lunedì 4 agosto 2014

Il Papa revoca la sospensione al prete che fu ministro sandinista

Nicaragua. Un murales con Ortega, Castro e Chavez
(©Reuters)
(©Reuters) Nicaragua. Un murales con Ortega, Castro e Chavez

Risposta positiva di Propaganda Fide alla richiesta dell’anziano padre nicaraguense Miguel D’Escoto. Da Hollywood a Daniel Ortega. Gli attriti all’epoca Wojtyla, il “sermone” all’Onu

Iacopo Scaramuzzi - vatican insider città del vaticano





Papa Francesco ha dato il suo assenso perché sia revocata la sospensione "a divinis" di padre Miguel d'Escoto Brockmann, 81 anni, incorso nella sanzione quando, negli anni Ottanta, non assecondò la richiesta vaticana di lasciare il ruolo di ministro degli Esteri nel governo sandinista del  Nicaragua.

La notizia è stata inizialmente diffusa dalla congregazione di Maryknoll alla quale padre D'Escoto appartiene, la società missionaria della Chiesa cattolica statunitense. “Il Santo Padre - è il testo della notifica vaticana datata primo agosto e riportata nei giorni scorsi dalla congregazione religiosa - ha dato il suo benevolente assenso perché padre Miguel d'Escoto Brockmann sia assolto dalla sanzione canonica che gli era stata inflitta e lo affida al superiore generale dell'istituto (Maryknoll, ndr.) ai fini di accompagnarlo nel processo di reintegrazione nel ministero sacerdotale”. L'informazione è stata riportata oggi dalla “Radio vaticana”.

A firmare il decreto, tecnicamente, è stato, a quanto si apprende, il cardinale Fernando Filoni che, in qualità di prefetto della congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli (Propaganda fide), ha giurisdizione sulla missione in Nicaragua.

Nato a Hollywood, in California, nel 1933, figlio dell'ambasciatore nicaraguense presso gli Stati Uniti, Miguel d'Escoto Brockmann entra nel seminario di Maryknoll di New York e viene ordinato sacerdote nel 1961. Master in giornalismo, il religioso fonda la divisione delle pubblicazioni teologiche della congregazione, la Orbis Books. Vicino alla teologia della liberazione, negli anni Settanta è sempre più coinvolto nella politica del Nicaragua. Aderisce, in particolare, al Fronte sandinista di liberazione nazionale, partito politico rivoluzionario di ispirazione marxista che nel 1979 rovescia il regime di Anastasio Somoza Debayle. Dal 1979 al 1990 è ministro degli Esteri del governo guidato da Daniel Ortega. Giovanni Paolo II nel 1983 visita il paese, rimprovera un altro sacerdote andato al governo, padre Ernesto Cardenal, chiedendogli di regolarizzare la sua posizione, viene contestato dai sandinisti.

Negli anni successivi, padre D'Escoto (così come padre Cardenal) viene sospeso "a divinis". In un'intervista del 1985 al settimanale dei gesuiti statunitensi, “America”, il sacerdote spiega così la vicenda: “Le specifiche funzioni sacerdotali, quelle sacramentali, mi sono state tolte per desiderio del Santo Padre, non dalla mia società, e non dal mio vescovo in Nicaragua (Ruben Lopez Ardon, ndr.), che non lo farebbe”. Quanto al merito della sua decisione di non rinunciare all'incarico di ministro degli Esteri, “con tutto il rispetto per la legge canonica, che infatti rispetto e non intendo violare, se si tratta di legge devo stabilire una priorità. E la legge di Dio viene prima della legge canonica. Penso che sarei in radicale violazione della legge di Dio, che è fondamentalmente amare il prossimo, se, nella situazione nella quale il mio paese si trova, dovessi attenermi al diritto canonico e lasciare il mio posto, che non ho mai cercato né voluto”. Padre D'Escoto, nel frattempo, ha avuto diversi altri incarichi diplomatici internazionali, tra i quali la presidenza di turno della 63esima sessione della assemblea generale delle Nazioni Unite, dal settembre 2008 al settembre 2009, su candidatura unitaria dei paesi dell'America latina e dei Caraibi. “Hanno eletto un prete”, commentò lui stesso in una conferenza stampa. “E spero che nessuno si offenda se dico che l'amore è ciò di cui il mondo ha più bisogno. E che l'egoismo è ciò che ci ha portato a questo terribile palude nella quale il mondo sta affondando (erano gli anni delle guerre in Iraq e Afghanistan, ndr.), forse irreversibilmente, a meno che non accada qualcosa di grande. Può sembrare un sermone, ok”.

Padre D'Escoto, riporta la “Radio vaticana”, ha sempre accettato la pena canonica in cui è incorso negli anni ’80, pur rimanendo membro della propria società missionaria, senza svolgere alcuna attività pastorale. Da qualche anno il sacerdote aveva abbandonato l’impegno politico. Padre d’Escoto - prosegue l'emittente radiofonica della Santa Sede - ha scritto una lettera al Papa, manifestando il desiderio di “ritornare a celebrare la Santa Eucaristia”, “prima di morire”. E Papa Francesco ha risposto affermativamente.

Finta separazione per avere più pensione

Per avere una pensione più pingue, da nove anni fingevano di essere legalmente separati e di vivere in due case diverse e invece la loro vita coniugale era sempre la stessa. Così due pensionati livornesi sono stati scoperti dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza che, su disposizione del Tribunale di Livorno, ha eseguito un decreto di sequestro di beni e disponibilità finanziarie per circa 38 mila euro. Entrambi sono accusati di falso e truffa aggravata ai danni dell'Inps.
ansa

Ebola: Oms, 887 i morti, oltre 1.600 casi

E' salito a 887 morti e oltre 1.600 casi di contagio il bilancio della diffusione dal virus Ebola in Africa: lo annuncia l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) citata dai media internazionali. Si tratta di oltre 150 morti in più rispetto all'ultimo bilancio di 726 reso noto dall'Oms il 31 luglio scorso.
    Le vittime sono 358 in Guinea, 255 in Liberia, 273 in Sierra Leone e 1 in Nigeria. (ANSA).

Ripresi i raid a Gaza. Paura a Gerusalemme

"Abbiamo ripreso le nostre attività contro le strutture terroristiche di Hamas nella Striscia" di Gaza. Lo ha detto il portavoce dell'esercito israeliano Peter Lerner all'ANSA, formalizzando la fine della "tregua umanitaria" di sette ore annunciata in precedenza dallo Stato ebraico.
Un passante è morto in un presunto ''attacco terroristico'' a Gerusalemme, dove una ruspa ha colpito un autobus. Lo riferiscono i media, secondo cui il conducente del bulldozer è stato ucciso da un poliziotto.
"'Il terrorista era già conosciuto alle forze di sicurezza per un altro incidente''. Lo ha detto il ministro della sicurezza pubblica Yitzhak Aharonovitch appena giunto a Gerusalemme sulla scena di quello che la polizia definisce ora un attentato terroristico. Il ministro ha aggiunto che altri ''attentati'' sono possibili, ma le forze di sicurezza sono pronte.
In seguito all'attentato, la polizia israeliana ha elevato lo stato di allerta in città nel timore di dimostrazioni sia da parte palestinese sia da parte ebraica. Il palestinese che era alla guida di una ruspa ha travolto un autobus israeliano ed è stato poi ucciso è stato identificato in Mohammad Neyaf Javis, residente a Gerusalemme est. Secondo la polizia, aveva precedenti penali.
Hamas ha salutato il presunto attentato come ''un'iniziativa locale benvenuta''. Lo riporta il sito Ynet citando una fonte della fazione islamica palestinese al potere nella Striscia di Gaza.
"Quello che sta succedendo in queste ore a Gaza è inaccettabile. Colpire edifici dell'Onu, bambini, civili, è del tutto inaccettabile e va fermato". Lo ha detto il ministro degli Esteri Federica Mogherini dopo un'audizione al Copasir su Medio Oriente e Libia.
Un volontario britannico sarebbe rimasto ucciso a Gaza, riferisce Sky News citando fonti sul posto. Il Foreign Office fa sapere di aver avviato verifiche urgenti. Secondo le prime informazioni l'uomo sarebbe rimasto ucciso ieri nel corso di bombardamenti israeliani a Rafah.
Un passante è morto in un presunto ''attacco terroristico'' a Gerusalemme, dove una ruspa ha colpito un autobus. Lo riferiscono i media, secondo cui il conducente del bulldozer è stato ucciso da un poliziotto.
"'Il terrorista era già conosciuto alle forze di sicurezza per un altro incidente''. Lo ha detto il ministro della sicurezza pubblica Yitzhak Aharonovitch appena giunto a Gerusalemme sulla scena di quello che la polizia definisce ora un attentato terroristico. Il ministro ha aggiunto che altri ''attentati'' sono possibili, ma le forze di sicurezza sono pronte. 
In seguito all'attentato, la polizia israeliana ha elevato lo stato di allerta in città nel timore di dimostrazioni sia da parte palestinese sia da parte ebraica. Il palestinese che era alla guida di una ruspa ha travolto un autobus israeliano ed è stato poi ucciso è stato identificato in Mohammad Neyaf Javis, residente a Gerusalemme est. Secondo la polizia, aveva precedenti penali.
Hamas ha salutato il presunto attentato come ''un'iniziativa locale benvenuta''. Lo riporta il sito Ynet citando una fonte della fazione islamica palestinese al potere nella Striscia di Gaza.   
Un uomo a bordo di una motocicletta ha sparato nei pressi del campus universitario di Gerusalemme sul monte Scopus. Un agente e' stato ferito in modo grave al ventre. La matrice di questo secondo episodio non e' nota e dunque per ora non e' chiaro se sia da collegarsi all'attentato avvenuto in precedenza nei pressi di un rione ortodosso.
L'attentato contro l'autobus e gli spari contro l'agente (o piu' probabilmente un soldato) sono avvenuti in rapida successione e a breve distanza geografica, lungo la linea di sutura fra i settori est e ovest di Gerusalemme. L'uomo che ha sparato dalla motocicletta in corsa si e' dileguato nel rione palestinese di Wadi Joz, a Gerusalemme est: la cosa rafforza nella polizia israeliana la sensazione che si tratti pure di un attentato palestinese. Nel rione di Jabel Mukaber (a Gerusalemme est) dove abitava il palestinese ucciso oggi dopo aver travolto un autobus con una grande ruspa sono in corso disordini e la polizia e' impegnata sul campo. In alcuni sobborghi ebraici - secondo i mass media - si temono adesso tumulti anti-arabi: anche la' la polizia ha rafforzato la sua presenza.
Gerusalemme rivive l'incubo dei bulldozer della morte  - Un bulldozer che semina panico e morte: una macabra consuetudine per Gerusalemme, rivissuta oggi, ma che ha prodotto vittime altre volte in passato, negli ultimi anni. In quest'ultima occasione, un uomo a bordo di una ruspa si è scagliato contro un autobus, uccidendo un passante e ferendo il conducente dello stesso autobus, che in quel momento era vuoto. Il presunto terrorista, già noto alle forze di sicurezza per un altro incidente, è stato ucciso da un poliziotto. Cinque anni fa, a marzo 2009, un altro giovane (Miri Radeideh, palestinese di 26 anni di Gerusalemme est) alla guida di un bulldozer investì un'autopattuglia della polizia, prima di essere ucciso dal fuoco di un agente e di un tassista. L'attacco venne rivendicato da ''I liberi della Galilea'', un gruppo fantomatico che in passato si era già attribuita la paternita' di analoghi attacchi 'artiginali' a Gerusalemme. Il 22 luglio 2008 il 22enne Ghassan Abu Tir investì con una ruspa automobili e passanti nel centro di Gerusalemme, prima di essere ucciso dal fuoco di un civile e di un agente, mentre a meno di un chilometro di distanza il presidente palestinese Abu Mazen era per la prima volta ospite del presidente Shimon Peres nella sua residenza. Nell'attacco rimasero ferite sedici persone. Il giovane era un parente di Mahmud Abu Tir, un dirigente politico di Hamas detenuto da Israele. Venti giorni prima, il 2 luglio, era stata la volta del 30enne Hussam Tayassir Dwayat, giunto dal rione di Zur Baher di Gerusalemme est, dove viveva con moglie e due figli, per seminare la morte in citta' a bordo di una pesante ruspa. L'uomo attraversò una strada trafficata nel settore ebraico della città, travolgendo per centinaia di metri tutte le automobili, i passanti e anche un autobus, prima di essere ucciso da un agente e due civili. La sua folle corsa provocò quattro morti ed un'ottantina di feriti.
ansa

L’urbanistica è tossica. Lupi sulla città. Il ministro ci riprova

«Il governo del ter­ri­to­rio è rego­lato in modo che sia assi­cu­rato il rico­no­sci­mento e la garan­zia della pro­prietà pri­vata (…) e il suo godi­mento». L’art. 8 è il distil­lato della bozza di ddl ([/ACM_2]Prin­cipi in mate­ria di poli­ti­che ter­ri­to­riali e tra­sfor­ma­zione urbana) pre­sen­tata dal mini­stro Lupi al Maxxi di Roma il 24 luglio scorso.
A distanza di nove anni dal ddl 3519/2005 noto come «legge Lupi», appro­vato dalla Camera nel Ber­lu­sconi III e poi for­tu­no­sa­mente boc­ciato in Senato col con­tri­buto della destra che lo ritenne anta­go­ni­sta alla tut­tora vigente legge urba­ni­stica n. 1150/1942, il mini­stro di rito ambro­siano ci riprova. Nella nuova ver­sione, sta­gio­nata e arric­chita di auto­cra­zia ren­ziana, restano fermi quei prin­cipi di «isti­tu­zio­na­liz­za­zione del “pri­va­ti­smo” in urba­ni­stica» – come ha scritto Ser­gio Brenna – allora stig­ma­tiz­zati da urba­ni­sti e giu­ri­sti in un volume curato da Maria Cri­stina Gibelli (La con­tro­ri­forma urba­ni­stica, 2005), ma vi si aggiunge un colpo di reni da crisi glo­bale, scop­piata in seguito pro­prio alle pesanti spe­cu­la­zioni immobiliari.

La solu­zione è semplice

Per Lupi infatti urba­ni­stica coin­cide con edi­li­zia e la riforma è dun­que fina­liz­zata a tro­vare linfa per il set­tore immo­bi­liare, sta­gnante. La solu­zione è sem­plice: ren­dere vir­tual­mente edi­fi­ca­bile l’intera peni­sola, per raf­for­zare la ren­dita fon­dia­ria attra­verso l’istituzione dei diritti edi­fi­ca­tori «tra­sfe­ri­bili e uti­liz­za­bili (…) tra aree di pro­prietà pub­blica e pri­vata, e libe­ra­mente com­mer­cia­bili» (art. 12).
Il «regi­stro dei diritti edi­fi­ca­tori» san­ci­sce la finan­zia­riz­za­zione della disci­plina: si pro­fila uno sce­na­rio di urba­ni­stica dro­gata, dove pere­qua­zione, com­pen­sa­zione, pre­mia­lità ed espro­prio (sì, espro­prio, cfr. art. 11, c. 2) sono ripa­gati con titoli tos­sici come in un gioco di borsa. Tutto il con­tra­rio della pia­ni­fi­ca­zione.
La pro­po­sta legi­sla­tiva flut­tua nel com­pleto distacco dalla con­cre­tezza fisica del ter­ri­to­rio e dell’ambiente urbano che tenta di gover­nare; lo slit­ta­mento dall’oggetto della pia­ni­fi­ca­zione (città e ter­ri­to­rio) alle pro­ce­dure, genera, in sede di pre­sen­ta­zione, affer­ma­zioni ever­sive disci­pli­nar­mente, poli­ti­ca­mente e social­mente, tra cui spicca, per duplice gros­so­lana apo­ria, «la fisca­lità immo­bi­liare come leva fles­si­bile (sic) del governo del ter­ri­to­rio». Ma lungo l’articolato tra­pela la vera pas­sione del mini­stro: le grandi opere. L’istituenda DQT, Diret­tiva Qua­dro Ter­ri­to­riale, quin­quen­nale e diret­ta­mente appro­vata dal pre­si­dente del con­si­glio dei mini­stri (art. 5), è con­fi­gu­rata come un piano nazio­nale delle infra­strut­ture (affin­ché non ci si debba più con­fron­tare con ponti sullo Stretto «pro­cla­mati e mai rea­liz­zati») che sov­verte l’ordine delle cose, subor­di­nando il pae­sag­gio al governo del ter­ri­to­rio, in con­tra­sto col Codice dei beni cul­tu­rali.
La pia­ni­fi­ca­zione comu­nale (che si con­fron­terà con la DQ Regio­nale) sarà sud­di­visa tra parte pro­gram­ma­to­ria «a effi­ca­cia cono­sci­tiva e rico­gni­tiva», e parte ope­ra­tiva, dove «il cam­bio di desti­na­zione d’uso (…) non richiede auto­riz­za­zione» (art. 7, c. 10, che pro­se­gue pudìco: «lad­dove la nuova desti­na­zione d’uso non neces­siti di ulte­riori dota­zioni ter­ri­to­riali rispetto a quelle esi­stenti»). Comun­que sia, il piano comu­nale è tra­volto e annien­tato dagli «accordi urba­ni­stici» (art. 15), ispi­rati agli stru­menti cri­mi­no­geni di con­trat­ta­zione pubblico/privato che tanto lustro hanno dato all’urbanistica mila­nese e romana.
03soc2f02edilizia crisi fototamtam
La Lupi II punta sul «rin­novo urbano» rea­liz­za­bile senza regola alcuna, «anche in assenza di pia­ni­fi­ca­zione ope­ra­tiva o in dif­for­mità dalla stessa pre­vio accordo urba­ni­stico» (art. 17). Assenti in tutto l’articolato i cen­tri sto­rici – privi di tutela come ormai è moda (si veda il piano strut­tu­rale fio­ren­tino) – mal­grado Vezio De Lucia, già a fronte del ddl 2005, avesse denun­ciato lo scor­poro della tutela dall’urbanistica che si ridu­ceva così «a disci­pli­nare esclu­si­va­mente l’edificazione e l’infrastrutturazione del ter­ri­to­rio». Assenza gra­vata da un sen­tore di depor­ta­zioni di regime: pro­prie­tari o loca­tari degli immo­bili sog­getti al rin­novo urbano (fino a demo­li­zione e rico­stru­zione) saranno ospi­tati in alloggi di nuova costru­zione «per esi­genze tem­po­ra­nee o defi­ni­tive» (art. 17, c. 10, cor­sivo nostro). Que­sta la pro­spet­tiva: nuova edi­fi­ca­zione prov­vi­so­ria o defi­ni­tiva nelle peri­fe­rie, espul­sione dei ceti sociali svan­tag­giati dalle zone urbane con­so­li­date, o addi­rit­tura cen­trali, che diven­tano nuove aree di spe­cu­la­zione (ora che nella prima peri­fe­ria anche le aree indu­striali dismesse diven­tano merce rara).

Le con­qui­ste smantellate

Esem­plare la per­vi­ca­cia eser­ci­tata nello sman­tel­la­mento delle con­qui­ste degli anni ‘60-‘70. Un esem­pio per tutti: la disap­pli­ca­zione del dm 1444/1968 sugli stan­dard urba­ni­stici, che attri­bui­sce ad ogni cit­ta­dino ita­liano, dalla Cala­bria al Veneto, una quan­tità minima di ser­vizi e attrez­za­ture. Il prin­ci­pio car­te­siano di egua­glianza penin­su­lare ver­rebbe ora spaz­zato via e sosti­tuito da «dota­zioni ter­ri­to­riali», cal­co­late regione per regione e il cui sod­di­sfa­ci­mento sarebbe garan­tito anche dai sog­getti privati.
Una riforma urba­ni­stica nazio­nale, anzi­ché rias­su­mere in un unico testo le peg­giori espe­rienze urba­ni­sti­che ita­liane del dopo Bas­sa­nini (Roma, Milano, Firenze etc.), avrebbe potuto (anzi, dovuto) sus­su­mere – per esten­derne i bene­fici all’intero paese – gli esempi posi­tivi, che pure esi­stono nel pano­rama legi­sla­tivo regio­nale. A titolo d’esempio il ddl pre­sen­tato dall’assessore Anna Mar­son al con­si­glio toscano, con­te­nente una decli­na­zione della “linea rossa”, auspi­cata dal dibat­tito disci­pli­nare inter­na­zio­nale, da trac­ciare tra città e cam­pa­gna. Ma anche il ribal­ta­mento del para­digma ter­ri­to­riale da «risorsa» o «neu­tro sup­porto«, a «patri­mo­nio» – ossia, da valore di scam­bio a valore d’uso – gio­ve­rebbe alla messa a punto di uno stru­mento sin­ce­ra­mente vòlto alla limi­ta­zione del con­sumo del suolo fertile.
Misure cui potrebbe aggiun­gersi il ripri­stino dell’art. 12 della Buca­lossi (L. 10/1977) che legava i pro­venti delle con­ces­sioni edi­fi­ca­to­rie alle opere di urba­niz­za­zione, al risa­na­mento dei cen­tri sto­rici, all’acquisizione delle aree da espro­priare, e il cui tra­vaso nelle spese ordi­na­rie dei comuni è stato rico­no­sciuto come prin­ci­pale causa dell’alluvione cemen­ti­zia dell’ultimo quindicennio.
Siamo dun­que di fronte alla bozza di un ddl bifronte, alfiere da una parte del libe­ri­smo senza freni in difesa della pro­prietà pri­vata, e dall’altra di un auto­ri­ta­ri­smo sta­ta­li­sta – o auto­cra­zia? – che anti­cipa il rifor­mando art. 117 della Costi­tu­zione secondo il quale le norme gene­rali sul governo del ter­ri­to­rio tor­ne­reb­bero ad essere mate­ria di «esclu­siva com­pe­tenza» dello stato. «8100 rego­la­menti edi­lizi comu­nali – affer­mava Lupi – non sono un segno iden­ti­ta­rio, ma un ele­mento di confusione».
E al mini­stro delle Infra­stru­ture, in luogo del Pic­colo prin­cipe le cui cita­zioni hanno get­tato nell’imbarazzo gli astanti di media cul­tura alla pre­sen­ta­zione romana, pro­po­niamo un’altra più edi­fi­cante let­tura, sul rap­porto tra libertà di azione e vin­colo: Lo sguardo da lon­tano di Claude Lévi-Strauss. «Ritengo – chio­sava l’antropologo – che la libertà, per avere un senso e un con­te­nuto, non debba, non possa, eser­ci­tarsi nel vuoto».

di Ilaria Agostini - ilmanifesto.info

Anche il popu­li­smo sto­rico e il fasci­smo si nutri­vano di que­sti ele­menti. Ecco quali....

Ai tempi del suo indi­scusso pro­ta­go­ni­smo, sull’altalena dello spread ci si acca­lo­rava in ogni bar d’Italia tanto quanto sul cam­pio­nato di cal­cio. Eppure si trat­tava di un argo­mento non privo di risvolti meta­fi­sici e di com­pli­ca­zioni tecniche.
Le riforme isti­tu­zio­nali non sem­brano godere di altret­tanto suc­cesso di pub­blico. Non capita spesso in un auto­bus affol­lato o tra gli avven­tori di un caffè di cogliere appas­sio­nate discus­sioni sulle com­pe­tenze del senato della repub­blica o i premi di mag­gio­ranza. La spie­ga­zione più ovvia e dif­fusa è che la vita quo­ti­diana dei più impone pre­oc­cu­pa­zioni e urgenze assai diverse dal ridi­se­gno delle archi­tet­ture istituzionali.
Para­dos­sal­mente, tut­ta­via, il gene­rale fasti­dio dei cit­ta­dini per que­sti temi fini­sce con l’entrare in con­so­nanza pro­prio con quel deci­sio­ni­smo ren­ziano che ne san­ci­sce l’assoluta prio­rità. Come si spiega que­sta sin­go­lare combinazione?
In primo luogo l’insofferenza riguarda soprat­tutto il pro­trarsi di una discus­sione rite­nuta del tutto irri­le­vante per le con­di­zioni di vita impo­ste dalla crisi. Da cui con­se­gue una natu­rale pro­pen­sione per chi, pur avendo capar­bia­mente posto la que­stione, intenda tagliar corto e pas­sare oltre. Anche se di que­sto “oltre” non si per­ce­pi­sce alcun indi­zio con­so­lante. Su simili stati d’animo Renzi può senz’altro con­tare nono­stante il fatto che buona parte degli “insof­fe­renti” si ten­gono sem­pre più spesso e volen­tieri alla larga dalle urne.
All’attuale pre­mier si deve rico­no­scere il fatto di avere preso sul serio più di chiun­que altro la “crisi della rap­pre­sen­tanza” e il suo radi­ca­mento strut­tu­rale nell’economia libe­ri­sta e nelle forme sociali che ne sono per­vase. E di avere avviato una sta­gione poli­tica che si pro­pone il nean­che tanto pro­gres­sivo sman­tel­la­mento della rap­pre­sen­tanza e del suo uni­verso pro­ce­du­rale. Anche se, a onor del vero, molti si sono pro­di­gati negli ultimi trent’anni ad aprir­gli la strada e oggi trovi al suo fianco quella vec­chia destra comu­ni­sta che la demo­cra­zia l’ha sem­pre intesa come ordine e disci­plina. Si per­dono ormai nella notte dei tempi le prime allar­mate denunce dell’eccessivo ricorso ai decreti legge in nome della cra­xiana “governabilità”.
La sini­stra più tra­di­zio­nale ha sem­pre for­te­mente sot­to­va­lu­tato il pro­blema, rite­nendo che quella crisi fosse dovuta a stor­ture ed errori poli­tici che pote­vano essere cor­retti. Non si con­tano gli appelli a «ritor­nare tra i cit­ta­dini e i loro pro­blemi quo­ti­diani», non­ché le auto­cri­ti­che di maniera della cosìd­detta “casta”. Fatto sta che la sini­stra si è illusa (e ha illuso) che la rap­pre­sen­tanza potesse essere rista­bi­lita dalla “buona poli­tica” senza tener conto del fatto che la com­po­si­zione sociale su cui pog­giava la demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva del dopo­guerra era ormai com­ple­ta­mente sba­ra­gliata. Pre­ten­dendo che la demo­cra­zia potesse essere sal­va­guar­data, e addi­rit­tura estesa, senza toc­care gli inte­ressi domi­nanti (di cui oggi si nega per­fino l’esistenza) e la sem­pre più evi­dente strut­tura oli­gar­chica della società, la quale non avrebbe sop­por­tato nean­che il più pal­lido riflesso della tra­di­zione social­de­mo­cra­tica. Per non par­lare del sistema fiscale più ini­quo del mondo che stran­gola i ceti medi e medio-bassi, allar­gando a dismi­sura la for­bice sociale. In que­ste con­di­zioni era ine­vi­ta­bile che la reto­rica della rap­pre­sen­tanza venisse vis­suta come lo stru­mento di auto­con­ser­va­zione di una classe poli­tica meri­te­vole di “rot­ta­ma­zione”. Mat­teo Renzi, forse più per istinto che per ragio­na­mento poli­tico, non solo ha preso sul serio la crisi della rap­pre­sen­tanza, ma la pra­tica e cerca di darle una forma che la porti a com­pi­mento, avendo buon gioco nell’indicare l’illusorietà di qua­lun­que ipo­tesi di ritorno al pas­sato. In que­sto è all’altezza dei tempi e in que­sto trova la sua forza.
Vi è tut­ta­via, nella sua poli­tica, un ele­mento di debo­lezza altret­tanto deci­sivo. Si imputa spesso al capo del Pd di essere un popu­li­sta. Il ter­mine viene usato fre­quen­te­mente a spro­po­sito. Ma gene­ral­mente con lo scopo di sot­to­li­neare l’enfasi posta sul rap­porto diretto tra il lea­der e gli elet­tori (il cosìd­detto “popolo sovrano”) smi­nuendo il ruolo delle isti­tu­zioni e della col­le­gia­lità par­ti­tica; per indi­care il ruolo deci­sivo del talento e delle stra­te­gie media­ti­che, non­ché la capa­cità dema­go­gica di indi­vi­duare quelle misure che con poca spesa, e ancor meno sostanza, pos­sano garan­tire il mas­simo del consenso.
Anche il popu­li­smo sto­rico e il fasci­smo (che pure non è inte­ra­mente sovrap­po­ni­bile al primo) si nutri­vano di que­sti ele­menti. Tut­ta­via si trat­tava di espres­sioni poli­ti­che stret­ta­mente legate a un con­te­sto di eco­no­mia indu­striale e di moder­niz­za­zione dell’agricoltura e delle infra­strut­ture. Alla reto­rica nazio­nal­po­po­lare e alla tra­sfor­ma­zione auto­ri­ta­ria del sistema poli­tico si accom­pa­gna­vano impo­nenti rea­liz­za­zioni di carat­tere mate­riale o sociale (boni­fi­che, colo­nie, indu­strie sta­tali, edi­li­zia, pre­vi­denza, per non dire del riarmo). Que­sta base mate­riale man­che­rebbe quasi inte­ra­mente al cosìd­detto popu­li­smo con­tem­po­ra­neo. Le pro­ie­zioni eco­no­mi­che e l’andamento di tutti gli indi­ca­tori lo esclu­dono in maniera piut­to­sto netta. Gli scarni dati su una lieve fles­sione della disoc­cu­pa­zione e le discu­ti­bili misure “svi­lup­pi­ste” pro­messe non sem­brano capaci di inci­dere in nes­sun modo sulla ten­denza alla sta­gna­zione e all’impoverimento. Cosic­ché di “popu­li­smo” non sarebbe pro­ba­bil­mente il caso di parlare.
Tut­ta­via, abban­do­nando ogni rife­ri­mento impro­prio ai pre­ce­denti sto­rici e rife­ren­dosi esclu­si­va­mente a quelle carat­te­ri­sti­che che molti riten­gono acco­mu­nare Renzi a Ber­lu­sconi ci si potrebbe doman­dare se possa darsi una forma di “popu­li­smo” nel tempo del capi­ta­li­smo finan­zia­rio e in cosa si distin­gua da quello cre­sciuto nel e col capi­ta­li­smo indu­striale. Azzar­diamo una rispo­sta prov­vi­so­ria: il “popu­li­smo”, nel senso restrit­tivo che abbiamo indi­cato, può darsi oggi nei ter­mini di una “bolla spe­cu­la­tiva”. Inten­dendo con que­sto un pac­chetto “tos­sico” di pro­messe e di pro­spet­tive, di sug­ge­stioni e di esi­bi­zioni capace di ren­dersi cre­di­bile, appe­ti­bile e facil­mente spen­di­bile sul mer­cato poli­tico, indi­pen­den­te­mente dai suoi con­te­nuti mate­riali, qua­lora ve ne siano. Il che non signi­fica affatto che si tratti di un feno­meno effi­mero che si sgon­fierà lasciando le cose come le ha tro­vate. Non è così in eco­no­mia e non è così in poli­tica, come l’esperienza del ven­ten­nio ber­lu­sco­niano ci ha dimo­strato. Ed esat­ta­mente come accade nel capi­ta­li­smo finan­zia­rio, l’esplosione di una bolla ne genera un’altra. Con carat­te­ri­sti­che diverse, ma con il mede­simo scopo: l’accumulazione di denaro o l’accumulazione di potere.
Lasciando ogni volta sul ter­reno non poche vit­time. Così quando la “bolla” ren­ziana, del tutto priva di risorse, scop­pierà sbat­tendo con­tro que­sto o quello spun­zone, non vuol dire che lascerà spa­zio alla restau­ra­zione di una rap­pre­sen­tanza che ha perso la sua base sociale. La difesa degli equi­li­bri isti­tu­zio­nali del dopo­guerra senza un pro­gramma poli­tico che incida sulle con­di­zioni di vita e i rap­porti sociali, senza atten­zione all’affermarsi di nuove sog­get­ti­vità che poco ne erano garan­tite, sconta un livello di astra­zione eguale e con­tra­rio al deci­sio­ni­smo che si accinge a rot­ta­marli sulla base di una misti­fi­ca­zione gene­ra­zio­nale, senza sfio­rare i rap­porti di forze che si sono con­so­li­dati nel corso della crisi.
di Marco Bascetta - ilmanifesto.info

Decreto P.A.: in Senato pensione a giornalisti. La norma crea disparità di trattamento

E' scaduto oggi alle 15 il termine per gli emendamenti al decreto sulla Pubblica Amministrazione ma in Senato scoppia la grana della norma, inserita alla Camera nel decreto del Governo, che consente ai giornalisti professionisti, assunti con regolare contratto, da aziende ora in ristrutturazione o riorganizzazione di andare in pensione. E questo, secondo quanto osservato in ambienti parlamentari, cio' scatterebbe per i giornalisti che hanno maturato 18 anni di contributi. Una norma ad hoc, secondo alcuni, che ha suscitato critiche. Innanzitutto da Scelta Civica che ha gia' presentato un emendamento soppressivo dell'articolo I ter del testo all'esame della commissione Affari Costituzionali.
  La norma crea disparita' di trattamento non solo rispetto ad altre categorie di lavoratori ma all'interno della stessa categoria di giornalisti, ha sottolineato in sostanza, nella seduta di ieri, il professor Piero Ichino per il quale, oltretutto, la disposizione e' estranea alla materia del dl complesso delle norme che riguardano i dipendenti pubblici.
  Critico anche M5S che, secondo quanto si e' appreso oggi, ha depositato oltre 200 emendamenti. Ma la norma , a Palazzo Madama, farebbe storcere il naso anche a diversi esponenti del Pd.
  Sulla P.A. che, viene riferito, sara' gia' domani in Aula per le pregiudiziali di costituzionalita', non e' solo questo il fronte, perche' c'e' anche quello del personale docente della scuola che ha maturato i requisiti per andare in pensione al termine dell'anno scolastico 2011 - 2012. La priorita', viene osservato, dovrebbe invece essere quella di chi, ad esempio, ha perso il lavoro per la crisi a 60 ani e non ha mezzi di sostentamento perche' i requisiti per il pensionamento ancora non ce li ha.(AGI) .