giovedì 27 novembre 2014

Regin, il virus spia creato dagli 007 occidentali

Un virus informatico capace di spiare i pc dei "nemici", creato da un gruppo di 007 né russi o cinesi (normalmente incolpati di simili nefandezze) ma da una task force di un Paese occidentale. Qualcuno ipotizza addirittura da un'alleanza tra Usa e Inghilterra.
Lo ha scoperto nei mesi scorsi la società specializzata in sicurezza Symantec e lo ha battezzato Regin. Da sei anni ruba informazioni dai computer di tutto il mondo, indisturbato, prendendole ai governi, ai gestori telefonici e ai suoi utenti, alle imprese grandi e piccole e ai privati cittadini. Da dove venga e chi lo ha programmato resta un mistero. «Ha una struttura che mostra una competenza tecnica molto avanzata e questo fa pensare che venga utilizzato come strumento di spionaggio e sorveglianza dalle agenzie di intelligence, su commissione di uno o forse più governi».
Regin è pericoloso anche perché è "introvabile". Cioè sfugge ai normali programmi antivirus.

Secondo un primo report diffuso da Symantec, l'obiettivo
preferito da Regin sono stati i provider di servizi internet (48%),
seguiti dalle dorsali di telecomunicazioni, dove transitano le
informazioni mentre si naviga (28%).  Ad essere più colpita dal virus, tra i Paesi del mondo, è la Russia con il 28%. Poi l'Arabia Saudita col 24%. 

Le possibilità di questo malware pare siano incredibili: può
prendere informazioni da un computer, come i dati della carta dicredito salvati dopo una transazione o le credenziali di accesso di un account Facebook. Può scattare un'istantanea di quello che l'utente sta visualizzando sullo schermo. Può carpire una telefonata, un messaggio ricevuto o spedito, oppure entrare in una rete aziendale da remoto e prendere informazioni sensibili. Il tutto con un sistema efficientissimo che ha permesso al virus di rimanere nascosto dal 2008.
«Quello che sta succedendo - ha spiegato l'esperto Forzieri all'AdnKronos- è quello che spesso si pensa possa accadere solamente nei film. Invece è pura realtà».
avvenire.it

Italia-Londra solo andata. Famiglie in fuga per la crisi


Non solo studenti in cerca di fortuna o giovani manager disposti a tutto per scalare i piani alti dei grattacieli della City. A Londra, ultima spiaggia della crisi italiana, son sbarcati anche Salvatore, Flavia, Giuseppe. Figli e disperazione a carico. Salvatore, oltre che coi piccoli di 8 e 10 anni, è partito da Siracusa addirittura con la madre ultrasettantenne e il fratello «ma non c’era scelta, ci siamo mossi per questione di sopravvivenza». Nel senso che, rimasto a casa in mobilità lui, di soldi per vivere non ce n’erano più abbastanza. Giuseppe di ragazzi ne ha tre: «Hanno 25, 23 e 22 anni, sono tutti disoccupati e non conoscono l’inglese. Qui forse avranno una possibilità...». Addio Italia: se è vero (e le stime sono quelle dell’ambasciata) che ogni due giorni a Londra atterra un aereo carico di connazionali per sommarsi agli oltre 500mila presenti in città – una città come Genova trasferita d’un colpo all’estero –, tra questi sempre più spesso ci sono famiglie. Segnate dalla disoccupazione o dal divorzio, stremate dalla povertà. Più spesso, semplicemente, prive di altre vie d’uscita. 

«Ho 46 anni, sono rimasta sola con un ragazzino di 13 anni. Col mio stipendio non arrivo nemmeno a metà mese, non ho nessuno. E mio figlio io voglio mantenerlo». La lettera finisce nel mazzo, sul tavolo della St Peter’s church. Cosa c’entra, una parrocchia, con il boom di emigrazione italiana a Londra bisogna chiederlo a Francesco Di Rosario. Che di mestiere fa l’ingegnere civile, ma nel tempo libero ha deciso di aiutare quelli che – come lui 7 anni fa – arrivano in città e non sanno da che parte girarsi. «Londra come Lampedusa», esagera lui. «Di naufragi qui non ce ne sono, è ovvio, ma l’umanità che incontriamo è ugualmente interrotta, azzerata». La verità è che un paio d’anni fa, nella chiesa italiana più antica della città, si affacciava una decina di italiani al mese. Ora dieci, a volte quindici sono le richieste di aiuto a settimana. Secondo gli ultimi dati elaborati da Migrantes e incrociati con quelli dell’Aire (l’Anagrafe della popolazione italiana residente all’estero) soltanto nel 2013 gli italiani partiti alla volta del Tamigi sono stati quasi 13mila. Nel 2012 la conta si era fermata a 7.500. Un’impennata silenziosa del 71% in un anno.

Il problema? A Londra – magnificata dai media nostrani, tutta finanza e famiglia reale – nell’80% dei casi si arriva senza sapere dove e come vivere il giorno dopo. «E magari pensando che l’inglese imparato alle superiori basti per arrangiarsi». Quando poi ci sono dei bambini di mezzo, l’avventura diventa emergenza. «Col nostro progetto stiamo cercando di intercettare proprio questo flusso di “disperati” – spiega Francesco –. Mi riferisco a quelli che partono all’improvviso, spesso senza avere nemmeno i soldi per tornare se qualcosa dovesse andare storto. A loro, cui chiediamo di contattarci per mail e raccontarci la loro storia, diciamo prima di tutto di aspettare, di non partire». Troppo tardi, per molti. E "Benvenuto a bordo", il progetto della St Peter’s church, assomiglia più a un’àncora di salvezza che a un biglietto di ingresso. Lo sportello, che ha aperto otto mesi fa, svolge la sua funzione soprattutto online: opuscoli e miniere di dati orientano gli italiani desiderosi di trasferirsi a Londra. Cattolici e non, s’intende: il servizio è aperto a tutti. Ci sono istruzioni per l’uso di ogni genere: per imparare la lingua, cercare una casa, sostenere un colloquio di lavoro, telefonare e muoversi coi mezzi pubblici. «E poi ci sono le informazioni specifiche per le famiglie – spiega Francesco –. Molti quando arrivano a Londra pensano che iscrivere i figli a scuola o portarli dal pediatra sia immediato, come avviene in Italia. Non è così e il rischio è quello che i piccoli restino tagliati fuori, per esempio dal sistema educativo, che in Inghilterra ha costi elevati».

Il sito filtra le richieste, ma non basta. In assenza d’altri punti di appoggio (solo il consolato ha avviato un suo progetto in collaborazione con quello della chiesa, che si chiama "Primo approdo"), gli italiani finiscono per sbarcare alla St Peter’s anche fisicamente: «Organizziamo un incontro ogni martedì. Noi siamo un gruppo di volontari, ci alterniamo nella gestione del sito e nell’accoglienza dei connazionali, facciamo quello che possiamo», spiega Francesco. Vaglielo a spiegare, a quelli che arrivano con la valigia, che alla St Peter’s non si può dormire e che il parroco – padre Andrea Fulco ha sostituito da poco il vulcanico padre Carmelo di Giovanni, rientrato a Roma per raggiunti limiti di età – non trova lavoro. «C’è gente che arriva qui direttamente dall’aeroporto, senza aver pensato a una sistemazione per la notte per sé e per i figli. Ora, visto la mole impressionante di richieste, abbiamo messo a punto un volantino salvavita che si può scaricare sempre dal sito o ritirare in parrocchia: ci abbiamo condensato tutte le dritte e i consigli per chi arriva a Londra». 

E poi ci sono quelli che, prima che in chiesa, sono finiti nella ragnatela delle truffe e dei raggiri: sul web fioccano siti di agenzie che propongono invitanti pacchetti “tutto compreso” (viaggio, sistemazione e perfino lavoro). «Abbiamo trovato annunci che, in cambio di 400 sterline, offrono agli italiani un posto letto e un contratto. Ovviamente, una volta dato quell’anticipo, l’agente sparisce coi soldi e il link si dissolve», spiegano i ragazzi della St Peter’s. Il fenomeno delle truffe cresce con l’emigrazione italiana «e ciò che è più triste – racconta ancora Francesco – è che la maggior parte di queste agenzie sono gestite proprio da italiani. Il nostro vademecum vuole aiutare chi arriva anche a non cadere in certe trappole: per esempio aprire un conto corrente in Inghilterra è un’operazione che si può fare da soli, in pochi minuti». Le agenzie, invece, vendono anche quel servizio: 30 o 40 sterline. Una ragazza vaga nell’atrio col foglio in mano: «Tutto utilissimo, ma ora non so dove andare...». Si chiama Linda, ha 20 anni. Francesco le chiede come pensava di fare, per la notte. Lei abbassa la testa e resta in silenzio. «Questa è la parte più difficile. Potete scriverlo per favore, sul giornale, che Londra non è l’Eldorado e che prima di partire bisogna almeno pensare?»
avvenire.it

Precari nella scuola, la Ue: vanno assunti

La Corte di giustizia europea ha bocciato oggi il sistema delle supplenze utilizzato nella scuola statale italiana. "La normativa italiana sui contratti di lavoro a tempo determinato nel settore della scuola è contraria al diritto dell Unione" si legge in una nota della Corte di giustizia Ue di Lussemburgo pubblicata oggi. "Il rinnovo illimitato di tali contratti per soddisfare esigenze permanenti e durevoli delle scuole statali non è giustificato," si legge nella nota. "La normativa italiana non prevede alcuna misura che limiti la durata massima totale dei contratti o il numero dei loro rinnovi," spiega la nota, aggiungendo inoltre che "la normativa italiana non prevede alcuna misura diretta a prevenire il ricorso abusivo a una successione di contratti di lavoro a tempo determinato". 

La sentenza odierna della Corte segue un ricorso presentato da Raffaella Mascolo e Carla Napolitano e altri colleghi assunti in istituti pubblici come docenti e collaboratori amministrativi in base a contratti di lavoro a tempo determinato stipulati in successione. Si tratta di casi di supplenti che hanno lavorato per almeno 45 mesi, seppure non necessariamente in modo continuato, per un periodo di 5 anni. I supplenti hanno contestato nelle corti italiane la legalità di tali contratti, chiedendo "la riqualificazione dei loro contratti in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, la loro immissione in ruolo, il pagamento degli stipendi corrispondenti ai periodi di interruzione tra i contratti nonché il risarcimento del danno subito". 

Secondo le stime riportate dalla Corte in una nota stampa, il personale della scuola pubblica assunto con contratti di supplenza sarebbe tra un terzo e due terzi del totale per quanto riguarda le posizioni amministrative, tecniche e ausiliarie, e sarebbe tra il 13% e il 18% della forza lavoro per quanto riguarda i docenti per il periodo tra il 2006 e il 2011. Nella sentenza odierna la Corte sottolinea che la normativa europea prevede che ci siano sanzioni per prevenire e punire abusi nei contratti di lavoro e sottolinea che non è possibile escludere il risarcimento per le vittime di tali abusi, come invece di fatto prevede la normativa italiana. La Corte chiede quindi che l'Italia introduca un tale sistema, ma in nessuna parte della sentenza, tuttavia, si dice che l'applicazione di tale sistema di risarcimenti debba essere applicato in modo retroattivo. 

La sentenza fa esultare i sindacati. "Ora 250mila precari della scuola "possono chiedere la stabilizzazione e risarcimenti per due miliardi di euro, oltre agli scatti di anzianità maturati" scrive l'Anief, l'Associazione professionale sindacale commentando la decisione della Corte di giustizia europea. Il sindacato annuncia ricorsi per l'applicazione del principio della parità di trattamento impugnando i decreti di ricostruzione di carriera che riconoscono solo parzialmente il servizio pre-ruolo. "Adesso sfidiamo il Governo a dare immediata attuazione alla sentenza stabilizzando tutti i precari e non solo quelli iscritti nelle graduatorie a esaurimento. Ma non ci fermiamo qui" ha detto il segretario generale della Flc-Cgil Mimmo Pantaleo. "La Corte Giustizia Europea - ha sottolineato - ha deciso che i precari della scuola con più di 36 mesi di servizio hanno diritto all'assunzione a tempo indeterminato. La sentenza è destinata a fare da apripista e dare una speranza alle centinaia di migliaia di precari di tutte le pubbliche amministrazioni.
avvenire.it