martedì 14 luglio 2015

A scuola, dunque, non si può parlare di "genere" se non nell'accezione punitiva e sessuofobica di Santa Madre Chiesa

Dopo aver rassicurato il Nuovo centro destra - in occasione del voto di fiducia alla Buona Scuola - che «riferimenti alla teoria del gender non potranno essere oggetto di attività scolastiche extracurriculari» (così ha dichiarato Gaetano Quagliariello, coordinatore Ncd), il ministro dell'Istruzione Giannini torna sul tema con una nota ufficiale dal titolo "Piano dell'offerta formativa" (Prot. n. 4321 del 06.07.2015). La fantomatica "teoria del gender", quella cioè che insegnerebbe ai ragazzi a masturbarsi, scambiarsi i vestiti tra maschi e femmine e mettere in discussione la loro appartenenza biologica, pervade il documento senza mai essere nominata. Ma il sottinteso è tanto evidente che Avvenire, gongolante, titola "Teoria del gender: a scuola consenso informato".
La circolare ribadisce ciò che è già noto, e cioè: «Le famiglie hanno il diritto, ma anche il dovere, di conoscere prima dell'iscrizione dei propri figli a scuola i contenuti del Piano dell'Offerta Formativa e, per la scuola secondaria, sottoscrivere formalmente il Patto educativo di corresponsabilità per condividere in maniera dettagliata diritti e doveri nel rapporto tra istituzione scolastica autonoma, studenti e famiglie».
Tralasciando il giubilo dei soliti noti per una non-notizia (ma il disegno di legge l'hanno letto o hanno votato la fiducia per sentito dire?), c'è da chiedersi perché un ministro debba affrontare in modo così contorto un concetto tanto semplice. La "teoria del gender" non esiste, se non nella testa bigotta di chi vorrebbe impedire che nella scuola pubblica venga introdotto il dibattito sulla sessualità portando l'Italia fuori dai secoli bui dell'Inquisizione. Perché Giannini non l'ha detto a chiare lettere?
Sull'altro piatto della bilancia di una teoria immaginaria c'è l'ora di religione. Facoltativa, se può essere chiamato "facoltativo" un insegnamento per il quale i genitori devono dire sì o no all'iscrizione di ogni nuovo ciclo scolastico (non mi risulta che per i corsi di fotografia valga la stessa regola). Lì si insegna il contrasto alla diversità, cioè la discriminazione, il peccato insito nel sesso (che raddoppia nel caso di "contro natura") e una serie di favolette mal riuscite che esaltano la verginità come virtù - naturalmente tutta femminile - mentre contraddicono scienza, coscienza e libertà. Il tutto a carico dello Stato, che paga di tasca sua (ovvero nostra) insegnanti scelti ogni anno dalla Curia.
A scuola, dunque, non si può parlare di "genere" se non nell'accezione punitiva e sessuofobica di Santa Madre Chiesa. E il ministro dell'Istruzione, invece di scusarsi con i genitori per uno scellerato patto che dal 1929 indottrina gli studenti insegnando una normalità che nei fatti non esiste, li rassicura garantendo che il sesso e i suoi derivati non arriveranno mai, se non come la Chiesa gradisce, sul tavolo dell'offerta formativa della scuola pubblica. Chapeau.
Cecilia M. Calamani, cronachelaiche.it

Scuola: e allora stanno provando a gabbarci con l’ennesima messinscena. l’altra faccia, quella più vergognosa, della demagogia

Una situazione paradossale. 7 luglio, molti di noi reduci da una faticosissima tornata di esami di Stato, in una delle più calde giornate dell’anno. Tanti di altre città. Ore 18: piazza Montecitorio è letteralmente intasata da un numero incredibilmente alto di persone, sotto il sole asfissiante. Dentro la Camera – tra altissimi soffitti che hanno assistito a passaggi fondamentali della vita del Paese – alcuni parlamentari, con il conforto dell’aria condizionata, hanno iniziato a disbrigare l'ultima tappa di una questione per loro di ordinaria amministrazione: l’“affare” scuola.
Archiviato al Senato con la vergognosa forzatura del voto di fiducia, accettata senza batter ciglio anche da molti di coloro che fino ad allora avevano sostenuto di opporsi al provvedimento, il disegno di legge si appresta a subire un rapido passaggio. Questo epilogo procedurale mette in evidenza l’incuria con cui questo Governo sta trattando l’unico tema che abbia costituito finora un ostacolo concreto alla sua arrembante e spregiudicata corsa verso la soppressione di molte delle garanzie democratiche previste dal nostro ordinamento.
Dentro e fuori  il Palazzo; due realtà ormai drammaticamente lontane – quasi opposte, certamente in questo momento storico contrapposte – sostenute da  direzioni implacabilmente contrarie l'una all'altra: centralità o no del dettato costituzionale. Nonostante questa evidenza politico-culturale, il nostro sistema di informazione, pubblica o privata che sia, non sa e non vuole essere congruente;  chi in quella piazza civile e colorata di tutte le bandiere di tutti i sindacati, gremitissima, rappresenta i media rincorre – oltre la barriera protettiva e incurante delle opinioni e delle ragioni dei manifestanti – una dichiarazione purchessia di qualche parlamentare che transita nella zona antistante Montecitorio.
“Così va il mondo”, diceva qualcuno. Ma le pratiche di un’informazione ormai completamente dimentica del mandato che la comunità democratica le affida in una situazione autoritaria e liberticida quale quella che la scuola pubblica ha dovuto – per il momento – subire, tanto più perché recidive e trasversali alle diverse testate, la dicono davvero lunga sulle prospettive a breve, medio e lungo termine di un Paese senza passioni.
Ci hanno negato l’ascolto: ora tentano anche di impedirci di pensare, di discutere e di essere contro. Nel giro di un anno,  una successione senza precedenti di manifestazioni imponenti, di scioperi partecipati, di cortei numerosi, di presìdi ripetuti e prolungati, di flash mob creativi  non hanno mai, nemmeno una volta, messo in atto comportamenti non perfettamente omogenei al diritto di espressione del dissenso, alla partecipazione, alla protesta civile.
E allora stanno provando a gabbarci con l’ennesima messinscena: Giannini “riconverte” la propria pagina Facebook (a colpo di mano quasi avvenuto, la legge è stata approvata alla Camera questa mattina). "Il mio profilo privato – annuncia – diventerà una pagina pubblica su cui riprenderanno il dialogo e il confronto con tutti voi sui provvedimenti che stiamo approvando in materia di Istruzione e sulle innovazioni a cui lavoriamo nel settore della Ricerca e dell'Università": l’altra faccia, quella più vergognosa, della demagogia. Qualora ne avessero davvero avuto l'intenzione, avrebbero potuto ascoltare le piazze del 24 aprile, del 5 maggio (lo sciopero più imponente della storia della scuola), del 24 giugno, quest'ultima in concomitanza dell'approvazione forzosa in Senato; la piazza del 7 luglio, perfino. Piazze composte, motivate e consapevoli, che dicevano no, argomentando le proprie ragioni e chiedendo di essere prese in considerazione.
A quanto pare, sotto il Senato ci ha notato il solo Fabrizio Rondolino (un altro che si è fatto “tutto da solo”), che ha twittato: “Ma perché la polizia non riempie di botte 'sti insegnanti e libera il centro storico di Roma?”. Si è poi scagionato, questo fine intellettuale, parlando di “provocazione”: come provocazioni sono state gli appellativi di “squadristi” alla volta dei docenti da parte di Giannini e Zanda; le innumerevoli patetiche esternazioni di un altro celebre cultore della democrazia e del pacato confronto con gli avversari politici. Davide Faraone. O l'ignobile esternazione di un altro “figlio celebre”, Marco Campione.
Coloro che hanno consigliato a Renzi di compiere questa furibonda e irrazionale volata finale non hanno però tenuto conto di una cosa: la scuola non fa nessun passo indietro. Riprendiamo le forze che ci hanno sequestrato; a settembre saremo di nuovo nelle piazze, virtuali e non, a concretizzare la nostra protesta con un no circostanziato dallo studio e dall’alternativa. Ma le basi si gettano sin d’ora: il 12 luglio, a Roma, avrà luogo un'assemblea organizzata dai comitati per il Sostegno alla Lipscuola e da altri soggetti del movimento, per pianificare un che fare condiviso.
Il nostro OXI non ha avuto possibilità di essere ascoltato: l’autoritarismo del Governo e la sudditanza dei parlamentari non prevedono questa possibilità e il rispetto del dissenso. Il danno e le conseguenze che questo atteggiamento sta producendo e continuerà a produrre costituiscono una delle grandi responsabilità morali e politiche di cui prima o poi Renzi e i suoi valletti dovranno rendere conto. E noi andiamo avanti.
Marina Boscaino, da ilfattoquotidiano.it

sabato 11 luglio 2015

Tornano i muri nell’Europa centrale

A meno di un mese dall’annuncio della costru­zione di un stec­cato alto quat­tro metri sui 175 chi­lo­me­tri di fron­tiere con la Ser­bia, il par­la­mento unghe­rese ha appro­vato lunedì 7 luglio la Legge, che per­met­terà la costru­zione del nuovo muro. A favore 151 depu­tati di Fidesz, il par­tito di mag­gio­ranza del pre­mier – padrone Vik­tor Orban, men­tre votano con­tro 41 par­la­men­tari delle oppo­si­zioni socia­li­ste e libe­rali. Secondo l’esecutivo, che ieri ha con­fer­mato l’«impegno verso la deci­sione del par­la­mento», la nuova bar­riera dovrebbe ral­len­tare i flussi migra­tori pro­ve­nienti dal cor­ri­doio balcanico.
Le cifre date dal governo unghe­rese sem­brano note­voli: nei primi sei mesi avreb­bero var­cato il con­fine unghe­rese più di 63 mila migranti, quasi ven­ti­mila in più rispetto al 2014. Numeri signi­fi­ca­tivi, che fanno dell’Ungheria assieme alla Gre­cia e all’Italia uno dei prin­ci­pali var­chi d’entrata per i migranti e i rifu­giati in fuga dalle disgra­zie eco­no­mi­che, dalla guerra e dalle varie tiran­nie, che oppri­mono i quat­tro angoli del Con­ti­nente nero.
La deci­sione di costruire il muro anti-migranti ha già sca­te­nato le ire della Ser­bia, che teme che la situa­zione diventi incon­trol­la­bile al suo con­fine. “Costruire un muro non è una solu­zione e la Ser­bia non è respon­sa­bile per la situa­zione, che si è venuta a creare a causa dei migranti. Siamo solo un Paese di tran­sito,” aveva rea­gito ai piani unghe­resi il primo mini­stro serbo Alek­san­der Vucic. Tut­ta­via il governo unghe­rese si è rive­lato sordo a ogni pos­si­bile trat­ta­tiva con la Ser­bia, che è uno dei Paesi can­di­dati all’entrata nell’Unione Euro­pea. “La deci­sione di costruire il muro è legit­tima, non viola alcun trat­tato inter­na­zio­nale ed è stata già adot­tata da altri governi”, ha ribat­tuto il mini­stro degli esteri unghe­rese Peter Szijjártó.
Il rife­ri­mento, a cui fa cenno il mini­stro degli esteri unghe­rese, è ovvia­mente il muro costruito dalla Spa­gna nell’enclave di Ceuta e Melilla. Ed è per que­sto motivo pro­ba­bil­mente, che gli organi comu­ni­tari hanno tenuto basso il pro­filo rispetto al muro unghe­rese non ripe­tendo cri­ti­che forti ed espli­cite fatte ad esem­pio rispetto alla cam­pa­gna anti-immigrati del governo Orban. Il governo unghe­rese si è infatti deciso di trarre frutto fino in fondo della crisi dei migranti inse­guendo sem­pre più aper­ta­mente le posi­zioni del par­tito Job­bik, uscito vin­cente da un’elezione par­ziale per un seg­gio par­la­men­tare rima­sto vacante. Negli ultimi mesi il governo ha piaz­zato in giro per il Paese decine di car­tello con scritte, che ripro­du­cono i soliti cli­chè sui migranti riot­tosi e ruba­la­voro. Inol­tre il governo Orban ha pro­mosso una con­sul­ta­zione popo­lare sul tema dell’immigrazione, dove non man­cano que­stioni come “E’ d’accordo che errori nella poli­tica migra­to­ria por­tano a una dif­fu­sione del ter­ro­ri­smo?” oppure “E’ d’accordo con il governo che invece di stan­ziare i fondi per i migranti si dovreb­bero aiu­tare le fami­glie unghe­resi e i bam­bini nati qui?”. Nel caso del que­stio­na­rio era però inter­ve­nuto il vice­pre­si­dente della Com­mis­sione Euro­pea Frans Tim­mer­smans defi­nen­dolo “ten­den­zioso e sbagliato”.
La situa­zione unghe­rese è solo la punta dell’iceberg del clima gene­rale nel centro-est Europa. Nelle ultime set­ti­mane in nume­rose città ceche, slo­vac­che e polac­che si sono tenute mani­fe­sta­zioni con­tro l’accoglienza dei pro­fu­ghi. Una delle pro­te­ste più mas­sicce è stata la mar­cia dei hoo­li­gans a Bra­ti­slava sabato 20 giu­gno, a cui hanno par­te­ci­pato circa cin­que mila per­sone. Altre pro­te­ste sono state più ridotte di numero e la mobi­li­ta­zione passa soprat­tutto su rete. Per ora nelle strade sono uscite solo le vec­chie cono­scenze della destra radi­cale, che però si sen­tono rin­gal­luz­zite da un clima nell’opinione pub­blica a loro favo­re­vole. Anche per que­sto i governo del centro-est Europa hanno chiuso le porte alla pro­po­sta della Com­mis­sione Euro­pea sulle quote di acco­glienze. E i non sono pochi i mini­stri degli interni, ispi­rati pro­ba­bil­mente dall’esempio unghe­rese, che par­lano aper­ta­mente di chiu­dere e pre­si­diare le fron­tiere. Un cam­bia­mento di clima note­vole. Fino a qual­che anno fa le fron­tiere aperte erano il sim­bolo intoc­ca­bile della caduta dei vec­chi regimi a par­tito unico e del rien­tro in Europa. Oggi non più.
ilmanifesto.info

Srebrenica, una strage lunga venti anni. Oggi le cerimonie per il ventesimo anniversario del genocidio

«La linea era qui, a Zelenj Jadar. Que­sto era il check point dell’Unprofor, davanti c’erano i serbi e noi era­vamo 20 metri più giù. Dritto arrivi alla Drina, a destra vai a Milici. Sre­bre­nica è die­tro di noi. Se que­sta linea sal­tava, i cet­nici entra­vano in città». Per­corro in mac­china con Muha­med la strada fatta dall’esercito di Mla­dic nel luglio del ’95.
Quando a Sre­bre­nica è arri­vata la guerra, lui aveva meno di dieci anni. Il suo vil­lag­gio guarda il mas­sic­cio del Tara, e veniva bom­bar­dato diret­ta­mente dalla parte della Ser­bia, oltre il fiume. Ad ogni curva si ferma, e mi spiega cos’è suc­cesso in quel punto. «Là sopra è ancora tutto minato. Qui, a Kra­lja Voda, i para­mi­li­tari di Goran Zekic hanno incen­diato tutto subito, nel ’92. Si vedono ancora i resti del loro lavoro. Oltre la zona di sepa­ra­zione, a destra, ci sono le tombe dei sol­dati uccisi. Le trin­cee erano là sopra. La Ser­bia è là, un chi­lo­me­tro in linea d’aria».
Sono pas­sati vent’anni. Non sem­brano così tanti, men­tre Muha­med mi mostra i luo­ghi in cui ha vis­suto da bam­bino. Un geno­ci­dio non fini­sce quando fini­scono le ucci­sioni. Con­ti­nua, con le domande che tor­tu­rano i soprav­vis­suti e le ossa che con­ti­nuano ad affio­rare. «Vedi quell’altura? Da là è facile fer­mare i carri armati. Se bloc­chi il primo, hai chiuso la strada. Gli olan­desi però, invece di difen­dere la città, ci hanno impe­dito di spa­rare. Sono stati com­plici nella caduta di Sre­bre­nica, e nel genocidio».

Dos­sier

Le recenti rive­la­zioni del canale tv Argos, e l’inchiesta del bri­tan­nico The Obser­ver, dicono che le respon­sa­bi­lità per quanto avve­nuto nel luglio del ’95 non sono solo dell’Olanda. Fran­cia, Gran Bre­ta­gna e Stati Uniti ave­vano già deciso di non difen­dere con gli aerei le truppe olan­desi sul ter­reno, lasciando l’enclave indi­fesa. Ci sarebbe poi anche un altro capi­tolo nel lungo elenco delle respon­sa­bi­lità. Quello dei bosniaco musul­mani. Per­ché il loro comando non c’era, nei giorni cru­ciali? Per­ché non è stata auto­riz­zata una con­trof­fen­siva, almeno per aiu­tare quelli che cer­ca­vano di scap­pare attra­verso le mon­ta­gne? Una recente inter­vi­sta del quo­ti­diano bosniaco Dne­vni Avaz al coman­dante della difesa della cit­ta­dina, Naser Oric, ha ria­perto anche que­sti inter­ro­ga­tivi. Sono pas­sati molti anni, o forse no.

La strada delle montagne

In Comune mi riceve il gio­vane sin­daco di Sre­bre­nica, Camil Dura­ko­vic. Anche lui era poco più che un bam­bino quando la città è caduta. «Avevo 16 anni, e mi sono tro­vato sepa­rato dalla mia fami­glia. Ho dovuto deci­dere da solo se arren­dermi a Poto­cari, dove c’erano le Nazioni Unite, oppure cer­care di rag­giun­gere Tuzla, attra­verso le mon­ta­gne. Ho scelto la strada delle montagne.
For­mammo una colonna a Susn­jari, per comin­ciare la mar­cia. C’erano circa 13.000 per­sone. Pochi sono soprav­vis­suti, io sono uno di loro».
Il sin­daco mi dice di ricor­dare «ogni det­ta­glio» di quella mar­cia di 7 giorni e 6 notti verso Tuzla, ma pre­fe­ri­sce tagliare corto. «Ogni giorno c’erano agguati, imbo­scate, spa­ra­to­rie. È stato l’inferno».
Dopo la guerra, Dura­ko­vic è andato come pro­fugo negli Stati Uniti, dove si è lau­reato in eco­no­mia. Ha deciso di tor­nare nel suo paese, «per­ché que­sta è la mia patria, e voglio con­tri­buire a miglio­rare la situa­zione.” Al ter­mine di un’intensa cam­pa­gna elet­to­rale, gio­cata sull’attribuzione del diritto di resi­denza (e di voto) ai bosniaco musul­mani che sono stati espulsi da qui nel ’95, nell’autunno scorso ha vinto le ammi­ni­stra­tive, diven­tando primo cittadino.
«È ingiu­sto, dopo il geno­ci­dio, dire che ci sono ele­zioni libere. Ucci­diamo oltre 8.000 per­sone e poi fac­ciamo delle belle ele­zioni demo­cra­ti­che. È demo­cra­zia que­sta?» Dura­ko­vic, soste­nuto da un’associazione bosniaca, la Coa­li­zione Primo Marzo, ha cer­cato di con­vin­cere quanti più bosniaco musul­mani (bosgnac­chi), tra quelli che non vivono più a Sre­bre­nica, a regi­strarsi nuo­va­mente qui. «É stata una gara testa a testa. Oggi qui il 50% della popo­la­zione è serba, e il 50% bosniaco musul­mana. Alla fine ho vinto per poche cen­ti­naia di voti».
Prima della guerra, a Sre­bre­nica vive­vano circa 28.000 bosgnac­chi e 9.000 serbi. Dieci anni fa, nel 2005, avevo chie­sto all’allora sin­daco, Abdu­rah­man Mal­kic, quanti fos­sero gli abi­tanti del comune. «Circa 10.000», mi aveva rispo­sto. Rivolgo la stessa domanda a Dura­ko­vic, dieci anni più tardi. «Set­te­mila», dice. Il pro­cesso di ritorno non ha avuto suc­cesso. Invece di cre­scere, la popo­la­zione con­ti­nua a dimi­nuire. Secondo Dura­ko­vic, «la chiave per per­met­tere il ritorno è la sta­bi­lità eco­no­mica. Posti di lavoro e svi­luppo faranno ritor­nare la gente. L’economia aiuta a ricreare legami tra le per­sone, favo­ri­sce la ricon­ci­lia­zione. Noi sap­piamo come vivere insieme, dob­biamo solo avere un futuro sta­bile dal punto di vista economico».
È impor­tante avere spe­ranza, e le parole del sin­daco mi rin­cuo­rano. Ma resto per­plesso. Siamo in Repu­blika Srp­ska, l’entità della Bosnia Erze­go­vina a mag­gio­ranza serba, in un comune gui­dato da un sin­daco bosgnacco. Il qua­dro poli­tico è com­pli­cato, non faci­lita gli inve­sti­menti, e la situa­zione gene­rale del paese non è rosea.

Poto­cari

Per­corro i pochi chi­lo­me­tri che sepa­rano Sre­bre­nica da Poto­cari, dove sorge il Memo­riale del geno­ci­dio. L’11 luglio del ’95 migliaia di bosniaco musul­mani, ter­ro­riz­zati dopo l’ingresso in città delle truppe serbe, ave­vano cer­cato rifu­gio qui, nella sede dei caschi blu. Le truppe olan­desi invece con­se­gna­rono i civili ai serbi. È que­sta la colpa dell’Olanda, non quella di aver rinun­ciato a difen­dere un’enclave indifendibile.
Lo ha rico­no­sciuto la stessa giu­sti­zia dei Paesi Bassi, al ter­mine di una causa avviata da uno dei soprav­vis­suti, Hasan Nuha­no­vic, un uomo che da anni si batte da solo per la verità su que­gli eventi. Sua madre, suo padre e suo fra­tello si erano rifu­giati nella base dove lui lavo­rava come inter­prete. I mili­tari delle Nazioni Unite, invece, li fecero uscire. Hasan li ritrovò solo anni dopo, nelle fosse comuni.
«L’idea di creare un Memo­riale qui è del ’98», mi spiega Amra Begic, una delle diri­genti della strut­tura. «Le madri hanno deciso di sep­pel­lire i loro figli tutti insieme, nel luogo dove li ave­vano visti per l’ultima volta. I lavori sono ini­ziati nel 2001, e oggi sono sepolte qui 6.241 persone».
Le chiedo quanti visi­ta­tori accolga ogni anno il Cen­tro. «La media è di 130.000 visi­ta­tori all’anno. La mag­gior parte viene dalla Fede­ra­zione di Bosnia Erze­go­vina, soprat­tutto stu­denti delle scuole supe­riori e uni­ver­si­tari. Ci sono poi indi­vi­dui e gruppi che ven­gono da tutto il mondo, molti dalla Tur­chia, ma anche dalla Ger­ma­nia e dall’Italia, in par­ti­co­lare gli scout».
Sono cifre impres­sio­nanti, per un paese con meno di quat­tro milioni di abi­tanti. Cal­colo che quasi tutti i bosniaco musul­mani ci sono venuti in visita, almeno una volta. La costru­zione dell’identità nazio­nale, dopo la guerra, si basa sul rico­no­sci­mento del pro­prio essere stati vit­time. Non che que­sto non sia avve­nuto. Mi avrebbe ras­si­cu­rato di più però sapere che qui ven­gono ogni anno 100.000 per­sone dalla Repu­blika Srp­ska. Ma que­sta non è la Ger­ma­nia di Willy Brandt. Qui il vit­ti­mi­smo vive spalla a spalla con il nega­zio­ni­smo. Una miscela letale. Meglio non essere troppo pes­si­mi­sti, però. Natu­ral­mente qui la guerra non ci sarà più. Anzi, «mai più».

Alex Lan­ger

Venti anni fa, pochi giorni prima del geno­ci­dio in Bosnia, Ale­xan­der Lan­ger, paci­fi­sta, uno dei fon­da­tori del movi­mento verde ita­liano ed euro­peo, si era tolto la vita. Eletto al Par­la­mento euro­peo, per anni aveva richie­sto invano all’Europa e alla comu­nità inter­na­zio­nale un impe­gno con­creto per porre fine ai mas­sa­cri nei Bal­cani, impe­gnan­dosi al tempo stesso nel movi­mento inter­na­zio­nale di soli­da­rietà, in par­ti­co­lare con la città di Tuzla. Oggi la Fon­da­zione di Bol­zano che porta il suo nome è impe­gnata a pro­se­guire il suo impe­gno, a Sre­bre­nica. «Vor­remmo ripar­tire dall’ultima parte del mes­sag­gio di Lan­ger, dal Verona Forum del ’94, il cui titolo era: Può l’Europa non essere mul­ti­cul­tu­rale?», mi spiega Andrea Rizza, uno dei respon­sa­bili della Fondazione.
«Nel decimo punto del suo Deca­logo per la con­vi­venza inte­ret­nica, Lan­ger parla dei gruppi misti, che defi­ni­sce come l’unico rime­dio al pos­si­bile rie­mer­gere di bar­ba­rie etno­cen­tri­che. Noi vogliamo pro­vare a veri­fi­carlo, qui in Bosnia. Porsi delle buone domande, a volte, è meglio della pre­tesa di avere buone risposte».
Tra­scorro l’ultima parte della gior­nata con Muha­med. Fug­gito da Sre­bre­nica con la madre durante la guerra, ha pere­gri­nato per anni come pro­fugo. Alla fine, come il sin­daco e pochis­simi altri, ha deciso di tor­nare a casa sua. «Il ritorno è stata un’emozione for­tis­sima. Avevo vis­suto qui solo undici anni, e poi quin­dici tra Tuzla e Sara­jevo. Quei quin­dici anni però non sono niente rispetto ai miei undici anni, quelli che ho vis­suto nel luogo in cui sono nato. Sono tor­nato alla fonte di tutti i miei ricordi. Ovun­que mi volti c’è qual­cosa, un rac­conto, un epi­so­dio che mi appar­tiene. Que­sta è una delle più grandi ric­chezze che ho, oggi. È una parte di me, come le mie mani».

Selo veselo

Mesi fa avevo chie­sto ad Abdu­lah Sidran, scrit­tore e poeta bosniaco, di spie­garmi qual­cosa della Drina, della sto­ria di que­sta regione. Mi aveva avver­tito che la gente della Drina ha un attac­ca­mento alla pro­pria terra che non è pos­si­bile spie­gare, né capire. Una spe­cie di pato­lo­gia, una parte inte­grante della psi­che. Dovun­que siano andati a vivere come pro­fu­ghi, nei quat­tro angoli del mondo, non fanno che pen­sare alla Drina.
Poco dopo essere ritor­nato a Sre­bre­nica, Muha­med ha tro­vato un nastro di cui igno­rava l’esistenza. Era la regi­stra­zione di una vec­chia tra­smis­sione radio­fo­nica, «Selo Veselo» (Vil­lag­gio Felice), a cui suo padre, pre­side di una scuola media, aveva par­te­ci­pato come ospite. Quando Muha­med era fug­gito da Sre­bre­nica, in un con­vo­glio con la madre e la sorella, lui era dovuto restare indie­tro. «Ricordo bene mio padre, il suo volto. Una voce però è dif­fi­cile da ricor­dare. Se non ascolti una voce a lungo, quella voce si perde. Ritro­vare un tesoro così, non ha prezzo. Se fossi andato a vivere in qual­siasi altro posto, que­sto non mi sarebbe potuto accadere».
Alla fine della gior­nata, mi accom­pa­gna sopra il lago Perućac, dove alcuni anni fa erano affio­rati i cada­veri dei musul­mani get­tati nella Drina a Vise­grad, qual­che chi­lo­me­tro più a monte. Mi spiega che nei vil­laggi dal lato bosniaco, dove inse­gnava suo padre, prima della guerra c’erano così tanti bam­bini che le scuole non basta­vano, biso­gnava fare i doppi turni.
È sera, riparto per Sara­jevo. Sono venuto qui per la prima volta a fine ’90. Da allora sono tor­nato spesso, nella con­vin­zione, forse un po’ naive, che per capire l’Europa in cui vivevo dovevo capire cos’era suc­cesso in que­ste con­trade della Bosnia orien­tale, dove da secoli serbi e musul­mani vivono fianco a fianco.
In que­sti giorni ver­ranno qui mini­stri degli Esteri, pre­si­denti e migliaia di per­sone per ono­rare le vit­time del luglio ’95. Guardo quelle scuole, venti anni fa troppo pic­cole per ospi­tare tutti i bambini.
Que­gli edi­fici vuoti, in quei vil­laggi vuoti, risuo­nano «come una scarpa senza piede, un vestito senza uomo». Dopo la guerra c’erano i pro­fu­ghi, poi qual­cuno ha comin­ciato a tor­nare, e sem­brava quasi che le case si riem­pis­sero di nuovo. Poi si è fer­mato tutto.
Di una cit­ta­dina di 40.000 abi­tanti, oggi ce ne sono solo 7.000. Forse. Qui non c’è più nes­suno. Né serbi, né musul­mani. Sono di più i morti. Ci sono solo loro, quelle migliaia di uomini, ragazzi, a Poto­cari che dor­mono sulla collina.
* Osser­va­to­rio Bal­cani e Caucaso

Hanno fatto il caos e lo chiameranno «buona scuola»

Dopo il voto di fidu­cia dei 159 sena­tori di gio­vedì 25 giu­gno, oggi abbiamo vis­suto ancora un altro Black Thur­sday della nostra sto­ria repub­bli­cana: alla Camera, 277 depu­tati hanno votato a favore della riforma della scuola pro­po­sta dal governo, tra­sfor­man­dola in legge.È dav­vero sor­pren­dente che il pre­mier, per­plesso circa il fatto che in Gre­cia «3 milioni di cit­ta­dini abbiano espresso una deci­sione che riguarda 300 milioni di euro­pei», non si pre­oc­cupi del fatto che poche cen­ti­naia di par­la­men­tari ita­liani — nomi­nati con una legge elet­to­rale inco­sti­tu­zio­nale — hanno ema­nato una riforma che riguarda non solo milioni di stu­denti ma il destino del nostro scia­gu­rato Paese.
È una riforma che fa strame dei prin­cipi costi­tu­zio­nali e declassa defi­ni­ti­va­mente la scuola pub­blica ita­liana da isti­tu­zione a ser­vi­zio. A nulla è valsa la mobi­li­ta­zione costante di inse­gnanti e stu­denti che, nell’ultimo anno, fin dalle prime slide mostrate da Renzi in tv a set­tem­bre, hanno espresso ogni giorno e in ogni occa­sione il loro argo­men­tato e arti­co­lato dis­senso cri­tico. Che hanno cer­cato, invano, un’interlocuzione reale con il governo, il par­la­mento e tutte le più alte cari­che dello Stato per denun­ciare i rischi della deriva cul­tu­rale e poli­tica di una riforma della scuola che con­se­gna tutti i poteri in mano ai pre­sidi: dalla defi­ni­zione del pro­getto for­ma­tivo con vin­colo trien­nale, alla ricerca dei finan­zia­menti pri­vati sul mer­cato, fino alla chia­mata diretta dei docenti.
Una riforma che lede uno dei prin­cìpi fon­da­men­tali di uno stato demo­cra­tico e civile: la libertà della scienza, delle arti e del loro inse­gna­mento, ovvero la libertà del pen­siero, la libertà attra­verso la quale, nel per­corso di istru­zione e for­ma­zione intra­preso tra i ban­chi di scuola, i nostri stu­denti diven­tano, gra­tui­ta­mente e a buon diritto, con­sa­pe­voli cit­ta­dini del mondo. Come reci­tano gli arti­coli 3, 33 e 34 della Costi­tu­zione, nel defi­nire in modo chiaro e ine­qui­vo­ca­bile il man­dato della scuola nel nostro Paese.
Da set­tem­bre non sarà più così. Se il Pre­si­dente della Repub­blica fir­merà que­sta legge, sordo ai rilievi di inco­sti­tu­zio­na­lità for­mali e sostan­ziali che da tante parti si levano in que­sti giorni tri­sti, in cui la tenuta della demo­cra­zia sta vacil­lando sotto i colpi degli emen­da­menti sop­pressi, dei pareri delle oppo­si­zioni ina­scol­tati, delle posi­zioni legit­ti­ma­mente espresse da sin­da­cati, asso­cia­zioni e movi­menti pro­ter­va­mente cal­pe­state, dello spet­ta­colo inde­cente dei par­la­men­tari intenti a com­pul­sare tablet e cel­lu­lari men­tre appro­va­vano distrat­ta­mente que­sto o quell’articolo del ddl — se anche il Pre­si­dente, garante supremo dei prin­cipi costi­tu­zio­nali, non com­pren­derà i gravi peri­coli di cui que­sta riforma è impre­gnata e non imporrà una pro­fonda rifles­sione, allora da set­tem­bre ci sarà il Far West.
E non per­ché noi inse­gnanti la sabo­te­remo o boi­cot­te­remo, peral­tro legit­ti­ma­mente ove sarà neces­sa­rio pre­ser­vare i diritti degli stu­denti e dei lavo­ra­tori dal mer­ci­mo­nio degli inte­ressi pri­vati. Ma per­ché le scuole implo­de­ranno in una con­di­zione di con­ten­zioso e con­flitto perenne. Una con­di­zione che ne deter­mi­nerà la para­lisi. Ogni deci­sione del diri­gente sco­la­stico sarà discre­zio­nale e irri­ce­vi­bile dai col­legi dei docenti, con­si­gli di classe, rap­pre­sen­tanze sin­da­cali, con­si­gli d’istituto e da tutti gli organi col­le­giali che saranno stati in grado di man­te­nere intatte le pre­ro­ga­tive deci­sio­nali. Da set­tem­bre, ogni pre­side potrà pescare dal gran cal­de­rone della legge (un unico arti­colo con 212 commi e 8 dele­ghe, irre­spon­sa­bil­mente lasciata in que­sta forma fles­si­bile e lar­ga­mente inter­pre­ta­bile) tutto e il con­tra­rio di tutto, per una scuola on demand che cor­ri­sponda ai biso­gni del ter­ri­to­rio ma soprat­tutto alle esi­genze del mercato.
Sarà il caos. Hanno fatto un disa­stro e lo chia­me­ranno «buona scuola».
Il Manifesto.info

domenica 5 luglio 2015

Bergoglio non può essere la nuova icona del progressismo che da più parti viene salutata

Pier Paolo Caserta
http://cronachelaiche.globalist.it

Con l’enciclica “Laudato si'” il papa enuclea una dottrina sociale che certamente merita attenzione, ma diremo subito che Bergoglio non può essere la nuova icona del progressismo che da più parti viene salutata, temiamo, non senza una buona dose di subalternità. Anche questa investitura testimonia di un clima agiografico che trova puntuale riscontro, del resto, nel plauso ormai generalizzato che il gesuita incassa anche per molto meno e con facilità disarmante. Questione di comunicazione, allora? Almeno in buona misura, sì. Basterebbe riflettere sul recente, duro pronunciamento contro Medjugorie. È sufficiente approfondire appena un po’ la notizia per scoprire che la presa di posizione era stata largamente annunciata e che da anni lavorava in questa direzione una commissione di inchiesta guidata dal cardinale Camillo Ruini ed istituita, udite udite, da papa Ratzinger. Ma ve lo immaginate se fosse stato l’arcigno pontefice tedesco a pronunciare identica “sentenza”? Probabilmente avrebbe suscitato un moto generale di empatia nei confronti dei visionari del santuario, con laici ed anticlericali ad accapigliarsi per dispiegare tutto il loro apparato argomentativo nel tentativo di far notare che tra miracolismo visionario e fideismo cattolico esiste semmai una differenza di grado, certamente non di genere, tale da invalidare per lo meno l’efficacia della gag. Però, niente, se a dirlo è Bergoglio, a quanto pare, cambia tutto, parte subito la ola, ed anche molti presunti laici si acquietano soddisfatti. Ma, a ben vedere, non sarà pochino per gridare alla svolta epocale? E i diritti basati sulla laicità, abbiamo smesso di chiederli?
Le ragioni dell’anacronismo della Chiesa cattolica non stanno in questioni superficiali, non possono essere superate dalle scuse molto tardive per errori, persecuzioni e massacri perpetrati nel corso della storia; e nemmeno può bastare la visione geopolitica di questo o quel pontefice. Quelle ragioni stanno tutte nel profondo antagonismo allo stato di diritto. È tutto qui lo scarto che separa la Chiesa cattolica, che non ha mai dismesso la sua pretesa universalistica, rispetto alle altre chiese europee che hanno avuto la Riforma, alle quali non è mai stato consentito di porsi in conflitto con lo stato di diritto. L’universalismo cattolico è teocratico nell’essenza, è pretesa di abbracciare la società nella sua interezza; è pretesa che i principi religiosi propri debbano valere per tutti, anche per i non cattolici, continuando a negare i diritti. Ed è, allora, qui e soltanto qui, e sulle questioni legate al diritto individuale di scelta e alla sua effettiva fruibilità che si dovrebbe misurare ciò che merita il nome di “cambiamento”. Tutto il resto sarà anche molto interessante e non ne dubitiamo affatto, ma dovrebbe interessare soltanto i cattolici. È vero cambiamento che Bergoglio svisceri la sua avanzata dottrina sociale mentre una donna che in Italia voglia esercitare il suo diritto di abortire, previsto dalla legge, continuerà a scontrarsi con le stesse difficoltà di sempre? Se all’indomani del family day che ha messo in scena lo spettacolo del familismo amorale e del fanatismo omofobo la chiesa cattolica conferma nella sostanza le stesse posizioni, potremo certamente non esserne sorpresi, ma a norma di quale criterio vogliamo parlare di aperture, o persino di cambiamento? E, volendo, è una svolta epocale se papa Bergoglio va a chiedere perdono alla Chiesa valdese (intendiamoci, bene ha fatto) ma il perverso meccanismo dell’otto per mille rimane in piedi?
Veniamo, ora, proprio alla famiglia e ai diritti di scelta individuali. Dall’assemblea episcopale svoltasi all’indomani del Family Day è uscita fuori la possibilità che i divorziati risposati possano accedere ai sacramenti, mentre è stata ribadita la linea dura contro matrimonio egualitario, interruzione di gravidanza e fecondazione assistita. Nessuna meraviglia, farà ancora notare qualcuno: non ci si può aspettare che anche su questi temi la Chiesa cattolica cambi idea. Facendoci tornare a dire: benissimo, ma tutte queste aperture, allora? Sono aperture a chi, a cosa, in definitiva? Per conto nostro rispondiamo: sono aperture al senso comune. Che, è fuor di dubbio, dimostrano un acume straordinario nell’accorciare la distanza tra l’immagine della Chiesa e la società. È sicuramente di questo che la Chiesa cattolica aveva bisogno in questo momento storico: di adeguare la sua immagine ai tempi. A quale scopo, all’interno di quale orizzonte e in nome di quale strategia: sono queste le domande di fondo, la cui risposta può scaturire solo dall’osservazione di ciò che viene tenuto fermo in contropartita di ciò che viene cambiato. È l’oltranzismo contro la libertà di scelta, in particolare della donna, la roccaforte che deve restare inespugnabile.
La Chiesa cattolica teme da sempre il femminino come il peggiore dei mali. Persino sul matrimonio egualitario i clericali ovviamente si impuntano, ma sapendo che prima o poi dovranno cedere (il più tardi possibile, si capisce). La negazione dei diritti riproduttivi, il “pro-life”, invece, è l’ultima trincea e l’aguzzo gesuita è chiamato a difenderla, a preservare un ordine sociale e culturale arcaico il cui architrave è la negazione della libertà di scelta della donna. Cambiando tutto il resto perché nulla cambi.

Nazareno e dintorni. A rieccolo


di Giuseppe Panissidi

La procura della Repubblica di Milano, all’esito delle investigazioni preliminari del Ruby ter, si appresta a chiedere il processo per l’ex cavaliere “nazareno”. Il reato ipotizzato, uno dei più gravi (e ripugnanti) del nostro ordinamento giuridico, si riferisce alla “corruzione in atti giudiziari”. Altro finanche dalla squallida “tratta di senatori”, operazione che ben si addice o, comunque, non confligge con le dinamiche “istituzionali” di un parlamento di nominati, fertile terreno di pervasiva “cultura della corruttela” – quanta “cultura”: il Belpaese… trabocca – pur dichiarato parzialmente illegittimo dalla Corte Costituzionale. 

Un’istituzione, ossia, che, restando in piedi soltanto in virtù del (comodo) principio dottrinale della “continuità dello Stato”, continua – in modo solo formalmente legittimo – a sfornare esecutivi a go-go senza il ricorso alle urne. A fronte della Grecia, quasi una nostra sorella, benché ultimo chiodo del carro democratico ed economico europeo, epperò capace di indire un referendum in poche ore, ancorché costretta da un’emergenza epocale, nello stile e nello spirito della tragedia classica. 

Qui, ora, si versa in tema di corruzione di testimoni, e non già in riferimento a un processo qualsiasi, bensì e proprio a quel processo per concussione e prostituzione minorile, nel quale l’ex “nazareno” è stato (felicemente) assolto. 

In breve. Se le accuse, in testa all’ufficio del pubblico ministero costituito presso il giudice penale di Milano, si rivelassero fondate, effetti devastanti non potrebbero non riverberarsi in feed-back sulla precedente, controversa e controvertibile assoluzione. Controversa fino al punto che un alto e integro magistrato, all’esito del giudizio assolutorio dell’impugnazione, si scrollò di dosso la toga, come se essa gli provocasse un insopportabile… imbarazzo. Senza che, peraltro, un democraticissimo capo di Stato, in servizio permanente effettivo, nonché presidente del CSM – un po’ meno “migliorista” che nei suoi anni ruggenti – abbia sentito il minimo bisogno di… approfondire, come, invece, si era precipitato – mobilitando addirittura la Consulta – ad approfondire la condotta della procura di Palermo, in merito a certe fortuite (ma interessanti) intercettazioni della sua voce maestosa. 

Ora, poiché le sentenze vengono emesse “in nome del popolo italiano”, l’intenso auspicio del popolo (sovrano?) sarà che, stavolta, nessun magistrato debba dimettersi, in costanza di eventuali dis-torsioni di basilari principi e valori della civiltà giuridica (e morale). 

Il procuratore di Milano si dice convinto della responsabilità degli indagati, i quali debbono, comunque, essere ritenuti non colpevoli fino a sentenza irrevocabile. Egli sostiene che l’ipotesi difensiva non tiene, alla stregua di una mole imponente di materiali investigativi, idonei a formulare l’accusa e sostenerla in giudizio, ed alla connessa formazione della prova in dibattimento. 

Ma qual è l’ipotesi difensiva? Presto detto: la beneficenza. Milioni di euro di liberale, evangelica magnanimità, elargiti a vantaggio dei testimoni del processo in cui era imputato il benefattore. E già, le “cene eleganti”, si sa, hanno costi elevati. 

Per quanto possa sembrare stravagante, nella sintassi dello Stato costituzionale di diritto, se non surreale, non è affatto uno scherzo. 

Se non che, ove mai tale assunto, cioè la motivazione della beneficenza, rispondesse a verità, si dà il caso che a quei testimoni il nazareno non avrebbe potuto e dovuto elargire alcunché, neppure a fini di beneficenza. Solo un esempio, a scopo di pura, ancorché pertinente, analogia. Il nostro sistema penalistico contempla il reato di “corruzione impropria”, che si concreta ogniqualvolta il pubblico ufficiale accetti da terzi utilità, non prima del compimento di un atto del suo ufficio che riguardi i terzi – vedi caso: un appalto – ma bensì dopo. Perciò, tale specie di corruzione si chiama “impropria”, a differenza della forma “propria”, che contraddistingue la condotta di chi accetta le dette utilità prima di compiere l’atto dell’ufficio. 

La ratio logica della norma è limpida e cogente. Il pubblico ufficiale non può e non deve mai accettare alcunché, né prima, né dopo l’espletamento degli atti di competenza. Infatti, se, accettando l’utilità prima, la corruzione appare scoperta, accettandola dopo, essa, pur meno palese, sussiste comunque, perché nulla vieta di ipotizzare un accordo con l’interessato nel senso di un pagamento successivo all’atto de quo. 

Da un principio siffatto, sotto il profilo logico-giuridico, discende l’elementare inferenza analogica, secondo cui in nessun caso può essere consentita la (asserita) beneficenza in favore di testimoni del suo processo da parte di un imputato, né prima, né dopo la conclusione del medesimo. Del resto, non mancano certo umani ai quali destinare l’eccesso delle proprie sostanze, gratis et amore dei, senza oscene ambiguità di sorta, e senza regiudicande penali di mezzo. Anche per evitare che qualche improbabile ruba-cuori si trasformi in una volgare… ruba-portafogli. 

Certamente, l’ex premier “nazareno” non potrà più essere incriminato in ordine alle pregresse fattispecie, dalle quali è uscito indenne, se non immacolato come un giglio, comunque prosciolto. Vige, infatti, impedimento insuperabile, un sacro principio di ethos giuridico: “ne bis in idem”. Né può ascriversi al caso che il signore di Arcore abbia reagito con la seguente dichiarazione: “Ma io sono già stato assolto!”. A prescindere dal fatto che, in ordine alle presenti accuse, e connesse fattispecie legali, non è mai stato “assolto”, per la semplice ragione che non è mai stato sottoposto a giudizio, l’amico “nazareno” non si rende minimamente conto che la questione di fondo, ufficialmente, cioè giudizialmente conclusa, epperò irrisolta in punto di diritto e giustizia, dunque di nuovo in agenda quale sfondo e leitmotiv, è appunto quella… assoluzione! Non c’è un amico rottamatore, un compagno di merende “nazareno”, disponibile a sgrondargli un po’ di nebbia dal cervello? 

La sua prevista incriminazione, infatti, si situa nel quadro di una res iudicanda intrinsecamente e inscindibilmente connessa con la precedente, benché lungo un’altra, laterale linea d’indagine. Tanto vero che, tra i soggetti oggi indiziati di reato, benché non ancora formalmente imputati, significativamente figura anche la funzionaria di Polizia, Giorgia Iafrate, accusata di avere dichiarato il falso, quanto alle modalità e alle circostanze dell’affidamento di Ruby a Nicole Minetti, in quella manzoniana “notte degli imbrogli e de’ sotterfugi” del mese di maggio del 2010, dopo un arresto per furto. 

Ciò suggerisce l’idea intuitiva che le dimissioni del presidente del precedente collegio giudicante, che lo mondò da accuse (a dir poco) infamanti, potrebbero essere state imperativamente e sostanzialmente dettate da quella peculiare devianza, che gli ordinamenti giuridici democratici definiscono, con solenne intransigenza e alta soglia di punibilità, “obstruction of justice”, intralcio al corso della giustizia. 

Sia consentito, infine, a margine politico, formulare un pio desiderio. Se un tale rottamatore fiorentino – al ritorno sul pianeta-terra dal sito iperuranio in cui vegeta – avesse mai in mente un revival “nazareno”, voglia mostrarsi cortese. E, questa volta, ci sveli, anzi ci sillabi, tutti i contenuti specifici delle eventuali intese. Tutti, ‘ovviamente’, intercalando alla Boschi delle ovvietà. 

E “tutto” significa e comprende ciò che non esclude ‘nulla’, se i gloriosi antenati di Tsipras ci hanno mai insegnato qualcosa.

MicroMega

Renzi crumiro della democrazia

Sono contento di essermi sbagliato. Pur augurandomi che non avvenisse, avevo dato per più probabile un successo della Troika nell'imporre un nuovo memorandum alla Grecia. Avevo fatto paragone con la piccola Cecoslovacchia che nel 1938 fu costretta a cedere da tutta l'Europa unita con la Germania. Ero ad Atene, in un incontro internazionale di movimenti di sinistra contro l'euro, quando è arrivata la notizia dell'indizione del referendum.
Mentre la commentavo un compagno greco mi ha detto: mai sottovalutare la dignità e la fierezza del nostro popolo. Questo è ciò di cui non  avevo tenuto conto, che il governo di Syriza, che pure aveva concesso molto alla Troika, al punto da rischiare una terribile spaccatura se le sue proposte fossero state accettate, non era disposto comunque a concedere la resa.
Avevo avuto ragione sulle reali intenzioni dell'Europa, che mai ha instaurato una trattativa con Atene, pretendendo sempre la sottoscrizione dei vecchi come di un nuovo memorandum. Ma avevo sbagliato sulla capacità di dire no della Grecia e per fortuna.
Il referendum ha avuto il merito di svelare la reale natura politico economica della governance europea. In questi giorni sono saltate tutte le mistificazioni fondate sulle esigenze  dei mercati che invece, come han mostrato le Borse, avrebbero apprezzato un accordo anche generoso verso la Grecia. Paradossalmente ha prevalso la politica, cioè hanno prevalso gli interessi del sistema di potere costruito attorno alla Germania.
Questo sistema è fondato su due assi strategici, la Germania ed i suoi satelliti del Nord Europa da un lato, i paesi del Mediterraneo e l' Irlanda, dall'altro. Questi ultimi non sono semplicemente satelliti della Germania, ma subiscono sempre di più una condizione di sottomissione neocoloniale. La Francia si barcamena  tra questi due assi, desiderosa di collocarsi tra i satelliti, ma sempre più a rischio di finire tra le colonie. Che in questi anni sono state al centro di tutte le politiche europee. Se infatti i paesi PIGS, periferici, debitori, comunque li si voglia definire, avessero concordato una politica comune verso i paesi più ricchi, questi ultimi avrebbero dovuto cedere, il sistema euro a trazione tedesca sarebbe andato in crisi e le politiche di austerità con esso. I debitori coalizzati son sempre più forti dei creditori.
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La politica europea della Germania e dei suoi satelliti ha quindi avuto subito come primo obiettivo quello di impedire la coalizione dei debitori. E ha realizzato questo obiettivo fondandosi su due strumenti. La cooptazione subalterna nel sistema di potere europeo dei poteri e delle caste politiche ed intellettuali locali, la sottomissione ideologica della maggioranza della popolazione.

Il primo obiettivo è stato realizzato facilmente visto che da tempo i poteri forti dei paesi periferici erano stati assorbiti nel potere finanziario occidentale. La vicenda della Fiat in Italia, diventata un'azienda americana con un manager svizzero che ha imposto un suo memorandum feroce al lavoro, è il paradigma della grande borghesia del nostro paese.
La corruzione politica dilagante è stata un altro aiuto alla sottomissione, perché da un lato ha ancora più avvinto alla governance europea caste politiche bisognose di sostegno e legittimazione, dall'altro ha diffuso la convinzione che il debito pubblico fosse solo il prodotto di ruberie. E qui troviamo la campagna ideologica di massa tesa ad inculcare una sorta di auto razzismo nei popoli dei paesi europei meridionali. Che si dovevano sentire fannulloni, spendaccioni al di sopra delle proprie possibilità, a cui era indicato il compito di conformarsi al rigore e alla virtù de popoli del Nord.
Il principale veicolo di questa ideologia sono stati i partiti socialisti e socialdemocratici, che han permesso alla destra liberale di occupare saldamente il territorio della vecchia sinistra. Così in tutti i PIGS si sono installati governi che si sono ben guardati dal costruire una politica fondata sugli interessi comuni, ma che invece si sono messi tra loro in competizione su chi fosse il primo della classe nell'eseguire i compiti dettati dalla Germania.
Renzi ha mostrato il volto più maramaldesco e ripugnante di questa politica a Berlino, ove ha vantato le proprie credenziali su lavoro e pensioni mentre sbeffeggiava la resistenza greca. Il nostro capo del governo all'estero ha fatto vergognare di essere italiani come e più di Berlusconi. Di fronte al coraggio greco Renzi si è mostrato come  uno sfacciato crumiro della democrazia.
Nella catena dei governi servili dell'Europa meridionale la Grecia alla fine è risultato l'anello debole, che si è spezzato prima degli altri. Il governo Tsipras non voleva uscire dal sistema di potere europeo, voleva però ricontrattare le condizioni della partecipazione ad esso per il proprio paese, devastato dai memorandum della Troika. Questo gli è stato impedito sin dall'inizio nonostante le sue dichiarate ed evidenti disponibilità.
La Grecia ha trattato con la Troika, ma questa non ha mai trattato con la Grecia. Come nelle più dure e drammatiche vertenze del lavoro con i padroni delle ferriere, il solo accordo possibile era la resa. È la resa doveva essere esplicita e manifesta, non sottobanco. A questo obiettivo  in particolare erano interessati i governi crumiri, Spagna e Italia in testa, che si sono così rivelati i pugnalatori di ultima istanza del governo greco.
Era infatti chiaro che un successo anche minimale e parzialissimo di Tsipras avrebbe dato una brusca accelerata alla già palese caduta di consenso di Renzi, Rajoy e compagnia. Merkel, che pure aveva fatto sperare ai greci in qualche cosa, ha quindi dovuto negare ogni disponibilità per non scoprire i suoi sudditi meridionali. La Grecia però ha rifiutato di arrendersi e questo andrà a merito del governo Tsipras, quale che sia il risultato di un referendum difficilissimo, condotto contro il ricatto di tutti i poteri esterni e interni al paese.
Se dovesse vincere il NO sarebbe un salto in avanti per tutti i popoli europei e una sconfitta storica del sistema di potere del continente. Ma anche se dovesse prevalere il SI del ricatto e della paura quel sistema non vincerebbe. Certo all'inizio avremmo un contraccolpo reazionario e i crumiri di governo esprimerebbero la loro felicità. Che però sarebbe di breve periodo perché poi il sistema continuerebbe ad accumulare crisi ed incapacità di risolverla, mentre la caduta di consenso riprenderebbe a macerare governanti.
Comunque, grazie al no greco siamo entrati nella crisi manifesta del sistema dell'euro e dell'austerità, il problema è posto e le idee e le forze per affrontarlo si stanno affermando e organizzando in tutta Europa. Oggi in Grecia domani in Italia.
Giorgio Cremaschi
micromega