venerdì 5 dicembre 2014

8 per mille, la Corte dei Conti e le mani in tasca ai Vescovi italiani

La Corte dei Conti ha denunciato con forza l’inadempienza d’informazione sui meccanismi dell’8 per mille. Un favoritismo di Stato poco chiaro e perverso che procura incassi miliardari alla Chiesa curiale. Il problema centrale resta però la genuflessione della classe politica al Vaticano. Da tutto questo si esce davvero fuori eliminando il Concordato.

di Maria Mantello 
Poco più di 3 italiani su 10 firmano per l’8 per mille alla Chiesa cattolica. Eppure questa incassa quasi il 90% dell’intero gettito miliardario grazie al truffaldino meccanismo – introdotto ai tempi di Craxi – delle ripartizioni in percentuale di chi lascia indestinato l’8‰: «in caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse», recita l’art. 37 della legge 222/ 1985, che permette alla Chiesa cattolica di fare l’asso pigliatutto.

Adesso la Corte dei Conti con la delibera 16/2014 (depositata il 19/11/2014), ha acceso i riflettori sul foraggiamento statale pro Vaticano, che gli italiani per lo più subiscono, visto che lo Stato non li informa su meccanismi e destinazioni, come ad esempio la «possibilità di destinare risorse per l’edilizia scolastica, tema molto sentito dai cittadini».

Chi firma per lo Stato, pensando di incrementare l’azione di assistenza pubblica, nella maggioranza dei casi non sa che questi denari vengono dallo Stato stornati spesso e volentieri alla chiesa cattolica per cerimonie di beatificazione, viaggi pontifici, e quant’altro. «Finalità – segnalano dalla Corte dei Conti – antitetiche alla volontà dei contribuenti». Così, si determina una «decurtazione, contraria ai principi di lealtà e di buona fede», dove «sono penalizzati solo coloro che scelgono lo Stato e non gli optanti per le confessioni, le cui determinazioni non sono toccate, cosa incompatibile con il principio di uguaglianza». In sostanza, sostiene il supremo organo di controllo dei Conti dello Stato, non è solo un tradimento della fiducia dei cittadini, ma anche della più elementare regola democratica: l’uguaglianza di fronte alla legge.

La Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei Conti, quindi, denunciando lo smistamento di «molte risorse verso enti religiosi», «l'assenza di controlli effettivi e di trasparenza sulla destinazione reale delle risorse», «l’erogazione “a pioggia” ad enti, spesso privati» ha preso una posizione forte, che dovrebbe sollecitare lo Stato quanto meno a rivedere la materia. Ma dubitiamo che questo accada, vista la diffusa e strutturale defezione di laicità da sindrome di sudditanza governativo-parlamentare ai desideri vaticani, pertanto sospettiamo che il campanello d’allarme della Corte dei Conti verrà presto silenziato. 

Tanto più che, mentre i politici nostrani sembrano nel migliore dei casi afasici quando si tratta di toccare gli interessi Vaticani, la Cei è prontamente intervenuta dalle colonne del suo quotidiano l’Avvenire (29/11/2014) per accusare la Corte dei Conti di «giudizi politici sorprendentemente netti e orientati da uno spirito anti-religioso, con una curiosa forma di comunicazione "polemica"». 

Un avviso ai naviganti del Transatlantico e di Palazzo Chigi, affinché si isolino le rimostranze dei giudici contabili e si lascino le cose come stanno. A detta dei vescovi, l’8‰ sarebbe cosa buona e giusta: «sistema "inclusivo" che soddisfa un doppio interesse: delle religioni a svolgere con serenità la propria missione a vantaggio dell’intera popolazione, e dello Stato a consolidare il clima di collaborazione con le religioni, nell’interesse del Paese». 

Vorremmo sperare ancora in qualche guizzo di orgoglioso senso dello Stato da parte dei politici, ma purtroppo siamo pessimisti. Così si continuerà a miracolare la Chiesa, lasciando mano libera alla propaganda vaticana che con i suoi suadenti spot pubblicitari vorrebbe far credere che vada tutto in carità. 

Ma la virtualità non è la realtà, e se si fosse informati, si scoprirebbe che proprio le opere caritative sono il fanalino di coda nella destinazione da parte della Cei degli incassi da 8‰, che vengono impiegati in grandissima parte per il mantenimento e la gestione degli apparati clericali. 

Vale appena ricordare i dati degli ultimi due anni. Nel 2012, dei 1.148.076.594,08 assegnati, ben 843.076.594.08 sono stati destinati al mantenimento del clero e alle spese di culto (catechesi, case canoniche, tribunali ecclesiastici, ecc.), e solo 255.000.000 sono stati impiegati in opere di carità e solidarietà sociale. Nel 2013, della quota assegnata (è in leggera flessione) di 1.032.667.596, sono stati stanziati per spese di culto e mantenimento clero ben 802.667.000, lasciando a quota 240.000.000, ovvero appena il 23% del totale, le opere di carità. 

Ecco allora, che non è più tollerabile che gli italiani non sappiano come stanno le cose! La democrazia è questione di cittadinanza consapevole e attiva. Una politica alta, al di sopra e non sotto i confessionalismi. Per l’interesse del Paese, i cui interessi non è detto che collimino con quelli della Chiesa cattolica. 
Micromega Online

Capitale corrotta, nazione infetta. È tempo di rifondare la politica. Con la battaglia delle idee e la mobilitazione

L’inchiesta sulla cupola che dettava legge a Roma svela un osceno intreccio tra malaffare, criminalità organizzata e classe politica, di governo come di opposizione. È tempo di rifondare la politica. Con la battaglia delle idee e la mobilitazione.

di Angelo d’Orsi


"Capitale corrotta, nazione infetta": era il titolo, divenuto presto famoso, di una mirabile inchiesta de “l’Espresso”, apparsa l'11 dicembre 1955. L'articolo era firmato da Manlio Cancogni, grande letterato e giornalista (bellissimo il suo libro "Squadristi" del 1972, abile fusione di giornalismo e storiografia). L'inchiesta documentava, in modo efficace e accorato, gli illeciti negli appalti immobiliari di Roma, nei quali, tra l'altro, era coinvolta una società immobiliare del Vaticano. Ne nacque uno "scandalo" che forse non servì a cambiare il quadro politico, ma se non altro scosse la pubblica opinione, anche se poi ci pensava Lascia o raddoppia? e i festival canori a riaddormentarla.

Allora, appunto, si chiamavano "scandali", per indicare l'eccezionalità di quegli eventi. Oggi, come constatiamo, sono la norma, l'indefettibile regola della nostra quotidianità: la collusione tra malaffare, criminalità organizzata, classe politica. “Capitale corrotta, nazione infetta”: le notizie provenienti da Roma, che si rivela una cloaca maxima, sono sconfortanti, avvilenti. Ovviamente vi sono coloro che – i Salvini di turno – si fregheranno le mani, ripetendo il "Roma ladrona", loro che a Roma ci sono, come sono a Bruxelles, e in ogni ganglio del potere, condividendone gioie e nefandezze.

Lasciamoli gongolare, mentre le Procure della Repubblica mandano, ormai settimanalmente, avvisi di garanzia che svelano la capillare presenza di mafia e ndrangheta nelle imprese e nelle pubbliche amministrazioni del Settentrione. La vicenda dell’Expo 2015 è sintomatica. E che si sia dovuto ricorrere a una sorta di controllore supremo, che dovrebbe controllare coloro che controllano, ossia garantire la pulizia degli appalti, è incredibile: la prova che la legalità rappresenta ormai, in questo sventurato Paese, l’eccezione, un lontano, fumoso obiettivo da perseguire, ricorrendo a mezzi straordinari, invece che il binario sul quale dovrebbero muoversi le amministrazioni pubbliche.

A Roma certo il panorama emerso da questa ultima inchiesta giudiziaria è particolarmente fosco e svela un osceno intreccio tra mafia, fascisti, imprese, ceto politico; di “governo” e di “opposizione” (!?). Dietro le medagliette di “Roma Capitale”, sotto i lustrini rutelliani, veltroniani, e poi alemanniani, ecco che una volta di più il cuore del Paese si rivela un maleodorante pozzo di nequizie, di corruzione, di oscenità. Basta ascoltare le registrazioni delle telefonate fra alcuni di codesti infimi personaggi che erano i capi della cupola fasciomafiosa. Lo schifo che si prova è difficile da descrivere, ma sento che tutti lo condividono. Lo schifo tocca il culmine quando si scopre che i neofascisti che di giorno predicano contro i rom e in generale migranti etc., poi facevano affari nella gestione dei campi rom e dei centri di “accoglienza”. Ricorda le impagabili scelte politico-finanziarie della dirigenza della “Lega Nord-Padania” che tuonava (e tuona) contro i migranti e poi investe in lingotti d’oro in Tanzania. Vero, Salvini?!

Eppure, non dobbiamo trarre la conclusione che fra destra e sinistra non ci sia differenza: la differenza, concettuale, sul piano insomma della teoria politica, esiste eccome! Il fatto è che non esiste (quasi) più una sinistra nelle istituzioni rappresentative. Certamente, anzi certissimamente, il Partito Democratico (una denominazione che oggi suona grottesca, davanti ai comportamenti personali e alle linee politiche del ducetto Matteo Renzi) non ha nulla a che fare con l'identità politica della sinistra, e ha reciso ogni legame con la stessa memoria della sinistra. Basti il cosiddetto “Jobs Act” (siamo moderni, parliamo inglese, of course), che, come ha autorevolmente asserito Luciano Gallino (il migliore analista della società e dell’economia che abbiamo oggi in Italia), nella bella intervista qui concessa a Giacomo Russo Spena, è una riforma di destra. Punto.

È invece vero, in certo senso, ahimè, il motto che in queste ore, per l'ennesima volta, corre sulle labbra di tanti cittadini italiani: "sono tutti uguali". Viene alla mente la scena di “Palombella rossa”, di Nanni Moretti, quando il protagonista (Moretti stesso, ovviamente), dice, tra il comico e il disperato, chiedendo per la sinistra la chance del governo: “noi siamo diversi, noi siamo uguali a tutti gli altri…”. Era il 1989, e si stava consumando l’eutanasia del PCI, sotto l’insipiente regia di Achille Occhetto. Il punto finale è il PD di Renzi. Sono tutti uguali, dunque? Sì, è vero, lo sono: nel senso che la tensione etica della politica è ormai defunta, e seppellita; e che la quasi totalità dei componenti del ceto politico appare tristemente unificata dalle più miserabili ambizioni personali: lo stipendio, la pensione cumulabile, i piccoli e grandi privilegi della "casta" e così via. La cosa è giunta ormai a uno stadio inemendabile. Forse occorre pensare a "rottamare" non tanto, non solo comunque, la classe politica, le persone, bensì la politica, questa politica, e rifondarla. Il Movimento 5 Stelle aveva enunciato enfaticamente, in modo sguaiato e deliberatamente impolitico, questo obiettivo e ha dato a tanti questa illusione, ma la sua leadership (ducesca, anch'essa, con l'alibi della "Rete") le ha sbagliate tutte, ma proprio tutte, e lo spettacolo che in queste settimane il Movimento sta regalando anche ai suoi sostenitori è assai triste, anche se, va detto, rimane la sola vera forza di opposizione in Parlamento, accanto a quel che rimane di SEL, a sua volta avviata a un mesto, inesorabile declino, sotto la guida di un leader ormai giunto a fine corsa, dopo aver anch’egli suscitato speranze e illusioni.

Quanto alla sinistra, quella più o meno autentica, la “vera” sinistra, che oggi fa capo alla Lista Tsipras, dopo aver agguantato, per il rotto della cuffia, i tre seggi europei (e aver dato un penoso spettacolo, sia nelle trattative per arrivare alle liste, sia subito dopo), appare impantanata, a essere generosi. Esistono movimenti, per fortuna, numerosi e variegati, e da loro forse occorre ripartire. Ma ricordando che senza organizzazione non si fa la rivoluzione. E questa, la "rivoluzione", davanti alla capitale corrotta di una nazione infetta, è forse davvero la sola via d'uscita. Poiché la parola appare anacronistica, occorre pensare nuove, diverse modalità: Antonio Gramsci, nel carcere fascista, aveva capito che "la rivoluzione in Occidente" non può più essere l'assalto frontale (la Bastiglia del 1789 o il Palazzo d'Inverno del 1917), ma il risultato di un processo di costruzione di una "contro-egemonia". Anche se il protagonismo della piazza oggi è ritornato, e ne va tenuto conto: insomma, la battaglia delle idee va affiancata dalla mobilitazione. Il risultato deve essere il cambiamento dei rapporti di forza. Il popolo degli schiacciati, degli affamati, degli sfruttati, degli umiliati e offesi dal potere, deve riscattarsi, e creare nuove forme politiche organizzate, e dar vita a una nuova leadership dal basso. Impresa disperata? Intanto, capitale corrotta, nazione infetta.

(3 dicembre 2014)
micromegaonline