mercoledì 22 aprile 2015

L’ostensione della Sindone rappresenta un’operazione ambigua e commerciale, tipica della religione intesa come instrumentum regni

‘Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?’ (Luca 24,5). Per i protestanti, la cui cultura religiosa rifugge dal culto di oggetti, immagini e luoghi sacri, l’ostensione della Sindone rappresenta un’operazione ambigua e commerciale, tipica della religione intesa come instrumentum regni. Dove, ieri come oggi, trono e altare si sostengono e incoraggiano a vicenda.

di Giuseppe Platone, da MicroMega 4/2010

In una delle sue ultime predicazioni, un mese prima di morire, Lutero, commentando il passo della conversione di Paolo, volle contrapporre la «vera» reliquia cristiana, la Parola di Dio, alle «false» reliquie, quelle dei «papi e cardinali che sono totalmente insicure e inventate sognando, per burlare e turlupinare il mondo». Lutero ce l’aveva in particolare con il nesso reliquie-indulgenze, ovvero il sistema penitenziale tardo medioevale, attraverso il quale «il papa vende i meriti di Cristo insieme ai meriti supererogatori di tutti i santi e della Chiesa intera eccetera. Tutto questo non è tollerabile. Non solo è una pura invenzione umana, senza fondamento nella Parola di Dio, assolutamente non necessaria e non comandata, ma contraddice pure il primo articolo sulla redenzione e quindi non può in alcun modo essere tollerato», (Lutero, 1992). Anche Calvino se la prese con il culto delle reliquie che affollavano l’Europa del XVI secolo. Le sue argomentazioni che ritroviamo nel Trattato sulle reliquie del 1543 (Calvino, 2005) sono innervate da una sdegnata ironia circa le «pie frodi» con cui la Chiesa pascola il gregge. Calvino evidenzia il netto contrasto tra culto dell’immagine e dettato biblico: «Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo […] e non ti prostrare davanti a loro e non li servire perché io, il Signore, sono un Dio geloso» (Esodo 20,4-5) illustra alcune delle numerosissime reliquie presenti in Europa (comprese una dozzina di sindoni) e ne trae la conclusione che si tratta di superstizione pagana. Si fa di Dio un idolo gestito dalla Chiesa. 

Certo che da allora ne è passata d’acqua sotto i ponti. I cristiani celebrano, nel 2010, cento anni di ecumenismo e qualche risultato si è raggiunto. Ma anche se le diversità confessionali non vengono più demonizzate, punti critici, inconciliabili, sono ancora sul tappeto. Non si vedrà mai un protestante lucrare indulgenze o inginocchiarsi a pregare davanti a una statua o un’immagine – Sindone compresa – ancorché l’arte sia importante. Ma per un calvinista l’arte nella fede ha solo uno scopo didattico, estetico, pedagogico. La Sindone di Torino rappresenta certamente un punto di estrema divaricazione tra protestanti e cattolici. Non così però tra cattolici e ortodossi che coltivano a piene mani la venerazione delle icone. Così la Sindone irrobustisce ulteriormente una «sacra alleanza» tra Oriente e Occidente che, sul culto dell’immagine, registra un’intesa crescente. I protestanti – e non da oggi – sul piano storico, teologico e scientifico prendono le distanze da tutta l’operazione. Dal 1998 è disponibile una ricerca accurata, di Carlo Papini (Papini, 1998), contro la pretesa autenticità della Sindone. Ricerca che finora non mi risulta essere stata smontata, in cui si chiarisce come quella tela fu espressamente realizzata in Oriente perché diventasse una reliquia per i crociati. Un inganno puro e semplice nei confronti degli adoratori del reperto funerario. Gli esami scientifici svolti contemporaneamente in tre diversi laboratori con il metodo del carbonio 14 nel 1988 dimostrarono che il «sacro lino» era stato fabbricato tra il 1260 e il 1390 proprio quando i crociati tornavano a casa, carichi di reliquie, dalla Terrasanta. Il cardinale Ballestrero che ordinò le ricerche scientifiche del carbonio 14 ammise, onestamente, che la scienza si era pronunciata e quindi bisognava accettarne il verdetto, rimaneva comunque intatto il valore religioso di un’opera d’arte destinata alla devozione popolare dei cattolici assetati di segni: «La Sindone», affermò il cardinale Ballestrero, «ha una sua autenticità come immagine, il cui valore è preminente rispetto all’eventuale valore di reperto storico». 

Ma questo dato scientifico venne ben presto confutato. Rientrò in campo una nuova scienza al servizio della Chiesa: la sindonologia. Essa ha già costruito tante di quelle ipotesi scientifiche o sedicenti tali intorno al «sacro lino» che il reperto ne è ormai totalmente sommerso. Accettare la datazione del carbonio 14 significava accettare la non autenticità della Sindone con conseguente crollo dell’interesse visto che la questione dell’autenticità, in tutta questa operazione, occupa un posto centrale. È comprensibile. Del resto io non vado al Louvre di Parigi per vedere una copia della Gioconda di Leonardo da Vinci. Ma per ammirare ciò che realmente dipinse il grande Leonardo. Idem a Milano per il Cenacolo. Così è per Torino. Non potendo proclamare expressis verbis l’autenticità del «sacro lino» – non si è più ai tempi di Galileo – la si fa diventare una raffigurazione miracolosa. La Sindone è autentica perché tu lo credi e la Chiesa te lo lascia volentieri credere. Il patetico dossier, apologetico oltre misura, trasmesso la sera di sabato 27 marzo su Rai 2, è stato un coro unanime di testimonianze per dimostrare ai telespettatori, alla vigilia della grande operazione torinese, una sola cosa: il «sacro lenzuolo» è autentico! Il messaggio era chiaro: vale la pena di recarsi in duomo a Torino per vedere il sudario che avvolse il corpo di Gesù. La trasmissione non ha dato spazio alle voci critiche. Penso, per fare un solo esempio, al metodo del rilievo bronzeo riscaldato effettuato in laboratorio dal professor Vittorio Pesce Delfino dell’Università di Bari che ha prodotto una Sindone con tutte le caratteristiche di quella di Torino (Pesce Delfino, 1982).

Strategicamente la questione dell’autenticità del reperto funerario, data l’oggettiva impossibilità di suffragarla con una dimostrazione scientifica, non è più messa in primo piano, non regge al confronto. Sicché i toni della curia si sono smorzati. Oggi i fari non sono più puntati sull’autenticità del reperto ma sull’immagine dell’uomo sofferente. Non è una cattiva idea: la sofferenza, la tortura, la morte sono realtà drammatiche di cui non si parlerà mai abbastanza. Ma il vero fascino dell’ostensione non sono questi ma l’immagine attribuita a Gesù. Sostare davanti alla raffigurazione di quel corpo, anche solo per una manciata di minuti, è come vedere Dio in faccia. In ogni caso il potente apparato organizzativo induce a fare quest’esperienza perché finché non provi non potrai mai sapere. È difficile sottrarsi al fascino sottile di questa proposta.

Quest’ultima cresce sul terreno della religione del vedere, del toccare, del constatare de visu. Non chiacchiere: oggi a Torino si è di fronte, nientepopodimeno, che al sudario che avvolse il corpo di Cristo. È il massimo che si possa sperare, altro che i chiodi della croce del Golgota sparsi nella penisola o il velo della Veronica venerata a Manoppello (Pe). Non c’è confronto! Questa religione pragmatica era già presente nella stessa cerchia dei discepoli di Gesù. Tommaso di fronte al Risorto reclama: «Io se non vedo, se non tocco non credo». L’attitudine pragmatica in campo religioso è antica come il mondo e presenta infinite variazioni, dall’estasi, al miracolistico, al mistico e via cantando. La Sindone risponde alla diffusa esigenza di rendere visibile il divino. Essa non è stata ancora iscritta nel registro dei miracoli (non è Lourdes, né Fatima) ma produce emozioni (per la serie: sangue di san Gennaro o le spoglie mortali di Padre Pio), del resto c’è già tutta una letteratura a partire dal XIV secolo quando apparve per la prima volta la Sindone (prima di allora non abbiamo nessuna notizia certa che la riguardi). Una vasta aneddotica orienta e punteggia il cammino della «spiritualità cristiana» che propone l’incontro con la «divina immagine». 

La sensibilità della cultura religiosa protestante va in tutt’altra direzione: pratica il culto della Parola biblica letta e predicata e rifugge da oggetti, immagini e luoghi sacri. Solo Dio è sacro, tutto il resto è discutibile e riformabile. Solo Dio è assoluto, tutto il resto è relativo e fallibile, Chiese comprese. Un po’ poco per una cultura religiosa, come quella nostrana, ossessionata da immagini sacre, dimostrazioni miracolistiche, fastose liturgie, emozioni, partecipazione e scambio con la divinità. Ora se tutto si limitasse a un dibattito teologico tra sensibilità religiose diverse e lontane tra loro la cosa sarebbe circoscritta al mondo dei credenti. In realtà l’ostensione più che spiritualità promuove un’operazione commerciale tipica della religione intesa come instrumentum regni. La religione collante e l’«identità cristiana» che dovrebbero tenere unita la nazione dandole, con l’occasione, anche un’anima. L’adagio lo conosciamo: che male c’è a sostare in preghiera davanti a quel «sacro lino»? Che male c’è nell’esporre crocifissi nella scuola pubblica? Che male c’è nel partecipare alla lezione di religione cattolica romana nella scuola di tutti? Tutto si lega in un unico disegno in cui, ieri come oggi, trono e altare si sostengono e incoraggiano a vicenda. Dal punto di vista del turismo la Sindone è un affare colossale. A Torino smuove persino più delle recenti Olimpiadi del 2006. Tra il 10 aprile e il 23 maggio giorno di chiusura dell’ostensione si arriverà a due milioni di visitatori. Generosi investimenti di denaro pubblico (cinque milioni di euro di cui uno dalla regione, uno dal comune, a seguire provincia, curia e Cei e sponsor privati) alimentano l’operazione turistico-commerciale. Tra un’ostensione e l’altra, anche qui grazie a un notevolissimo impiego di fondi pubblici, la Torino cattolica si è dotata di un Museo della Sindone e di una nuova chiesa modernissima (con annessi anfiteatro e uffici della curia); non a caso l’edificio di culto è intitolato al «Santo volto». Bello e lussuoso è stato realizzato là dove c’erano le fonderie della Torino operaia da uno degli architetti più in voga del momento: lo svizzero Mario Botta. Anche qui la reliquia torinese, riprodotta al suo interno, è al centro di tutta l’operazione. Ulteriore tassello di una strategia tesa a orientare l’interesse dei turisti verso l’incontro con la lunga striscia di tela di lino. Sicché oggi la Sindone tra musei, libri, conferenze, sacre rappresentazioni, mostre collegate (dal Museo del cinema alla Reggia di Venaria con capolavori dell’arte che riproducono il corpo di Gesù) funziona da collante social-religioso dal forte impatto emotivo. I protestanti torinesi tenteranno di dire, nei giorni dell’ostensione, che si tratta di un’operazione profondamente ambigua. 

Ho sotto gli occhi un pamphlet edito dai protestanti torinesi per l’ostensione significativamente intitolato: «Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?» (Luca 24,5) (Associazione Più dell’oro). In cui si chiede al mondo cattolico che venera l’improbabile reperto funerario (per il quale nel 1390 il papa avignonese Clemente VII pose la condizione che si dicesse ad alta voce al popolo che si trattava solo di una «imitazione o copia» della vera Sindone di Gesù): «Che senso ha preoccuparsi di rintracciare segni e oggetti materiali appartenuti al Figlio di Dio fatto uomo? A coloro che lo amano e osservano la sua Parola, il Cristo vivente ha lasciato non degli oggetti, ma il dono dello Spirito Santo e la promessa che Egli stesso e il Padre dimoreranno presso di loro (Giovanni 14,23). […] Ricercare dei segni o degli oggetti per avvalorare il nostro credere non è mancanza di fiducia?». In un gazebo collocato non lontano dal duomo e dal percorso penitenziale (nell’ostensione del 2000 i pellegrini potevano anche lucrare indulgenze) gli evangelici torinesi tenteranno di discutere con i partecipanti alla corsa all’idolo. Volantini, opuscoli, dibattiti con i visitatori. È una delle poche voci dissonanti in città. La tela di lino è ormai una tela d’oro. Oggetto di un moderno mercato del sacro tutt’altro che in crisi. E che offre una preziosa boccata d’ossigeno all’intero sistema turistico piemontese con la benedizione dei postcomunisti al governo della città subalpina. Pecunia non olet.

BIBLIOGRAFIA

M. LUTERO, Opere scelte, vol. 5, Gli articoli di Smalcalda (a cura di), P. RICCA, Claudiana, Torino 1992, pp. 76 ss.
G. CALVINO, La carne, lo spirito, e l’amore (a cura di), D. Monda, Bur, Milano 2005. 
C. PAPINI, Sindone. Una sfida alla scienza e alla fede, Claudiana, Torino 1998. 
V. PESCE DELFINO, E l’uomo creò la Sindone, Dedalo, Bari 1982.
A cura dell’Associazione Più dell’oro, Casa Valdese, Torino 2010.

(21 aprile 2015)

Cosa c’è dietro la recente scelta della Chiesa cattolica di ‘puntare’ sulla Sindone? Perché le gerarchie sembrano voler tornare a promuovere forme di culto più o meno feticistiche?

Cosa c’è dietro la recente scelta della Chiesa cattolica di ‘puntare’ sulla Sindone? Perché le gerarchie sembrano voler tornare a promuovere forme di culto più o meno feticistiche? Per rispondere a queste domande, e per dare un giudizio 
su quanto sta accedendo, può essere utile rivolgersi ai testi del primo cristianesimo, da dove emerge chiaramente una ‘religione della parola e dello spirito’, non delle immagini e delle reliquie. 

di Mauro Pesce, da MicroMega 4/2010

Perché mostrare la Sindone?

Nella buca delle lettere ho trovato un invito a un pellegrinaggio organizzato da una parrocchia cattolica del centro storico di Bologna in cui vivo. Il pellegrinaggio era organizzato «in occasione dell’ostensione della Sindone (il lenzuolo che tutto lascia ritenere che abbia ricoperto il corpo di Gesù durante la sua permanenza nel sepolcro, lasciandovi impresse, come in un negativo fotografico, le impronte delle sofferenze da lui subite durante la passione)». Evidentemente l’idea dell’autenticità del lenzuolo chiamato Sindone è penetrata capillarmente in ogni settore di base della Chiesa cattolica, dal Nord al Sud Italia. Pochi giorni fa, il venerdì santo, in viale Fardella a Trapani, in una piccola cartolibreria cattolica i libri in vendita erano quasi tutti sulla Sindone. 

Mi domando perché la Chiesa cattolica italiana metta oggi così grande impegno a sostenere l’autenticità di questo pezzo di stoffa. Sono nato e battezzato cristiano, ho avuto – come molti miei amici e conoscenti – un’educazione cattolica serena e accurata. Per tredici anni dalla prima elementare al terzo liceo ho frequentato le scuole dei padri gesuiti, di cui ho un buon ricordo. Ho addirittura frequentato come laico per tre anni i corsi di filosofia della Pontifica Università Gregoriana. Mai, in questo percorso più che ventennale, qualcuno mi ha parlato della cosiddetta Sindone. Da bambino leggevo le vite di Gesù e di Maria che mi davano in casa. La mia famiglia recitava ogni giorno dopo cena il rosario. Ho imparato a memoria con un certo entusiasmo e impegno il catechismo di Pio X. Mai, dico mai, coloro che si occupavano della mia fede menzionarono la Sindone. Diventato adulto mi sono trovato a decidere se rimanere o no nella fede cattolica. Lo studio della storia del cristianesimo, della storia delle religioni, e il confronto serrato con la filosofia moderna mi obbligava a passare da una cultura accettata per tradizione (anche se vissuta intensamente) a una decisione individuale meditata. Ebbene, in questo processo di riesame critico non mi sono mai imbattuto in qualcuno che proponesse la Sindone come un punto di riferimento importante.

Per riuscire a capire a cosa serva alla Chiesa cattolica di oggi tutta questa enfasi sulla Sindone sono costretto a pormi delle domande. 
Forse la Chiesa cattolica di oggi, che ha sposato con così grande entusiasmo il culto a Padre Pio, vuole promuovere un culto popolare che abbia un oggetto più vicino al centro della fede cristiana: Gesù Cristo? 
Forse si insiste sull’autenticità della Sindone per avere una prova della risurrezione di Gesù? 
Forse si vogliono mettere a tacere i dubbi che emergono dalla scienza e dalla filosofia moderna mediante un fatto che appaia indubitabile al popolo e che perciò neutralizzi il dubbio delle coscienze critiche?
Forse si considera un oggetto una prova di fede?
Forse si crede che il sacro sia materializzabile in oggetti?
Forse si vogliono riconquistare alla fede cattolica grandi masse di persone che non sono abituate al ragionamento critico, alla meditazione, alla lettura della Bibbia, alla preghiera personale? 
Forse le gerarchie ecclesiastiche pensano che queste persone possono essere tenute all’interno della Chiesa mediante forme di culto più o meno feticistiche, solo mediante una religiosità in cui il tatto, la vista, l’adorazione di materiali sacri costituiscono la via principe per suscitare l’adesione complessiva della persona?

I documenti per rispondere
Ho deciso quindi di rivolgermi ai testi del primo cristianesimo per vedere: a) se in essi si parli della Sindone; b) da quando si comincia a parlare della Sindone nel cristianesimo; c) se nel cristianesimo antico esistano forme di religiosità che possono accettare come tollerabile un culto come quello della Sindone che oggi viene proposto.
Quando parlo di Sindone intendo il pezzo di stoffa su cui sta impresso il volto di un uomo sdraiato supino e i segni del suo corpo fino ai piedi.

Il Vangelo di Marco (15,43-16,8) scrive: «Giuseppe d’Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo (sindôn), lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo (sindôn), lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro. Intanto Maria di Magdala e Maria madre di Ioses stavano ad osservare dove veniva deposto. Passato il sabato, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: “Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?”. Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”. Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura».

Nel Vangelo di Marco quindi il cadavere di Gesù viene avvolto in un lenzuolo (sindôn) da Giuseppe di Arimatèa. Quando Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome vanno al sepolcro vedono solo «un giovane, seduto sul lato destro». Ma non sembra vedano nella tomba qualcos’altro, tanto meno un lenzuolo. Successivamente, il Vangelo di Marco non parla più della tomba. Quindi, secondo questo vangelo, nessuno è andato nella tomba a recuperare il lenzuolo in cui era stato avvolto il cadavere di Gesù per conservarlo.

Leggiamo anche il Vangelo di Luca (23,50-24,12): «C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. Non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Egli era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo (sindôn) e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. Era il giorno della Parascève e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento. Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti. Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno”.

Ed esse si ricordarono delle sue parole. E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli. Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse. Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo i panni. E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto». 

Il Vangelo di Luca presenta dunque un racconto in parte differente. Anche questo vangelo dice che Giuseppe di Arimatèa avvolse il cadavere di Gesù in un lenzuolo (sindôn). Il gruppo di donne che va al sepolcro è però in parte differente: sono Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo (non come in Marco: Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome). Le donne vedono non un solo giovane (come in Marco), ma «due uomini […] in vesti sfolgoranti». Le donne non vedono altro. Non sembrano proprio vedere panni o lenzuola. È Pietro che, accorso al sepolcro, non vede i due giovani, ma dei panni (ta othonia). Si noti bene: non un lenzuolo, sindôn, ma – al plurale – panni o lenzuola (othonia). (Spesso othonia viene tradotto con la parola «bende», ma questa traduzione è contestabile dal punto di vista lessicale. Più che di bende si tratta di una stoffa piuttosto grande, che potremmo chiamare «panno» o «lenzuolo».) Pietro sembra non avere intenzione di toccare alcunché. Si guarda bene dal toccare le lenzuola o prenderle con sé per conservarle. È strano che l’autore del Vangelo di Luca dapprima dica che Gesù è stato avvolto in una sindôn, lenzuolo, e poi dica che Pietro vede nella tomba non una sindôn [sindôn, in greco è un sostantivo femminile] ma degli othonia. Ha voluto differenziare gli oggetti oppure solo le parole? Il significato del termine negli Atti degli apostoli (10,11; 11,5) appare chiaro: un othon è un panno che, se preso per i suoi quattro angoli, può contenere molti oggetti al suo interno. E quindi potrebbe in sostanza significare lenzuolo, panno abbastanza grande. Gli Atti degli apostoli ai versetti 10,11 e 11,5 usano il termine al singolare, perché si riferiscono a un solo othon. Nella tomba di Gesù, Pietro vede invece degli othonia, cioè almeno più di un lenzuolo o panno.

Su questi panni, stando al Vangelo di Luca, Pietro non vede alcuna immagine di Gesù impressa! La presenza di queste lenzuola serve al racconto solo per dire che il corpo di Gesù non è più nello stato in cui era prima. Non è più avvolto da panni funerari. L’assenza di ogni immagine di Gesù sulle lenzuola (oltre al fatto che si tratta di lenzuola al plurale) mi sembra tolga ogni possibilità di identificazione tra la Sindone di Torino e le lenzuola menzionate dal Vangelo di Luca.
Il Vangelo di Luca poi non parla più di questi panni o lenzuola né dice che qualcuno le abbia prese. Gli specialisti dicono che gli Atti degli apostoli è un’opera scritta dallo stesso autore del Vangelo di Luca. Ebbene: negli Atti degli apostoli non si parla più né del lenzuolo, né dei panni che avevano avvolto il cadavere di Gesù secondo il Vangelo di Luca. Il disinteresse per questo argomento è totale.

Il Vangelo di Matteo (27,57- 28,8) scrive invece: «Venuta la sera giunse un uomo ricco di Arimatèa, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù. Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in lenzuolo puro (sindoni kathara) e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò. Erano lì, davanti al sepolcro, Maria di Magdala e l’altra Maria. Il giorno seguente, quello dopo la Parascève, si riunirono presso Pilato i sommi sacerdoti e i farisei, dicendo: “Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre era vivo: ‘Dopo tre giorni risorgerò’. Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: È risuscitato dai morti. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!”. Pilato disse loro: “Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete”. Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia. Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro. Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite. Ma l’angelo disse alle donne: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l’ho detto”. Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli».

Qui il racconto è sostanzialmente diverso da quello di Luca: si parla di una riunione di autorità religiose e politiche che fanno sigillare il sepolcro di Gesù e lo fanno sorvegliare da armati. Un angelo scende dal cielo. La discesa è accompagnata da un terremoto. L’angelo apre il sepolcro alla presenza sia dei soldati sia di «Maria di Magdala e l’altra Maria». Esse vedono solo un angelo (non due come in Luca) e assistono all’apertura del sepolcro (mentre in Marco il sepolcro era già aperto). Solo Matteo parla della presenza dei soldati e delle donne all’apertura del sepolcro da parte di un angelo.

È importante il fatto che le donne non entrano nel sepolcro e che in esso non entri nessuno dei discepoli. Pietro quindi, secondo il Vangelo di Matteo, non vede alcun lenzuolo abbandonato nella tomba come invece raccontava Luca. 
Infine, il quarto vangelo contenuto nel canone del Nuovo Testamento, quello detto di Giovanni (19,38; 20,10) scrive abbastanza diversamente dagli altri. Non è solo Giuseppe di Arimatèa che si fa dare il cadavere di Gesù da Pilato, ma anche Nicodemo. Ambedue avvolgono il cadavere di Gesù, ma non in una sindôn, bensì – al plurale – in othoniois. Per giunta, il Vangelo di Marco sostiene che «passato il sabato, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù» e così pure dice Luca: «Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato». Giovanni invece pensa che il cadavere di Gesù sia stato già profumato e unto da Giuseppe di Arimatèa e Nicodemo. In Giovanni è solo Maria Maddalena che va al sepolcro e non altre donne come in Marco, in Luca e Matteo. Quando Maria di Magdala arriva, il sepolcro è già aperto (come in Marco e non ancora chiuso come in Matteo): «Dopo questi fatti, Giuseppe d’Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in panni (othonia) insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto. Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino. Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide i panni (othonia) per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide i panni (othonia) per terra, e il sudario (soudarion), che gli era stato posto sul capo, non per terra con i panni (othoniôn), ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa».

In sostanza, il Vangelo di Giovanni è coerente nell’affermare che il cadavere di Gesù fosse stato avvolto in lenzuola al plurale (othonia). Aggiunge che nella tomba c’era anche piegata a parte un soudarion che «era stato posto sul capo» di Gesù. È interessante poi quando parla al capitolo 11,44 delle fasciature del cadavere di Lazzaro menziona delle keiriai (bende che sarebbero sulle mani e sui piedi) e non degli othonia (panni grandi o lenzuola).
Sia le lenzuola che il soudarion sarebbero stati visti sia da Pietro sia dal discepolo amato e da nessun altro. Nessuno dei due, però, si badi bene, portò via lenzuola e sudario. 

Anche in questo caso la descrizione, puntigliosa, di Giovanni non dice affatto che il volto e il corpo di Gesù fossero impressi sulle lenzuola e/o sul soudarion. Una cosa simile non avrebbe potuto sfuggire al loro sguardo. Secondo il racconto il soudarion era accuramente ripiegato e posto in un luogo diverso rispetto alle lenzuola. Ciò significa che, secondo l’autore del testo, il discepolo amato ha guardato accuratamente questi panni. Su di essi, evidentemente, non vi era alcun segno dell’immagine di Gesù. Quindi anche questo testo porta a escludere che la Sindone di Torino coincida con quella di cui parla il Vangelo di Giovanni.

Quest’ultimo è di estrema importanza nel nostro contesto. Mi riferisco alla scena in cui Gesù, ormai risuscitato, appare per la terza volta: «Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”. Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati i non vedenti (meˆ idontes) e credenti!”» (Gv 20, 26-29).
Tommaso ha bisogno di rendersi conto che il corpo che gli appare come vivo sia veramente il corpo ucciso di Gesù e perciò vuole toccare le ferita inferta dalla lancia sul costato. Il problema è il seguente: come si fa a credere se non si vede e non si constata personalmente che il corpo morto di Gesù sia stato veramente risuscitato. La risposta è chiara: «Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati i non vedenti (meˆ idontes) e credenti! [cioè: beati i credenti pur non vedendo]”».
Alla fede non importa la vista e tanto meno il tatto (il mettere la mano sulla ferita per constatare che veramente si tratta di un corpo che è stato ferito e ucciso). Alla fede si deve arrivare senza la vista e il tatto: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno». Se i discepoli avessero posseduto il lenzuolo in cui il cadavere di Gesù era stato avvolto nel quale l’immagine del volto e del corpo ferito fosse stato impresso, sarebbe stato per loro molto facile affermare: per credere basta vedere il lenzuolo. Oppure: se avessero pensato che la fede si basa sulla vista e sul tatto avrebbero fatto ricorso a questo lenzuolo (se lo avessero posseduto). 

Ma il testo mostra chiaramente: 1) che non avevano alcun lenzuolo e 2) che non pensavano affatto che l’immagine del corpo di Gesù fosse rimasta impressa su un lenzuolo e 3) soprattutto non pensavano affatto che un lenzuolo con l’immagine del corpo morto di Gesù servisse a fondare la fede.
Di più. Al capitolo 4 (vv. 19-24) il Vangelo di Giovanni afferma: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. […] Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità».

La fede e il vero culto a Dio non consiste nell’adorarlo in un luogo e tanto meno in un oggetto. Non ha bisogno di oggetti, templi e luoghi. È un culto interiore che avviene nello Spirito e tramite lo Spirito. Il contatto con Gesù, ritenuto assolutamente necessario per il Vangelo di Giovanni («Senza di me non potete fare nulla»; «Io sono la vite e voi i tralci»), implica un contatto interiore tramite lo Spirito di Gesù con Dio stesso. Nulla è più lontano dalla religione del Vangelo di Giovanni di una religiosità che valorizza un oggetto come la Sindone.

Il lenzuolo del cadavere di Gesù non serve, non lo si conserva, non lo si mostra e non lo si propone come oggetto utile per la fede perché la fede consiste in una presenza dello Spirito nell’interiorità dell’uomo, in un culto in spirito e verità che non ha bisogno di luoghi. Laddove c’è bisogno di spostarsi per trovare il sacro, ebbene lì non c’è l’adorazione in spirito e verità: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre».

Di più: è stato più volte sottolineata da parte dei commentatori del Vangelo di Giovanni quale sia la natura della «fede» del discepolo amato che entra nel sepolcro e constata che nelle lenzuola e nel soudarion non c’è più il corpo di Gesù. Il racconto dice che egli «vide e credette» e questo è detto solo di lui. «Il discepolo amato perviene alla fede perfetta. Egli non solo credette senza avere visto Gesù (risorto), ma non ebbe neppure bisogno dell’aiuto delle Scritture» ebraiche le quali rettamente interpretate condurrebbero alla certezza che Gesù «doveva risuscitare dai morti» (Gv 20,8) (commento di R.E. Brown). Anche questo mostra quanto sia estranea al mondo religioso del Vangelo di Giovanni una spiritualità che dà rilievo religioso alla contemplazione di un lenzuolo su cui sarebbe impresso il volto e il corpo di Gesù.

Si potrebbe infine aggiungere che i diversi commenti al Vangelo di Giovanni scritti nella Chiesa antica, per secoli, quando hanno commentato i passi del capitolo 20 in cui si parla delle lenzuola del cadavere di Gesù, mai hanno fatto cenno all’esistenza di un lenzuolo con l’immagine impressa del volto e del corpo di Gesù.

Cosa è credere per il cristianesimo primitivo
Una parte rilevante della fede del primissimo cristianesimo è espressa da un testo che forse riflette addirittura una formula di fede, una delle più antiche: «Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano! Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture» (1Cor 15, 1-5).

Il testo è tratto dalla Prima lettera ai Corinzi di Paolo che è stata scritta all’incirca nella prima metà degli anni Cinquanta del primo secolo. Paolo afferma che la fede consiste nel credere in Gesù Cristo, morto per salvare gli uomini dai loro peccati, e nella sua risurrezione. Il credere comporta un’adesione interiore, una disposizione ad accettare il perdono offerto da Dio mediante la morte e risurrezione di Cristo, un perdono rivolto soprattutto ai peccatori mentre sono ancora peccatori, e indipendentemente dalle loro opere. Dio salva l’uomo, mediante Cristo, quando l’uomo gli è ancora nemico (Lettera ai Romani cap. 5). Nessun oggetto sacro ha funzione alcuna nella fede protocristiana, nessuna forma di pellegrinaggio, di venerazione o contemplazione di immagini. La certezza della risurrezione è data dallo Spirito Santo che grida nel cuore stesso dell’uomo e gli permette di invocarlo con il nome intimo e diretto di Abba. 

L’immagine di Cristo, secondo Paolo nella Seconda lettera ai Corinzi (2Cor 3,17-18) è solo la parola del vangelo (non qualcosa di impresso su un pezzo di stoffa). Quando il vangelo viene predicato, si imprime nel cuore dell’uomo l’immagine di Cristo il quale è immagine di Dio e perciò il singolo uomo è trasformato in quella del Creatore, restaurando in qualche modo la situazione umana originaria in cui l’uomo era stato creato: «Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà. E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore».

Il cristianesimo primitivo non aveva bisogno alcuno di un lenzuolo con un’immagine di Cristo impressa. Il bisogno di statue, di oggetti e immagini sacre era invece caratteristico della religiosità cosiddetta pagana di allora. Anche se i cosiddetti pagani sapevano bene che le loro statue non coincidevano con la divinità che rappresentavano.

Il cristianesimo primitivo era una religione della parola e dello spirito. Non creò mai oggetti in cui trovare materializzata la propria fede. Unica eccezione furono testi, ma solo come espressione di una Parola trascendente e non materializzabile, se non nel contatto mistico tra uomo o donna e Dio.

Ancora un punto: gli Atti degli apostoli dicono che la gente, colpita dalle capacità taumaturgiche di Paolo, poneva sul corpo di Paolo dei panni (chiamati soudaria o simikinthia) e poi li deponeva sulla pelle di malati per provocarne la guarigione. Quindi gli Atti degli apostoli conoscono un tipo di religiosità miracolistica e non la condannano, anzi la mostrano per evidenziare il potere taumaturgico che Dio concedeva agli apostoli. La Chiesa primitiva dunque, in alcuni suoi settori usava o non era contraria all’uso di panni sacri per compiere guarigioni. Ma non abbiamo alcuna traccia del fatto che venisse usato a questo scopo alcun panno mortuario adoperato per seppellire Gesù che avesse per di più la sua immagine impressa. Cosa che sarebbe probabilmente avvenuto se questi panni fossero stati in possesso di qualche cristiano. Il fatto è che del possesso, conservazione o uso qualsivoglia dei panni adoperati per seppellire Gesù non c’è alcuna traccia nel primo cristianesimo. 

Altri testi del primo cristianesimo
Prendiamo in esame anche altri testi non canonici. Il Vangelo secondo gli Ebrei (forse databile agli inizi del II secolo), in un brano che conosciamo in traduzione latina solo grazie a una citazione di Girolamo (Uomini illustri II, 11-13), dice addirittura che Gesù, una volta risuscitato, consegna il lenzuolo (forse quello in cui era stato avvolto il suo cadavere) al servo del sommo sacerdote: «Il Vangelo che si chiama secondo gli Ebrei e che è stato da me recentemente tradotto in lingua greca e latina e che anche Origene usa spesso, dopo la risurrezione del Signore riporta: “Il Signore poi dopo avere dato il lenzuolo [in latino: sindonem] al servo del sacerdote andò da Giacomo e gli apparve” [Giacomo aveva infatti giurato che non avrebbe mangiato pane dal momento in cui aveva bevuto la coppa del Signore e finché non lo avesse visto risorgere da coloro che dormono] e di nuovo, poco dopo, “Portate, disse il Signore, mensa e pane” e subito si aggiunge: “Prese il pane, lo benedisse, lo spezzò, e lo diede a Giacomo il giusto, e gli disse: ‘Fratello mio, mangia il tuo pane, poiché il figlio dell’uomo è risorto da coloro che dormono’”».

Qui mi sembra chiaro che il Vangelo degli Ebrei vuole sostenere che le autorità ebraiche sacerdotali avevano avuto la possibilità di credere alla risurrezione di Gesù perché Gesù stesso avrebbe lasciato al servo del sommo sacerdote il lenzuolo mortuario in cui era stato avvolto. Che si tratti di leggenda è ovvio. In ogni caso, anche qui l’argomento decisivo è che in questo leggendario lenzuolo non si dice esserci stata in alcun modo un’immagine impressa del volto e del corpo di Gesù. E Girolamo, che trasmette questo testo, non sa evidentemente nulla di un lenzuolo con l’immagine di Gesù impressa. Ed egli scrive nel V secolo (muore nel 419-420 circa). Non si può neppure utilizzare questo testo con il metodo orrendo di Dan Brown usato alla rovescia. Per sostenere senza alcun fondamento che qualcuno avrebbe ritrovato poi millenni dopo il lenzuolo dato al Sommo sacerdote. 

Anche il Vangelo di Pietro (forse del I secolo, almeno nelle sue fasi redazionali più antiche) dice che Giuseppe (di Arimatèa) lavò il cadavere di Gesù e «lo avvolse in un lenzuolo». Come del resto anche gli Atti di Tommaso (157,2) e la Vita di Gesù in arabo (49,3) la quale specifica che quel lenzuolo era stato profumato «di mirra. […] Era la mirra che i Magi avevano donato a Gesù alla sua nascita e che Maria aveva conservato fino a quel momento». Negli Atti di Filippo 37 [143], Filippo raccomanda di seppellire il proprio cadavere avvolto in bende di carta di Siria e non con un «lenzuolo di lino, perché ne è stato messo uno sul corpo del signore». 

Nel Vangelo di Nicodemo Gesù, dopo essere risorto, conduce Giuseppe di Arimatèa alla propria tomba, nella quale Giuseppe, come prova della risurrezione vede «il lenzuolo» (15,6). Questo testo sembra sviluppare il racconto leggendario di cui abbiamo attestazione nella Vita di Gesù in arabo con l’ulteriore dettaglio della visita di Giuseppe alla tomba durante la quale egli vedrebbe il lenzuolo. 

Negli Atti di Taddeo (forse redatti nel VII secolo sotto il regno di Heraclio, 614-641), si dice che Anania era stato inviato dal re Abgar affinché verificasse con cura «l’aspetto del Cristo» (2,10). Anania quindi parte e va da Gesù, portandogli una lettera di Abgar. Durante l’incontro, Gesù si lava la faccia e si asciuga il volto con «un panno di lino piegato in quattro». 
Miracolosamente, «la sua immagine rimase impressa sul tessuto del lino fine. Egli lo diede ad Anania» (3,1-4) in modo che Abgar potesse vedere il suo volto. È quindi chiaro che l’idea di una riproduzione del volto di Gesù su un panno di lino è attestata nel VII secolo d.C. (data probabile di composizione di questo testo), ma si tratta di un panno che riproduce il volto di Gesù vivo. Non si tratta affatto del cadavere. Nessuna connessione col panno di lino in cui secondo il Vangelo di Giovanni (20,7), era avvolta la testa o volto di Gesù cadavere e tantomeno il lenzuolo con l’impronta del volto e di tutto il corpo.

Ancora: gli studi sull’iconografia del volto di Gesù hanno appurato che esistono almeno due sue immagini nella Chiesa antica: una con la barba l’altra senza. Il Gesù della Sindone di Torino ha la barba. È quindi più che ovvio che tutte le immagini cristiane antiche in cui Gesù appare senza barba, dimostrano che questa Sindone non era conosciuta. 
Si può infine aggiungere che nel momento in cui si cominciarono a cercare nella terra di Israele «reliquie» di Gesù e del primissimo cristianesimo, cioè con Costantino e sua madre, non solo non si trovò alcuna «sindone», ma neppure venne mai in mente di cercarla o di costruirla, tanto era fuori dalla logica della religione cristiana di allora.

Conclusioni
Alcuni testi del primissimo cristianesimo dicono che alcuni discepoli, e cioè Pietro e il discepolo amato, videro il lenzuolo o le lenzuola nel sepolcro di Gesù, ma non c’è alcun motivo per supporre che su di essi vi fosse impressa l’immagine del volto di Gesù o tracce del suo corpo.

Nessuno dei vangeli e nessuno dei testi cristiani prodotti nel I secolo dice che qualcuno dei discepoli di Gesù andò nella tomba di Gesù a recuperare il lenzuolo in cui egli era stato avvolto. Nessun testo delle origini cristiane ci dice che qualche cristiano andasse alla ricerca di questo lenzuolo.
Nessun testo delle origini cristiane ci dice che i cristiani delle origini conservassero da qualche parte questo lenzuolo. 
Nessun testo delle origini cristiane ci dice che i cristiani usassero, per scopi religiosi o per qualsiasi altro scopo, un lenzuolo con l’immagine del volto e del corpo di Gesù.

Un culto, una venerazione o anche una qualche attenzione religiosa al lenzuolo o ai panni in cui fu avvolto il cadavere di Gesù risulta del tutto assente dalla spiritualità cristiana almeno nei primi cinque secoli, quelli in cui il cristianesimo si è formato pienamente dal punto di vista spirituale, istituzionale e dogmatico. Per tutti questi motivi, l’uso attuale che la Chiesa cattolica permette e promuove della Sindone a scopi religiosi mi sembra contrario alla religione del cristianesimo primitivo e al suo spirito. 
I discepoli storici di Gesù dopo la sua morte non ebbero bisogno della Sindone, non ne ebbe bisogno la Chiesa antica. Oggi non ce n’è bisogno per la fede cristiana. Ma, allora, a cosa serve la Sindone? Che tipo di religione esprime o suggerisce alle folle, ai credenti e ai non credenti?

(20 aprile 2015)

sabato 18 aprile 2015

Un nuovo 25 aprile per la democrazia

di Marcello Vigli
Il saluto romano degli affiliati di Casa Pound durante il comizio di Salvini a Roma e la più recente condanna per tortura dell’Italia, da parte della Corte europea per i diritti dell’uomo per le conseguenze del blitz della polizia alla scuola Diaz di Genova del 2001, dove dormivano i manifestanti anti-G8, pongono seri interrogativi a chi si accinge a celebrare il 25 aprile come anniversario della Liberazione. I fascisti dichiarati sono legittimati da quello che si appresta a diventare il terzo partito italiano; e non sono ancora puniti né i poliziotti, che hanno maltrattato e umiliato cittadini inermi, né i loro superiori, che li hanno autorizzati.
Impossibile non considerarli segni, in diverso modo inquietanti, della permanenza di quella ideologia e di quella condizione di sudditanza da cui sembrava ci si fosse liberati quel 25 aprile di 70 anni fa. La costruzione della democrazia avviata con la proclamazione della Repubblica non è ancora conclusa;  la Costituzione, che ha codificato nelle istituzioni repubblicane le forme di esercizio della sovranità popolare, rischia di essere stravolta in nome della governabilità dopo essere stata a lungo inattuata.
I cittadini non sono l’unica fonte della legalità, ma i destinatari di un’azione pedagogica e assistenziale da parte di governanti,  autoreferenziali e impegnati solo ad assicurare pace e ordine per garantire il buon funzionamento del mercato.
Non era questo l’obiettivo di quei cittadini che l’8 settembre 1943 presero le armi per testimoniare la volontà degli italiani di chiudere i conti con il fascismo e non lasciare solo agli angloamericani il compito di cancellarne l’esistenza.
La celebrazione del 25 aprile può essere l’occasione per ricordarlo agli immemori e soprattutto per insegnare ai giovani che la democrazia va costantemente riaffermata. L’hanno trovata già costruita e quindi pensano di non doversi far carico sia del controllo della sua quotidiana attuazione da parte delle pubbliche istituzioni e delle forze politiche, sia dell’osservanza delle leggi e della solidarietà sociale nel loro agire quotidiano. Molto di quello che li circonda contribuisce a confermarli in questa loro irresponsabilità, a cominciare dalle condizioni in cui versa la scuola che dovrebbe formarli all’esercizio di una cittadinanza consapevole. Va ancora peggio nella ricerca del lavoro, che li coinvolge spesso in un difficile intreccio di raccomandazioni, ricatti, patteggiamenti, atti di sottomissione che non li induce certo ad essere gelosi custodi della loro dignità. Ne consegue una spinta a coltivare l’arte di arrangiarsi piuttosto che ad impegnarsi per costruire uguaglianza, che è condizione prima per l’esercizio della libertà e per il funzionamento della democrazia. Oltre tutto mancano gli strumenti per tale impegno, e non sono d’esempio i comportamenti dei gestori delle pubbliche istituzioni. Le cronache parlamentari e governative e la corruzione a diversi livelli che obbliga la magistratura a intervenire, diffondono sfiducia e scoraggiamento.
Si auspicava che alla fine del predominio berlusconiano tutto ciò sarebbe stato “rottamato”, con il conseguente avvio della stagione delle riforme, garantita dall’arrivo di una nuova generazione di politici al governo.
Non è stato così.
Né solo per incompetenza o mancanza di scelte strategiche. È in atto, anzi, una puntuale strategia per tenere il più possibile i cittadini e le loro associazioni fuori dai luoghi in cui si esercita il potere. Può bastare a comprovarlo il processo per l’approvazione di una nuova legge elettorale che sia veramente funzionale a garantire la conciliazione fra la maggiore rappresentatività e il massimo di governabilità. Resa necessaria dalla sentenza della Corte costituzionale, che ha finalmente abrogato la “porcata” della legge elettorale scritta da Calderoli per conto di Lega e Forza Italia, la legge elettorale sta per essere votata in un testo che ormai solo i parlamentari “renziani” del Pd e i loro alleati verdiniani sembrano disposti ad approvare. Non solo continua ad essere previsto un premio di maggioranza, che nessuna legge elettorale dei Paesi democratici consente, ma si privano gli elettori della libertà di esprimere una preferenza fra i candidati offerti dai capi partito.
A renderla inaccettabile, oltre al contesto istituzionale in cui si inserirebbe se sarà approvata – come sembra probabile – la riforma costituzionale, c’è il suo presupposto di considerare i cittadini incapaci di scegliere il meglio e comunque disponibili a vendere il loro voto. Eppure sono loro a costituire il popolo sovrano.
Con tale proposta di legge, «le forme e i limiti», richiesti dall’articolo 1 della Costituzione per l’espressione della «sovranità che appartiene al popolo», diventano la negazione di tale principio supremo, che la vittoria del 25 aprile aveva reso possibile riaffermare e che la prossima celebrazione dovrebbe porre come obiettivo di un rinnovato protagonismo democratico.
* delle Comunità cristiane di Base
adistaonline

UN PAPA A RETI UNIFICATE: IL IV RAPPORTO SULLE CONFESSIONI RELIGIOSE IN TV

38083 ROMA-ADISTA. Che questo sarebbe stato un pontificato “mediatico” lo si era capito da subito, dal celebre discorso a braccio fatto da Francesco subito dopo la sua elezione, quando si presentò alla folla riunitasi a piazza san Pietro con il celebre “buonasera”. Che però lo sarebbe stato nel senso che il papa domina letteralmente i palinsesti della tv italiana, pubblica o privata che sia, emerge in tutta la forza dell’evidenza numerica grazie al dossier appena dato alle stampe da Critica liberale (seppure datato ottobre-dicembre 2014).
Si tratta della IV edizione del Rapporto sulle confessioni religiose in Tv, pubblicato per la prima volta nel 2011 come allegato del più celebre Rapporto sulla secolarizzazione in Italia (curato da molti anni, oltre che dalla Fondazione Critica liberale, da Cgil Nuovi Diritti) e divenuto poi una pubblicazione autonoma, vista la rilevanza dei dati “ragionati” che annualmente presenta. Quello descritto nel dossier non è solo un dominio in termini di ascolti (tanto per fare un esempio recente, la benedizione pasquale urbi et orbi è stata seguita da più di quattro milioni di spettatori, con uno share di circa il 35%), ma una occupazione de facto dell’etere da parte di Bergoglio. Che si concretizza in intere trasmissioni a lui dedicate, o interminabili servizi sui tg e sui rotocalchi per parlare della quotidianità della sua vita, delle abitudini, delle passioni sportive o dell’infanzia di Francesco, delle sue telefonate e delle sue battute, dei suoi gesti e dei suoi discorsi ufficiali, dei suoi ammonimenti “estemporanei” e delle sue “aperture” sui temi dottrinari. Tanto che, racconta il dossier, tra i temi religiosi affrontati in tv quello legato alla figura di Francesco è di gran lunga il primo (34,4%), davanti alle questioni della fede in generale (13,1%), ed a kermesse pure imponenti, come la canonizzazione di Giovanni Paolo II e di Giovanni XXIII (16,9%). Insomma, papa Francesco fagocita tutto, anche la sua stessa Chiesa. E forse per ora sta bene così a tutti all’interno della gerarchia ecclesiastica, anche perché la presenza del papa distoglie l’attenzione da quei problemi che solo due anni fa avevano gettato sulla Chiesa un discredito tale da minarne seriamente la credibilità pubblica, come mai avvenuto in epoca recente. In ogni caso, stando ai dati del dossier, Francesco produce anche un “effetto trascinamento” sul mondo cattolico; tanto più evidente se si considera che nel periodo interessato dalla ricerca (ossia quello compreso tra il 1° settembre 2013 ed il 31 agosto 2014), le trasmissioni dedicate alla religione cattolica sono state complessivamente 495 per una durata di 291 ore e mezza, pari al 78,6% dei programmi a carattere religioso, in netto aumento – per durata e numero di emissioni – rispetto agli anni passati.
In termini assoluti, il canale tv (nella ricerca sono state considerate Rai, Mediaset e La7) che ha totalizzato il maggior numero di trasmissioni religiose è Raiuno (357 in totale), poi Raidue (215), Rete 4 (54) e Canale 5 (37). Del resto, nei palinsesti Rai e Mediaset i programmi specificatamente religiosi sono moltissimi, e praticamente tutti di segno cattolico: a parte la trasmissione domenicale della messa (su Rai e Mediaset), c’è la diretta per la recita dell'Angelus papale, ci sono le celebrazioni religiose legate e solennità cattoliche, le visite pastorali del papa; e poi le rubriche fisse, come “A Sua immagine”, “Tg1 Dialogo”, “Sulla via di Damasco” e “Le frontiere dello spirito”. Accanto ad essi fioriscono da anni, specie sulla televisioni commerciali, fiction, programmi e servizi giornalistici di più marcata impronta “popolare” e devozionistica, dedicati a santuari mariani, apparizioni, miracoli, guaritori di ogni tipo. In tutto questo contesto, ai protestanti, agli ebrei ed alle altre confessioni religiose restano le briciole; al pensiero laico, agnostico o ateo ancora di meno. Il tutto in barba, oltre che al “pluralismo religioso”, a quello dell’informazione tout court. Dati alla mano, infatti, per i protestanti nella televisione nazionale esiste una sola rubrica quindicinale di 30 minuti in onda la domenica notte (all'1.30 circa) su Raidue, “Protestantesimo”. Quella dedicata alla cultura ebraica, “Sorgente di vita”, 30 minuti quindicinali su Raidue, va ugualmente in terza serata ed in alternanza con “Protestantesimo”. Le due trasmissioni racimolano rispettivamente l’11,4% e il 10%, della durata complessiva delle trasmissioni a carattere religioso trasmesse in Italia. A buddisti e a musulmani è dedicato un tempo inferiore a dieci minuti nell’arco dell’intero anno e in tutte le sette reti televisive esaminate. Gli altri si devono accontentare di brevi cenni all’interno dei palinsesti, o di presenze sparute di loro rappresentanti o fedeli all’interno dei programmi di approfondimento ed attualità. 
Eppure, rileva Valeria Ferro, curatrice del dossier ed autrice dell’editoriale che apre il numero di Critica liberale che lo contiene, il contratto di servizio che disciplina le attività della concessionaria del servizio pubblico radiotelevisvo, nell’elencare i principi e i criteri cui la Rai deve attenersi, afferma che la tv di Stato deve «garantire il pluralismo, rispettando i principi di obiettività, completezza, imparzialità, lealtà dell’informazione, di apertura alle diverse opinioni e tendenze sociali e religiose», «nonché alle diversità etno-culturali». Anche le emittenti commerciali sono soggette ad obblighi, in quanto “servizio di interesse generale” (tutelare i minori, garantire la dignità della persona, ecc.). E l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni parla di «dare attuazione alle istanze democratiche di salvaguardia della dignità umana nell’ambito del sistema comunicativo, del pluralismo, della obiettività, completezza ed imparzialità dell’attività informativa e di comunicazione, dell’apertura alle diverse opinioni, tendenze politiche, sociali, culturali e religiose» (delibera n. 54/99/CONS). (valerio gigante)

UN BENSERVITO DA 370 METRI QUADRI. L'ALLOGGIO DEL PENSIONATO CARDINALE DI MADRID

38089 MADRID-ADISTA. Appartamento di lusso per l'arcivescovo emerito di Madrid, card. Antonio María Rouco Varela, pensionato da fine agosto 2014. Valutato 1 milione e 700mila euro, situato in calle Bailén, confinante con la cattedrale La Almudena, a poche decine di metri dalla sede dell'arcivescovado, ha un'ampiezza di 370 metri quadri, restaurati per lui con una spesa a carico della diocesi, proprietaria dell'immobile, che andrebbe dai 370mila ai 500mila euro (le fonti non son concordi). Ne ha preso possesso nel febbraio scorso, insieme al “gadget” di una nuova automobile. Che sia stato l'unico modo per convincerlo a lasciare le stanze dell'episcopio da lui legittimamente abitate prima del pensionamento? Perché, a quanto risulta, lì avrebbe voluto rimanere, malgrado l'insediamento del nuovo vescovo madrileno, Carlos Osoro (avvenuto il 25 ottobre 2014). Comunque non è il solo a godere degli agevoli spazi e della terrazza con vista mozzafiato su Madrid: insieme al cardinale vivono ben due religiose e un segretario.
«Quando gli dèi vogliono distruggere un uomo, per prima cosa lo fanno impazzire. Non ho altra spiegazione per le ultime decisioni di Rouco», ha commentato citando Euripide il sacerdote e saggista madrileno Carlos F. Barberá, secondo quanto riporta El País del 13 aprile. Il quale riferisce sia di un non meglio precisato «stupore della gerarchia», sia della difesa delle scelte dell'arcivescovo emerito pronunciata dal presidente della Conferenza episcopale spagnola, card. Ricardo Blázquez, arcivescovo di Valladolid. Questi, «con evidente incomodo» osserva il quotidiano, il 3 aprile alla Radio Nazionale ha detto: «Rouco ha bisogno di una casa con certe qualità e comodità perché è una persona importante nella Chiesa e nella società e, come tale, deve invitare diverse personalità ed avere una degna infrastruttura per accoglierli con la normalità che si richiede». Nell'ambito della stessa dichiarazione ha chiesto che «la Chiesa sia povera e per i poveri».
In Vaticano, invece, stando alle affermazioni del direttore di Religión Digital, José Manuel Vidal, c'è molta irritazione: «Sono scandalizzati. Mi consta che ci sono state pressioni ad alto livello perché [Rouco] facesse marcia indietro. Ma egli considera che, con tutto quello che ha fatto per la Chiesa spagnola, ha diritto e al palazzo e alla macchina».
Fedeli e sacerdoti sono un po' più che irritati. Chiamano Rouco Varela «el cardenal okupa» e stanno promuovendo una raccolta di firme per chiedere al vescovo Osoro e al nunzio Renzo Fratini di mettere un alt a «questa situazione scandalosa». Tanto si legge nell'ultrafrequentato portale Fe Adulta, promosso da sacerdoti, religiosi (alcuni gesuiti), religiose e laici. «Che smentiscano queste informazioni. Se sono vere, che Rouco abbandoni la residenza di lusso», è la sollecitazione della direttrice del portale, Inmaculada Calvo Torrejón.
La vicenda ha indignato già in febbraio anche un settimanale calmo e riflessivo come quello della congregazione marianista, Vida nueva (n. 2.931). È titolato “Non è un luogo per cardinali” il commento del caporedattore José Lorenzo, che chiede: «Non aveva un posto più discreto per ritirarsi? Com'è che nessuno lo ha avvertito della vergona che gli sarebbe caduta addosso e del danno di immagine per tutta la Chiesa? Non è che avrebbe dovuto vivere sotto un ponte, ma a sua disposizione aveva alternative ugualmente degne, ma più conformi a quella Chiesa povera e per i poveri che papa Francesco reclama e prima ancora il Vangelo consacra».
Redes Cristianas (che riunisce 200 organismi attivi e prestigiosi fra i quali l'Associazione dei Teologi “Giovanni XXIII”, il Foro di Preti di Madrid, le Comunità popolari, la Federazione di Donne e Teologia, il movimento per il Celibato Opzionale e l'associazione Cattoliche per il Diritto a Decidere) il 24 marzo ha chiamato ad una «pubblica riprovazione» per uno «sproposito» che merita «denuncia profetica e un escrache [forte protesta davanti alla sede di chi si intende criticare], almeno intellettuale». «È grave – aggiunge Redes Cristianas – che la Conferenza episcopale, nel contesto della depressione che sta attraversando il Paese, ha mantenuto uno scrupoloso silenzio e che qualche vescovo sia arrivato a giustificare pubblicamente questa corbelleria». È «scandaloso» che «si faccia passare questa idiozia come riconoscimento della diocesi ai servizi prestati dal cardinale. Strana esigenza che ha poco a che vedere con l'umiltà e il servizio cui chiama il Vangelo. Questo ci dimostra che alcuni vescovi non sono arrivati a capire il fenomeno della “mondanità” contro la quale fa appello papa Francesco e che, secondo il papa, “si nasconde dietro le apparenze di religiosità e anche di amore per la Chiesa”, ma che è invece “un modo sottile di fare 'i propri interessi e non quelli di Gesù Cristo'” (Evangelii gaudium, 93)». (eletta cucuzza)

Le molte inesattezze che stanno circolando dopo la decisione della Corte europea di Strasburgo sul “caso Contrada” impongono alcune precisazioni




di Gian Carlo Caselli e Antonio Ingroia, da Il Fatto Quotidiano

Le molte inesattezze che stanno circolando dopo la decisione di ieri della Corte europea di Strasburgo sul “caso Contrada” impongono alcune precisazioni. Basta leggere le sentenze che riguardano il dott. Contrada per constatare che l’azione penale è stata intrapresa esclusivamente sulla base di fatti gravissimi, concreti e specifici; e che sono questi stessi fatti – supportati da prove imponenti – che hanno portato alla condanna dell’imputato in tre gradi di giudizio.

Ora, Strasburgo non pone minimamente in discussione né i fatti né la ricostruzione che i giudici italiani ne hanno dato. E se i fatti e le prove su cui si basa la condanna non sono contestati, appare singolare sostenere poi – con Strasburgo – che non si sarebbe dovuto condannare perché in pratica l’imputato non poteva sapere cosa stava facendo (in quanto l’infrazione non sarebbe stata sufficientemente chiara e prevedibile; e la pena eventuale non conoscibile). E ciò perché vi sarebbero state oscillazioni giurisprudenziali che (all’epoca dei fatti addebitati al dott. Contrada) avrebbero reso il concorso esterno non applicabile alla contiguità mafiosa.

La tesi non convince, posto che il concorso esterno compare addirittura in sentenze della Corte di Cassazione risalenti all‘800 ed è poi stato ripreso in molte altre successive (che non sono un fuor d’opera rispetto alla mafia quando trattano di cospirazione politica o terrorismo, perché si tratta pur sempre, ontologicamente, di associazioni criminali e di partecipazione esterna, per cui la struttura è identica e i precedenti ci sono). 

In realtà, le oscillazioni giurisprudenziali sono sopravvenute successivamente, ben dopo i fatti contestati al dott. Contrada, e cioè a partire dal 1991: quando l’introduzione della speciale aggravante mafiosa ha dato luogo al c.d. “favoreggiamento mafioso”, a fronte del quale si è ipotizzato che non potesse esservi più spazio autonomo per il concorso esterno, in quanto assorbito dal favoreggiamento. Quindi, il contrario di quel che ha scritto Strasburgo.

La sensazione è che (con tutto il rispetto per Strasburgo) vi sia stata una eccessiva semplificazione delle complesse questioni di mafia. Complessità ben chiara a tutti coloro che si sono occupati della materia. A partire dal pool di Falcone, che fece ampio ricorso alla figura del concorso esterno, come dimostra per esempio un passo della sentenza-ordinanza conclusiva del maxi-processo “ter” (17 luglio 1987): “Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono – eventualmente – realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa. Ed è proprio questa ‘convergenza di interessi’ col potere mafioso… che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali”.

Chiave di lettura in materia di concorso esterno sono dunque le parole “condotte di fiancheggiamento subdole e striscianti”. Ma ciò che è subdolo e strisciante non può per sua natura essere definito con la facilità con cui si beve un bicchier d’acqua. E alcune (pretese) oscillazioni della giurisprudenza possono corrispondere ad una realtà – il concorso esterno – comunque esistente e operante, nonostante la variabilità (subdola e strisciante) delle sue possibili configurazioni.

Per certi profili, Strasburgo ricorda la criticatissima sentenza della Cassazione italiana sulla prescrizione Eternit. Anche nel caso di Strasburgo si potrebbe pensare che è difficile, forse impossibile, liberarsi dalla sensazione che i giudici abbiano deciso rimanendo esclusivamente nel perimetro delle “carte”, considerate asetticamente e soppesate con criteri burocratico-formalistici. Senza poter percepire e tenere in conto anche la realtà concreta della mafia in tutte le sue articolazioni. Forse è proprio l’assenza di questo contatto con la realtà che non ha indirizzato Strasburgo verso una decisione capace di affermare un diritto che non contrasti con la giustizia.

E poi, i giudici italiani non ignorano il principio di legalità (nessuno può essere condannato per una azione od omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato), su cui Strasburgo fonda la sua pronunzia richiamando l’art.7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: perché si tratta dello stesso identico principio scolpito nell’art.25 della nostra Costituzione e nell’art.1 del codice penale. Impossibile quindi che una ventina circa di magistrati italiani se lo siano tutti dimenticato. 

Tanto più che Strasburgo sembra essere caduta in un equivoco, perché (ammesso e non concesso che il concorso esterno non fosse configurabile) si sarebbe dovuto comunque condannare per il delitto di favoreggiamento della mafia, sicché le gravi condotte del dott. Contrada mai sarebbero potute andare esenti da pena.
E questo il dott. Contrada, come qualunque altro cittadino italiano, lo sapeva bene.

giovedì 16 aprile 2015

Pediatra accusato abusi su 11 bambini


(ANSA) - MILANO, 16 APR - Un pediatra che lavorava a Milano avrebbe abusato di 11 bambini, tutti minori di 14 anni e uno anche di appena 2 anni, in 10 anni e fino all'anno scorso.
    L'uomo, iscritto all'Albo dei medici ma anche sedicente psicologo, era stato arrestato nel 2014 per un caso, ma poi dalle indagini del commissariato Lorenteggio e della Squadra mobile, coordinate dal procuratore aggiunto Pietro Forno e dal pm Cristian Barilli, sono emersi altri episodi e sevizie. Ora è imputato con rito abbreviato.

   

Due asteroidi salutano la Terra

Due piccoli asteroidi salutano la Terra a pochi giorni di distanza: il primo si è avvicinato la notte scorsa e ora si sta allontanando, il secondo 'sfiorerà' il nostro pianeta il 16 aprile. Sono avvicinamenti in tutta sicurezza, segnala il sito del Virtual Telescope, perchè entrambi gli asteroidi passano oltre l'orbita della Luna e sono occasioni da non perdere per osservare da vicino questi oggetti.

L'asteroide che si è avvicinato al nostro pianeta si chiama 2015 GE1 e ha il diametro di circa 30 metri. Il ‘sasso’ cosmico ha raggiunto la minima distanza dalla Terra di 1,3 milioni di chilometri (3,4 volte la distanza che ci separa dalla Luna) alle 2,08 (ora italiana) del 13 aprile. L'altro si avvicinerà il 16 aprile, si chiama 2015 GA1, ha il diametro di 20 metri e passerà più vicino: alle 8,11 (ora italiana) sarà alla minima distanza di 960.000 chilometri dalla Terra (2,5 distanze lunari).
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Alluvione di Genova, Paita indagata per mancata allerta

Raffaella Paita assessore regionale alle infrastrutture e alla protezione civile e candidata per il centrosinistra alla presidenza della Regione ha ricevuto un avviso di garanzia per la mancata allerta in occasione dell'alluvione di Genova del 9 ottobre dello scorso anno, quando perse la vita una persona.
Paita si dichiara "sorpresa" delle contestazioni della magistratura per "la mancata allerta e i provvedimenti conseguenti". "Non mi sono mai sottratta alle mie responsabilità. Chiedo alla magistratura di andare avanti senza indugio", ha affermato aggiungendo di essere certa di aver agito nella "massima correttezza" e di rimanere "a disposizione" del suo partito.
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