mercoledì 27 maggio 2015

Il timor panico della Chiesa di fronte alla teoria gender

Che il cardinal Bagnasco non sia esattamente l’esponente di un cattolicesimo di stampo liberale è risaputo: ragion per cui non devono stupire più del dovuto le sue recenti e retrograde affermazioni effettuate nell’asfittico contesto della conferenza episcopale italiana, del tutto in linea con l’inveterata retorica cattolica della “famiglia naturale”.
Non ritenendo che l’impianto generale di matrice dottrinale meriti anche soltanto l’abbozzo di una disamina critica, alla quale esso si sottrae per principio, vorrei limitarmi ad affrontare il timor panico che assale indefettibilmente le gerarchie cattoliche, pontefice incluso, dinanzi alla famigerata, ma in verità misconosciuta, “teoria gender”. In estrema sintesi, si tratta di una teoria formulata embrionalmente dal sessuologo John Money negli anni Cinquanta del secolo scorso ed in seguito a più riprese approfondita, secondo cui la sessualità non rappresenta appena un dato biologico, ma è piuttosto il prodotto di molteplici fattori e condizionamenti di tipo culturale, sociale e psicologico.
Ciò che inevitabilmente atterrisce i porporati ed i loro accoliti, è lo spaesamento che provoca nei loro pavidi cuori il riconoscimento dell’ovvio, per secoli fatto esplicito oggetto d’oppressione, di violenza e di colpevole occultamento. Oggi è risaputo, in ambito scientifico, che la sessualità, ed ancor più la sua percezione soggettiva, sono il prodotto di una concomitanza di fattori estremamente complessi e, in ultima istanza, non enumerabili e men che meno circoscrivibili.
L’ortodossia cristiana, cattolica e non, assume al riguardo la posizione che le è più congeniale, quella dell’arrocco sterile e inamovibile, figlio di quella riduzione a principi inderogabili quanto presunti cui l’etica, e l’essere umano con essa, vengono immancabilmente ridotti. Ne consegue un moralismo bigotto ed avvilente, in seno al quale, avrebbe detto un maestro itinerante galileo, “l’uomo è fatto per il sabato” e non viceversa. Un vero e proprio fariseismo dell’evo moderno, epoca in cui il cattolicesimo istituzionale indugia ancora ad effettuare il proprio (ormai tardivo) ingresso.
La ragione che sta a monte di tanta ritrosia è magistralmente espressa dalla teologa e pastora valdese Letizia Tomassone, che sul numero di maggio della rivista Confronti scrive: «La Chiesa e la teologia sembrano porsi oggi come i difensori di un ordine creazionale che si sta sbriciolando». A fronte di tale pervicace ed in fin dei conti sterile intransigenza, continua la Tomassone, «la vita delle persone prevale e chiede di essere riconosciuta nella sua fluidità» (Tomassone, L. Gender e chiese: dove sta l’ideologia?, su: Confronti/5 – Maggio 2015, pp. 22-23).
Di fronte a tale quadro, dunque, viene da domandarsi quale sia, delle due, la posizione ideologica: quella di chi si aggiorna sulla base dei progressi scientifici e culturali, o quella di chi preclude a sé e – quel che è peggio – agli altri la possibilità di riformulare un’etica imbalsamata, entro il cui angusto perimetro l’essere umano e il suo insopprimibile anelito alla libertà sono chiamati a rimanere irrimediabilmente confinati? Trovo estremamente curioso il fatto che a tacciare di pretestuosità la riflessione altrui siano gli autorevoli esponenti di un’istituzione che da sempre ha fatto delle affermazioni preconcette la base sociale e psicologica del proprio inestinguibile desiderio di monopolio delle coscienze.
Alessandro Esposito – pastore valdese in Argentina
da MicroMega
(22 maggio 2015)

La scuola autoritaria di Renzi

















di Angelo Cannatà Adesso che la scuola non è sotto i riflettori un punto merita d’essere approfondito. Tra i provvedimenti approvati alla Camera c’è l’articolo sul cosiddetto preside-sceriffo. È il più contestato: no al preside autoritario, giudice, padre-padrone. Slogan. Cosa c’è dietro queste parole? È il caso di vedere più da vicino: in gioco c’è (anche) il problema – enorme nell’universo scolastico – della valutazione. 

Si contesta la chiamata diretta dei docenti dall’albo territoriale, è vero, e l’alta discrezionalità dei dirigenti (saltano punteggi, graduatorie, titoli), ma quel che brucia di più è la valutazione. Fa problema. Gli insegnanti non vogliono essere valutati? Stupidaggini. Per decenni si è discusso di valutazione degli alunni, dibattiti e biblioteche intere (l’espressione va presa alla lettera), dicono la delicatezza del tema. Oggi – è questo il punto – si legifera sulla valutazione dei docenti e si “risolve” con una commissione, pronta per l’uso, composta da: preside, due insegnanti, un genitore e uno studente. Assurdo. 

Se valutare un alunno è difficile: occorre sapere chi sono gli studenti; in che modoaffrontano l’apprendimento; come procedono nel percorso formativo; qualirisultati conseguono; insomma, se giudicare significa “valutazione d’ingresso, formativa, sommativa”… cosa comporta valutare un docente? 

Il silenzio su questo punto lascia perplessi. I docenti non sanno su cosa e come, con quali criteri e modalità, verranno valutati. Sanno solo chi emetterà la sentenza. Sono preoccupati? La domanda è un’altra: perché non dovrebbero preoccuparsi? In assenza di criteri oggettivi l’ermeneutica dilaga, intrisa di soggettività, arroganze, interessi, piccinerie: la ministra sa quali meccanismi di potere scattino, già oggi, tra un supplente e il suo preside? Regoliamo il rapporto dirigenti-prof, con criteri oggettivi che riducano il margine di simpatia/antipatia (del preside) e di servilismo-cortigianeria (dei docenti). È puro buon senso. Quel che preoccupa è l’anarchia, l’assenza di paletti in una materia così delicata. Proprio perché titolare di libertà e potere di giudizio, il dirigente deve avere dei limiti entro i quali esercitare questa libertà. 

Il dirigente giudicherà docenti con personalità definite; ognuno richiede attenzione specifica. Non è facile: cosa si andrà a valutare? Le conoscenze disciplinari? In realtà l’ha già fatto l’università, il concorso, l’abilitazione; il carattere? È materia degli psicologi; l’abilità didattica? Allora in commissione ci vuole l’esperto di pedagogia (altro che alunni e genitori). Infine. Si valuta l’ideologia del docente? È una domanda interessante. Nessuno lo ammetterà mai, ma un preside di destra – per fare un esempio – non chiamerà mai un docente di sinistra potendo optare per una scelta diversa. Verso che tipo di scuola stiamo andando? Si dice: il docente non deve avere un’ideologia: è un’affermazione azzardata. Porta dritti al pensiero unico dell’ideologia dominante. 

Insomma, sono temi complessi, richiedono giudizio. Molti libri hanno segnato, negli anni, il dibattito sulla valutazione degli alunni (cfr. Benedetto Vertecchi,Valutazione formativa). Urge in Italia una discussione (anche) sulla valutazione dei docenti. Capire come e su cosa e da chi verranno valutati. Spero ci sia la volontà politica per una revisione della legge. 

Non si può dare libertà di valutazione al preside, lasciandolo solo (inesperto tra inesperti) nel difficile ruolo di giudice; preoccupa che una cosa così evidente non venga compresa. Nei Paesi dove la valutazione dei docenti funziona, non è il preside (con la sua commissione scolastica) che decide: c’è un sistema ispettivo nato da un confronto con i docenti; c’è la terzietà dei giudici. La riforma non va bene. Il preside nella sua scuola, con le sue idee, valuta i suoi docenti. È troppo. Non c’è ombra di oggettività. Ho trent’anni d’esperienza. I presidi. Alcuni bravi. Molti, miracolati da una raccomandazione, fanno disastri. 

È sparita ogni forma di reale collegialità nelle scuole, non si ha ancora la forza di eliminarla, ma ci si muove in quella direzione; il Premier sa cosa sta costruendo e dove vuole arrivare. Stiamo tornando indietro: Althusser – non senza qualche ragione – parlava della scuola come apparato ideologico di Stato. Nelle fabbriche i sindacati non contano più (Marchionne docet); nei partiti comanda il Capo; perché nelle scuole non dovrebbe decidere tutto il preside? C’è un clima autoritario nel Paese. Questo presepe non mi piace. 

(26 maggio 2015) Micromega

Ecco i 17 impresentabili nelle liste delle regionali: Puglia e Campania nel mirino

ROMA - La lista nera dei diciassette che fa tremare i partiti. Da destra a sinistra. Ben 13 sono campani, 4 pugliesi. Altri nomi si aggiungeranno venerdì. Ma è già scontro nella commissione parlamentare Antimafia che ha voluto l'inchiesta e la pubblicazione. Che però rimane per ora monca, congelata in vista della stesura definitiva. La lista completa infatti sarà resa pubblica nel giorno in cui sulla campagna elettorale scenderà il sipario e resteranno meno di 48 ore all'apertura delle urne.

"Non possiamo fare uscire solo quattro nomi", urla la presidente Rosi Bindi intorno alle 19, quando sta per finire la riunione lunga tre ore dell'ufficio di presidenza della commissione. Un braccio di ferro estenuante sulla pubblicazione immediata o meno. Lei avrebbe voluto leggerli uno per uno davanti alle telecamere solo venerdì, quando le procure e le prefetture avranno completato lo screening anche sui 13 campani ancora "incerti". Contrario il suo partito, col capogruppo pd Francesco Mirabelli che aveva ricevuto dalla segreteria Renzi il mandato per sollecitare la pubblicazione immediata di qualsiasi nome. Contrari al rinvio anche i Cinque stelle.

Alla fine la spuntano loro: vengono ufficializzati almeno quei quattro nomi certi, i "pugliesi".  E poi ecco i tredici nomi dell'altra regione cerchiata in rosso, ma lì si entra nelle sabbie mobili di Gomorra. La lista degli impresentabili diventa nebulosa, appena si varcano le province calde di Caserta, Avellino, Benevento. Perché se è vero che la gran parte dei nomi della black list proviene proprio dalla Campania, è anche vero che le Prefetture e le procure di quelle tre province non hanno ancora completato lo screening.  Il cerchio si stringerà sui 13 ancora "sub iudice".

Ma chi sono? L'unico nome campano che compare per certo nell'elenco è quello di Antonio Scalzone, rinviato a giudizio per reati associativi e candidato nella circoscrizione di Caserta nella lista "Popolari per l'Italia" che sostiene Caldoro.  Ma ce ne sarebbero altri dodici in attesa dell’ultimo responso in Antimafia.

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giovedì 14 maggio 2015

Don Farinella: “Non lasciamo Liguria in mano a lanzichenecchi”

Don Farinella: “Non lasciamo Liguria in mano a lanzichenecchi”gazzettadellaspezia.it
"Per tutti gli indecisi o coloro che vogliono starsene a casa, disertando l'appuntamento elettorale del prossimo 31 maggio. L'invito è esteso in modo particolare a coloro (circa il 61%) che intendono astenersi dal voto alle prossime elezioni. Si ricordino che l'astensione è complicità con i corrotti e gli incompetenti che essi vogliono combattere". L'appello arriva dal focoso prete genovese Don Farinella.
"Chi si astiene - prosegue - lascia spazio ai politicanti e ai caimani dei partiti putrefatti che si arrampicano sempre più fino all'ultimo allo loro protervia di potere, incuranti dei veri interessi dei cittadini che si chiamano «Bene Comune e Partecipazione». Votare non è solo un dovere, ma anche un diritto per dire un sì, ma anche affermare l'esclusione di chi riteniamo indegni di rappresentarci con autorevolezza e onestà. Gli onesti e i giusti non possono disertare le urne perché diventeranno complici della «malapolitica» e si precludono ogni diritto di critica di fronte alle ingiustizie e ai soprusi che essi stessi subiranno.
Votare è esercitare la propria sovranità popolare, scegliendo. Anche oggi si può scegliere perché l'alternativa a Paita e a Pastorino (che sono due facce della stessa medaglia), della destra non parlo nemmeno, c'è ed è davanti a noi: Basta superare lo sconcio del voto utile che ha abbassato il livello etico della Politica, trasformandola in poltiglia e scegliere persone oneste, libere, senza interessi personali e di parte come sono i candidati di «Progetto Altra Liguria» che io scelgo consapevole. Non m'importa se si vince o si perde, m'importa che non tradisca la mia coscienza e il «Bene Comune» della mia Regione, la Liguria, che amo con tutta la mia vita. Se non si vince si può stare all'opposizione e fare i cani da guardia al potere di chiunque, imponendo trasparenza e denunciando soprusi.
Ogni sei mesi faremo la spending review a chiunque siederà sulla sedia della presidenza e pretenderemo risposte e resoconti. Non è più tempo di delega in binaco. Ora è il tempo della coscienza, del dovere e del diritto. Ora è il tempo della Liguria che non possiamo abbandonare nella mani dei lanzichenecchi".

Liceo intitolato al prete, fratello del boss: è polemica

Il liceo si trova a Caccamo, in provincia di Palermo. Il senatore Pd Giuseppe Lumia al ministro Giannini: è un'offesa alla memoria dell'eroe antimafia Mico Geraci.

"L'intitolazione del Liceo delle scienze umane di Caccamo (Palermo) a monsignor Teotista Panzeca, oltre ad essere clamorosamente inopportuna, offende la memoria di Mico Geraci". Lo ha scritto il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione parlamentare antimafia, in un'interrogazione al ministro dell'Istruzione Stefania Giannini.

"Come risaputo da gran parte della popolazione locale - ha scritto Lumia - monsignor Panzeca era fratello del capomafia di Caccamo, Giuseppe Panzeca, ed in combutta con la mafia. La posizione di monsignor Panzeca è ribadita anche da alcuni documenti della Commissione d'inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari della X Legislatura in cui è riportata una informativa della legione Carabinieri di Palermo che, per l'appunto, definisce monsignor Panzeca 'mafioso'".

Nell'atto di sindacato ispettivo il senatore ha chiesto: "Se il Ministro non ritenga necessario intervenire affinché il nome di un personaggio definito 'mafioso', come monsignor Panzeca, non sia più accostato a quello di una scuola dello Stato; se intenda proporre l'intitolazione del Liceo delle scienze umane di Caccamo alla memoria di Mico Geraci, eroe civile contro la mafia, per la legalità ed il bene comune".
globalist.it

lunedì 11 maggio 2015

Italicum è una legge insostenibile poiché aggredisce i fondamenti della democrazia repubblicana e ferisce uno dei principi che non può essere oggetto di revisione costituzionale: quello dell'eguaglianza dei cittadini

Una vergogna per il nostro Paese

di Domenico Gallo
Adesso che la legge elettorale è stata promulgata dal Presidente della Repubblica, il discorso non è chiuso. La Corte Costituzionale con la sentenza 1/2014 ha dichiarato incostituzionale il meccanismo della legge Calderoli che attribuiva alla minoranza “vincente” un premio di maggioranza senza soglia minima.
La Corte non ha contestato di per sé qualsiasi meccanismo che attribuisca un premio di maggioranza, ma ha dichiarato costituzionalmente intollerabile che possa essere attribuito un premio di maggioranza “senza soglia” perché l'effetto sarebbe quello di produrre una distorsione enorme fra la volontà espressa dagli elettori ed il risultato in seggi, determinando un vulnus al principio stesso della sovranità popolare.
Nessun sistema elettorale è in grado di assicurare una perfetta corrispondenza fra i voti espressi ed i seggi conseguiti da ciascuna forza politica che partecipa all'agone elettorale. Questo però non consente di buttare a mare il principio espresso dall'art. 48 della Costituzione secondo cui il voto è libero ed uguale, diretta conseguenza del principio di eguaglianza e di partecipazione espresso dall'art. 3 della Costituzione. La legge Calderoli aveva istituzionalizzato la diseguaglianza dei cittadini italiani nel voto, attraverso il meccanismo previsto dall'art. 83 (del Testo unico riguardante le norme per le elezioni) che prevedeva la formazione di un “quoziente di maggioranza” e di un “quoziente di minoranza”.
Nelle elezioni del 2013 il quoziente di maggioranza (dato dal totale dei voti raccolti diviso il numero dei seggi conquistati) è stato di circa 29.000 voti, mentre quello di minoranza è stato superiore a 80.000 voti. Il rapporto fra i due quozienti è di 2,66: il che significa che il voto del cittadino di maggioranza vale 2,66 volte quello del cittadino di minoranza. Basti pensare che il Pd con il 25,42% ha ottenuto 292 seggi mentre il Movimento 5 Stelle con il 25,56% ha ottenuto 102 seggi.
L'Italicum non solo non abolisce il meccanismo del premio di maggioranza senza soglia, ma addirittura lo esalta, attribuendo il premio ad una unica lista, anziché alle coalizioni. Poiché il sistema politico italiano non è bipolare, né tantomeno bipartitico, il meccanismo elettorale congegnato è destinato a produrre naturalmente – soprattutto attraverso il ballottaggio – una fortissima distorsione fra la volontà espressa dal corpo elettorale ed i seggi conseguiti dalle singole forze politiche, istituzionalizzando la diseguaglianza dei cittadini nell'esercizio del diritto di voto.Una simulazione renderà più chiari gli effetti perversi di questo sistema.
Si prenda una platea di 30 milioni di voti. Concorrono alle elezioni 5 liste.
La lista n.1, la lista n. 2 e la lista n. 3 prendono il 25% dei voti, pari a 7.500.000 ciascuno (ma la lista n. 3 prende qualche centinaio di voti in meno), mentre le altre liste si dividono il restante 25%. Effettuato il ballottaggio fra la lista n. 1 e la lista n. 2, quale che sia il vincitore, alla lista vincente, con il 25% dei voti vengono assegnati 340 seggi, mentre a tutte le altre liste che hanno raccolto 22.500.000 voti vengono assegnati i rimanenti 277 seggi. A questo punto il quoziente di maggioranza sarà pari a 22.058 voti, mentre il quoziente di minoranza sarà di 81.227. Il rapporto fra questi due quozienti ci indica che il voto del cittadino di maggioranza vale 3,61 volte quello del cittadino di minoranza.
Queste semplici considerazioni dimostrano che l'Italicum è una legge insostenibile poiché aggredisce i fondamenti della democrazia repubblicana e ferisce uno dei principi che non può essere oggetto di revisione costituzionale: quello dell'eguaglianza dei cittadini. Anche se la legge è stata approvata, il discorso non è chiuso: l'Italicum, proprio per la sua oggettiva insostenibilità, è destinato a naufragare, com'è avvenuto in passato con la legge truffa che, pur essendo stata approvata all'esito di uno scontro politico durissimo, alla fine fu ritirata. E rimase solo la vergogna.
* giudice presso la Corte di Cassazione

martedì 5 maggio 2015

5 maggio, perché scioperare contro la “buona scuola”


Sarà uno sciopero politico. In senso positivo, perché lo sciopero è, dal XIX secolo in poi, una delle armi principali per chi sta in basso di far sentire la propria voce, per arrestare l’arroganza del potere. Uno sciopero importante è, quindi, sempre uno sciopero politico. Ecco le ragioni per cui è importante scendere in piazza il 5 maggio.

di Marco Magni

Non è retorica dire che il mondo ci guarda. Lo sciopero degli insegnanti del 5 maggio avrà molti occhi sopra. E’ l’Inghilterra, per prima, ad aver imposto la sua “buona scuola”. Era l’anno 1988, governo Thatcher. Poi, il mondo anglosassone, Australia, Nuova Zelanda. Quindi, gli Stati Uniti e la Corea del Sud. La Grecia vi è stata costretta dai diktat della Troika. In Russia c’è stata la riforma degli esami di stato. In Messico, attualmente, sono in corso lotte contro la “buona scuola” in contemporanea con l’Italia. (C’è anche la Spagna, ma confesso di saperne pochissimo). 

Ovunque, ciò che è avvenuto, secondo la felice formula del sociologo australiano Smyth, si è basato sull’idea di “centralizzare ma dando l’idea di star facendo il contrario”. La parola d’ordine al centro delle riforme scolastiche sempre l’”autonomia” della scuola, il contenuto effettivo la trasformazione del dirigente d’istituto in “manager” dagli ampi poteri (assumere, premiare, licenziare gli insegnanti, selezionare e reclutare gli allievi sulla base del loro rendimento), direttamente responsabile dei risultati della propria scuola di fronte al potere centrale. Uno scambio, mediante cui il dirigente d’istituto diviene il “re” della propria scuola, ma nello stesso tempo viene vincolato al ruolo di agente della realizzazione pratica degli obiettivi di politica scolastica stabiliti dal potere centrale. Nominalmente “re”, “prefetto” napoleonico nei fatti. Esattamente quel che dice la “Buona scuola” e che ha già fatto riempire, in questi giorni di vigilia, molte piazze, in Italia, anche oltre ogni attesa. 

La scuola: l’immagine e le cose

Non è vero che tutto sia avvenuto, in questi anni, senza resistenze. C’è ad esempio, un paese, la Francia, in cui senza dubbio la dottrina neoliberale ha agito in profondità sul sistema scolastico, ma nel quale, al contempo, il tentativo di giungere ad una gerarchizzazione delle scuole apponendo il nome dell’istituto sul “bac” (o diploma di maturità) è stato vanificato, anni fa, dalla lotta degli studenti e degli insegnanti. Lotte ci sono state in Inghilterra e, localmente (dato il carattere frammentario del federalismo della governance scolastica americana), anche negli Stati Uniti, soprattutto contro il “teaching to the test”, la valutazione di istituti e lavoratori della scuola mediante i quiz, nonché contro la precarizzazione dei contratti di lavoro degli insegnanti. Se le lotte ci sono state, il loro tasso di circolazione, sui media e nella discussione pubblica, è stato, invece, qui da noi, in Italia, piuttosto basso.

Quando si parla di istruzione, i media svolgono benissimo la loro funzione, che è di svelare ma per nascondere. Lo sguardo internazionale verso la scuola dell’informazione non specializzata, dei media a larga diffusione, cerca sempre il nuovo ritrovato capace di ottimizzare le performance o la curiosità che faccia sensazione: siamo stati riempiti, in questi anni, da articoli sull’ereditarietà genetica dell’intelligenza, sulle “mamme-tigre” che imponevano una ferrea disciplina per migliorare le prestazioni dei propri figli; siamo stati sommersi da testi di pseudo-femministe che parlavano a favore del ritorno della segregazione sessuale nell’istruzione in nome del “plus” di apprendimento delle ragazze quale fattore di natura, da articoli sulla bontà della scuola finlandese, di Hong Kong e di Singapore. Grazie ai media, tempo fa, era divenuta senso comune, in determinate cerchie, l’idea che Tony Blair avesse fatto moltissimo per la scuola. La realtà, documentata dai numeri, delle “persistenti diseguaglianze”, come recita il titolo di una delle più ampie indagini di statistica comparata nel campo degli istruzione degli ultimi anni, di Shavit e Blossfeld, che confronta i sistemi scolastici di 30 paesi diversi, rimaneva nascosta.
Le piazze piene, le scuole chiuse, costituiscono un ottimo modo per rischiarare le menti, a favore di un ritorno alla realtà effettuale delle cose. 

La distopia realizzata

L’indignazione è forte. Il senso di stupore, anche. Una professoressa o, forse una maestra, sulla linea 80, andando verso la manifestazione di p.za SS Apostoli di qualche giorno fa (in cui è stata annunciata la convocazione dello sciopero), riassumeva molto bene il senso comune della scuola reale nei confronti della “buona scuola”: "Sono cose talmente assurde che sembra assurdo anche il fatto che noi ci mobilitiamo". Insomma, il "preside-sindaco" e la "buona scuola" come distopia fantascientifica. Purtroppo, le distopie si sono già avverate. Non amo le “teorie del complotto”, nemmeno quando hanno un segno “buono”, anticapitalista e di sinistra. Non mi suscitano entusiasmo titoli come “I nuovi padroni della Scuola”, che descrivono scenari di organizzazioni confindustriali europee o di club di Davos riuniti in segreto per pianificare i nuovi scenari dell’aziendalizzazione e della privatizzazione delle scuole. Ma basti riportare alcuni fatti realmente accaduti, a mero titolo di esempio. Naomi Klein ci ha raccontato come, approfittando dell’uragano Katrina, il sistema dell’istruzione di New Orleans sia stato riformato chiudendo le scuole pubbliche e sostituendole con “charter school”, scuole gestite da aziende private ma finanziate con denaro pubblico. Diane Ravitch, invece, ci ha informato (i pochi che l’hanno letta in inglese, perché i suoi libri, se tradotti in italiano, ci avrebbero edotto in anticipo sulla “buona scuola” che avanza) di come Bloomberg, nel corso del suo mandato di sindaco di New York, abbia lavorato per sostituire, mediante l’istituzione di “accademie di eccellenza”, gli esperti di amministrazione scolastica, a livello distrettuale e di istituto, con personale proveniente da Wall Street. 

La campagna, lanciata dal ministro Giannini, all’atto del suo insediamento, quando non si parlava ancora di “buona scuola”, a favore dell’aumento dei finanziamenti alle scuole private, in nome del fatto che, se avessero dovuto chiudere, lo stato avrebbe dovuto spendere 6 miliardi di euro (sic), fa intendere una forte propensione privatizzatrice di questo governo. E ciò non deve stupire affatto, nel momento in cui l’azione politica di Renzi prevede un piano di privatizzazioni massiccio, non solo di quote di aziende ancora in mano allo stato, ma dei servizi pubblici, acqua compresa. 

Una lotta dentro altre 

Questo del 5 maggio è uno sciopero politico. Lo dico in senso positivo, perché lo sciopero è, dal XIX secolo in poi, una delle armi principali per chi sta in basso di far sentire la propria voce, per arrestare l’arroganza del potere. Uno sciopero importante è, quindi, sempre uno sciopero politico. 

Lo dico, inoltre perché nell’attuale congiuntura politica lo sciopero del 5 maggio viene ad intrecciarsi con altri scenari che vanno nel senso di una revisione in senso autoritario dell’assetto costituzionale, della “costituzione formale” come della “costituzione materiale”. Lo sciopero del 5 maggio s’intreccia con la vicenda del “voto di fiducia” sull’Italicum, sistema elettorale maggioritario che, connesso alle riforme costituzionali, prefigura una tendenza alla concentrazione del potere. Il “preside-sindaco” sembra far parte di una triade, le cui altre figure sono il “manager”, in azienda, e il “leader” carismatico che comunica direttamente al popolo attraverso i media, nel paese. 

Lo sciopero del 5 maggio, inoltre accade nel momento in cui la Grecia si trova sotto l’assedio delle istituzioni politico-finanziarie europee, per impedire qualsiasi deviazione rispetto al modello di un’austerity che antepone il pagamento degli interessi sul debito (anche a favore dei più abietti speculatori) alla ripresa economica ed al recupero della dignità sociale, e nel momento in cui sono in corso le trattative per il TTIP, nuovo trattato di libero scambio transatlantico, che prevede non solo l’attenuazione dei regolamenti europei che sbarrano la strada alla “carne agli ormoni” e agli Ogm statunitensi, ma anche l’istituzione di tribunali arbitrali privati, tramite cui le multinazionali possano fare causa agli stati in nome dei loro interessi lesi scavalcando la giustizia ordinaria, nazionale ed europea. Di qui il passo è breve rispetto a dire che l’esistenza di una “scuola pubblica” possa costituire un attentato nei confronti della libera concorrenza globale.

Non è retorica affermare che il 5 maggio è un momento di lotta che ha dietro di sé moltissime lotte – molte sconfitte, ma alcune vittoriose – che nel mondo, nell’ultimo trentennio, hanno visto opporre la difesa della dignità e del tessuto di relazioni interne alle comunità sociali all’arroganza del mercato globale. Molte di queste lotte riguardavano la difesa di un tessuto comunitario e di rapporti economici che l’accademia marxista avrebbe, un tempo, considerato arretrati rispetto alla modernità capitalista (per esempio la rivolta zapatista delle comunità indigene in Chiapas, le lotte dei contadini del Bengala contro l’esproprio di terre per la realizzazione di industrie e miniere o le lotte dei contadini cinesi contro l’esproprio delle terre a favore delle speculazioni immobiliari). Ma se è in gioco la dignità, non è questione di vecchio e nuovo. Penso a noi insegnanti, oggi uniti al di là delle differenze ideologiche, in nome della scuola pubblica, in nome della libertà d’insegnamento, contro una legge che viene presentata come una “rivoluzione” che renderebbe la nostra scuola finalmente “europea”. 

Questo non deve farci paura. Anzi, se un senso culturale c’è, in questa rivolta della scuola, è proprio la messa in discussione del paradigma profondamente interessato e tendenzioso della distinzione tra vecchio e nuovo che vorrebbero imporci. Ci chiamino pure, se vogliono, “luddisti”. Il 5 maggio noi scioperiamo. Noi sappiamo per cosa stiamo lottando. Noi sappiamo che il futuro non è scritto.* 

* una frase di Joe Strummer (ndr)

Micromega

Il Vaffanculicum di Renzi e la robbbetta di opposizione

























di Paolo Flores d'Arcais 

Sulla legge elettorale “Italicum” (che la Boschi della vignetta del geniale Mannelli su Fatto quotidiano ribattezza “Vaffanculicum”) Matteo Renzi va allo scontro frontale. 

Quando stampa e tv non siano totalmente plaudenti, due tamburellanti interrogativi caratterizzano i commenti: perché il Premier cerca questo “scontro finale” su un tema che interessa poco e niente alla stragrande maggioranza degli italiani? E fare dell’Italicum/Vaffanculicum una sorta di piccolo armageddon della politica nostrana è segno di forza o di debolezza? 

Sul primo punto la risposta è facilissima: Renzi cerca la battaglia campale su un tema i cui contenuti non interessano, e quindi sfuggono ai più, proprio per questo: che sarà vissuta come una battaglia in cui i contenuti contano pressoché zero, e dunque per i cittadini conteranno solo le “posture” e le “virtù” che in tale battaglia si manifesteranno: la coerenza dei propositi contro la tradizione delle lungaggini, l’energia contro la palude, il nuovo contro il vecchio, la riforma contro la conservazione, il coraggio di rischiare contro la vocazione a rassicuranti compromessi, ecc. Insomma la durlindana rottamatrice contro la melmosità delle nomenklature. 

Renzi perciò ne uscirà benissimo, vinca o perda (molto probabilmente vince). Tanto più che i suoi antagonisti nel centro-sinistra sono giganti della tempra di Bersani e Letta, D’Alema e Bindi, e infine Speranza (vi rendete conto?!), robbbetta che nessuno che abbia residui di lucidità può prendere minimamente sul serio, e la cui rottamazione resta una delle “gesta” che hanno fornito a Renzi il suo primigenio patrimonio di credibilità e consensi. 

Altra cosa sarebbe stata se nel centro-sinistra l’opposizione si fosse manifestata in modo netto e coerente (al momento di ogni voto) su tutte le questioni cruciali, a cominciare dal problema del problema, la giustizia, e con esso quello dei media (e la legge bavaglio che li connette), e insomma fosse stata frontale fin dall’inizio, visto che il disegno di Renzi era evidente e organico. Ma un’opposizione capace di fare questo non sarebbe stata capace, quando era al governo (per quasi otto anni, in epoca berlusconiana) di tutto il miserrimo cabotaggio, e il berlusconismo di risulta, e la mimesi di corruzione, e insomma sarebbe stata una cosa completamente diversa fatta da persone completamente diverse. Mentre larobbbetta questo era in grado di dare, al governo e all’opposizione: in termini di libertà e giustizia, anche in dosi omeopatiche, il nulla. 

A questo punto è chiaro che l’armageddon formato twitter che vuole realizzare Renzi è una prova di forza, non di debolezza. Una prova con un margine di rischio, ovviamente, ma una prova di forza. E’ il compimento della rottamazione. Ottenuta in una sola mossa insieme a una trasformazione strutturale che rende l’esecutivo padrone dell’intera vita politica del paese: un regime plebiscitario di minoranza, dove con un terzo dei voti, e se le altre forze sono divise, si controlla il parlamentomanu militari, si nominano tutti gli organismi di garanzia, si domina la tv di Stato, insomma si fa il bello e il cattivo tempo senza “lacci e lacciuoli”. 

Il berlusconismo realizzato. Grazie a quanti (la famosa robbbetta e anche qualcuno in più) hanno per anni e anni stigmatizzato come estremista chi combatteva senza transigere il regime di Arcore, hanno addirittura considerato “demonizzazione” e fanatismo l’uso del termineregime, e si sono dati voluttuosamente a ogni genere di inciucio, spacciandolo per genialità strategica e convincendo non pochi guru-gonzi del sistema mediatico e di “opinione”. 

Oggi siamo una non-democrazia senza opposizione, e quelle che passano per tale sono talvolta mero fascismo e/o razzismo rimpannucciato (Salvini, Meloni, ecc.), o pezzi di nomenklatura di finta sinistra non certo migliore della robbbetta (Vendola & Co). Resta il M5S, con le stranote contraddizioni, volatilità, dogmatismi, irrazionalità esoteriche, ma anche passione civile della base. 

Motivi di speranza pochi, dunque. Pochissimi. A incrementarli può esserci solo l’inventiva e le iniziative concrete che ciascuno di noi saprà costruire, per quanto in apparenza isolate e impotenti, senza aspettare che “arrivi” da chissà dove un nuovo strumento di azione politica di massa

5 maggio: in piazza, con la scuola, per difendere la Costituzione


di Anna Angelucci

Domani, martedì 5 maggio, scenderemo in piazza per difendere la scuola. Scenderemo in piazza per difendere la Costituzione. Saremo insieme, lavoratori e studenti, chiamati ad uno sciopero unitario da tutti i sindacati, confederali e di base, per dire NO al disegno di legge sulla scuola targato Matteo Renzi. Un disegno di legge che configura la morte della scuola della Costituzione, della scuola come organo costituzionale autonomo, libero, democratico, inclusivo e gratuito immaginato agli albori della nostra storia repubblicana e declinato negli articoli 3, 33 e 34 della nostra Carta costituzionale. 

Chiuderemo le scuole e invaderemo le piazze di tutte le grandi città della penisola per urlare il nostro NO alla dismissione della scuola pubblica e al suo definitivo passaggio dallo Stato al privato. Scenderemo in piazza per dire NO ad un’idea di scuola che si inscrive in uno scenario geopolitico globale dominato da una visione meramente economicistica e produttivistica della società, che individua nel consumo e nel mercato il dispositivo unico, il moloch generatore di tutti i valori materiali e simbolici. Insieme agli studenti, insieme alle loro famiglie, noi diciamo NO a un modello di scuola che impone il paradigma dell’uomo solo al comando (che trasformerà ogni scuola nella ‘sua’ scuola) e che vuole declinare l’autonomia delle istituzioni scolastiche - costituzionalmente sancita a garanzia della libertà di insegnamento e apprendimento - nelle forme patologiche di una frammentazione localistica destinata ad autodeterminarsi attraverso processi di omologazione culturale interni e esterni. 

Il disegno di riforma della scuola targato Matteo Renzi ci chiama tutti - cittadini italiani - ad una inevitabile assunzione di responsabilità individuale e collettiva. Vogliamo davvero una scuola-azienda? Vogliamo davvero una gestione privata e dei finanziamenti privati per garantire il funzionamento delle nostre scuole? Siamo davvero convinti che la precarizzazione del personale docente, selezionato all’interno di albi territoriali gestiti dagli uffici scolastici regionali, sottoposto triennalmente a chiamata e a valutazione diretta dal dirigente, foss’anche coadiuvato da un suo staff, non finisca col generare lo stereotipo del docente compiacente, conformista, acquiescente? E, di necessità, forme e contenuti di apprendimento condizionati, se non manipolati, dal dirigente-padrone o dagli sponsor? Crediamo davvero che, laddove questo modello di scuola è stato da tempo realizzato, negli Stati Uniti, dove i presidi-manager o i sindaci o i rappresentanti politici delle istituzioni locali decidono chi deve insegnare, cosa e come, questo modello di scuola funzioni davvero? E pensiamo davvero che si possano risollevare le sorti della scuola pubblica italiana, cannibalizzata negli ultimi vent’anni dal fanatismo o dall’incompetenza dei ministri e dei Governi, definitivamente de-costituzionalizzandola e consegnandone le spoglie al mercato?

Noi diciamo NO. Non possiamo accettare la deriva antidemocratica e autoritaristica che questo disegno di legge esprime e in cui questo disegno di legge si inscrive: una deriva che sta per modificare radicalmente l’intero assetto istituzionale del nostro Paese, a partire dalla scuola. E non solo.

Domani saremo tutti in piazza, puntuali ad un altro appuntamento di questa nostra grande maratona contro un Governo che non ha mai realmente ascoltato, preferendo prodursi in occasionali parate autocelebrative; che non ha dialogato e non dialoga neppure oggi nelle sedi istituzionali deputate al confronto, in Parlamento; che ha costruito un’ipotesi di riforma sui dettami neoliberisti di lobby confindustriali che calpestano i valori e il mandato che la Costituzione assegna alla scuola della Repubblica: ovvero, rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art. 3 della Costituzione Italiana). 
Irrinunciabilmente.

domenica 3 maggio 2015

Concertone del Primo Maggio fra retorica e talent


A Milano la Turandot per l'Expo. A Roma il Concertone dei sindacati. Le armonie di Puccini contro il rock, il rap e il reggae dei vari Alex Britti, Alpha Blondy, Irene Grandi e la Pfm. In termini di ascolti due eventi di nicchia, anche se 600 mila telespettatori per Rai5 non sono pochi. Ma l'Expo gongola soprattutto per gli oltre 6 milioni e 300 mila telespettatori della serata di giovedì su Raiuno con Bocelli & c. «La solidarietà fa la differenza è il tema della 25ª edizione del Concertone del Primo Maggio (quest'anno sotto al milione di telespettatori a fronte dei 700 mila in piazza) che Cgil, Cisl e Uil organizzano dal 1990 in San Giovanni in Laterano. La maratona televisiva presentata da Camila Raznovich in diretta su Raitre, parte poco dopo le quindici per concludersi a mezzanotte. Primo pensiero per le popolazioni del Nepal e i morti del Mediterraneo. Così il Concertone inizia con un minuto di silenzio. Molto meglio delle parole dei Kutso che annunciano che il loro nome si pronuncia all'inglese, con la “a” al posto della “u”. Meno male che prima di loro sul palco era salito il violinista Alessandro Quarta con i Bottari della canzone per una personalissima e apprezzabile Bella ciao quanto quella di Goran Bregovic nel finale. Le nove ore di diretta, con il solo intervallo del Tg3 e dei Tg regionali, filano a un buon ritmo grazie al palco girevole: mentre un gruppo si esibisce, sul retro si prepara il successivo. Tra le tante esibizioni (una quarantina) non mancano però le note stonate. Paolo Rossi a proposito della chiusura dei teatri parla di una criminalità che si chiama organizzata per differenziarsi dal Ministero della cultura. Mentre i Med free orkestra tra le cose negative dell'Italia elencano i messaggi di solidarietà del Papa. J-Ax infila una serie di frasi fatte sparando pure l'assurdità che «in Italia una donna non può abortire perché sarebbe un'assassina». Ma é soprattutto il gruppo bolognese Lo Stato sociale ad alzare il tono della polemica presentandosi con calzamaglie sul viso: «Oscurati e invisibili come i poliziotti non identificati in occasione di scontri di piazza e torture nelle scuole», oscurati anche perché negata all'ultimo momento una performance con nove coppie tra cui gay e lesbiche per un bacio collettivo sul palco. Nel voler sembrare alternativi a tutti i costi c'è anche molta retorica. Si fanno proclami in piazza per i cosiddetti diritti civili e poi si partecipa a qualsiasi talent. Forse è il caso che il Concertone abbandoni la residua patina politica e si trasformi totalmente in un puro evento musicale.
avvenire