mercoledì 30 dicembre 2015

SENTENZA: IL TRAGITTO PER ARRIVARE IN UFFICIO RIENTRA NELL’ORARIO DI LAVORO E QUINDI VA RETRIBUITO

Un importante sentenza della Corte di Giustizia Europea chiarisce che gli spostamenti (il tragitto casa-lavoro) rientrano nell’orario di lavoro e sono da retribuire in busta paga. Il caso riguarda i lavoratori che non hanno un luogo di lavoro fisso e sono impegnati in spostamenti quotidiani decisi dal datore di lavoro. Vediamo nel dettaglio.
Arriva una importante pronuncia della Corte di Giustizia europea in materia di orario di lavoro: “Il tempo di spostamento deve essere considerato come orario di lavoro”. Più precisamente, i lavoratori che non hanno un luogo di lavoro fisso e abituale hanno diritto a vedersi riconosciuto come orario di lavoro retribuito gli “spostamenti quotidiani dal proprio domicilio ai luoghi in cui si trovano il primo e l’ultimo cliente indicati dal datore di lavoro”.
La sentenza ha un impatto importante sulla determinazione dell’orario di lavoro (e relativi limiti e riposi spettanti) e della retribuzione spettante ai lavoratori che abitualmente svolgono lavori e mansioni per le quali l’utilizzo dell’automobile (aziendale e non) è d’obbligo, come ad esempio i dipendenti addetti alle vendite ed ai rapporti con la clientela. La sentenza chiarisce in quali casi va retribuito il tragitto casa-lavoro.
Secondo la Corte, nel caso in questione, quello dei lavoratori che lavorano svolgendo una mansione per la quale sono abitualmente impegnati in spostamenti quotidiani, essendo i lavoratori sostanzialmente “a disposizione del datore di lavoro”, di fatto mettono le proprie energie lavorative a disposizione di quest’ultimo anche nei trasferimenti casa-lavoro, o per meglio dire, nei trasferimenti dalla propria abitazione al primo cliente (ad inizio giornata lavorativa) e dall’ultimo cliente al proprio domicilio (a fine giornata lavorativa).
Sono orario di lavoro gli spostamenti, chiarisce la Corte, solo nel caso in cui i clienti da raggiungere sono indicati dal datore di lavoro giorno per giorno. E pertanto in questo caso il datore di lavoro sottopone il lavoratore al proprio potere direttivo e di controllo.
Vediamo nel dettaglio il contenuto della Sentenza UE e le motivazioni.
Il caso
La Sentenza della Corte UE è intervenuta in un ricorso di una società spagnola, che vende impianti antifurto e antincendio. Questa società ha chiuso tutti i suoi uffici regionali ed ha affidato la propria rete di vendita a propri dipendenti che operano su tutto il territorio spagnolo, dotati di automobile societaria e di cellulari aziendali. La società spagnola per ogni proprio operatore di vendita fissava tutti gli interventi di giornata e quindi determinava, con il proprio potere direttivo, tutti gli spostamenti quotidiani che ogni operatore doveva fare dal proprio domicilio al primo cliente. Ed anche a fine giornata, di conseguenza, dall’ultimo cliente all’abitazione del proprio dipendente.
La sentenza
La Corte di Giustizia Europea ha stabilito nella propria sentenza che gli spostamenti sono da considerarsi orario di lavoro. E quindi i dipendenti vanno pagati anche per il tempo impiegato per recarsi da casa al luogo di incontro con i propri clienti. Vediamo perché.
La Corte richiama la nozione di orario di lavoro: L’art. 2, punto 1) della direttiva europea n. 2003/88 definisce l’ «orario di lavoro» come “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni, conformemente alle legislazioni e/o prassi nazionali”.
Secondo la Corte “affinché un lavoratore possa essere considerato a disposizione del proprio datore di lavoro, tale lavoratore deve essere posto in una situazione nella quale è obbligato giuridicamente ad eseguire le istruzioni del proprio datore di lavoro e ad esercitare la propria attività per il medesimo”.
Di contro: “dalla giurisprudenza della Corte emerge che la possibilità per i lavoratori di gestire il loro tempo in modo libero e di dedicarsi ai loro interessi è un elemento che denota che il periodo di tempo in questione non costituisce orario di lavoro ai sensi della direttiva 2003/88”.
Quindi la questione è: gli spostamenti sono un obbligo del lavoratore da retribuire oppure quest’ultimi conservano una possibilità di gestire il proprio tempo libero?
Nel caso specifico, come detto, la società fissava l’elenco e l’ordine dei clienti, che devono essere seguiti dai lavoratori di cui al procedimento principale, nonché l’orario degli appuntamenti presso i suoi clienti.
Quindi secondo la Corte di Giustizia “detti lavoratori non hanno la possibilità di disporre liberamente del loro tempo e di dedicarsi ai loro interessi, e pertanto essi sono a disposizione dei loro datori di lavoro”.
Quindi “se un lavoratore che non ha più un luogo di lavoro fisso esercita le sue funzioni durante lo spostamento che effettua verso un cliente od in provenienza da questo, tale lavoratore deve essere considerato come al lavoro anche durante tale tragitto”. E questo perché “gli spostamenti sono intrinseci alla qualità di lavoratore che non ha un luogo di lavoro fisso od abituale”.
E tale constatazione “non può essere inficiata dalla circostanza che i lavoratori, in una situazione come quella di cui trattasi nel procedimento principale, comincino e terminino tali tragitti presso il loro domicilio”. Quindi pur se partono da casa, sempre orario di lavoro è da considerarsi.
I lavoratori infatti “hanno perso la possibilità di determinare liberamente la distanza che separa il loro domicilio dal luogo abituale di inizio e di fine della loro giornata lavorativa”. E tale situazione è contrario “all’obiettivo di tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori, perseguito dalla direttiva 2003/88, nel quale rientra la necessità di garantire ai lavoratori un periodo minimo di riposo”.
La Corte conclude: “qualora alcuni lavoratori che si trovano in circostanze come quelle di cui al procedimento principale utilizzino un veicolo di servizio per recarsi, durante la giornata lavorativa, dal loro domicilio presso un cliente indicato dal loro datore di lavoro o per tornare al loro domicilio dal luogo in cui si trova tale cliente e per recarsi dal luogo in cui si trova un cliente ad un altro, tali lavoratori devono, durante tali spostamenti, essere considerati «al lavoro», ai sensi dell’articolo 2, punto 1, della medesima direttiva”. Quindi come orario di lavoro effettivo.“
Il tempo di spostamento deve essere considerato come orario di lavoro: Corte di Giustizia UE
Il dispositivo finale della Sentenza: “L’articolo 2, punto 1, della direttiva 2003/88/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 novembre 2003, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, deve essere interpretato nel senso che, in circostanze come quelle che caratterizzano il procedimento principale, nelle quali i lavoratori non hanno un luogo di lavoro fisso o abituale, costituisce «orario di lavoro», ai sensi di tale disposizione, il tempo di spostamento che tali lavoratori impiegano per gli spostamenti quotidiani tra il loro domicilio ed i luoghi in cui si trovano il primo e l’ultimo cliente indicati dal loro datore di lavoro”.
L’azienda in questione pertanto ha ridotto il tempo di riposo dei lavoratori e quindi lo spostamento domicilio-cliente è da considerarsi funzionale all’esecuzione dell’attività lavorativa del dipendente. E quindi è da considerarsi orario di lavoro. Ed è soprattutto da retribuire in busta paga.
fonte FanPage

giovedì 24 dicembre 2015

La profezia di don Milani: «Vengono onorati e elevati i preti che si distinguono nelle più corruttive attività e vengono destituiti i santi»


Ancora Vatileaks. Ancora documenti trafugati in Vaticano che raccontano di scandali, cupidigia, speculazioni, ipocrisia, mancanza di carità. Un cardinale dovrebbe essere un “cardine” su cui poggia la Chiesa, uno dei prescelti a testimoniare il Vangelo fino all’estremo, fino al sangue, rappresentato dalla porpora che indossa; è un “principe” della Chiesa, ma essere principe nella Chiesa è diverso da essere potenti nel mondo: significa essere uno dei prìncipi di quel re, Gesù Cristo, che si è chinato a lavare i piedi ai suoi discepoli, prima di morire in croce.

Invece apprendiamo che molti cardinali assomigliano più a prìncipi mondani che a testimoni di Cristo; pavoneggiandosi nelle loro ricche porpore, hanno trasformato il Vaticano in una “spelonca di ladri”, usano le canonizzazioni per accumulare ricchezze, rubano i soldi destinati ai poveri.

Viene da chiedersi se questi cardinaloni appartengano alla stessa Chiesa della vecchietta che dona la sua offerta per l’obolo di san Pietro, togliendola dalla misera pensione, o del fedele che firma per destinare il suo 8 per mille alla Chiesa cattolica, perché lo spenda nel migliore dei modi. Anch’io mi sono più volte chiesto, indignato, se questi lupi travestiti da prelati appartengano alla mia stessa Chiesa: faccio i salti mortali per custodire e preservare le cinque antiche chiese presenti nel territorio della mia parrocchia, piene di opere d’arte da restaurare; cerco di racimolare soldi, in tutti i modi leciti, per pagare fitti, bollette e pacco alimentare alle tante famiglie in difficoltà che bussano alla porta della parrocchia; 150 bambini frequentano l’oratorio e durante l’inverno non possono usare il campo di calcetto perché non troviamo i soldi per coprirlo. E sono convinto che la maggior parte dei parroci del Sud Italia stiano nelle mie stesse condizioni.

È di un’attualità sconvolgente quanto scriveva don Lorenzo Milani a don Ezio Palombo il 29 aprile 1955: «Vengono onorati e elevati i preti che si distinguono nelle più corruttive attività e vengono destituiti i santi». Forse sono ingenuo, ma perché non cominciare ad immaginare una sorta di rotazione, se non tra vertici e base della Chiesa, almeno tra i suoi dirigenti apicali? Sarebbe bello se un cardinale o un vescovo, dopo alcuni anni di impegno ai vertici della Santa Sede andasse, o tornasse, a svolgere il proprio servizio in una diocesi.

Invece è triste pensare che il vero scontro ai vertici della gerarchia quasi immobile e inamovibile della Chiesa cattolica, non sia solo tra conservatori e progressisti, ma tra questi e i potenti vestiti da vescovi e cardinali, che non vogliono cedere né mettere in discussione il proprio potere, che anzi cercano di accrescere con ogni mezzo. Allora ben vengano queste rivelazioni giornalistiche che – lo spero tanto – alcuni sostengono essere i primi effetti della “rivoluzione” di papa Francesco di cui tanto si parla.

Nel XIII secolo lo scontro tra la Chiesa dei “poveri in spirito”, rappresentata da san Francesco, e quella del potere, rappresentata da papa Innocenzo III, si risolse in una sorta di tregua precaria. Morto il santo di Assisi, infatti, lo scontro si riaccese in modo sempre più cruento: il sangue era quello dei poveri e di chi li difendeva, schiacciati dalla maggior parte della gerarchia che, invece, pensava ad accumulare sempre più potere e ricchezze. Il potere, che forse per un momento solo era sembrato scosso dalle scelte evangeliche di Francesco, dopo di lui trionfa, come sempre, vendicativo e spavaldo più che mai. Resta l’esempio concreto del giullare di Dio, che comunque attraverserà tutta la storia. 

C’è da chiedersi se adesso che in Vaticano Francesco sembra aver preso il posto di Innocenzo, le scelte del poverello di Assisi possano finalmente diventare il programma del pontificato di un papa. Ce lo auguriamo in tanti. Ben sapendo – e lo sa bene anche papa Francesco – che scrostando e liberando il volto evangelico della Chiesa dal marciume, questo apparirà ancora più schifoso. Ma non bisogna aver paura della verità: anche il pavone quando apre la sua splendida coda diventa bellissimo, ma … necessariamente mostra il culo.

MicroMega

martedì 22 dicembre 2015

Rivisitare a distanza di 30 anni l'inganno cui il popolo italiano fu sottoposto lascia stupefatti

Trent'anni fa, il 15 dicembre 1985, veniva firmata l'Intesa tra Governo italiano e Cei (Conferenza Episcopale Italiana), divenuta il giorno successivo il DPR 751/16.12.1985, applicativo dell'articolo 9 del Nuovo Concordato per l'insegnamento della religione cattolica (irc) nelle scuole pubbliche.
L'inserimento dell'irc nell'orario scolastico obbligatorio – nonostante la facoltatività della scelta prevista dal Nuovo Concordato (1984) – fu la conseguenza di quell'Intesa che pur non nominando esplicitamente il termine “obbligatorio” accanto al termine “orario giornaliero”, tendeva a vanificare di fatto l'eliminazione dell'obbligo di frequenza dell’irc previsto dal precedente Concordato (1929).
Rivisitare a distanza di 30 anni l'inganno cui il popolo italiano fu sottoposto lascia stupefatti.
L'Intesa parte come se nulla fosse cambiato: “...la Repubblica italiana … continua ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche...”. Soltanto al punto 2 si accenna al nuovo regime: il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi dell'irc – assicurato dallo Stato – non deve determinare alcuna forma di discriminazione, neppure in relazione ai criteri per la formazione delle classi, alla durata dell'orario giornaliero e alla collocazione di detto insegnamento nel quadro orario delle lezioni.
Le parole pesano come mattoni. Trattandosi di un'Intesa relativa all'insegnamento della religione cattolica la preoccupazione riguarda la tutela da ogni forma di discriminazione nei confronti di coloro che scelgono di frequentare l'irc: non devono essere isolati in classi apposite, non devono rimanere a scuola oltre l'orario, l'irc deve essere collocato nel quadro orario delle lezioni.
I trent'anni che ci separano da quel provvedimento hanno configurato, tra disorientamento, proteste, ricorsi, un’altra storia. I discriminati erano – sono – i non avvalenti. Proprio la collocazione dell'irc, divenuto facoltativo, all’interno dell’orario scolastico obbligatorio determinava un vuoto assoluto, una totale incuria per chi di quell’insegnamento-confessionale – non intendeva avvalersi.
La ministra Falcucci considerò risolutivo lo stratagemma dell’ora alternativa. I non avvalenti avrebbero potuto durante l’ora di r.c. dedicarsi ad attività culturali di studio con l’assistenza degli insegnanti. Ne nacquero diatribe a non finire: la Camera nel 1986 votò una mozione in cui si chiedeva un insegnamento “certo”, non casuale, come dire, di serie B a fronte dell’irc; dibattiti ci furono anche sulla natura, sui caratteri di questo insegnamento, ma di tutt’altro tenore fu la sentenza della Corte Costituzionale (sent.203/1989) su un ricorso presentato al Tar del Lazio dai non avvalenti e da associazioni laiche.
La Corte si pronunciò contro qualsiasi forma di imposizione affermando il valore della libertà di coscienza. I non avvalenti non dovevano sottostare ad alcun obbligo “alternativo” per il fatto di non avere scelto l’irc. Venne loro riconosciuto “lo stato di non obbligo”.
Quest’affermazione di principio necessitava di un forte sostegno nelle scuole e nella società. Il sostegno ci fu nei primi anni ’90, tanto che nel 1991 la Corte Costituzionale estese lo “stato di non obbligo” al punto da comprendere addirittura l’uscita dall’edificio scolastico dei non avvalenti durante l’irc, qualora l’avessero richiesto. Nel 1990 fu sollecitata dalla società civile, e ottenuta, una revisione dell’Intesa. Il DPR 202 del 1990 (ministro per la P.I. l’on. Sergio Mattarella) mise mano a vari aspetti della normativa di cui quelli ritenuti più importanti per gli effetti diretti sulla popolazione scolastica sono la concentrazione delle 60 ore di irc nella scuola dell’Infanzia in alcuni particolari momenti dell’anno, in modo da evitare la separazione settimanale di bambini e bambine del tutto ignari, e la sostituzione del voto del docente di r.c. allo scrutinio finale “se determinante ai fini di promozione o bocciatura dell’alunno/a” con un giudizio da iscrivere nel verbale.
Vi furono ricorsi da parte dei docenti di r.c., alcuni accolti, altri respinti, ma l’aspetto più grave è rappresentato dal fatto che a tutt’oggi in numerose scuole questo provvedimento non è conosciuto, e non mancano casi di alunni e alunne promossi grazie al voto del docente di r.c.…
L’allentamento della tensione che aveva animato le battaglie del primo decennio dall’entrata in vigore del Nuovo Concordato nella scuola portò a una sorta di indifferenza generalizzata, tranne pochi “ostinati”cui va il merito di aver tenuta accesa la fiamma dell’impegno.
Il termine “esonero” a tutt’ora in uso da parte di chi non si avvale, come se si trattasse di un insegnamento ancora obbligatorio, la dice lunga. La materia alternativa è vista come l’unica possibilità praticabile. Studio individuale (assistito o non assistito), uscita dall’edificio vengono raramente presi in considerazione, a meno che non si tratti (nel caso di non presenza a scuola) di un irc collocato alla prima o ultima ora di lezione. Si tratta di scelte “raffinate” che presuppongono una coscienza laica, che non cede al ricatto della valutazione dell’attività alternativa alla pari di r.c.
A questo proposito va ricordata la lunga vicenda (2006-2009) della contestazione dell’attribuzione del credito scolastico all’esame di Stato assegnata anche al docente di r.c. Si mossero una ventina di associazioni laiche e confessioni religiose diverse dalla cattolica. Il Tar del Lazio accolse i ricorsi mettendo in evidenza le discriminazioni ricadenti sulla diversa fattispecie dei non avvalenti. Ma il ricorso della ministra Gelmini al Consiglio di Stato provocò una storica sentenza (dec. 2749 del 7 maggio 2010): non ci sarebbe stata discriminazione se la scuola avesse avviato un’attività didattico formativa alternativa all’ irc.
Si apriva così un nuovo capitolo. La libertà di coscienza veniva calpestata a favore di una semplificazione inaccettabile, ma che fu accettata. La richiesta di un’attività alternativa sembrò una via accettabile, anzi, da sollecitare, visto che il MAE e il MIUR, sulla base della sentenza del Consiglio di Stato, dichiaravano di retribuire direttamente il docente di attività didattico-formativa (cfr. C.M. marzo 2011). L’attività alternativa cominciava a rappresentare una sorta di ancora di salvezza per i tanti precari delle graduatorie! La subalternità all’irc non viene normalmente percepita. Con buona pace della laicità della scuola.
Ma quale è la realtà nelle scuole? L’attività alternativa continua a non essere condizione generalizzata. Le disposizioni citate non sono neppure note a tutti i dirigenti. Alunni e alunne che non si avvalgono, soprattutto nella Scuola primaria, continuano a essere “spostati” di classe durante l’ora di r.c. L’Uaar recentemente evidenziava il basso numero di alunni che si avvalgono e proponeva l’accorpamento delle classi, riducendo il numero dei docenti di r.c. Ma anche gli alunni che non si avvalgono sono pochi in molte realtà…E anche i docenti di attività alternativa hanno un costo… Si tratta ovviamente di casi limite.
La confusione oggi è grande. Molti chiedono la trasformazione dell’ora di religione in ora di storia delle religioni, come se non esistesse un Concordato che impone l’irc… Ciononostante il numero di coloro che non si avvalgono è in continuo aumento. Di questo fenomeno va tenuto conto; lo stato di non obbligo per i non avvalenti va rivendicato, la sudditanza a un insegnamento confessionale non può essere mitigata da marchingegni alternativi.
È tempo che la battaglia contro l’Intesa applicativa dell’art.9 del Nuovo Concordato nella scuola pubblica venga ripresa, in nome della laicità della scuola e della Repubblica.
Non possiamo attendere l’auspicata abrogazione del Concordato; l’Intesa – come si è visto – può essere ridiscussa. E ciò è tanto più urgente in presenza del moltiplicarsi della presenza di alunni/e appartenenti ad altre confessioni religiose, in presenza del permanere costante di forme di discriminazione denunciate dai genitori, in presenza dei costi elevati che gli insegnanti di r.c. scelti dal Vicariato ma pagati dallo Stato, e i docenti di attività alternative, qualora si rispetti la sentenza del Consiglio di Stato, comportano.
L’Intesa del 16 dicembre 1985 parla di “orario scolastico” ma non di “orario scolastico obbligatorio”. Tutto ciò considerato, non si potrebbe proporre l’avvio di una trattativa tra i soggetti firmatari dell’Intesa per stabilire che “orario scolastico giornaliero” può anche comprendere una fascia facoltativa (era una vecchia proposta degli anni’90) per consentire – fuori dell’orario obbligatorio – a chi ne faccia richiesta, di frequentare l’irc, senza valutazioni discriminanti nei confronti di chi in base alla libertà di coscienza non ritiene di seguire un insegnamento confessionale? Sarebbe un passo grande verso l’affermazione della laicità della scuola pubblica.
Antonia Sani - MicroMega

Questo, nel paese di Renzi e Verdini, dei conflitti di interessi e del magna magna a spese dei contribuenti, dei furbetti di tutte le parrocchie, dei trasformismi delle prime e ultime ore, dei partiti che abiurano a tutta una tradizione di principi

Mi presento. Sono la tipica docente contrastiva. Una di quelle che – nel fantasioso linguaggio della Anp, Associazione Nazionale Dirigenti ed Alte Professionalità – come si evince da una slide di “formazione” del nuovo dirigente scolastico (quello a cui la legge 107/15 – la Buona Scuola – assegna il ruolo di reclutatore, valutatore ed elargitore del bonus che premia il merito, stravolgendo la ratio inclusiva e la vocazione democratica e quindi collegiale della scuola della Repubblica) crea potenzialmente problemi all’istituto e quindi deve/può essere allontanata.
Cosa vuol dire? Vuol dire che non sono docile, malleabile, indecisa, impaurita dalle gerarchie, schiacciata dal timore del potere. Perché sarebbe così che ci vorrebbero: servi, esecutori, incapaci di rivendicare la libertà di insegnamento e le proprie prerogative non solo professionali ma civili, yes wo/men di personaggi che sono per lo più stati cooptati dall’amministrazione (che li ha addestrati sul Toyota Management System, con l’avallo di Treelle e Fondazione Agnelli, per dirigere – pensate! – delle scuole) e li ha reclutati attraverso procedure concorsuali controverse, dai risvolti poco chiari, con prove a dir poco opinabili. Nonché costosi corsi di formazione, di cui la stessa Anp è organizzatrice, of course.
Sono una docente contrastiva per vocazione e temperamento. E lo sono non per partito preso, ma perché rispondo direttamente al mandato costituzionale che ho assunto nel momento in cui ho iniziato a lavorare nelle scuole: il rispetto di quei principi mi ha resa autorevole e dialettica con i miei studenti, preparata nelle mie discipline, intransigente verso un “nuovo che avanza” che di quei principi fa carne di porco. E con gli esecutori acritici – dirigenti, colleghi, genitori, studenti – di una norma, la 107/15, e di tutte le riforme approvate – Moratti, Gelmini – o rimandate al mittente – Profumo – che quei principi hanno violato ed infangato. Non verrò mai premiata, non sarò mai tra i “meritevoli”, dal momento che non blandisco, non progetto compulsivamente, non eseguo acriticamente. Vedo ancora la scuola non come un progettificio rutilante e multiforme, come una merce sul mercato da rendere appetibile con le lusinghe più varie, ma come un luogo di riflessione, relazione, studio, crescita umana, professionale ed etica (e non l’avviamento precoce al lavoro). Opero con coscienza: produco – come è mio dovere - generalmente cultura, cittadinanza critica, competenze trasversali utili a stare meglio nel mondo, rispetto e pratica della legalità. Ho scioperato e sciopererò in occasione dei test Invalsi, perché comprimere le capacità crtico analitiche degli studenti e - al tempo stesso - imporre una didattica ideologica e di regime è una direzione che rivendico poter rifiutare, contraria a tutte le mie convinzioni didattico pedagogiche e all'esercizio della libertà di insegnamento e del diritto all'apprendimento
Questo, nel paese di Renzi e Verdini, dei conflitti di interessi e del magna magna a spese dei contribuenti, dei furbetti di tutte le parrocchie, dei trasformismi delle prime e ultime ore, dei partiti che abiurano a tutta una tradizione di principi per cui i propri (improbabili) progenitori hanno sacrificato la vita stessa,  non è parametro positivo. Per giunta parlo; e – quel che è peggio – penso. Mi oppongo, addirittura studio la legge. Non sono disponibile a chinare la testa davanti ad un dirigente che mi dica: l’esperto sono io, si fa così. Perché riconosco a me stessa la capacità di andare a leggere ed interpretare le stesse norme che troppo spesso dirigenti superficiali enunciano e interpretano in modo arbitrario, indifferenti a ogni esigenza di chiarezza e trasparenza, pronti ad eseguire gli indirizzi e le indicazioni che l’amministrazione propaganda per norme tassative.
E pensare che di docenti contrastivi c’è davvero bisogno, anche se c’è qualcuno che si ostina a non capire, a non voler capire. Da qualche tempo – grazie a berlusconismo e renzismo – il nostro Paese ha infatti cessato (nella maggioranza dei suoi rinunciatari cittadini) di considerare l’interesse generale come un valore da difendere davvero. È per questo che molte tra le battaglie sulla scuola sono state portate avanti quasi esclusivamente da coloro che ne erano (o, meglio, sembravano essere) direttamente coinvolti: così fu per la riforma Moratti (percepita quasi esclusivamente come roba da scuola primaria) o per le varie tornate di rivendicazione dei precari. Quasi che la distruzione del tempo pieno o la rottura del modello pedagogico del team di insegnanti non fosse elemento che potesse/dovesse interessare i docenti degli altri ordini; o che stabilizzazione del rapporto di lavoro, continuità didattica, precarizzazione delle esistenze non avessero ricadute generali sul sistema e quindi, sebbene indirettamente, anche su chi non si trovava in quelle condizioni. È per questo motivo, forse, per una visione personalista ed individualista persino della mobilitazione, che concetti come l’attacco ai principi costituzionali della libertà dell’insegnamento e dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale non vengono percepiti come tragedie culturali, sociali e politiche tanto gravi da continuare a richiedere vigilanza, indignazione, mobilitazioni permanenti. Quei principi vengono drammaticamente scavalcati e dileggiati dalla legge 107, la cosiddetta Buona Scuola; ma docenti, personale  Ata, genitori e persino studenti non sembrano preoccuparsene in troppi casi, tanto che la primavera e lo sciopero del 5 maggio sembrano ora quasi un ricordo. Ma c’è una notizia che ci riporta alla dura realtà: nessuno è esente dalle conseguenze negative di questo pedestre abominio giuridico.
Come ci spiegano le solerti slides della associazione di dirigenti più potente del Paese, celebre per la sua immediata e zelante capacità di irreggimentazione rispetto alle più varie “riforme” che siano state proposte/imposte alla scuola italiana – in questo e in molto altro, insomma, per nulla “contrastiva” – la mobilità futura, la possibilità di chiedere trasferimento, sarà per i docenti, anche quelli di ruolo da decenni, anche quelli anziani, non più verso le singole scuole, ma solo verso gli ambiti territoriali. Il futuro che si prefigura è semplice ed omogeneo: tutti saranno “incaricati” sulla scuola del dirigente che li avrà pescati dall’ambito territoriale, per un periodo – rinnovabile – di tre anni. La chiosa contenuta nelle slides a questo proposito riporta alcune valutazioni, che molto fanno riflettere sul potenziale e già esistente clima in molte scuole. Un clima alimentato da una più o meno evidente irreversibile dimensione conflittuale, esasperata dai tentativi coercitivi e autoritari di molti dirigenti di piegare i collegi dei docenti (ormai limitati nelle loro prerogative e talvolta irresponsabilmente fiaccati nella loro capacità di resistenza) alla propria volontà, spesso con toni irridenti e proprietari, come si nota anche dal testo dell’Anp.
Si legge: “ma [i docenti] non avranno la certezza di una scuola, vita natural durante come adesso” (e qui come non notare l’ammiccamento al comune sentire e l’ aggressività verso gli insegnanti italiani – conservatori, privilegiati, fannulloni - inaugurata più di 10 anni fa da economisti-editorialisti che hanno legittimato ed alimentato i più triti luoghi comuni, accompagnando il definitivo affogamento nel neoliberismo della Scuola della Repubblica?).  E continuano le davvero illuminanti diapositive: “Vantaggi per la scuola: scelta dei docenti in funzione del Ptof; maggiore probabilità di “fare squadra”; non “avere le mani legate” rispetto a docenti contrastivi”. Oltre ai toni beceri, c’è da notare che in questa visione la scuola non coincide più con la sua teleologia costituzionale: favorire in tutti i modi il diritto all’apprendimento di tutti gli studenti, sulla base del principio di uguaglianza costituzionalmente sancito. I “vantaggi”, infatti, della precarizzazione, deprofessionalizzazione, messa all’asta dei docenti italiani, sono – ancora una volta – di natura esclusivamente economica e nel senso della limitazione di diritti e democrazia. Dove “fare squadra” deve essere inteso come accaparrarsi i docenti migliori sul mercato, qualora questa condizione possa essere oggettiva. E gli altri? E – soprattutto – le scuole e gli studenti che avranno gli altri, i non migliori? Squadre di serie A, di serie B, forse anche di Lega Pro, senza pensare che però gli studenti non sono – o non dovrebbero essere – di serie A o di serie B; senza pensare, ancora, che certamente non sono figli di serie A e B. E dove “non avere mani legate rispetto a docenti contrastivi” significa imporre alla scuola e alla società una classe docente perfettamente omogenea alla volontà del capo, in grado finalmente di sbarazzarsi di contestatori, infedeli alla linea, gufi, piantagrane. Tradotto in altri termini significa: affidare le nuove generazioni, figli e nipoti, non più al luogo della democrazia, della laicità, del pluralismo, dell’inclusione nell’interesse generale; ma alla fabbrica del Pensiero Unico.
Questo è un ringraziamento ai Partigiani della Scuola Pubblica, che hanno sollevato un caso sul quale è necessario riflettere e mobilitarsi. È però anche un appello ai docenti italiani; a studenti, genitori, cittadini: non vi sentite coinvolti? C’è in gioco la democrazia: c’è molto bisogno di contrastività.
Marina Boscaino
(18 dicembre 2015) in MicroMega

venerdì 20 novembre 2015

Manifestazione da convidere, i musulmani d’Italia vanno sostenuti

È apparso subito evidente, all’indomani della strage di Parigi, che si è di fronte a una minaccia mortale per le società europee, ma anche per il mondo arabo e musulmano. E bene hanno fatto le comunità islamiche italiane che hanno deciso di scendere in piazza in solidarietà con le vittime e contro il terrorismo di Daesh il pomeriggio di sabato 21 novembre a Roma (alle ore 15 in piazza Santi Apostoli).
Spetta, infatti, soprattutto ai musulmani riconoscere, isolare e denunciare qualsiasi forma di estremismo fondamentalista, pronto a dotarsi di armi micidiali.
E spetta a noi ora, cittadini italiani, associazioni laiche e religiose, donne e uomini di buona volontà, il compito non lieve e non facile di accogliere con serietà quest’invito per affermare i valori condivisi delle società democratiche.
Dunque, le musulmane e i musulmani d’Italia, in un simile momento storico sono nostri preziosi alleati, in una sfida contro il terrorismo che vinceremo se e solo se saremo capaci di rimanere uniti intorno al valore della intangibilità della vita umana. E se, e solo se, saremo mossi dalla netta condanna di qualsiasi forma di fondamentalismo.
Per questo i musulmani d’Italia e d’Europa vanno sostenuti e tutelati nei confronti di chi li associa a un Islam ridotto alla sua dimensione aggressiva e autoritaria e alla sua faccia intollerante e feroce. E con ciò si dimentica che la guerra in corso è, in primo luogo, una lotta all’ultimo sangue per l’egemonia all’interno del mondo musulmano, perfino al di là del conflitto tra sciiti e sunniti.
Come ha scritto Amos Oz, questa «prima che essere una guerra contro l’Europa e l’Occidente, è una guerra interna all’Islam, per il suo cuore. È un conflitto sul significato e l’identità dei musulmani». Se non si capisce questo, è inevitabile che le opinioni pubbliche occidentali — smarrite e insicure — creino nuovi mostri e coltivino nuovi incubi.
Si finisce così col guardare — cedendo a una equazione perversa — i flussi di profughi che arrivano sulle nostre coste come potenziali seminatori di terrore. E, invece, la gran parte di quanti giungono in Europa fugge da guerre e persecuzioni.
Fugge, quindi, da quello stesso terrore che ha colpito Parigi e da anni colpisce paesi come la Nigeria, la Siria, l’Iraq, il Mali e l’Afghanistan.
A loro dovremmo dare la possibilità di arrivare nel nostro continente con viaggi legali e sicuri. Ma mese dopo mese le nostre risposte si rivelano sempre più povere e inadeguate: il programma di ricollocamento stenta a partire, le barriere si moltiplicano e, nelle ore successive alla strage di Parigi, alcuni Stati hanno fatto marcia indietro sugli impegni presi per la gestione della crisi umanitaria in atto.
Garantire il diritto d’asilo e consentire ai profughi di essere accolti con dignità e inclusi nelle nostre società è un altro passo indispensabile nella difesa dei valori fondamentali in cui ci riconosciamo.
Lo si è visto in questi anni: quanto più escludiamo e segreghiamo e quanti più ghetti creiamo, tanta più miseria e tensione sociale finiamo col produrre.
Manca, all’Unione europea, un programma comune per l’immigrazione e per l’asilo; e, più in generale, manca una strategia condivisa in politica estera e di difesa. La necessità di pensare e attuare l’unità politica degli Stati membri, nonostante venga ribadita in tutte le sedi, passa obbligatoriamente attraverso una serie di scelte che gli stessi Stati dovrebbero fare. E anche in fretta.
L’incombenza della minaccia terroristica non fa altro che evidenziare fratture e contrapposizioni, le quali potrebbero rivelarsi fatali per l’obiettivo di un’Europa unita.
ilmanifesto.info

#ChiedoAsilo. «Mille asili in mille giorni» disse un tempo Renzi. Ma oggi nella legge di stabilità non c’è un euro

C’era una volta la promessa di Renzi sui «mille asili in mille giorni». Di giorni dal suo insediamento ne sono passati quasi 700, ma di nuovi asili non c’è alcuna traccia. Oggi novecentomila bambini tra i sei mesi e i due anni cercano asilo. E la legge di Stabilità non stanzia un euro per finanziare il disegno di legge Puglisi (Pd), inglobato nella cosiddetta «Buona scuola», che renderà i nidi e le scuole dell’infanzia un diritto universale e non più un servizio a domanda individuale. In compenso, alle scuole paritarie arriveranno altri 25 milioni di euro, portando così quasi a livello dello scorso anno (497 milioni totali rispetto su 500) il fondo riservato.
Lo prevede un emendamento alla legge di Stabilità che sarà approvata oggi in prima lettura dal Senato. Mentre il governo si appresta a sforare il Fiscal Compact sulle spese militari, finanzia le scuole private e quelle cattoliche, ma non gli asili o per il diritto allo studio degli universitari a cui ha destinato risorse irrisorie.
Un mondo precario
Questa è la fotografia dell’istruzione pubblica scattata dalla Funzione pubblica della Cgil (Fp) nella giornata mondiale dei diritti dell’infanzia prevista oggi. In questa occasione Fp-Cgil ha promosso una campagna sugli asili nido lanciando l’hashtag #ChiedoAsilo. Il sindacato ha elaborato una ricerca, condotta sui dati Istat sull’offerta comunale degli asili nido e altri servizi socio-educativi. Il sistema noto nel mondo per le sue eccellenze mostra un’altra faccia: precariato delle maestre, scarsa offerta pubblicata generata dai tagli, privati che alzano tariffe per famiglie alle prese con la crisi e redditi bassi. Questa è l’altra faccia dell’eccellenza italiana: un immenso bacino di bambini esclusi dal «diritto di asilo» e condannati a restarlo a lungo.
La mappa nazionale dei servizi presenta enormi sperequazioni regionali. Se, infatti, la copertura dei servizi per l’infanzia è al 24,8% in Emilia Romagna, in Campania è al 2%. La media nazionale sull’offerta di asilo nido e di micro nidi pubblici e privati per la prima infanzia oggi copre una fascia di bambini da zero a due anni pari al 17,9% (17,9 posti ogni 100 bambini): 289.851 bambine e bambini. Una percentuale lontanissima dalla media dei paesi scandinavi, quasi il 50%, e dalla (passata) strategia di Lisbona che prevedeva una copertura pari al 33% entro il 2010.
Per raggiungere lo standard europeo l’Italia dovrebbe creare 1700 nidi e scuole dell’infanzia in più, garantendo il diritto all’asilo a 100 mila bambini. In questo modo 33 bambini su 100 – la percentuale prevista – potrebbero accedere al servizio. Per rendere possibile questo sforzo, ha calcolato Fp Cgil, bisogna assumere 20 mila lavoratori.
Prospettiva impossibile finché resterà in vigore uno dei comandamenti dell’austerità: il blocco del turn-over (al 25%) e delle assunzioni nella pubblica amministrazione. Un muro che implementa il precariato in cui lavorano le maestre e gli insegnanti in Italia.
Se gli adulti sembrano equilibristi alla ricerca di una continuità di lavoro e della qualità del servizio, il mondo del precariato visto dai bambini è un arcano esercizio ragionieristico. La stima dei 900 mila «senza asilo» è ottenuta dal totale delle nascite avvenute dal 2010 fino ai primi due mesi del 2012. Nel 2010 sono nati 561.944 bambini, nel 2011 546.585. Nei primi due mesi del 2012 89.587. Il totale è di 1 milioni e 198.116 bambini ai quali vanno sottratti i 289.851 che sono riusciti a trovare un posto al nido. I “senza asilo” sono 908.535. Per loro non si prevede, a breve, un posto nelle strutture pubbliche. A meno che le rispettive famiglie non facciano uno sforzo, pagando.
Fatti, non annunci
È interessante anche l’analisi della Fp Cgil sui 289 mila bambini che hanno trovato un posto al nido. 146.647 sono iscritti agli asili comunali, 45 mila a quelli gestiti da terzi, 29 mila sono in asili nido privati con riserva di posti, mentre 13 mila bambine e bambini usufruiscono dei contributi erogati (compresi i voucher) alle famiglie per la frequenza degli asili. A questi vanno aggiunti ben 96 mila bambini che hanno trovato un posto nelle strutture private, a carico delle famiglie. Questi 289 mila bambini si trovano in 3.656 strutture pubbliche e 5.214 private, per un totale di 8.870. A questa cifra, sostiene il sindacato, si dovrebbero aggiungere le 7 mila strutture e i 20 mila posti in più. Per permettere al sistema di recuperare in equità a tutti i livelli e per tutte le età.
«Servono fatti, non annunci – sostiene Federico Bozzanca, segretario Fp Cgil – a partire da un finanziamento nella legge di Stabilità. I dati della ricerca dimostrano l’impatto del blocco del turn-over, l’allungamento dell’età pensionabile e dei tagli agli enti locali sulla vita dei bambini, delle famiglie e dei lavoratori. Il blocco e i tagli rischiano di metterei n crisi un servizio che è sempre stato un fiore all’occhiello a livello internazionale».
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I jihadisti globetrotter e le falle dei servizi di intelligence

«Soltanto il 16 novembre, i servizi di un paese extraeuropeo ci hanno segnalato la presenza di Abdelhamid Abaaoud, che ci risulta protagonista di almeno quattro degli ultimi sei attentati sventati in Francia», ha detto il ministro dell’Interno francese, Bernard Cazeneuve. Si tratta di una frase che consente di riflettere su alcuni elementi: in primo luogo su Abbaoud, considerato la mente dietro gli attentati di Parigi, una sorta di globetrotter del jihadismo, dichiarato morto dopo l’assalto alla palazzina di Saint Denis. Si tratta di un personaggio controverso, uno che raccontava di muoversi con facilità tra le frontiere europee al magazine Dabiq, che avrebbe portato pure il fratello tredicenne in Siria.
Un profilo bizzarro, cui evidentemente tante delle sue avventure sono state concesse da compiacenze a livello di servizi di sicurezza, quando — forse — personaggi invasati con una buona rete di contatti come quella di Abaaoud convenivano all’Isis e non solo. Cazeneuve, ci dice anche che Abaaoud era conosciuto dalle polizie europee da tempo, così come il suo gruppetto (definito «la cellula di Verviers»). E che questa cellula sarebbe stata sgominata nel gennaio 2015.
E proprio ieri a conferma della necessità di uno sforzo dei servizi di intelligence, gli stati Ue si sono impegnati a condividere maggiormente le informazioni dei propri uffici chiedendo «alle autorità nazionali di inserire i dati di tutti i sospetti foreign fighters in Sis II», lo Schengen Information System, e di «definire un approccio comune nell’uso dei dati». Quanto sostenuto dal ministro francese, poi, ci dice che probabilmente Abaaoud era conosciuto anche dai servizi di qualche paese extraeuropeo che dunque aveva avuto modo di «attenzionare» il soggetto anche durante le sue peregrinazioni extra Francia e Belgio.
Ci dice poi che nei movimenti di questi reclutatori, c’è lo zampino proprio dei servizi di sicurezza, cui conveniva, nel momento del supporto dei ribelli moderati anti Assad, qualcuno in grado di tirare dentro persone con l’obiettivo di dare del filo da torcere all’esercito siriano, ad esempio. Ma come tutte le creature che finiscono per prendere spazio e infine autonomia (vedi il discorso di Hillary Clinton proprio sull’Isis), cambiati gli assetti internazionali con l’ingresso prepotente della Russia sul fronte militare, anche i reclutatori di foreign fighters hanno finito per cambiare atteggiamento, focalizzandosi su altri obiettivi, rivolgendosi ad azioni in Occidente. Non solo, perché la frase del ministro dell’interno francese ci racconta anche come le probabili misure di allargamento delle funzioni dell’intelligence (come avvenuto già in Italia in questi giorni) e di aumento dei controlli delle nostre comunicazioni e la possibilità di criptare i nostri messaggi qualora lo volessimo (un po’ come facevamo e facciamo con le lettere che racchiudiamo dentro una busta anche se non abbiamo nulla da nascondere) non saranno la soluzione che consentirà di «sconfiggere l’Isis», perché — innanzitutto — è stato dimostrato che queste persone dialogano tra loro in chiaro, perfino con il telefono cellulare.
Come ha dimostrato The Intercept, inoltre, quasi tutti i protagonisti degli ultimi attentati di cui abbiamo notizia, sono persone ampiamente conosciute dai servizi di intelligence, spesso a causa di denunce partite proprio da esponenti delle comunità islamiche di riferimento (a smentire chi parla di ambienti musulmani, in termini generali, caratterizzati dall’omertà).
Il caso della «mente degli attentati di parigi» è esemplificativo: Abaaoud, aka Abou Omar Al-Baljiki, avrebbe a che fare con molti attentati in Francia e Belgio. Il 28enne belga è entrato nell’inchiesta sull’attentato al museo ebraico di Bruxelles per i contatti avuti con l’autore, Mehdi Nemmouche. Il 19 aprile, il nome di Abaaoud appare in relazione a un tentato attacco contro una chiesa di Villejuif. Il padre, Omar Abaaoud, senza notizie sui suoi figli, aveva avvisato le autorità e si era costituito parte civile contro di lui.
Poi era arrivata la notizia della sua morte in Siria, poi era apparso in un video alla guida di un’auto che trascina corpi mutilati. E per quanto riguarda Parigi, secondo il quotidiano belga la Derniere Heure, Salah Abdeslam, il terrorista in fuga dopo gli attentati di Parigi e dichiarato anch’egli morto nella serata di ieri, fratello del kamikaze che si è fatto saltare in aria al Comptoire Voltaire, sarebbe stato in contatto proprio con Abaaoud. Tutti avrebbero trascorso l’infanzia a Molenbeek, nella periferia di Bruxelles. Abdelhamid e Salah sarebbero stati anche insieme in carcere in Belgio nel 2010 dopo una rapina.
ilmanifesto.info

martedì 17 novembre 2015

Legge Stabilità: canone Rai in bolletta in 10 rate. Dall'Imu alla Tasi, ecco le novità in arrivo sul fronte della casa

Il testo della commissione Bilancio del Senato sulla Legge di Stabilità arriverà giovedì in Aula in modo che il via libera possa arrivare entro sabato. Lo si apprende da fonti parlamentari, al termine della capigruppo di Palazzo Madama.

Canone Rai in bolletta da pagare "in 10 rate mensili, addebitate sulle fatture emesse dall'impresa elettrica aventi scadenza del pagamento immediatamente successiva alla scadenza delle rate". Lo prevede un emendamento delle relatrici alla legge di Stabilità che sarà presentato a breve in commissione Bilancio al Senato.

"Le rate - si legge nell'emendamento delle relatrici depositato in commissione Bilancio al Senato - s'intendono scadute il primo giorno di ciascuno dei mesi da gennaio ad ottobre L'importo delle rate è oggetto di distinta indicazione nel contesto della fattura emessa dall'impresa elettrica e non è imponibile ai fini fiscali. Le imprese elettriche possono effettuare il versamento entro il giorno 20 del mese successivo a quello di incasso e comunque l'intero canone deve essere riscosso e riversato entro il 20 dicembre". "In sede di prima applicazione - prosegue il testo - avuto riguardo ai tempi tecnici necessari all'adeguamento dei sistemi di fatturazione, le rate scadute all'atto dell'entrata in vigore della presente legge sono cumulativamente addebitate nella prima fattura successiva al primo luglio 2016".
Si entra nel vivo delle votazioni sulla legge di Stabilità in commissione Bilancio al Senato.

Ok sconto case in comodato a figli - Il primo via libera 'di peso' è quello all'emendamento delle relatrici che elimina le tasse sulla casa anche per chi la dà in comodato d'uso ai figli, se ne possiede soltanto una.
 Per avere lo sconto il proprietario deve possedere quella unica casa e averla usata come abitazione principale nel 2015.

Giù Imu per affitti concordati - Verso uno sconto Imu del 25% per i proprietari di una seconda abitazione che scelgono di metterla in affitto a canone concordato. Sarebbe questa una delle novità alla Legge di Stabilità su cui maggioranza e governo avrebbero trovato un'intesa, secondo quanto viene riferito da fonti parlamentari.
Congedo per i neopapà sale a 2 giorni - Il congedo obbligatorio per i papà "è aumentato a due giorni, che possano essere goduti anche in via non continuativa". Lo prevede un emendamento delle relatrici alla legge di Stabilità, che a breve dovrebbe essere presentato in commissione Bilancio al Senato. Proroga anche per il congedo facoltativo in via sperimentale per il 2016.
Imu-Tasi 4 per mille se affitti concordati - Tasse ridotte per chi affitta un appartamento a canone concordato. Un emendamento messo a punto dalle relatrici alla legge di Stabilità, che a breve dovrebbe essere presentato in commissione prevede infatti che "la somma della aliquote dell'Imu e della Tasi non può superare il 4 per mille".
ansa

Putin: 'Contro l'Isis uniti come contro Hitler'. Stato Islamico minaccia Roma

La Russia ha chiesto ai Paesi europei, del Nord America e del Medio Oriente di formare una coalizione anti-terrorismo come quella anti Hitler. "E' stato deciso in particolare di assicurare contatti più stretti e il coordinamento delle attività tra le agenzie militari e i servizi di sicurezza dei due Paesi nelle operazioni contro i terroristi", ha spiegato il servizio di stampa del Cremlino.
Il presidente francese, Francois Hollande, ha parlato al telefono con Vladimir Putin, per parlare del "coordinamento degli sforzi" contro lo Stato islamico. "E' stato deciso in particolare di assicurare contatti più stretti e il coordinamento delle attività tra le agenzie militari e i servizi di sicurezza dei due Paesi nelle operazioni contro i terroristi", ha spiegato il servizio di stampa del Cremlino. Hollande incontrerà Putin giovedì 26 novembre a Mosca e Obama due giorni prima a Washington.
Intanto il ramo iracheno dell'Isis ha pubblicato un nuovo video, 'Messaggio al popolo della croce': "I cristiani ci hanno dichiarato guerra, il loro sangue non sarà risparmiato". Nella foto che accompagna il video - che celebra l'abbattimento dell'aereo russo e le stragi di Parigi - si notano il britannico Big Ben, la Torre Eiffel e il Colosseo

Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, da Bruxelles,  esclude un intervento in Siria. "Non escludo - spiega - il rafforzamento dell'intervento in Iraq, nel senso che lo stiamo rafforzando. Mentre i numeri previsti per la nostra missione dal decreto precedente erano attorno alle 500 persone, il decreto che in questo momento è in discussione al Parlamento ne prevede 750. L'Italia ha assicurato alla Francia la massima disponibilità rispetto alla collaborazione del nostro Paese". Il ministro ha ricordato che sul piano militare "l'Italia fa già molto perché siamo tra i primi contingenti in Iraq per la lotta all'Isis" ma è disponibile a dare anche altre forme di sostegno.  "E' chiaro - ha specificato Pinotti - che la lotta al terrorismo non si gioca soltanto con lo strumento militare. C'è il tema della propaganda sul web, quello dei finanziamenti, quello delle indagini e dell'intelligence. Quindi ritengo che le possibilità per collaborare maggiormente possano essere molte". "Venerdì - ha continuato il ministro - c'è un'importante riunione dei ministri degli Interni e quella sarà una nuova puntata dove alcune delle cose che possono servire verranno messe a punto". "Noi sappiamo - ha concluso - che la lotta al terrorismo avrà tempi lunghi e quindi dobbiamo lavorarci con estrema attenzione, mettendo a fuoco gli strumenti necessari e coordinando tutti gli interventi. Credo che però il messaggio più forte di questa mattina è stata la disponibilità di tutti i 28 paesi a dare un sostegno bilaterale sulla base di quelle che saranno le necessità".

Se chiudi frontiere assassini restano dentro - "Se dici 'chiudi le frontiere', come alcuni hanno fatto in questi giorni, dovresti dire che lo fai per tenerli dentro, perché gli assassini nella stragrande maggioranza dei casi sono nati e cresciuti in Europa". Lo ha detto il premier Matteo Renzi alla presentazione di Origami. "La minaccia viene da dentro", ha sottolineato.
Grazie a Usa Italia a tavoli internazionali -"Siamo grati agli Usa per il passato e il presente: se siamo tornati ai tavoli internazionali, che negli ultimi anni sono stati fatti senza l'Italia, è grazie a loro. L'accordo perché a Vienna tornasse l'Italia è stato fatto grazie agli Usa molto più che grazie ai nostri amici europei. La nostra stella polare è il rapporto con gli Usa". Lo dice Renzi alla presentazione di Origami.
Renzi, non è guerra ma aggressione a identità - "Sono molto prudente sulle parole. Capisco chi utilizza la parola guerra ma io non la uso. E' evidente che l'attacco di Parigi è strutturalmente un attacco militare". Lo ha detto il premier Matteo Renzi alla presentazione di Origami. "E' una gigantesca aggressione all'idea stessa della nostra identità".
Renzi, nessuno può pensarsi immune da pericolo - "Nessuno di noi si può permettere il lusso di dire tranquilli non c'è pericolo: chi lo dice vive su Marte. Hanno colpito persino in Australia". Lo ha detto il premier Matteo Renzi alla presentazione di Origami parlando del pericolo terrorismo. "Nessuno può pensare di essere immune dal pericolo terrorismo", ha aggiunto
Renzi,giù toni politica,Italia vince insieme  - "Abbassiamo i toni della politica interna: vince l'Italia tutta insieme, tutta intera e chi rappresenta le istituzioni rappresenta tutto il Paese, punto". Lo ha detto il premier Matteo Renzi alla presentazione di Origami. "Forse l'immagine della Republique in Francia è molto più consolidata, tant'è che Le Pen ha bloccato la campagna elettorale", ha aggiunto.
ansa

Parigi, in fuga anche un secondo uomo. Evacuato lo stadio di Hannover

La Francia è alla ricerca di un secondo fuggitivo direttamente coinvolto negli attentati di Parigi. E intanto lo stadio di Hannover dove era prevista la partita di calcio Germania-Olanda è stato evacuato e la partita è stata annullata.
L'APPELLO DEL FRATELLO A SALAH - "Gli consiglio di arrendersi alla polizia": è l'appello di Mohamed Adeslam, il fratello dell'uomo più ricercato di Francia, Salah Abdeslam, intervistato da BFM-TV. "Il meglio è che si arrenda affinché la polizia possa fare piena luce su tutta questa storia".E' chiaro che gli consiglio di consegnarsi alla polizia - ha affermato Mohamed nell'intervista realizzata in Belgio da BFM-TV - Siamo una famiglia, pensiamo a lui, ci chiediamo dove si trovi in questo momento, se ha paura, se si sta nutrendo". "Effettivamente la cosa migliore sarebbe che si arrendesse affinché si possa fare piena luce su questa storia. Voglio ricordarlo: Salah non è stato ancora sentito dai servizi di polizia ed è dunque ancora presunto innocente", ha concluso.Mohamed ha poi tenuto a sottolineare che il fratello in fuga è "presunto innocente". Tempi durissimi per bar, ristoranti e alberghi parigini. Secondo le prime stime del Sybochrat, il sindacato francese del settore, le prenotazioni dei ristoranti crolleranno tra il 40 e il 60 per cento. "Non riceviamo più chiamate", dice un addetto.
E sono stati rilasciati i 7 fermati ad Alsdorf, vicino Aquisgrana, in Germania. "Non abbiamo nessun elemento che metta queste persone in relazione con gli attentati di Parigi", ha detto un portavoce della polizia.
La polizia sta verificando l'identità degli arrestati. Intanto l'Europa interviene in aiuto della Francia sia dal punto di vista militare che economico. "La Francia ha chiesto aiuto e l' Europa unita risponde sì" fa sapere Federica Mogherini, assieme al ministro francese della Difesa Jean-Yves Le Drian, annunciando il sostegno "unanime" del Consiglio Difesa all'attivazione della clausola di difesa collettiva prevista dall'art. 42.7 del Trattato di Lisbona chiesta da Hollande.  Ma Parigi chiede e ottiene aiuto anche dal punto di vista economico all'Ue. "Dobbiamo dare tutti gli strumenti a polizia e gendarmeria - ha detto il primo ministro Manuel Valls - in uomini e in investimenti. Questo non lo faremo a detrimento del bilancio di altri settori. L'Europa deve capire. E aiutarci". Parigi "sarà costretta a non rispettare" gli impegni di bilancio europei. "Una cosa è chiara - la replica di Pierre Moscovici - nelle circostanze attuali: in questo momento terribile la sicurezza dei cittadini in Francia e in Europa è la priorità assoluta, e la Commissione Ue lo capisce pienamente". Il premier italiano Matteo renzi, intanto, avverte: "nessuno può pensarsi immune dal pericolo".
E dopo aver dichiarato guerra all'Isis, la Francia, che ha chiesto aiuto agli alleati, continua i bombardamenti su Raqqa, roccaforte dello Stato Islamico. Nella notte è stata lanciata una nuova ondata di raid sulla città siriana. Il presidente francese ha chiesto anche poteri speciali di intervento data la situzione.
ansa

sabato 14 novembre 2015

Guatemala dice basta a spose bambine

Il Parlamento del Guatemala ha aumentato l'età minima legale per contrarre matrimonio da 14 a 18 anni, il primo passo legale della battaglia culturale per combattere quella che l'Unicef definisce la piaga dei "matrimoni precoci", in un paese dove il 30% delle donne si sono sposate quando erano ancora minorenni. Finora l'età minima per contrarre matrimonio era 14 anni.
ansa

Pastori trovano in ovile una sfera caduta dallo spazio

Due pastori della Murcia, la regione agricola della Spagna orientale, hanno conquistato un inaspettato momento di notorietà dopo avere trovato vicino all'ovile delle loro pecore una strana 'palla' nera ovale, dalla circonferenza di due metri circa, che si è rivelata caduta dallo spazio. Juan e Francisco Espin, due fratelli, hanno avvertito un distaccamento di militari accampato nei dintorni, che a loro volta hanno chiamato la Guardia Civil. In poche ore il campo delle pecore è stato invaso prima dagli artificieri della polizia, che hanno escluso potesse esplodere, poi dagli scienziati dell'Unità Nucleare, Radiologica, Batteriologica e Chimica (Nrbq) della Guardia Civil. Questi a loro volta hanno escluso rischi di contaminazione.
Le loro analisi hanno determinato che l'oggetto sarebbe stato fabbricato dalla tecnologia spaziale umana. L'oggetto, che pesa 12 chili, è costituito da una "lega metallica ricoperta di un materiale molto resistente al fuoco" secondo il direttore del Centro Ricerche Chimiche di Cartagena Juan Antonio Madrid, citato da El Pais. Secondo gli esperti l'ipotesi ritenuta più probabile è che si tratti del serbatoio di una stazione spaziale o di una astronave caduto senza disintegrarsi nel prato delle pecore di Juan e Francisco.
ansa

Germania: trovati i corpi di otto neonati, ricercata la madre

I corpi di otto neonati sono stati trovati dalla polizia nella cittadina di Wallenfels, in Franconia, la regione settentrionale della Baviera. I poliziotti avevano in un primo momento ritrovato i corpi di due neonati in una casa di Wallenfel, a nord di Norimberga, nella Franconia, dopo la chiamata di una vicina di casa. Il sospetto che la madre dei due neonati, una 45enne titolare di un chiosco nella cittadina, potesse aver nascosto altri corpi di bambini è stato confermato dall'ulteriore ritrovamento di 5 corpi: il totale è di 7.
"I corpi sono in pessimo stato", ha detto un portavoce della polizia. La donna non è stata ancora rintracciata ed è ricercata. Sono in corso le autopsie per capire da quanto tempo i bambini sono morti, le cause e perfino il loro sesso. Secondo informazioni della Bild, la donna ha vissuto per 18 anni con il marito nella casa dove sono stati ritrovati i corpi. Con lui avrebbe avuto 3 figli, tra i 12 e i 13 anni. Da un altro rapporto avrebbe avuto altri 4 figli. Il tabloid cita un conoscente della donna che ha confermato le sue numerose gravidanze e i tentativi di nasconderle: "Una volta ha detto che aveva abortito 4 volte", ha riportato Bild. Altre testimonianze raccolte dal quotidiano tra i vicini, descrivono la donna come "gentile e cortese, che si occupava amorevolmente dei figli".
ansa

giovedì 12 novembre 2015

Chivasso se il prete è bello...

« Ecco… ricomincia l’eterna gara nella quale ognuno dei due vuole disperatamente arrivare primo. Però, se uno dei due s’attarda, l’altro aspetta. Per continuare assieme il lungo viaggio fino al traguardo della vita…”.
Fine del film e il film, riproposto in tutte le salse, vedeva il parroco di un piccolo paesino dell’Emilia Romagna (Brescello) in perenne lite con un sindaco, poi diventato onorevole.
E’ la saga di Don Camillo e Peppone. Di un  comunista e un parroco, che non gliene perdona una, soprattutto in politica.
Perchè ve ne parliamo? Perchè è intorno all’immagine di questo parroco del dopoguerra che Don Gianpiero di Castelrosso ha affidato la pagina interna destra di uno dei suoi ultimi foglietti della domenica. In quella precedente, il ricordo dell’anniversario della morte di Don Nicolino Averono, a due anni dalla scomparsa.
Una coincidenza? Un inutile prurito editoriale? E sarà anche una casualità, ma è una
casualità che casca proprio a ridosso delle polemiche sollevate da alcuni cittadini sulla gestione della parrocchia e della Fondazione messa in piedi dopo la morte del predecessore per gestire un sacco di euro.
Che di questo si tratti è certo anche dalla lettura di una lunghissima riflessione su che cosa debba essere o non essere il parroco.
Così, scrive Don Gianpiero, “Se il parroco è bello, perchè non si è sposato” e “Se parla con i ricchi è un capitalista”, “Se fa un predica corta non sa cosa dire” e “Se non organizza delle feste è un parrocchia morta”.
E via di questo passo fino alla richiesta, quasi una supplica, di un preghiera per lui, in coda alla reprimenda sulle critiche subite da tanti e l’aiuto ricevuto da pochi.
L’immagine che ne viene fuori, inutile negarlo, è di un uomo che non sa più che cosa fare per farsi accettare per quello che è.
Lui che tutto vorrebbe fare nella vita tranne il Don Camillo del Brescello, che invece assomiglia, anzi no, è proprio sputato, a quel Don Nicolino che un giorno si fece dare un assegno in bianco da un politico (di cui non rivelò mai il nome) per costruire la casa di riposo. A quel Don Nicolino che con gli altoparlanti sul campanile, tutte le domeniche, godeva nel sparare la santa messa al massimo dei decibel possibili. E ancora a quell’uomo che orgoglioso raccontava d’aver diretto e orchestrato dieci, cento campagne elettorali, facendo fare l’anticamera ai candidati di tutti gli schieramenti.
Ecco. Don Gianpiero, evidentemente non si sente di essere così. Vorrebbe fare il parroco, governare e accudire le anime, punto e basta. Altro che Fondazione, scuola, oratorio, casa di riposo, annessi e connessi.
Sembra quasi di sentirlo, come Don Camillo, a tu per tu con il Crocifisso. Inutile registrarlo: è proprio tutto un altro film.
12alle12.it

Montecassino, lo shopping londinese dell'abate sotto accusa: 1.748 euro in vestiti

Feste, viaggi emondanità. Da abate di Montecassino, sede lasciata nel 2013 per motivi di salute, Pietro Vittorelli faceva una vita da sogno. I conti e le cronache rosa lo raccontano. I soldi, destinati alla carità e trasferiti dalla Cei sul deposito della diocesi, venivano sistematicamente spostati sul deposito del sacerdote, che poi pagava viaggi a Rio, a Londra a Lisbona. 

Nell’elenco delle spese risultano conti da settemila euro per il soggiorno nella capitale britannica, dove una sola cena costava più di 700 euro. In un solomese del 2013 Vittorelli è riuscito a spendere 34mila euro. Gli altrimesi andavameglio: 4mila o 8mila. Ma anche l’abbigliamento era una voce pesante nel bilancio di Vittorelli, il conto pagato a Londra nel negozio da Ralph Lauren ammonta a 1.748 euro, quello all’Hotel Principe di Savoia diMilano circa 2mila. E non era un’eccezionema la regola del religioso.
Il Messaggero

Ebbe un figlio e negò la paternità: il Vaticano "espelle" don Spolaore

SANTA MARIA DI SALA. Con l’ufficialità di un decreto della Congregazione per il clero, Paolo Spoladore, 55 anni, ancora chiamato “Donpa” nel suo vasto giro, non è più don. La notizia è stata pubblicata sull’ultima Difesa del Popolo. È una lunga e spinosa vicenda che inizia nel 2010 quando il Donpa è un sacerdote sulla cresta dell’onda, le sue prediche a San Lazzaro sono affollate come un concerto, i brani musicali che scrive sono cantati nelle chiese di mezza Italia, incide dischi, scrive libri. Il fulmine si abbatte quando una padovana lo accusa di essere il padre del proprio figlio, all’epoca di otto anni.
Don Spoladore sceglie di reagire negando tutto e rifiuta di sottoporsi al test del Dna.
Il Tribunale non si ferma e un anno dopo riconosce ufficialmente che quell’uomo, quel sacerdote, è il padre del bambino. Gli impone anche di versare un assegno di mantenimento di 300 euro. Il coperchio è alzato. Salta fuori che Donpa ha anche una, peraltro seguitissima attività di “formazione“, con base a Santa Maria di Sala, ma di respiro nazionale.
I suoi corsi, a pagamento, sono affollati e gli fruttano un notevole reddito. I suoi “seguaci” fanno muro attorno a lui. E’ l’ottobre del 2012 quando la Diocesi si esprime con chiarezza: «La comunità prenda le distanze da don Paolo».
E adesso la sentenza, la riduzione allo stato laicale e lo dispensa, quindi, dal vincolo del celibato: «Tale decisione è definitiva e inappellabile e fa seguito al decreto di sospensione a divinis emesso dall’allora vescovo Mattiazzo il 24 giugno 2014. Si rende noto questo decreto ai presbiteri, ai religiosi, ai laici della diocesi perché tutti siano informati del grave provvedimento preso dopo un processo canonico che ha accertato l’incompatibilità (di Spoladore) con lo stato clericale».
Ma se è terminata l’attività clericale del “Donpa”, altrettanto non può dirsi per quella degli affari. Nei bilanci dell’Usiogope, la società che gestisce i suoi interessi, intestata alla segretaria Fabiola Berloso: nel 2014 ha fatturato un milione e 712 mila euro.
Nuova Venezia

mercoledì 11 novembre 2015

Politica? Adesso? Par di vivere in un garbuglio autoritario dove la cancellazione delle regole è diventata la norma

di Corrado Stajano, da Il Corriere della Sera

La politica dovrebbe essere l’arte del necessario, non del possibile, com’è luogo comune dire. Una chimera, oggi più che mai. La mediazione, essa sì, è utile se esercitata pulitamente per metter d’accordo opinioni e bisogni differenti di una comunità. Adesso? Par di vivere in un garbuglio autoritario dove la cancellazione delle regole è diventata la norma.

L’ultimo episodio riguarda la bagarre sul sindaco Marino, probabilmente indifendibile, anche se bisognerebbe approfondire il disturbo che ha dato agli speculatori la sua politica urbanistica. Le modalità con cui è stato tolto di mezzo non fanno onore a una democrazia. Il notaio che ha raccolto le adesioni dei 26 consiglieri richiamati alle armi per evitare, con la loro firma, una libera discussione in aula rammenta una commedia con Peppino De Filippo più che il V° secolo di Pericle. Di che cosa si è avuto paura?

Si avverte un senso di disagio. In un solo giorno si aggrovigliano senza imbarazzo dichiarazioni e smentite. Via le tasse, ripristinate le tasse; i castelli non pagheranno l’Imu, la pagheranno. Il canone della Rai-Tv verrà inserito nella bolletta dell’energia elettrica? Lo dovrà pagare anche chi non possiede il televisore? Non è chiaro. Si aprono i tavoli.

Tutti parlano, parlano. Che bisogno ha avuto Raffaele Cantone, il presidente dell’Anticorruzione, una persona seria, di definire Milano «capitale morale del Paese, mentre Roma sta dimostrando di non avere gli anticorpi necessari»? Non si pretende che conosca il torbido passato prossimo milanese, Sindona, Calvi, l’assassinio di Giorgio Ambrosoli, Mani pulite, Don Verzé, Ligresti, ma ha dimenticato che il vicepresidente della Regione Lombardia Mario Mantovani è a San Vittore? Ha cancellato dalla mente il gran giro di mazzette sugli appalti scoperto pochi mesi prima dell’inaugurazione dell’Expo e le inchieste in corso su corruzione, peculato, truffa? Anche il presidente Giuseppe Sala non si accorse di nulla. Chissà che sia più vigile se sarà eletto sindaco di Milano come desidererebbe Renzi.

Poi ci sono i problemi più gravi di cui si preferisce parlar poco. Come quello che riguarda la soglia per l’uso dei contanti salita a 3000 euro. Le proteste motivate sono state e sono numerose. Si sono detti contrari, tra gli altri, il procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti: «Favorisce l’evasione fiscale, la circolazione del “nero” e danneggia la lotta al riciclaggio frutto di reato». Anche il senatore a vita Mario Monti che da presidente del Consiglio portò la soglia del contante da 2500 a 1000 euro è dissenziente. Ed è in corso una campagna digitale — Riparte il futuro — promossa da Libera e dal Gruppo Abele che ha già superato le 35 mila adesioni.
Nessuna retromarcia, i 3000 euro non si toccano, guai ai gufi, ai rosiconi, ai moralisti: Renzi si è impuntato come un bambino cui viene tolta la nutella.

Ci fu in passato un suo predecessore che mostrava «stizza e insofferenza verso chi lo criticava o anche solo non condivideva le sue valutazioni e le sue decisioni e le voleva discutere». (Fonte ineccepibile, Renzo De Felice, Mussolini il duce. Lo Stato totalitario, pag.284)

È d’obbligo il consenso, la fiducia nella crescita, l’ottimismo, sullo sfondo di campane a festa e di trombe squillanti. È tornata di moda la parola disfattismo, residuo di tempi tristi, viene considerato nemico chi vuole semplicemente dire la sua, discutere le inadeguatezze della politica governante, sottolinearne l’incompetenza, la presunzione, il dilettantismo giovanilistico, smascherare le bugie quotidiane.

Saltano fuori come misirizzi antichi progetti che si speravano sepolti. È rispuntata l’idea del Ponte sullo Stretto, per la letizia delle imprese d’appalto e di subappalto in mano alla mafia. L’opera stava molto a cuore a Berlusconi: fu la prima cosa che disse — promise — quando nel 2008 ridivenne presidente del Consiglio. Non c’è ora un ispettore fuori dai giochi del potere che vada in Sicilia a vedere come, tra crolli, frane e smottamenti, (non) funzionano strade e ferrovie che vanno messe in ordine prima di pensare al ponte faraonico di dubbia utilità?

Il ponte è un favore che Renzi deve rendere all’alleato Angelino Alfano, nativo della Trinacria, o a Denis Verdini, il plurinquisito alleato di riserva? Non teme i giudizi degli elettori o ex elettori del Pd? Crede davvero che distruggendo valori e principi della sinistra, o di quella che fu tale, di guadagnare consensi a destra? Non sembra, con qualche eccezione. Continua invece a perdere parlamentari del suo partito e ha sul collo i fiati dei Cinque Stelle.

Di nuovo protagonista il trasformismo, antica piaga. Padrino Agostino Depretis (1883), tutore Benedetto Croce che nella sua Storia d’Italia (1927) lo definì un semplice strumento di azione politica, nient’altro che un processo fisiologico, non certo patologico.
E oggi? Che cosa può succedere nel gran pastone dei trasformisti quotidiani?
Micromega

La politica sottomessa al Vaticano. «I compiti a casa», se danneggiano gli interessi della Chiesa e del Vaticano, non occorre farli. Si può anche marinare la scuola!

di Michele Martelli
Renzi come Marino, Firenze come Philadelphia? Papa Francesco in procinto di visitare Firenze, al premier, che a Firenze avrebbe voluto incontrarlo con la sua famiglia, fa sapere che è contrario, non ci sta. Primo, perché non è una visita di Stato. Poi, perché, evidentemente, non ama essere usato. Renzi come Marino, alla rincorsa del papa, alla ricerca della legittimazione papale? Più dignitoso e politicamente corretto il papa, si direbbe, che, almeno in questo caso, non vuole mischiare sacro e profano, privato e pubblico, Chiesa e Stato.

Certo, difficile ignorare i tanti, troppi privilegi lasciata alla Chiesa cattolica anche dal Nuovo Concordato del 1984 (dall’otto per mille all’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche), ma non si può negare che la Repubblica italiana sia uno Stato laico, cioè non confessionale, quindi autonomo dalla Chiesa (come sancito dal Protocollo addizionale, art. 1, dell’Accordo di cui sopra), di cui lo Stato, come per ogni altra associazione privata od organismo culturale intermedio della società civile, si impegna a riconoscere e salvaguardare le specifiche attività e finalità (religiose e di culto nella fattispecie).

Sorge spontanea una domanda. Poiché la Chiesa, per legge, non va confusa con lo Stato, e poiché, inoltre, il papa è anche il capo di uno Stato straniero, perché i nostri governanti e politici, quasi tutti, a tutti i livelli, alti, bassi e intermedi, hanno una tale smania di genuflettersi al papa e al clero cattolico? La spiegazione è forse più semplice di quello che sembra: lo Stato italiano è laico per definizione, ma i nostri governanti, in grande maggioranza, nella loro attività politico-amministrativa, laici non sono ancora, bensì complessati baciapile, affetti da clericalismo. Per struttura mentale, non solo per calcoli elettoralistici.

Qualcuno forse giustamente dirà: in Italia «la Chiesa, questa Chiesa dottrinale e dominata dalla Curia, non può essere ignorata», d’accordo con quanto scriveva Grillo nel 2006, che tuttavia incautamente elogiava allora le presunte virtù (manageriali e ambientaliste) del cardinal Bertone, oggi sotto accusa per l’attico faraonico ristrutturato «a sua insaputa» (come a suo tempo il ministro Scajola) con i soldi dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù. Ma tra ignorare e sottomettersi, ne corre!

A ben rifletterci, non è stato Bergoglio in volo da Philadephia, con la sua trinciante battuta («Non l’ho invitato io. È chiaro?»), o il vicario di Roma, il cardinal Vallini («A Roma serve una scossa, una nuova classe dirigente!») a dimissionare il sindaco Marino eletto dai romani (ma oramai inviso al Vaticano per lo sgarbo della trascrizione nel registro comunale di una decina di nozze gay celebrate all’estero). No, a dimissionarlo è stato il servilismo filoclericale, unito alla smania di potere, dei «26 pugnalatori» notarili e del loro «unico mandante». Cioè appunto Renzi, il prefetto dei prefetti, non eletto dai cittadini ma designato dall’alto, oggi trattato da Bergoglio come Marino: ah, la legge del contrappasso!

Sicuramente, le gerarchie cattolico-vaticane, se rispettose (ma non lo sono) delle norme neoconcordatarie, dovrebbero astenersi da ogni ingerenza. Ma ciò che mi sembra ancora più grave è il cedimento dei politici «signorsì» (molti, troppi, di ogni colore). Che cosa ha risposto Renzi al cardinal Vallini? «Pronto, sarà fatto!»: quasi fosse un suo dipendente! E quale il primo atto pubblico del prefetto Tronca da Renzi appena nominato commissario di Roma? Non l’incontro col governo, o magari, anche se non previsto dal protocollo, col presidente della Repubblica Mattarella, ma la visita in Vaticano e la genuflessione al papa. Quasi fosse un funzionario d’Oltretevere!

È una storia vecchia. Uno degli esempi più lampanti è il mancato pagamento miliardario dell’Ici-Imu da parte della Chiesa, imposto di recente anche da un pronunciamento della Corte di Cassazione (luglio 2015). Del resto, è scritto nero su bianco nel Nuovo Concordato (art. 7, c. 3): gli enti e le attività ecclesiastiche non aventi finalità di religione o di culto sono soggetti al regime tributario dello Stato italiano. Da Berlusconi a Prodi, da Monti a Renzi, la norma è rimasta lettera morta, nonostante le ripetute sollecitazioni dell’Ue. «I compiti a casa», se danneggiano gli interessi della Chiesa e del Vaticano, non occorre farli. Si può anche marinare la scuola!
micromega

La Chiesa di Francesco tra scandali e timide riforme

intervista a Emiliano Fittipaldi di Valerio Gigante - Micromega

Leggendo il libro di Emiliano Fittipaldi “Avarizia: Le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della Chiesa di Francesco” (Feltrinelli, 2015, pp. 231) uno dei due saggi appena usciti sul Vaticano, i suoi interessi finanziari, i suoi scandali, i suoi sprechi, l’impressione che se ne coglie è che, regnante papa Francesco, nulla di significativo pare cambiato rispetto al clima che portò nel 2013 alle clamorose dimissioni di Benedetto XVI.

Ciò che emerge – nonostante i media laici e cattolici continuino a dipingere Francesco come la candida pecora circondata da un branco di lupi – è il dubbio che dietro l’elezione al soglio pontificio di Bergoglio si sia mossa una gigantesca operazione ideologica che attraverso il papa che assumeva il nome del poverello d’Assisi intendeva coprire la prosecuzione delle stesse dinamiche, degli stessi scandali, delle stesse lotte di potere, degli stessi giganteschi interessi economico-finanziari che avevano caratterizzato l’epoca di Benedetto XVI e quelle precedenti. Salvo che in questi ultimi due anni l’opinione pubblica è stata persuasa a colpi di servizi radiotelevisivi, editoriali, interviste, dirette fiume su ogni visita, discorso, celebrazione del papa che tutto stesse rapidamente cambiando. Anzi, che in gran parte lo fosse già.

Insomma, tutto quello che questo nuovo “Vatileaks” sta portando alla luce non riguarda pratiche del passato, ma comportamenti tuttora in atto. In molti – ovviamente – lo sapevano già, senza bisogno del benemerito libro di Fittipaldi, che si aggiunge a quello di Nuzzi. Ora però ci sono le carte. Ed esse, così come avvenne nel 2012-2013, mostrano nero su bianco ad una opinione pubblica la cui percezione era ormai stata orientata in senso decisamente diverso, che il Vaticano resta ciò che è sempre stato.

Per questo, il libro di Fittipaldi, che oltre ai documenti presenta una rilevantissima ed approfondita inchiesta, svolta peraltro su moltissimi fronti, è stato oggetto di durissime critiche, precedute dal vano tentativo di ridurre la questione alla semplice attività di due “corvi” dediti a torbidi complotti contro il papa.

Scorrendo le pagine del libro, si viene invece a scoprire che la Fondazione Bambin Gesù – che dovrebbe occuparsi di finanziare la ricerca sulle malattie infantili all’interno di una struttura ospedaliera peraltro pagata quasi interamente dallo Stato Italiano – stornava 200mila euro destinati alla ricerca per la ristrutturazione dell’appartamento di circa 300mq del card. Bertone in vaticano (il quale ha detto che il suo uomo al Bambin Gesù – Giuseppe Profiti – avrebbe fatto tutto ciò “a sua insaputa”); che ci sono ecclesiastici che vivono in case ben più grandi di quella di Bertone; che mons. Viganò – il moralizzatore che diede il via al primo Vatileaks – possiede un ingentissimo patrimonio ed è anche in causa con il fratello prete che lo accusa di avergli sottratto milioni di euro frutto di una eredità di famiglia; che il card. Pell, nominato da Francesco (sì, proprio da lui!) a capo di un nuovo potente superdicastero con il compito di risanare l’economia vaticana, è riuscito a spendere da luglio 2014 a gennaio 2015 ben 501 mila euro (per spese – scaricate sulle casse della Congregazione vaticana di cui è prefetto – come un sottolavello da 4600 euro, tappezzeria per 7292 euro, 47 mila euro per mobili e armadi, ma anche per vestiti di lusso acquistati da Gammarelli, sartoria storica che dal 1798 veste la curia vaticana); e ancora: che alla faccia della propaganda sulla sobrietà inaugurata dal papa tutti coloro che collaborano con il card. Pell al risanamento delle finanze vaticane viaggiano in business class anche per spostamenti brevi; che il Vaticano incassa 60 milioni di euro l’anno vendendo benzina e tabacchi in due punti vendita duty free cui possono accedere ben 41mila persone; che, mentre si diceva che papa Francesco aveva “ripulito” lo Ior, 100 tra imprenditori, professionisti, forse politici italiani hanno ancora conti nella “banca vaticana” (tra loro anche indagati dalla giustizia italiana per reati fiscali).

Tutto ciò, per giunta, all’insaputa dell’Uif – l’Ufficio Informazioni Finanziarie della Banca d’Italia, che attende da tempo una lista dei presunti evasori che hanno conti aperti allo Ior. Lista che non è mai giunta a destinazione.

C’è poi la questione del patrimonio immobiliare che il Vaticano possiede a Roma: un tesoro che vale circa 4 miliardi di euro. Alcuni di questi immobili sono affittati a vip e boiardi di Stato per cifre assolutamente fuori mercato (ma se il papa aveva chiesto agli istituti religiosi di aprire le porte a migranti e rifugiati, perché le “sue” case sono occupate da ricchi e potenti?); e ancora: le offerte che i fedeli regalano per la carità del papa ogni anno attraverso l’Obolo di San Pietro non vengono tutte spese per i più poveri, ma ammucchiate su conti e investimenti che hanno raggiunto i 400 milioni di euro.

Nella Chiesa cattolica, racconta il libro di Fittipaldi, anche per diventare santi e beati servono soldi. Centinaia di migliaia di euro, che servono soprattutto (ma non solo) per pagare il “postulatore”, cioè colui che viene incaricato di indagare sulla presunta santità del candidato e trovare le prove dei miracoli che egli avrebbe compiuto (ne serve almeno uno per diventare beato; almeno due per la santità). In media, la santità arriva così a costare tra i 400mila e i 500mila euro.
Di tutto questo, e delle ripercussioni che il suo libro inchiesta avrà sull’opinione pubblica e sulla Chiesa cattolica, ne abbiamo parlato con l’autore.

Il tuo libro è stato accolto in modo contrastante dai giornalisti che si occupano di informazione ecclesiastica. Molti ti hanno rimproverato di non fare un buon servizio alla causa di papa Francesco. Ma il ruolo di un giornalista, di chi fa una inchiesta, è quello di servire una "causa"?

Quello che hai rilevato non è avvenuto solo nel mondo dell’informazione vaticana, ma nel mondo giornalistico tout court. Basta pensare che Massimo Franco nel corso di una trasmissione televisiva mi ha incalzato chiedendomi se prima di pubblicare il mio libro non mi fossi posto il dubbio di essere stato strumentalizzato da qualcuno. È una domanda maligna, perché un giornalista in generale e uno di inchiesta in particolare ha il compito di trovare una notizia – se ne è capace –
verificarla, capire se sia di interesse pubblico, se sia deontologicamente corretto pubblicarla e poi, fatto questo, ha il diritto ma anche il dovere di pubblicare, altrimenti è sospettabile di essere un potenziale ricattatore, che tiene per sé informazioni rilevanti. Una domanda del genere di quella di Franco in Paesi come gli Stati Uniti non avrebbero mai potuto farla. Fatte le dovute differenze, sarebbe stato come chiedere ai giornalisti che svelarono il Watergate portando successivamente Nixon alle dimissioni se fossero stati strumentalizzati dalle loro fonti.
La domanda di fondo è invece secondo me questa, e cioè se noi giornalisti dobbiamo raccontare ciò che il potere politico, economico, ecclesiastico rappresenta di se stesso; oppure, come credo di aver fatto, raccontare quello che il potere non vuole che sia raccontato.

La figura, il carisma, i modi informali e lo stile sobrio del papa hanno, di fatto, contribuito ad occultare all’opinione pubblica ed all’informazione ciò che invece il tuo libro ha svelato. Dalle tue ricerche che immagine ti sei fatto del ruolo svolto dal papa in questi oltre due anni di pontificato?


Il mio libro racconta quello che non il papa, ma la propaganda vaticana era riuscita ad occultare, sostenendo che sotto Francesco la riforma della Chiesa fosse stata già in fase avanzata. In realtà io penso che Francesco stia veramente tentando di riformare la Chiesa. Lo sta facendo in maniera molto cauta, anche perché è papa da soli 2 anni e mezzo, e che abbia trovato delle resistenze straordinarie, come abbiamo visto anche durante il Sinodo sulla Famiglia. La Chiesa povera dei poveri che Francesco auspica e chiede ai suoi cardinali che sia realizzata è ancora molto lontana dal diventare realtà. Ovviamente un giornalista ha il compito, se riesce a scoprirlo, di raccontare questa verità, anche se molto scomoda perché imbarazza non soltanto il Vaticano, ma tutti quelli che nei mass media hanno voluto fare da semplici amplificatori della propaganda vaticana, senza approfondirla e svelarne le contraddizioni.

È però un fatto incontrovertibile che il card. Pell, sulla cui figura ti soffermi a lungo nel tuo libro, lo abbia voluto papa Francesco…

Rispondo con una battuta: il papa avrebbe bisogno di un buon direttore del personale… nel senso che è vero: i commissari della Commissione referente sull’Organizzazione della Struttura Economico-Amministrativa della Santa Sede (Cosea) sono stati scelti da lui; e anche Pell, il braccio destro economico della nuova gigantesca segreteria dell’economia è stato nominato da Bergoglio. Ma il papa viene da Buenos Aires, non può conoscere tutto e tutti. Si è, a mio giudizio, fidato di qualcuno in Curia che gli ha consigliato di scegliere Pell perché il cardinale australiano ha una fama di ottimo amministratore finanziario, che si è formata sin dai tempi in cui era arcivescovo. Si tratta però di una fama che nasconde più di una insidia, nel senso che Pell, per tutelare la sua diocesi dal punto di vista finanziario, ha attuato una politica molto aggressiva nei confronti delle vittime dei pedofili che chiedevano alla sua Chiesa, quella di Sydney, ingenti risarcimenti. Una relazione della commissione di inchiesta sulla pedofilia istituita dal governo di Canberra, di cui riferisco nel mio libro, definisce il comportamento di Pell addirittura non in linea con quello di un buon cristiano. Insomma, Pell era già chiacchierato al tempo della sua nomina. E chiamarlo in Vaticano è stata senza dubbio una scelta sbagliata.

C’è poi la questione degli immobili vaticani affittati a prezzi di favore a vip, raccomandati e potenti di vario tipo. Un’altra bella contraddizione per il papa che fa costruire le docce per i poveri dentro le mura vaticane e chiede a diocesi ed istituti religiosi di aprire le proprie case ai migranti ed ai rifugiati…

In questi anni ci si è concentrati solo sul povero Bertone, per la storia del suo appartamento che poi è risultato essere di dimensioni inferiori, seppure cospicue, rispetto a quello che è stato scritto sui giornali. Ma ci sono ecclesiastici che vivono in appartamenti molto più grandi di quello di Bertone. Sono circa 5000 gli appartamenti di Propaganda Fide, molti sfitti, che valgono una cifra che secondo me è sottostimata, ma che si aggirerebbe intorno ai 4miliardi di euro. Questa cifra permette però di fare una significativa considerazione. Alla luce di essa, infatti, la storica inchiesta dell’Europeo del 1977 che quantificava in un quarto circa degli immobili presenti a Roma quelli di proprietà riconducibili alla Chiesa cattolica risulterebbe decisamente esagerata, anche al netto di tutti gli immobili di proprietà della diocesi di Roma, delle varie Congregazioni ed istituti religiosi, delle arciconfraternite, ecc. Non si arriva comunque nemmeno vicini ad un quarto del valore totale del patrimonio immobiliare presente a Roma, stimato attorno ai 590 miliardi. Un aspetto che ridimensiona moltissimo quello che ha rappresentato uno dei cavalli di battaglia della propaganda anticlericale. Una ulteriore dimostrazione che il mio libro intende solo fare chiarezza e verità. Non è certo un libro pregiudizialmente anticlericale. Altrimenti questi dati nemmeno li avrei riportati.

Resta però il fatto che se il papa non sa chi abita negli immobili di proprietà del Vaticano sa però come e dove vivono i suoi cardinali…

Certo, lo sa e a lui piacerebbe che i cardinali si comportassero in maniera più sobria. Lo stesso card. Parolin, lo scrivo nel mio libro, era a Santa Marta ma la scorsa estate si è spostato nel Palazzo Apostolico. Più in generale, è tutta la gestione del patrimonio immobiliare che fa discutere. Ci sono affitti a prezzi molto bassi. La Cosea ha spiegato che per anni sono state accettate trattative al ribasso sugli affitti. Un andazzo che Filoni, il prefetto di Propaganda Fide, sta cercando di cambiare in modo che alla scadenza degli attuali contratti i prezzi di locazione possano essere adeguati alle tariffe di mercato. Questo per dire che Francesco e chi segue la sua linea cerca comunque di darsi da fare.

Arriviamo alla questione forse più scandalosa tra tutte quelle che racconti, quella dello Ior. Lì la propaganda che parlava di rivoluzione, trasparenza, pulizia era in atto da anni, dai tempi di Benedetto XVI. Tutti raccontavano di una dinamica inarrestabile di adeguamento agli standard internazionali. Invece…

Allo Ior è ancora in atto un enorme scontro di potere. E a governarlo sono stati messi personaggi controversi, come Joseph Zahra e Jean-Baptiste de Franssus. Soprattutto Zahra, finanziere maltese di un paese fino al 2010 considerato paradiso fiscale. A maggio Zahra aveva chiesto al papa il permesso di aprire per conto del vaticano una Sicav (una società d'investimento a capitale variabile) in Lussemburgo. Intendeva così gestire più liberamente i miliardi dello Ior. In un paese, per di più, che presentava indubbi vantaggi dal punto di vista fiscale. Il progetto era stato approvato dal Consiglio di sovrintendenza della banca, ma poi è stato bloccato dalla Commissione cardinalizia di vigilanza e dal papa in persona. Poi c’è Renè Brulhart, capo dell’Aif, che ha sottoscritto un accordo di gentleman agreement con la Banca d’Italia sulla trasparenza; nonostante ciò, si scopre che sono ancora aperti presso lo Ior un centinaio di conti intestati a laici che non dovrebbero averlo. E in ogni caso nessuno sa dove siano finiti i soldi dei vecchi clienti fuoriusciti negli ultimi anni. Migliaia di posizioni che restano misteriose; capitali che, contrariamente alla favoletta della trasparenza, non sappiamo dove siano andati. Si sospetta in parte in Germania, dove le autorità antiriciclaggio sono assai deboli rispetto a quelle di altri Paesi europei e della stessa Uif italiana. Se poi si aggiunge che lo Ior ha chiuso il 2014 realizzando utili per circa per circa 70 milioni, ma che i 4 fondi istituiti presso lo Ior che dovrebbero fare beneficienza non hanno praticamente mosso denaro, il quadro si fa ancora più desolante. Anche perché l’unico fondo che ha fatto un po’ di beneficienza è il “fondo missioni”, che negli ultimi due anni ha stanziato solo 17mila euro!

Questo scandalo esplode a pochi anni di distanza dal precedente. Oggi il re, cioè la Chiesa gerarchica (e forse anche il papa), è di nuovo nudo. E rivestirlo per l’ennesima volta non sarà facile. Cosa pensi succederà ora nella Chiesa?
Sono un sostenitore del papa, di cui ho grande fiducia. Ne vedo i limiti ma anche la grandezza. Spero quindi che il mio libro permetta a Francesco di avere le mani più libere. I fatti raccontati nel mio libro in tanti forse li intuivano, alcuni li sapevano, ma ora tutti hanno la possibilità di verificarli. Tanto più che ad una settimana dall’uscita delle anticipazioni sul mio libro non c’è stata una smentita, nemmeno su qualche aspetto secondario dell’inchiesta. Tutto ciò consentirà – almeno è ciò che auspico – al papa di agire in maniera più rapida ed incisiva. Anche perché ora c’è un’opinione pubblica che comincerà ad esigere reali cambiamenti. Assai più che in passato. E al Vaticano non basteranno più intenzioni, dichiarazioni, gesti simbolici come l’apertura delle docce per i barboni. Tutte cose assolutamente utili, ma che diventano propaganda se non sono accompagnate da reali scelte che la Chiesa è chiamata a fare a favore della trasparenza e in ultima analisi per chi ha veramente bisogno.

Credo insomma che a maggior ragione dopo il mio libro Francesco, assieme con alcuni uomini che sono al suo fianco, a partire dal segretario di stato Parolin, potrà avviare un’opera riformatrice ancora più decisa.

(10 novembre 2015)