il 19 luglio — dovrebbe essere accom­pa­gnato da «un’azione paral­lela» che io defi­ni­rei senza tanti giri di parole, di ver­tice. Credo nella neces­sità di ristretti tavoli di lavoro nei quali si stu­dino forme pos­si­bili di nuove archi­tet­ture uni­ta­rie delle forze della sini­stra. I pic­coli par­titi sono bloc­chi di potere, neces­sa­ria­mente pru­denti e timo­rosi. Non si sciol­gono senza trat­ta­tive che ne sal­va­guar­dino il patri­mo­nio, i legami sociali. Tale strada non è in con­trad­di­zione con le pro­spet­tive di una for­ma­zione poli­tica che non ras­so­mi­gli ai vec­chi par­titi, che si fondi sulla par­te­ci­pa­zione dal basso, ma è meto­do­lo­gi­ca­mente un momento d’avvio inag­gi­ra­bile. Ci vuole sem­pre un punto d’appoggio per rove­sciare il mondo. E que­sto non può essere il magma delle assem­blee, che sono la ric­chezza della demo­cra­zia, dove si accende il fuoco delle idee, ma che poi devono soli­di­fi­carsi in strut­ture in grado ren­dere per­ma­nente la mili­tanza poli­tica.
La lista dell’«Altra europa» non sarebbe mai sorta senza l’iniziativa dall’alto di un gruppo di pro­mo­tori. E l’assemblaggio delle varie forze, il nome di Tsi­pras, hanno dato al pro­getto un con­te­ni­tore cre­di­bile che ha mobi­li­tato le forze ren­dendo pos­si­bile il suc­cesso. Lo sforzo di dise­gnare le forme di un’ampia aggre­ga­zione uni­ta­ria risponde anche a tale scopo: susci­tare ener­gie, dare ai con­flitti in atto o atti­va­bili una pro­spet­tiva poli­tica dure­vole e inclu­dente.
Negli ultimi anni abbiamo esal­tato «Occupy Wall Street» o le acam­pa­das dei gio­vani madri­leni. Col sot­tin­teso che in Ita­lia siano man­cate le lotte. Non è così: le lotte sono state innu­me­re­voli, aspre, su tutte le lati­tu­dini della peni­sola e hanno coin­volto gli ope­rai, i disoc­cu­pati, gli stu­denti, gli inse­gnanti, i ricer­ca­tori, i senza casa. Quel che è man­cato — e crea alla fine stan­chezza, ras­se­gna­zione e fuga — è stata una forza uni­ta­ria che facesse da col­lante gene­rale, da con­ti­nua­tore isti­tu­zio­nale della spinta par­tita dal basso. Oggi l’assenza di un tale sog­getto e di una tale pro­spet­tiva è alla base dell’inerzia e della ras­se­gna­zione che si respira in giro.
Eppure, mal­grado tutto, la pro­spet­tiva per la sini­stra rimane aperta. Obbli­ga­to­ria­mente aperta. E occorre un senso di respon­sa­bi­lità assai ele­vato da parte di tutti. Di una cosa infatti si può essere certi: alla ripresa autun­nale nes­suno dei gravi pro­blemi eco­no­mici e sociali che stanno logo­rando il paese sarà atte­nuato. Gli ultimi segnali anzi lasciano pre­sa­gire un ulte­riore peg­gio­ra­mento. Non mi rife­ri­sco ai recen­tis­simi dati sulla pro­du­zione indu­striale in calo e sul ral­len­ta­mento dell’economia tede­sca. È stata la Banca d’Italia ad annun­ciare che nel 2014 la disoc­cu­pa­zione in Ita­lia ha toc­cato il ver­tice uffi­ciale del 12,8% e che nel 2015 cre­scerà ancora, al 12,9%. Nel frat­tempo, udite, udite, il debito pub­blico ha toc­cato a luglio il nuovo record di 2.160 miliardi con un aumento di 96 miliardi dall’inizio dell’anno. Dun­que alla ripresa autun­nale gli ita­liani tro­ve­ranno ulte­rior­mente aggra­vate le loro con­di­zioni: immu­tata e forse cre­sciuta la pres­sione fiscale, sem­pre più estesa la man­canza di lavoro. E nuovi comuni fini­ranno nel frat­tempo in dis­se­sto. Sia che Renzi « — come parla chiaro il lin­guag­gio dei tempi! – la riforma isti­tu­zio­nale, sia che non ce la fac­cia. Il senso di una con­ti­nuità verso il peg­gio sarà visi­bile a tutti. Basta del resto osser­vare il mini­stro dell’Economia Padoan. Come prima Monti e poi Sac­co­manni, egli non è il tito­lare di un dica­stero, in grado di per­se­guire una poli­tica eco­no­mica auto­noma, di mobi­li­tare inve­sti­menti pub­blici, age­vo­lare il cre­dito. Più mode­sta­mente è un bro­ker che pen­dola tra Bru­xel­les e Roma, cer­cando di mediare tra gli inte­ressi del suo paese e il Castello della Grande Orto­dos­sia dell’Unione. C’è dell’altro. Agli occhi degli ita­liani la con­ti­nuità verso il peg­gio appa­rirà da un ulte­riore dato.
L’alleanza con Ber­lu­sconi non è più un fatto tran­si­to­rio. È diven­tato un assetto sta­bile del potere poli­tico. E non è vero che la recente asso­lu­zione del boss di Arcore nel pro­cesso Ruby raf­forzi l’alleato Renzi. In quella fac­cenda nes­sun ita­liano crede all’innocenza di Ber­lu­sconi, come non può cre­dere alla nipote di Muba­rak. Al con­tra­rio mol­tis­simi nostri con­na­zio­nali comin­ciano a con­vin­cersi che la «rina­scita» di Ber­lu­sconi possa essere l’esito mediato di sor­didi scambi e patti segreti con Renzi. E comun­que il cava­liere bianco, che doveva rot­ta­mare la vec­chia poli­tica, sem­pre più appare come il capo di una casta che si è rifatta il trucco, utile a sal­vare un noto cri­mi­nale da una con­danna, ma che con­ti­nua a por­tare danni e dispe­ra­zione sociale al paese.Dal cilin­dro di Renzi non escono più coni­gli. E oggi gli ita­liani non pos­sono più guar­dare a Grillo per gri­dare il loro sde­gno o per cer­care una prospettiva.
Il Manifesto

All’Eni fanno come Marchionne. "Ci sono purtroppo tanti imprenditori in Italia che investono all'estero e non difendono la nostra industria"


Pur­troppo ci sono ancora troppi Mar­chionne che inve­stono da altre parti e che non difen­dono il nostro sistema indu­striale». Il segre­ta­rio gene­rale della Fiom, Mau­ri­zio Lan­dini, si intende certo molto di Fiat, e ieri ha voluto para­go­nare il com­por­ta­mento dei ver­tici Eni con quello del timo­niere della Fiat: entrambi i gruppi, cioè, delocalizzano.
«Da Gela parte l’appello al governo per­ché non fac­cia chiu­dere gli impianti e per­ché metta al cen­tro della sua poli­tica la difesa del lavoro e dell’occupazione come prio­rità asso­luta», ha detto ieri Lan­dini sfi­lando con gli ope­rai per le vie di Gela. «L’1Eni – ha aggiunto il segre­ta­rio gene­rale Fiom – deve cam­biare piano, la raf­fi­na­zione deve con­ti­nuare a farla inve­stendo anche in Ita­lia. Pur­troppo ci sono ancora troppi Mar­chionne che inve­stono da altre parti e che non difen­dono il nostro sistema industriale”.
“È anche vero però che ci sono anche tanti impren­di­tori che hanno inve­stito e lavo­rato — ha con­cluso Lan­dini — Non a caso se si guarda verso chi esporta, verso chi ha inno­vato i pro­dotti ci si accorge che sono quelli che oggi danno anche il lavoro. È dai grandi gruppi che biso­gna inver­tire la ten­denza. Su que­sto ci deve essere il ruolo del governo ma anche della Con­fin­du­stria che dica agli impren­di­tori di tirar fuori i soldi e di inve­stirli nel nostro Paese».
Il Manifesto

La “Strage dell’Eid”... il lamento di Gaza

Striscia di Gaza. Missili contro il muro perimetrale dell'ospedale Shifa e al campo profughi di Shate. Dieci palestinesi morti, tra i quali otto bambini. Israele nega ogni responsabilità e punta l'indice contro Hamas. In serata uccisi nove israeliani, forse tutti soldati, e altri dieci palestinesi. Netanyahu annuncia che l'offensiva militare andrà avanti


Khan Younis, donne disperate sotto i raid israeliani

Tutto è pre­ci­pi­tato poco dopo le 5, nel pome­rig­gio, dopo una mat­tina di calma appa­rente. Anche se calma non è stata mai per dav­vero per­chè una can­no­nata aveva ucciso un uomo e un bam­bino di 4 anni a Shu­jayea. I pale­sti­nesi da parte loro ave­vano lan­ciato un razzo in dire­zione di Ash­qe­lon, senza fare danni. Nelle strade si comin­ciava a cre­dere alla pos­si­bi­lità che la calma, in occa­sione del primo giorno dell’Eid al Fitr, la festa isla­mica che chiude il mese di Rama­dan, potesse pro­lun­garsi anche nel corso della set­ti­mana fino al rag­giun­gi­mento di quell’accordo di tre­gua per­ma­nente che, nei desi­deri della gente di Gaza, dovrebbe por­tare libertà di movi­mento e un gene­rale miglio­ra­mento delle con­di­zioni di vita. All’ospedale Shifa, dove cen­ti­naia di fami­glie di sfol­lati hanno tro­vato, nei giar­di­netti, un posto dove accam­parsi, ad un certo punto sono arri­vati i volon­tari delle asso­cia­zione di carità per por­tare i regali ai bam­bini rima­sti senza casa. L’Eid al Fitr, per tra­di­zione, è la festa delle fami­glie e dei bam­bini che aspet­tano dolci, gio­cat­toli e qual­che moneta, come a Natale. Una col­lega ad un certo punto ha chie­sto a uno sfol­lato per­chè avesse scelto pro­prio lo Shifa dopo aver abban­do­nato Shu­jayea sotto le bombe 10 giorni fa. «Per­chè è il posto più sicuro per me e la mia fami­glia», aveva rispo­sto l’uomo senza esi­ta­zioni. E noi ave­vamo annuito.Invece non esi­stono più posti sicuri a Gaza. Tutto e tutto sotto tiro. Dopo gli ospe­dali el Wafa, Al Aqsa e Al Durra, ieri anche lo Shifa, in pieno cen­tro a Gaza city, è stato preso di mira. Non diret­ta­mente ma l’avvertimento è stato chiarissimo.
Un mis­sile di pic­cole dimen­sioni, spa­rato da un drone dicono i pale­sti­nesi, ha col­pito il muro peri­me­trale dell’area occu­pata dall’ospedale. I danni sono stati con­te­nuti ma l’accaduto ha creato caos e panico, soprat­tutto tra gli sfol­lati che in quel pre­ciso momento hanno com­preso di non essere più pro­tetti come cre­de­vano. Si è par­lato ini­zial­mente dell’uccisione di due per­sone ma la noti­zia poi è stata smen­tita. L’esplosione è avve­nuta men­tre allo Shifa comin­cia­vano ad affluire i feriti di un altro attacco, molto più grave, atti­buito da testi­moni pale­sti­nesi sem­pre a un drone, avve­nuto a non molta distanza dall’ospedale, nella zona interna del campo pro­fu­ghi di Shate. Una strage di bam­bini riu­niti, in occa­sione dell’Eid, in un pic­colo parco gio­chi con qual­che gio­stra. Otto pic­coli uccisi e due adulti, una qua­ran­tina i feriti, rife­ri­vano ieri sera fonti medi­che. Quando siamo arri­vati sul luogo dell’esplosione, le pic­cole vit­time erano già state eva­cuate allo Shifa. Sulla strada all’esterno del parco gio­chi c’erano lar­ghe pozze di san­gue che gli abi­tanti della zona sta­vano rimuo­vendo con sec­chiate d’acqua. In una di quelle pozze abbiano intra­vi­sto un pen­na­rello, una pan­to­fola e i pezzi di una pistola gio­cat­tolo, con ogni pro­ba­bi­lità rice­vuta ieri in dono da uno dei bimbi uccisi. A pochi metri due auto­mo­bili, ridotte dall’esplosione in ammassi di lamiere. Una era come cri­vel­lata di colpi, come se fosse stata col­pita da raf­fi­che di mitra. Ci hanno spie­gato che quei nume­rosi fori, rotondi, erano stati pro­vo­cati da schegge libe­rate dall’esplosione del razzo. Un gio­vane, con il volto insan­gui­nato, ha spie­gato ai gior­na­li­sti che droni israe­liani sor­vo­la­vano la zona al momento dell’attacco.
Un’altra strage di bam­bini, l’ennesima in que­ste tre set­ti­mane di offen­siva israe­liana con­tro Gaza. E tra i pic­coli uccisi alcuni cugini. Israele però ha negato di essere respon­sa­bile degli attac­chi con­tro lo Shifa e a Shate e ha addos­sato tutta la respon­sa­bi­lità ad Hamas «Pochi minuti fa – ha detto il por­ta­voce mili­tare Peter Ler­ner — ter­ro­ri­sti hanno lan­ciato razzi con­tro Israele: uno ha col­pito l’ospedale di Shifa, l’altro il campo pro­fu­ghi di Shate. Hamas ha chia­ra­mente usato il suo ces­sate il fuoco per rior­ga­niz­zarsi e pia­ni­fi­care attac­chi estesi».
In serata è inter­ve­nuto sull’accaduto anche il capo di stato mag­giore Benny Gantz, che ha riba­dito la ver­sione della respon­sa­bi­lità di “Ezze­din al Qas­sam”, il brac­cio armato del movi­mento isla­mico. Di fronte alle cre­scenti cri­ti­che inter­na­zio­nali per i mas­sa­cri di civili, Israele da alcuni giorni insi­ste con forza sulla tesi della respon­sa­bi­lità dei gruppi armati pale­sti­nesi nella morte di molti civili. Dome­nica, ad esem­pio, aveva anche smen­tito ogni coin­vol­gi­mento nell’uccisione, alla fine della scorsa set­ti­mana, di 17 sfol­lati pale­sti­nesi nella scuola di Beit Hanun, nel nord di Gaza. Più parti hanno fatto rife­ri­mento a tiri di carro armato, caduti nel cor­tile della scuola. Secondo il por­ta­voce mili­tare invece erano stati mili­ziani pale­sti­nesi a spa­rare razzi anti­carro dalla scuola. Israele, secondo que­sta ver­sione, avrebbe rispo­sto al fuoco con colpi di mor­taio, uno dei quali sarebbe caduto nel cor­tile della scuola in quel momento vuoto, quindi senza fare vit­time. E i 17 morti? Secondo i comandi mili­tari israe­liani, biso­gna chie­derne conto ad Hamas. Un reso­conto che con­tra­sta anche con le inda­gini svolte dalle Nazioni Unite che negano che all’interno della scuola col­pita si tro­vas­sero armi o miliziani.
Ieri al tra­monto quella che doveva essere una gior­nata di calma e di tre­gua non dichia­rata si è tra­sfor­mata in un nuovo inferno. L’esercito israe­liano ha chie­sto ai resi­denti di Shu­jaya e di Al-Zaytun di lasciare le pro­prie case – già quasi tutte abban­do­nate, senza con­tare che cen­ti­naia di abi­ta­zioni in quelle zone sono ormai dei cumuli di mace­rie — e di diri­gersi verso la parte cen­trale di Gaza. Israele si pra­pa­rava ad espan­dere ulte­rior­mente la sua offen­siva, anche in rap­pre­sa­glia per l’uccisione di quat­tro (pro­ba­bil­mente) sol­dati e il feri­mento di molti altri in una loca­lità della regione di Esh­kol (Neghev), in un attacco con mor­tai riven­di­cato da Hamas. Non molti minuti dopo, un com­mando di cin­que uomini di “Ezze­din al Qas­sam”, è sbu­cato da una gal­le­ria in ter­ri­to­rio israe­liano nei pressi di Nahal Oz e ha aperto il fuoco su di un gruppo di mili­tari prima di essere annien­tato, pare, da una can­no­nata. Ai resi­denti delle zone israe­liane di Shar HaNe­gev è stato chie­sto di restare nelle pro­prie case men­tre dalla Stri­scia par­ti­vano decine di razzi in dire­zione di diverse città israe­liane, anche della Gali­lea come Kar­miel e Zichron Yaa­kov, e di Cesa­rea sulla costa Mediterranea.
In tarda serata, l’annuncio del pre­mier Neta­nyahu che Israele non con­ge­lerà, anzi, espan­derà la sua offen­siva. «Non fer­me­remo l’operazione fin­ché non avremo neu­tra­liz­zato tutti i tun­nel del ter­rore. La comu­nità inter­na­zio­nale deve chie­dere la smi­li­ta­riz­za­zione di Gaza», ha aggiunto Neta­nyahu. Il mini­stro della difesa Yaa­lon ha invi­tato gli israe­liani ad avere pazienza per­chè l’offensiva andrà avanti. Nel corso della notte le radio pale­sti­nesi hanno rife­rito di un comu­ni­cato di “Ezze­din al Qas­sam” che pro­cla­mava di aver ucciso in un’imboscata tra le rovine di Shu­jayea altri 10 sol­dati israe­liani. Il bilan­cio di morti pale­sti­nesi, ridi­men­sio­nato dome­nica, dopo un nuovo con­teg­gio delle vit­time, ieri sera è tor­nato a quota 1.050 dopo quella che a Gaza chia­mano la “strage dell’Eid”.
Il Manifesto