giovedì 22 gennaio 2015

La bugia dei dipendenti pubblici troppo numerosi e poco produttivi

















La vicenda delle assenze dei vigili urbani di Roma ha accelerato il ddl Madia sulla “riforma del pubblico impiego”. Ma la strategia di ulteriore ‘dimagrimento’ del settore pubblico, controproducente per l’obiettivo della fuoriuscita dalla recessione, è giustificata con argomenti che non reggono alla prova dei fatti.
di Guglielmo Forges Davanzati - repubblica-it
L’assenza, per malattia, di circa l’83% (per la stima del Comune) di vigili urbani a Roma la notte di Capodanno ha impresso una significativa accelerazione al ddl Madia sulla “riforma del pubblico impiego”. Per quanto è dato sapere, il punto principale del provvedimento riguarderà la maggiore discrezionalità assegnata alla Pubblica Amministrazione di licenziare propri dipendenti poco produttivi, e di affidare all’INPS i controlli medici per la certificazione dell’effettiva malattia dei dipendenti in caso di assenza. 

Al netto di singoli casi di comportamenti eticamente censurabili e comunque punibili, stando alla normativa vigente, occorre considerare i possibili effetti macroeconomici che tali misure verosimilmente produrranno. E occorre anche preliminarmente considerare che il c.d. decreto Brunetta già contiene tutte le misure necessarie per consentire il licenziamento di dipendenti pubblici, in un quadro normativo nel quale il regime di sanzionamento dell’assenteismo è diverso fra settore privato e settore pubblico. 

Nel settore privato, la disciplina sulle assenze per malattia prevede che, per i primi tre giorni di assenza continuativa, l’indennità di malattia è a carico del datore di lavoro, con una percentuale di copertura definita dal contratto nazionale. A partire dal quarto giorno, l’Inps versa un’indennità non inferiore al 50 per cento della retribuzione, mentre la parte rimanente viene integrata dal datore di lavoro. Nel settore pubblico, per contro, è prevista la perdita di ogni componente accessoria del salario (circa il 20 per cento della retribuzione in media) per i primi dieci giorni di assenza continuativa per malattia. Si registra anche che le visite fiscali – effettuabili in un intervallo di sette ore al giorno – sono quasi il doppio di quelle effettuate nel settore privato (http://www.lavoce.info/archives/32235/quanto-ci-si-ammala-nel-pubblico-impiego/). 

Non è un mistero che il decreto in discussione si inserisce in una più generale strategia di ‘dimagrimento’ del settore pubblico (http://temi.repubblica.it/micromega-online/gli-effetti-perversi-della-privatizzazione-del-welfare/), che viene diffusamente giustificato con due ordini di ragioni: il settore pubblico italiano è sovradimensionato e assume lavoratori scarsamente produttivi. Si tratta di due argomenti che non reggono alla prova dei fatti. 

Per il primo aspetto, si consideri che, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, la spesa pubblica corrente ha cominciato a contrarsi, riducendosi, dal 1993 al 1994, da 896.000 miliardi a circa 894.000 miliardi. La spesa complessiva delle Amministrazioni pubbliche si è costantemente ridotta nei due successivi decenni. Dal 1961 al 1980 (periodo nel quale la spesa pubblica in Italia è stata in continua crescita), lo Stato italiano ha impegnato risorse pubbliche in rapporto al Pil per importi sistematicamente inferiori alla media dei Paesi OCSE. Per quanto specificamente attiene al numero di dipendenti pubblici, su fonte Eurispes e Ragioneria Generale dello Stato, si calcola che la spesa per il pubblico impiego in Italia ha un’incidenza sul Pil pari all’11,1% (contro il 19% della Danimarca, il 14,4% della Svezia, il 13,4% della Francia, l’11,5% della Gran Bretagna) e che, nella pubblica amministrazione italiana, sono occupate 58 unità di lavoro ogni mille abitanti, a fronte dei 54 della Germania e dei 135 della Svezia. L’Italia è l’unico Paese europeo nel quale, negli ultimi dieci anni, il numero dei dipendenti pubblici si è ridotto (nell’ordine del 4,7%). Nel resto d’Europa, l’occupazione nel settore pubblico è costantemente aumentata nel periodo considerato. Da ciò si può concludere che le dimensioni (per numero di addetti) del settore pubblico italiano sono del tutto in linea con la media europea[1]

Per quanto riguarda il secondo aspetto, si rileva, su fonte INPS, che, nel confronto internazionale, l’Italia è uno dei paesi caratterizzati dai più bassi livelli di assenza per malattia, ma con maggiore incidenza nel settore pubblico. Il modesto differenziale fra tassi di assenteismo nel settore privato e nel settore pubblico non sembra in grado di dar conto della (presunta) bassa efficienza di quest’ultimo, che è semmai imputabile non alla scarsa motivazione al lavoro dei suoi dipendenti, ma ai seguenti fattori: una bassa dotazione di capitale[2] e il fatto che, per il sostanziale blocco del turnover, i lavoratori occupati nel settore pubblico sono, in media, individui di età superiore ai quaranta anni, dunque maggiormente esposti a malattie e soprattutto, per molte mansioni, meno produttivi di quanto potrebbero essere lavoratori più giovani. 

E’ qui opportuno puntualizzare che è estremamente difficile quantificare l’efficienza della pubblica amministrazione nel suo complesso e compararla con quella degli altri Paesi europei: la Commissione europea colloca l’Italia al 23esimo posto su 28 Paesi, ma lo fa considerando l’”eccesso di burocrazia”, che evidentemente dipende dalla normativa vigente e non da fattori che attengono al rendimento dei lavoratori del settore pubblico. In più, la stessa Commissione europea certifica che l’efficienza della pubblica amministrazione italiana si è ridotta a seguito della riduzione della spesa pubblica corrente (in particolare, a partire dal 2011). 

Partendo, per contro, dalla diagnosi secondo la quale la bassa efficienza del settore pubblico dipende dalla scarsa motivazione al lavoro, il Governo intende potenziare i dispositivi di valutazione del rendimento nella pubblica amministrazione[3]. Occorre chiarire, a riguardo, che tali misure incorrono in un problema di importanza non secondaria. Nessuno dei criteri immaginabili per quantificarne il merito, infatti, ha in assoluto maggiore legittimità degli altri e quindi la scelta non può che essere del tutto discrezionale (ovvero senza alcun sostegno ‘oggettivo’). Secondo la logica meritocratica, infatti, il criterio per determinare quanta parte spetta a ciascuno a cui spetta la sua parte dovrebbe essere individuato dal più meritevole. Il che produce un circolo vizioso in base al quale al meritevole viene assegnato il potere di decidere il criterio che serve a scegliere il più meritevole, il quale deciderà a sua volta il criterio che sarà utilizzato per scegliere il più meritevole, in una spirale che porta a definire, in ultima analisi, i criteri di valutazione del merito su basi esclusivamente arbitrariegerarchiche[4]

L’ulteriore cura dimagrante imposta al settore pubblico italiano che questo Governo – peraltro del tutto in linea con le misure adottate almeno a partire dalla fine degli anni novanta – è, da un lato, controproducente e, dall’altro, in qualche modo inevitabile nel contesto della recessione in corso. Si tratta di una misura controproducente dal momento che, rinunciando a modernizzare la nostra pubblica amministrazione, si delega al privato la gestione di alcuni servizi tradizionalmente assegnati allo Stato. Con due effetti di segno negativo, peraltro già sperimentati. In primo luogo, la riduzione dei finanziamenti alla pubblica amministrazione riduce la quantità e la qualità di servizi di welfare (istruzione e sanità, in primo luogo), con effetti di segno negativo sul tasso di crescita della produttività del lavoro[5]. In secondo luogo, è ampiamente dimostrato che le privatizzazioni si associano a un incremento dei prezzi dei beni e servizi offerti, dal momento che, a differenza dell’operatore pubblico, l’impresa privata aggiunge un margine di profitto ai costi di produzione. Le privatizzazioni riducono, quindi, i redditi in termini reali[6]

E’ questa, tuttavia, di una strategia che, nello scenario politico attuale, si rende pressoché inevitabile, essendo peraltro oggi di facile praticabilità politica. E’ inevitabile dal momento che, come normalmente accade nelle fasi recessive, molte imprese private possono sopravvivere solo a condizione di lavorare in mercati protetti, ovvero attingendo a una domanda che esiste solo in quanto non viene soddisfatta da produzioni pubbliche. Vi è dunque una domanda di privatizzazioni espressa dal sistema industriale italiano, che il Governo è nelle condizioni di assecondare. Il contesto politico attuale consente, infatti, di dare la massima accelerazione a questi processi. 

È difficile far passare in secondo piano la logica squisitamente politica che guida (e ha guidato) le decisioni in merito all’assegnazione di finanziamenti alla pubblica amministrazione: mentre la DC, negli anni settanta-ottanta, cercava di recuperare consensi da dipendenti pubblici con bassi salari ma alte tutele, il PD di Renzi ha sempre meno la sua base elettorale (peraltro numericamente sempre più ristretta) fra dipendenti pubblici e sempre più fra imprenditori e lavoratori autonomi (http://www.huffingtonpost.it/2014/11/02/elettori-pd-sindacato_n_6089046.html)[7]. Dunque, allo stato dei fatti, ridurre le dimensioni del settore pubblico non è una strategia controproducente ai fini dell’acquisizione di consenso, soprattutto se si riesce a legittimare questa scelta con l’obiettivo di punire nullafacenti. 

NOTE 
[1] L’unico Paese europeo con minore incidenza della spesa per il pubblico impiego rispetto all’Italia è la Germania (9%). 

[2] A titolo puramente indicativo, si può considerare che molte amministrazioni pubbliche sono quasi del tutto sprovviste di sistemi informatici. 

[3] Sul tema, gli indirizzi generali del Governo sono reperibili nella “Lettera ai dipendenti pubblici” (http://www.governo.it/GovernoInforma/Documenti/lettera_dipendenti_pubblici.pdf), dove si fa riferimento alla “valutazione dei risultati fatta seriamente” e alla “retribuzione di risultato erogata anche in funzione dell’andamento dell’economia” (e dove si propone la “riduzione del 50% del monte ore dei permessi sindacali nel pubblico impiego”). 

[4] V. Michael Young, The Rise of Meritocracy, 1958. Per un’estensione di questa tesi alle politiche di valutazione delle Università (dove la decurtazione di fondi è stata, negli ultimi anni, di massima entità), si rinvia a D.Borrelli, L’ANVUR e l’arte della rottamazione dell’Università. Contro l’ideologia della valutazione, in corso di pubblicazione. 

[5] E ovviamente la riduzione del numero di dipendenti pubblici contribuisce a ridurre ulteriormente la domanda interna, contribuendo a contrarre ulteriormente i consumi e i mercati di sbocco delle nostre imprese, soprattutto di quelle (per lo più meridionali) che operano su mercati interni e poco esposte alla concorrenza internazionale. 

[6] Si veda, fra gli altri, E.S. Levrero e A.Stirati (2005), Distribuzione del reddito e prezzi relativi in Italia: 1970-2002, “Politica Economica”, 3: 401-434. 

[7] Come rileva Ilvio Diamanti (La CGIL abbandonata dagli elettori PD, “Repubblica”, 2.11.2014): “ll PdR ha intercettato il voto del lavoro ‘in-dipendente’. Degli imprenditori - grandi e, ancor più, piccoli. Quelli che, per riprendere il mantra di Renzi, non conoscono ‘posto fisso’”.

La Svizzera, l'uscita dall'euro e le conseguenze per l'Europa

di Alfonso Gianni 

“Però, nèh! Che strano paese la Svizzera” dice a un certo punto Tartarino di Tarascona in uno dei tre libri dedicati alle sue mirabolanti avventure da Alphonse Daudet. Di rimando il suo interlocutore, Bompard: “La Svizzera non esiste, non esiste affatto … non è oggi che un gigantesco Kursaal, aperto fra giugno a settembre, un casinò panoramico, dove si viene da tutte le parti del mondo per divertirsi, sfruttato da una Compagnia ricchissima, ricca a centinaia di milioni di miliardi, con sede a Ginevra e a Londra”. Potenza della letteratura. Un simile quadro, con qualche aggiustamento, avrebbe potuto essere attuale almeno fino a pochi giorni fa. 

Con la differenza che la Svizzera esiste eccome. Tutti gli esportatori di capitali, a cominciare da quelli nostrani, lo sanno fin troppo bene. Infatti il piccolo paese alpino ha funzionato, durante questa crisi tuttora in corso, da ricettacolo di capitali, desiderosi di convertirsi in valute considerate fino a poco fa un rifugio sicuro. Tra queste primeggiava il franco svizzero. In particolare questo è accaduto durante il 2011 ed ha provocato un apprezzamento fuori dal comune della valuta elvetica rispetto all’euro. La Banca centrale svizzera finché ha potuto ha cercato di porvi rimedio, fissando un tetto (1,20) al cambio del franco con l’euro. Ma tale intervento non poteva avere lunga durata. Soprattutto in presenza di nuove turbolenze sui mercati finanziari, fra le quali ha pesato considerevolmente l’approfondirsi della crisi russa - in particolare dopo le sanzioni decise in seguito alla guerra civile etereo diretta in Ucraina - che spingeva ingenti flussi di capitali ad abbandonare l’area del rublo ed a rifugiarsi tra le Alpi svizzere. 

L’imminente decisione della Bce di procedere all’acquisto dei titoli di stato – ma sarà importante valutare il come -, il famoso Quantitative easing, ha fatto da detonatore e ha indotto la Bcs a rompere ogni indugio. Questa si è resa conto che non avrebbe più potuto perseguire una politica di sottovalutazione della moneta nazionale e di continuare ad acquistare valuta straniera, malgrado la possibilità di stampare liberamente i franchi, accumulando così enormi riserve valutarie, sproporzionate rispetto al peso effettivo economico del piccolo paese centroeuropeo. 

Gli effetti della decisione delle Banca centrale svizzera non hanno tardato a farsi sentire in altri paesi europei. E’ il caso della Danimarca, ove la Banca centrale ha tagliato il costo del credito di 0,15 punti percentuali per difendere a tutti i costi – ma non si sa con quanta efficacia – il cambio della corona sull’euro. Le due situazioni sono obiettivamente diverse, ma hanno un punto di analogia nell’essere entrambe sospese alle decisioni che nelle prossime ore assumerà la banca centrale europea e nel contempo nell’evidenziare i limiti dei poteri delle banche centrali nazionali nella governance dell’economia. Il fatto che ciò diventi ancora più chiaro in paesi di piccole dimensioni, per quanto la Svizzera sia uno snodo decisivo nel sistema finanziario mondiale, è ancora più indicativo della virulenza degli eventi indotti dalla globalizzazione dei mercati finanziari e dalle guerre monetarie in corso. 

Del resto gli storici dell’economia – ne parla anche Gianni Toniolo sul Sole24Ore – ci ricordano che il ministro delle finanze russo Vysnegradsky ebbe a dire allo Zar Alessandro III: “Vostra Maestà è l’uomo più potente della terra eppure non è in grado di alzare di un solo copeco il valore del rublo alla borsa di San Pietroburgo”. E certamente né i capi di governo della Svizzera, né tantomeno quelli della Danimarca possono essere annoverati tra i più potenti della terra. In realtà qui si sconta una semplice verità, più volte affermata, dal suo punto di vista, dallo stesso Mario Draghi, cioè che la politica monetaria non può tutto. 

Da ciò possono derivare alcune semplici lezioni sulle quali varrebbe la pena di soffermarsi e meditare. 

La prima è che le banche centrali non sono onnipotenti, anche quando stampano moneta; neppure la Banca centrale europea lo è, sebbene molto di più e di meglio potrebbe fare modificandone radicalmente la mission iscritta nei Trattati della Ue; o, meglio ancora, la politica monetaria in quanto tale sbatte contro limiti insuperabili se ad essa non si fa ancella di una corretta politica economico-produttiva-sociale complessiva. In altre parole ancora: è la politica, in particolare la politica economica, che deve governare la moneta e non viceversa. Il pilastro di tutte le teorie neoliberiste, l’assoluta autonomia della Banca centrale dal Tesoro – introdotto in Italia da Beniamino Andreatta nel 1981 con il famoso “divorzio” fra via XX settembre e Palazzo Koch di via Nazionale – mostra ancora una volta di essere uno dei fattori della moltiplicazione delle crisi, non certo uno strumento di prevenzione e risoluzione. 

La seconda è che nel mondo contemporaneo è sempre più difficile per piccoli o anche medi paesi difendersi in modo soddisfacente nelle “guerre monetarie” sollecitate, se non provocate, dai sommovimenti dei tassi di interesse e dei cambi. Ne avevamo già avuto una prova evidente nella grande crisi del 97’-’98 dello scorso secolo, quando le tigri asiatiche furono messe in ginocchio dalle manovre speculative scatenate contro la divisa monetaria thailandese, che, a loro volta, ingenerarono un’ampia oscillazione delle altre valute asiatiche che fino a quel momento avevano goduto di una consistente sopravvalutazione. In poco tempo la crisi coinvolse in pieno la Russia per approdare poi al lontano Brasile, la cui moneta, il real, venne posto in condizioni di libera fluttuazione. 

La terza è che perseguire oggi la strada di una fuoriuscita di singoli paesi, ad esempio quelli mediterranei, dall’euro, ritornando a monete nazionali comunque mascherate, oltre che ad avere conseguenze nell’immediato non calcolabili ma comunque non certo favorevoli alle classi subalterne, li esporrebbe ancora di più ai capricci e alle guerre dei mercati valutari. 

Non solo. Come è stato giustamente osservato, il mito della moneta forte, cui appendere l’orgoglio di una nazione, si è rovesciato nel suo contrario, quella di una moneta debole, come dimostra l’aspirazione attuale ad avere un euro in tali condizioni per favorire le esportazioni. Lo stesso ha fatto la Cina per lungo tempo, vivendo come una sofferta imposizione la relativa recente rivalutazione delloyuan. Il cambiamento di senso nell’opinione pubblica, e non solo nei ristretti circoli finanziari, è notevole, anche se da pochi rimarcato a dovere, ed ha un sapore addirittura epocale. Anche questo aspetto è parte della crisi irreversibile dello stato-nazione, anche se questa procede in modo diseguale, e qualche volta contradditorio, sulla scena mondiale. 

Ma allora si potrebbe introdurre, partendo da questa vicenda, una quarta riflessione ancora più ampia ed ambiziosa. Non è forse giunto il momento di ragionare in termini veramente globali, purché multipolari e tendenzialmente egualitari anche in campo monetario? Se si vogliono evitare guerre monetarie sempre più accese, che possono diventare anticamera di guerre tout court; caos incontrollabili nei cambi e nei tassi di interesse; se si vuole introdurre attraverso regole nuove nell’economia un fattore di pace a livello mondiale, bisogna accogliere l’idea della riconvocazione di una nuova Bretton Woods, che, come la famosa conferenza dei paesi vincitori della Seconda guerra mondiale tenutasi nel 1944, cerchi di porre un po’ di ordine nei mercati valutari. Magari riattualizzando la famosa proposta di Keynes, del bancor, ovvero di una divisa monetaria comune valida come unità di conto a livello internazionale. Si raccoglierebbe così il meglio dell’esperienza della vecchia Bretton Woods, scartandone il peggio, cioè il primato mondiale di una moneta di un solo stato: il dollaro. 

Utopie? Certo le condizioni politiche per una simile operazione per ora non si vedono. D’altro canto se così si prosegue non solo l’euro è destinato a implodere, ma la guerra tra le monete che si scatenerà sulle sue soglie potrà essere foriera di guerre vere non più solo locali, con conseguenze distruttive per tutti inimmaginabili nella loro portata. 

Cominciamo a muoverci in Europa in questa direzione, risolvendo il problema del debito sovrano attraverso una sua ristrutturazione e una sua europeizzazione. Come proporrà Syriza dopo la più che probabile vittoria nelle imminenti elezioni greche. La Germania è contraria? Sì, ma anch’essa deve fare i conti con i segnali più che espliciti di crisi del suo modello economico neomercantile. E sono ormai in diversi, tra gli intellettuali e gli operatori economici tedeschi – assai meno tra i politici compresi quelli di parte socialdemocratica – ad avere percepito la necessità di una svolta nel più grande paese europeo. 
repubblica.it

Salva-Silvio non più, salva-evasori sempre

Una “svista”, secondo il governo. Ma a leggere bene il decreto (che sarà ripresentato il 20 febbraio), non c’è solo la clausola pro Berlusconi. Ma anche una serie di norme che permettono a furbetti e furboni di farla franca.

di Marco Travaglio, da L'Espresso

Dunque, grazie a un pugno di giornalisti-gufi, Matteo Renzi ha “scoperto” che il suo decreto di Natale avrebbe cancellato la condanna di Berlusconi per frode fiscale e la sua conseguente ineleggibilità, dunque ha annunciato che lo cambierà. Ma non subito, come sarebbe ragionevole. Bensì il 20 febbraio, dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica e l’uscita del Caimano dai servizi sociali. 

E come lo cambierà? Dai boatos che escono da Palazzo Chigi, pare che escluderà la frode fiscale dai reati depenalizzati sotto il 3% dell’imponibile dichiarato,così che l’ex Cavaliere resti condannato e ineleggibile. E tanto basta a riportare a cuccia gli indignados che si erano improvvisamente svegliati per criticare il SalvaSilvio. Forse perché il decreto non l’avevano letto prima dello scandalo e hanno continuato a non leggerlo durante e dopo. Se lo facessero, scoprirebbero che c’è ben di più e di peggio del codicillo pro Berlusconi. Il 24 dicembre, dopo che il Consiglio dei ministri, anzi delle tre scimmiette aveva licenziato il decreto, Renzi aveva promesso «sanzioni inasprite per chi evade».

Ma questo è vero solo sulla carta: le auspicate manette agli evasori sono in realtà carezze, grazie al trucchetto delle “soglie” di impunità che garantiscono alla gran parte dei cosiddetti furbetti e furboni di farla franca, indipendentemente dalle pene teoricamente previste.

1) Depenalizzare l’evasione fino al 3% di imponibile è un mega-condono mascherato, anche se ne viene esclusa la frode: ciascun grande gruppo che dichiara miliardi o centinaia di milioni saprà in partenza quanto nero può nascondere impunemente per corrompere politici e funzionari, e si terrà sotto il tetto semplicemente non dichiarando il corrispettivo (evasione), senza ricorrere a complicati artifizi e raggiri (frode).

2) Già la legge attuale, fatta dal centrosinistra nel 1999, prevedeva generose soglie di non punibilità per chi sottrae al fisco fino a 77mila euro l’anno con la frode e l’omessa dichiarazione e 103 mila con l’evasione. Poi Tremonti abbassò il tetto della frode a 30 mila e, per l’omesso versamento dell’Iva e delle ritenute, a 50 mila. Ora quest’ultima soglia viene addirittura triplicata dal governo Renzi: per finire alla sbarra bisognerà evadere ben 150 mila euro l’anno, occultando un “nero” di 300 mila in 12 mesi. Impresa improba persino sotto sforzo. Possibile che nessuno abbia nulla da ridire su quest’altro mega-condono, solo perché non riguarda Berlusconi?

3) Oggi chi annota fatture false, caricando costi inesistenti, commette il reato più grave di frode; chi invece intasca soldi in nero, cioè non li fattura e non li annota, ricade nel reato minore di dichiarazione infedele e resta perlopiù impunito. Un governo serio tapperebbe il buco equiparando chi non dichiara fatture vere a chi dichiara fatture false, per punire un bel po’ di ladri in più. Invece Renzi & C. lasciano tutto com’è, per la gioia di milioni di evasori-elettori.

4) Il decreto Renzi-Padoan svuota la frode fiscale precisando che «non costituiscono operazioni simulate quelle che hanno dato luogo a effettivi flussi finanziari annotati nelle scritture contabili». Così restano impunite le operazioni negoziali seguite da flussi monetari (quando ad esempio circolano partecipazioni anziché beni d’azienda in operazioni di spin off e derivati). Tutto normale?

5) Capitolo “elusione”: è la truffa di chi, senza una ragione economica, usa società estere fantasma per lucrare vantaggi fiscali indebiti. Una frode che resta spesso impunita per la confusione (dolosa) delle leggi.

Ora il governo fa chiarezza, ma per precisare che non è reato. Secondo “Il Sole-24 ore”, con tutte queste scappatoie salterà un processo su tre per evasione e frode. Compresi quelli eccellenti a Finmeccanica, Unicredit, Prada, Armani e un filone di Mafia Capitale. Una volta sparita la norma ad personam («una svista»), resteranno quelle ad personas e ad aziendas che renderanno ancor più proibitivo il recupero di bottini miliardari. Possibile che non càpiti mai una svista a danno degli evasori e a vantaggio dei contribuenti onesti?

giovedì 8 gennaio 2015

In Italia abbiamo censito 53 foreign fighter

"In Italia abbiamo censito 53 foreign fighter: conosciamo la loro identità e sappiamo dove si trovano. Non significa che sono 53 italiani, ma che sono passati dall'Italia in partenza o di ritorno". Lo ha detto il ministro dell'Intero, Angelino Alfano, parlando all'indomani dell'attentato di Parigi compiuto nella redazione di Charlie Hebdo.

Alfano: "In Italia 52 foreign fighter, impossibile escludere attentati da noi"

Presto una norma contro i combattenti - "Abbiamo pronta una legge per contrastare meglio i foreign fighter". Ha aggiunto Alfano sottolineando che "intendiamo colpire chi vuole andare a combattere nei teatri di guerra, non solo i reclutatori, vogliamo imporre un maggiore controllo di polizia su queste persone ed agire anche sul web, usato da chi si radicalizza".

"Impossibile escludere attentati da noi" - "Nessuno può escludere che in Italia accadano fatti drammatici, anche se stiamo facendo tutto il possibile per evitarlo e abbiamo rafforzato i presidi sugli obiettivi sensibili". Lo dice il ministro Alfano aggiungendo che "siamo parte dell'occidente che è sotto attacco, ospitiamo il Papa e Roma è stata più volte evocata dal califfo dell'Isis e siamo dunque tra i Paesi destinatari dell'attenzione di questi assassini, anche se non ci sono segnali concreti di progetti di attentati".

Dividere terrorismo da religione - "Bisogna dividere i criminali che hanno agito a Parigi dalla religione. Un conto è la libera professione di una fede, un altro è tenere in ostaggio Dio per scopi criminali. Quelli che agiscono in questo modo prendendo a pretesto Dio sono bestie", ha concluso Alfano.
tgcom24

mercoledì 7 gennaio 2015

Chi inquina (e uccide) non paga

di Antonia Battaglia

Il nuovo decreto Ilva, approvato in Consigli dei ministri il 24 dicembre scorso, è stato reso pubblico. Composto di nove articoli, il testo rappresenta un via libera totale e senza freni alla produzione dello stabilimento di Taranto, che viene definito di fondamentale interesse strategico nazionale e di pubblica utilità.

Il principio di questo decreto è la volontà chiara di salvare lo stabilimento e di eludere il grave problema ambientale e sanitario, allungando i tempi della realizzazione di quelle misure contenute nell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) per l’abbattimento, seppur parziale, di un inquinamento che è ormai totale e che ha toccato l’intero ecosistema dell’area.

Senza il rispetto dell’AIA (permesso a produrre), così come aveva sottolineato la Corte Costituzionale, l’Ilva non poteva garantire il bilanciamento tra diritto alla salute e diritto al lavoro e pertanto il sequestro degli impianti, del 2012, sarebbe potuto diventare di nuovo senza facoltà d’uso. Adesso l’AIA, scritta nel 2011, rivista nel 2012 e modificata nel marzo 2014 con un Piano Ambientale deludente e annacquato, non esiste de facto più. 

Perché il decreto, che allunga i tempi affermando che tale piano si deve considerare completato qualora entro luglio 2015 venga realizzato almeno l’80% delle prescrizioni, in concreto non risponde al problema urgente: mettere un freno alla produzione che, secondo la Magistratura tarantina, inquina e uccide. Perché per il restante 20 % di misure da attuare in un futuro imprecisato (da definire con nuovo decreto ministeriale) ci potranno volere ancora anni, e in quel 20% ci potrebbero essere gli interventi più urgenti e costosi, quelli che farebbero la differenza sulla salute dei cittadini. Ad esempio la copertura dei cumuli di minerali e carboni, le cui polveri si diffondono incontrollatamente sulla città; o ancora, l’aspirazione delle emissioni nocive in fuoriuscita libera dallo stabilimento. 

Il decreto pone l’Ilva sotto amministrazione straordinaria, in attesa di trovare un affittuario o acquirente, che possa acquisire l’azienda e garantirne la produzione senza alcun vincolo di natura ambientale o sanitaria. Si parla di bonifiche, rimandando al Piano Ambientale il cui completamento è di là da venire, e si specifica anche che il rapporto di valutazione sul danno sanitario, che potrà essere impugnato solo se la Regione ne chiederà il riesame, non potrà fermare il funzionamento dello stabilimento né modificare l’AIA. 

L’Ilva è di pubblica utilità. Il massimo che il decreto concede ai tarantini, la cui vita viene ancora una volta mercificata, consiste nella promessa dell’insediamento di un nuovo “tavolo istituzionale” per il rilancio della città, della sua bellezza e della sua cultura. 

Misure e proclami lanciati per cancellare il fatto che il Governo ha deciso che l’Ilva deve continuare a produrre, così come ha fatto in passato, nonostante Taranto. 
La urgente e indifferibile emergenza sanitaria che sta decimando la città non interessa. Perché fermare la devastazione avrebbe dovuto costituire il primo obiettivo del governo di uno Stato di diritto degno di tale nome.

Il decreto approva anche le modalità di smaltimento di rifiuti pericolosi e non, già protette da un decreto dell’estate 2013, a firma del ministro Orlando. Le discariche all’interno dell’Ilva erano illegali, ma si è provveduto a renderle legali, questo nuovo decreto lo ribadisce. 

Alea iacta est. Il Governo ha scelto di basare la sua competitività sulla malattia e la morte, mettendo al centro non i diritti naturali delle persone e gli investimenti in tecnologie che potrebbero garantirli, ma un nuovo e più odioso decreto che toglie alla popolazione la speranza di un futuro migliore. C’è un aumento costante dei casi di cancro, circa 1.000 nuovi malati ogni anno, in controtendenza rispetto al resto d’Italia, il cui tasso è in diminuzione. Ma la legge dice che Taranto non ha diritto a vivere, deve solo produrre e per contentino, in regalo, tanto orgoglio nazionale e la promessa di mirabolanti progetti culturali a richiamo della gloria passata della città. 

Allungare ancora i tempi di attuazione dell’AIA vuol dire consegnare per certo la città e la sua gente ad anni di sofferenza. Lo dicono i dati sui malati di tumore, lo dice la Magistratura con le sue perizie, lo dice lo studio Sentieri, lo dice la Commissione Europea con il Parere Motivato lanciato sulla questione ILVA in ottobre 2014. 

Il decreto, infine, stabilisce che i vertici della struttura non potranno essere perseguiti penalmente “per illeciti strettamente connessi all’attuazione dell’autorizzazione AIA e delle altre norme a tutela dell’ambiente”. Ovvero, i vertici della nuova Ilva non potranno essere perseguiti per nessuna delle azioni illegali che potrebbero commettere nell’esercizio delle loro funzioni poiché esse da oggi sono perfettamente legali. 
Il nuovo decreto assicura, quindi, che i reati di inquinamento attuale e futuro non possano essere perseguiti penalmente. Ai responsabili della nuova amministrazione Ilva è garantita l’immunità. 

In questo senso va anche il Disegno di Legge 1345, sui delitti ambientali. In discussione al Senato da diversi mesi, il DDL 1345 è stato accolto da diverse associazioni come una norma salva-ambiente mentre, al contrario, esso, se approvato, depotenzierà qualsiasi azione della magistratura finalizzata a contrastare i crimini ambientali. 

Una nuova petizione, lanciata da Legambiente per l’approvazione del Decreto Legge 1345 sui delitti ambientali, e firmata da diverse tra le più importanti associazioni nazionali, rappresenta un pericolosissimo assist al Governo che preme per una approvazione veloce di questa norma . Qualcosa non torna. 

Il testo del disegno di legge, infatti, già approvato alla Camera e in discussione al Senato da mesi, desta numerose perplessità per vari motivi. Esso rappresenta un’ importante sanatoria per chi è o sarà accusato di aver commesso crimini ambientali, ma soprattutto esso mira a definire il disastro ambientale come “reato di danno” piuttosto che come “reato di pericolo”. Per accertare il reato di danno ambientale, infatti, si deve esser verificata una “alterazione irreversibile dell’ecosistema”, ma il testo non specifica i concetti di “compromissione” e di “deterioramento” dell’ambiente stesso, lasciando così margini larghissimi di interpretazione dei fatti e del reato di danno accaduto a chi tali reati dovrà giudicare. 

Per accertare come irreversibile un danno ambientale dovranno passare molti anni: l’astrazione della definizione e il lavoro di ricognizione scientifica che il testo chiama in causa fanno presupporre che il reato sarebbe ipotizzabile solo dopo una eventuale dichiarazione di "irreversibilità" del danno ambientale, quindi solo dopo aver provato a ripristinare la situazione antecedente all’inquinamento, attraverso tentativi di bonifica e di decontaminazione. 

Passerebbero decenni, perché i disastri possono restare a lungo “invisibili”, prima che emergano i segnali della compromissione totale. Un incendio, uno scoppio, una petroliera che perde in mare sono evidenti; i picchi di cancro negli anni no, possono essere nascosti con grande maestria e uccidere più della perdita di petrolio in mare. 
Il Ddl 1345 definisce il reato di danno ambientale quale evento “in violazione di disposizioni legislative, regolamentari o amministrative, specificamente poste a tutela” al fine di portare la punibilità del reato di disastro ambientale al livello di meri regolamenti degli enti territoriali locali e quindi per poter perseguire illeciti, anche importanti, con mere ammende amministrative. Si permetterebbe a chi inquina a continuare a operare senza alcun problema di tipo penale e diventerebbe molto difficile per la magistratura poter punire i reati in oggetto. La punibilità di fatti gravissimi dipenderebbe solo dall’osservanza di carenti norme amministrative. 

“Chi inquina paga”, se ha violato disposizioni amministrative, e solo se prima il danno è stato definito irreversibile e la sua riparazione è troppo onerosa per lo Stato. 
Perché non si definiscono nuove e più pregnanti regole per fermare la devastazione che avanza in diverse zone del Paese, ma si sposta l’ago della bilancia in favore dell’inquinatore? Perché a Taranto ed in altri luoghi esposti al forte inquinamento, tutto avviene secondo le regole, secondo le norme. 

Perché le leggi italiane in fatto di emissioni industriali, di smaltimento di rifiuti, di contaminazione, di controllo sulle sostanze immesse in aria acqua etc. non sono adatte a proteggere i cittadini. Né i controlli, affidati alle Agenzie Regionali di Protezione Ambientale si sono mai rivelati all’altezza dei problemi riscontrati. 
Il Ddl 1345 è pericoloso per Taranto, Porto Tolle, Gela e Milazzo, Tirreno Power, Brindisi, le discariche romane, la Terra dei Fuochi e per le altre realtà italiane dove sono in atto reati ambientali tra i più gravi in Europa. 

Perché Legambiente si mette dalla parte delle lobbies e del Governo? 

Perché non si batte, assieme alle altre associazioni, al nostro fianco per una revisione drastica dei limiti di diossina, cosa che potrebbe salvare tante vite umane? Perché non si battono per la legislazione sul benzo(a)pirene, sugli IPA, sui PCB ?
Per il processo Ilva, la conseguenza dell’approvazione della nuova legge potrebbe essere quella di una revisione delle richieste di rinvio a giudizio e quindi dell’apertura di una battaglia legale mirante a sfruttare le numerose ambiguità del nuovo documento. Il Disegno di Legge 1345 è l’arma che può salvare chi è reo di gravi crimini ambientali, perché esso non rende più incisiva la legge né stabilisce limiti dei diversi inquinanti che fanno ammalare e uccidono. 

Se il nuovo decreto legge Ilva/Taranto, annunciato lo scorso 24 dicembre, dovesse essere approvato come tale, quindi liberandosi dalla urgente applicazione delle prescrizioni AIA, inquinare a Taranto sarebbe non punibile se non con ammende amministrative. Immettere nell’aria livelli elevanti di diossina, di IPA, di benzoapirene oggi, dopo l’accertamento della magistratura, è un reato penale: il GIP di Taranto parla di attività criminosa. Se il Ddl 1345 fosse approvato, i rei non potrebbero essere perseguiti. 

Il Senatore Felice Casson ha presentato una serie di emendamenti correttivi al testo originario, testo il cui obiettivo, lo ribadiamo, è quello di limitare l’azione penale della magistratura. Gli emendamenti presentati vogliono, tra l’altro, sganciare il reato dalla applicazione delle norme amministrative e definire in maniera più esatta e pregnante il concetto di inquinamento, riportando la partita nel campo del pericolo ambientale e sanitario, che viene esplicitamente menzionato. 

Resta profondamente sconcertante che Legambiente, WWF e Greenpeace abbiano sostenuto la petizione che vuole l’approvazione immediata di una legge che depotenzia il reato ambientale da penale ad amministrativo. Oggi esiste un pericolo concreto e la magistratura interviene per disastro ambientale, domani prima di intervenire dovrà attendere di accertare la fine dell’ecosistema per arrivare ad una multa.
temi.repubblica.it

"Fermiamo gli attacchi a papa Francesco". L'appello dei cattolici di base


"Fermiamo gli attacchi
a papa Francesco". L'appello dei cattolici di base

di don Paolo FarinellaDa don Ciotti a Noi Siamo Chiesa, il cattolicesimo di base italiano si schiera con un appello a fianco di Bergoglio, sempre più attaccato, dentro e fuori la curia romana, per il suo timido riformismo e per la pulizia che sta cercando di realizzare.
Da qualche tempo papa Francesco dentro la curia romana e fuori è boicottato, contestato e attaccato per le timide novità e per la pulizia che sta cercando di realizzare. L’ultimo inquietante segnale è stato un articolo di Vittorio Messori sul Corriere della Sera che mette in guardia perché il “papa inquieta il cattolico medio”. Forse è un lapsus perché s’intendeva “cattolico mediocre”. 

Sembra che l’articolo sia stato richiesto dalla stesso giornale. Se anche i poteri forti che si riconoscono sul giornale di via Solferino, Milano, si sentono minacciati, segno che il papa è sulla strada buona. Un mese fa cinque cardinali hanno pubblicamente contestato il papa sulle sue aperture con uno scritto collettivo che lascia pensare come il Papa sia solo e combatta dentro un sistema che lo sente “estraneo”.

Penso che non possiamo essere indifferenti e che tocchi proprio a me, difendere un Papa, è segno che abbiamo toccato il fondo e colmato la misura. Non m’interessano le ragioni e le sottigliezze degli attacchi. A me preme che si sappia che ci siamo anche noi che condividiamo non solo le timide aperture del Papa su tutti i fronti, ma che desideriamo che vada avanti ancora più deciso e con più determinazione. 

Invito quanti condividono questo appello, credenti e non credenti, praticanti e laici, atei e agnostici a dare un segno per bloccare questa tentativo delle destre (clericali, politiche, economiche, ecc.) e sostenere un uomo che sta facendo il suo dovere di Papa.

Ho inviato il testo anche al cardinale Angelo Bagnasco perché lo diffonda tra i vescovi della CEI. Alla fine stamperemo le firme e le manderemo al Papa in segno di testimonianza e nulla più.

Il testo pubblicato è frutto di un lavoro a più mani di diverse persone di sensibilità diverse.
Chi vuole e può, per favore lo diffonda al meglio delle proprie possibilità.
Ecco il link dove è pubblicato il testo e dove firmare:

http://firmiamo.it/fermiamo-gli-attacchi-a-papa-francesco
FERMIAMO GLI ATTACCHI A PAPA FRANCESCO

L’arrivo del Papa «venuto dalla fine del mondo» che assume il nome di Francesco presentandosi non come Pontefice Massimo, ma come Vescovo di Roma, provoca reazioni scomposte dentro la Curia vaticana che, falcidiata da scandali e corruzioni, considera il Papa come corpo «estraneo» al suo sistema consolidato di alleanze col potere mondano, alimentato da due strumenti perversi: il denaro e il sesso. 

Dapprima il chiacchiericcio sul «Papa strano» inizia in sordina, poi via via diventa sempre più palese davanti alle aperture di papa Francesco in fatto di famiglia, di «pastorale popolare» e di vicinanza con il Popolo di Dio per arrivare anche – scandalo degli scandali – a parlare con i non credenti e gli atei. 

Dopo lo sgomento di un sinodo «libero di parlare», l’attacco frontale di cinque cardinali (Müller, Burke, Brandmüller, Caffarra e De Paolis), tra cui il Prefetto della Congregazione della Fede, ha rafforzato il fronte degli avversari che vedono in Papa Francesco «un pericolo» che bisogna bloccare a tutti i costi.

Rompendo una prassi di formalismo esteriore, durante gli auguri natalizi, lo stesso Papa elenca quindici «malattie» della Curia, mettendo in pubblico la sua solitudine e chiedendo coerenza e autenticità. 

Come risposta all’appello del Papa, il giorno dopo, il 24 dicembre 2014, Veglia di Natale, scelto non a caso, il giornalista Vittorio Messori pubblica sul Corriere della Sera «una sorta di confessione che avrei volentieri rimandata, se non mi fosse stata richiesta», dal titolo «I dubbi sulla svolta di Papa Francesco», condito dall’occhiello: «Bergoglio è imprevedibile per il cattolico medio. Suscita un interesse vasto, ma quanto sincero?».

L’attacco è mirato e frontale, «richiesto», una vera dichiarazione di guerra, felpata in stile clericale, ma minacciosa nella sostanza di un avvertimento di stampo mafioso: il Papa è pericoloso, «imprevedibile per il cattolico medio». È tempo che torni a fare il Sommo Pontefice e lasci governare la Curia. L’autore non fa i nomi dei «mandanti», ma si mette al sicuro dicendo che il suo intervento gli «è stato richiesto». 

Ci opponiamo a queste manovre, espressione di un conservatorismo, che spesso ha impedito alla Chiesa di adempiere al suo compito «unico» di evangelizzare. Papa Francesco è pericoloso perché annuncia il Vangelo, ripartendo dal Concilio Vaticano II, per troppo tempo congelato. I clericali e i conservatori che gli si oppongono sono gli stessi che hanno affossato il concilio e che fino a ieri erano difensori tetragoni del «primato di Pietro» e dell’«infallibilità del Papa» solo perché i Papi, incidentalmente, pensavano come loro.

Noi non possiamo tacere e con forza gridiamo di stare dalla parte di Papa Francesco. Con il nostro appello alle donne e agli uomini di buona volontà, senza distinzione alcuna, vogliamo fare attorno a lui una corona di sostegno e di preghiera, di affetto e di solidarietà convinta. 

La «svolta di Papa Francesco» non genera dubbi, al contrario coinvolge e stimola la maggioranza dei credenti a seguirlo con stima e affetto. Il ministero del Vescovo di Roma e la sua teologia pastorale suscitano speranza e anelito di rinnovamento in tutto il Popolo di Dio e il suo messaggio è ascoltato con attenzione da molte donne e uomini di buona volontà, non credenti o di diverse fedi e convinzioni.

Desideriamo dire al Papa che non è solo, ma che, rispondendo al suo incessante invito, tutta la Chiesa prega per lui (cfr. At 12,2). È la Chiesa dei semplici, delle parrocchie, dei marciapiedi, la Chiesa dei Poveri, dei senza voce, dei senza pastori, la Chiesa «del grembiule» che vive di servizio, testimonianza e generosità, attenta ai «segni dei tempi» (Matteo 16,3) e camminando coi tempi per arrivare in tempo. 

Allo stesso modo, molti non credenti, atei o di altre religioni, uomini e donne liberi, gli esprimono pubblicamente la loro stima e la loro amicizia. La sètta di «quelli che portano vesti sontuose e vivono nel lusso stanno nei palazzi dei re» (Luca 7,25) e non possono stare con un Papa di nome Francesco che parla il Vangelo «sine glossa».

Papa Francesco, ricevi il nostro abbraccio e la nostra benedizione. 

Comunità di San Torpete Genova, con Paolo Farinella, prete
Ornella Marcato e Fabio Cozzo, coniugi
«Una Chiesa a più voci» di Ronco di Cossato Biella, con Mario Marchiori, prete
Comunità Le Piagge Firenze, con Alessandro Santoro, prete
Noi Siamo Chiesa – Italia con Vittorio Bellavite, presidente
Aldo Antonelli, prete; Benito Fusco, frate
Luigi Ciotti, prete – Presidente di Libera
Centro Studi «Edith Stein» Lanciano, con Amedeo Guerriere, diacono e Carmine Miccoli, prete
Franco e Anna Borghi, coniugi; Luisa Marchini, laica
Beati i costruttori di pace, con Albino Bizzotto, prete
Associazione «Fraternità degli anawim» con Giovanni Cereti, prete 


Chi condivide l’appello può firmare a questo link:
http://firmiamo.it/fermiamo-gli-attacchi-a-papa-francesco