venerdì 28 agosto 2015

Cosa è giusto consumare? Se la scelta del cibo è un atto politico...

Se c’è un onni­voro per eccel­lenza forse è pro­prio l’uomo, che può cibarsi di ogni spe­cie dai vege­tali, agli insetti, ai mam­mi­feri, fino a casi estremi di can­ni­ba­li­smo. Pur potendo man­giare di tutto l’uomo però, fin dall’antichità, sce­glie di cosa cibarsi: ogni cul­tura infatti sele­ziona nella vasta gamma di ali­menti poten­zial­mente dispo­ni­bili quelli da inclu­dere nella pro­pria ali­men­ta­zione e quelli che invece sono tabù.
Que­sta scelta non cor­ri­sponde per forza a moti­va­zioni di repe­ri­bi­lità o mag­giore fun­zio­na­lità degli ali­menti, ogni cul­tura ha un suo modello ali­men­tare in cui certe cate­go­rie di cibo sono appro­vate e desi­de­ra­bili, certe altre invece sono rifiu­tate e pro­vo­cano disgu­sto; le ragioni di que­ste scelte vanno cer­cate nella strut­tura sociale e gerar­chica di ogni comu­nità e riman­dano a pre­cisi signi­fi­cati antro­po­lo­gici, psi­co­lo­gici e socio­lo­gici.
Essere onni­vori però, da alcuni decenni a que­sta parte, costi­tui­sce un vero e pro­prio dilemma (citando Michael Pol­lan e il bestsel­ler Il dilemma dell’onnivoro): cosa è giu­sto con­su­mare? Cosa è soste­ni­bile? Cosa è salu­tare? Pro­prio in que­sti decenni la scelta vege­ta­riana in rispo­sta a que­ste domande ha visto un for­tis­simo incre­mento. Oggi in Ita­lia, secondo il rap­porto Euri­spes del 2014, si con­tano circa 4,2 milioni di vege­ta­riani, ossia il 7,1% della popo­la­zione, di cui uno 0,6% è costi­tuito da vege­ta­liani, o meglio cono­sciuti come vegani, ossia coloro che eli­mi­nano dalla pro­pria ali­men­ta­zione tutti i deri­vati ani­mali, quindi anche lat­ti­cini, uova e miele.
Secondo la stima dell’Associazione Vege­ta­riana Ita­liana, fon­data nel 1952, la per­cen­tuale di vege­ta­riani rag­giun­ge­rebbe invece il 10% della popo­la­zione. Sicu­ra­mente si tratta di un dato in cre­scita. La sto­ria del vege­ta­ria­ni­smo affonda le sue radici nell’India del Bud­dha e nasce come forma di estremo rispetto nei con­fronti di tutti gli esseri viventi, ma anche come forma di netta distin­zione dalla classe dominante.
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Un altro cele­bre vege­ta­riano dell’antichità è il greco Pita­gora, che pro­fes­sava la metem­psi­cosi. Dopo una lunga fase di stallo data dall’avvento del cri­stia­ne­simo, secondo cui la natura è stata creata da Dio per­ché gli uomini se ne ser­vano, la scelta vege­ta­riana ini­zia a riaf­fio­rare col Rina­sci­mento e Leo­nardo Da Vinci ne è un illu­stre espo­nente. È in Inghil­terra, patria della rivo­lu­zione indu­striale, che nel 1847, a Ram­sgate, viene fon­data la prima Vege­ta­rian Society e gra­zie ad essa ben pre­sto si dif­fon­dono i ter­mini «vege­ta­rian» e «vege­ta­ria­nism» nell’inglese comune.
Accanto alla dieta vege­ta­riana adot­tata per motivi reli­giosi, come accade tra gli Indù, oppure per un senso di forte rispetto per la vita che sia umana o ani­male, oggi vege­ta­ria­ni­smo e vega­ni­smo rap­pre­sen­tano sem­pre di più una scelta etica che vuole porsi in con­tra­sto alle logi­che di mer­cato e alla cre­scente indu­stria­liz­za­zione che riguarda pro­du­zione, distri­bu­zione e con­sumo del cibo. Tut­ta­via sem­pre di più sono anche le per­sone che si avvi­ci­nano alla dieta vege­ta­riana per una moda salu­ti­sta, rifiu­tando in pri­mis la carne come ali­mento «mal­sano» e peri­co­loso. All’interno della fascia di popo­la­zione che si dichiara vege­ta­riana ci sono varie sot­to­ca­te­go­rie e sono molti quelli che ogni tanto chiu­dono un occhio: c’è chi ad esem­pio si dichiara veg pur con­ti­nuando a man­giare pesce, chi tro­van­dosi in com­pa­gnia non rifiuta la carne, o chi è vegano e una volta ogni tanto indulge in un gelato alla crema.
La labi­lità del con­fine e la pos­si­bi­lità di sgarro è spesso dovuta al con­trollo più o meno rigido svolto dall’ambiente cir­co­stante: con­di­vi­dere la scelta con un ampio numero di per­sone, soprat­tutto se il fat­tore ideo­lo­gico è deter­mi­nante, farà in modo che la si osservi con più disci­plina.
Par­tito un po’ in ritardo, anche il mer­cato si sta adat­tando a que­sta nuova fetta di con­su­ma­tori. Se tro­vare un menù vege­ta­riano che non sia a base di sole ver­dure gri­gliate e moz­za­rella in Ita­lia a volte sem­bra ancora un mirag­gio, tut­ta­via l’industria ha ben com­preso le poten­zia­lità di que­sta domanda sem­pre cre­scente. Il reparto frigo dei super­mer­cati si adatta e fa posto a vari tipi di sur­ro­gati della carne o dei lat­ti­cini, che cer­cano di atti­rare il con­su­ma­tore curioso con l’uso di deno­mi­na­zioni che a tutti i costi sem­brano non volere abban­do­nare la gastro­no­mia clas­sica e per que­sto sono desti­nati a gene­rare spesso delu­sione: così il tofu (deri­vato dalla caglia­tura del succo estratto dalla soia) e il sei­tan (deri­vato dalla lavo­ra­zione del glu­tine del fru­mento) diven­tano pol­pette, ham­bur­ger, affet­tato, wur­stel, spez­za­tino e addi­rit­tura c’è qual­che ditta corag­giosa che pro­pone una fio­ren­tina veg.
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Per non par­lare poi dei sur­ro­gati dei for­maggi, come il par­mi­giano vegano, la moz­za­rella di riso o il for­mag­gio spal­ma­bile di ana­cardi. Anche le libre­rie si riem­piono di ricet­tari di cucina vege­ta­riana o vegana spesso pieni di ricette a base di ingre­dienti eso­tici e in cui la soia, di nuovo, sotto sva­riate forme (tamari, tem­peh, tofu, fagiolo, eda­mame), la fa da padrona.
La domanda di sosti­tuti pro­teici della carne trova sem­pre più spesso una rispo­sta dell’industria orien­tata su que­sto fagiolo che nasce in Cina e che oggi è uno dei pro­dotti più col­ti­vati al mondo, usato nell’industria ali­men­tare, nei man­gimi per ani­mali, nella cosme­tica. Ma per­ché una delle col­ture dalla trac­cia­bi­lità più misti­fi­cata dovrebbe diven­tare la prin­ci­pale fonte pro­teica dei vege­ta­riani? Per­ché i campi ita­liani devono con­ver­tirsi alla col­ti­va­zione della soia e abban­do­nare la ricca varietà di legumi autoc­toni?
Recen­te­mente anche Mac Donald’s ha intuito il poten­ziale dei con­su­ma­tori veg e ha deciso di inse­rire nel menù un panino vege­ta­riano, da poco sbar­cato in Ita­lia. Ma cosa ci fa un vege­ta­riano da Mac Donald’s, il nemico per eccel­lenza?
Wen­dell Berry afferma che «man­giare è un atto agri­colo», anche se nella ten­denza domi­nante è ancora un atto indu­striale. Sce­gliere di resi­stere a que­sta deriva con una pre­cisa esclu­sione ali­men­tare è un atto for­te­mente poli­tico ed ideo­lo­gico, chi diventa vege­ta­riano oggi ha il cam­mino dis­se­mi­nato di trap­pole e il mar­ke­ting le rende sapo­rite e invi­tanti. Basta esserne con­sa­pe­voli e non abbas­sare la guardia.
Il Manifesto

«CL, siete la più potente lobby d’Italia»

Teme­ra­rio più ancora che corag­gioso. Con nervi d’acciaio: insen­si­bili alla rea­zione della pla­tea come all’imbarazzo dei col­le­ghi al tavolo della sus­si­dia­rietà. Mat­tia Fan­ti­nati, 41 anni, inge­gnere gestio­nale di Nogara (Verona), depu­tato M5S, ha bestem­miato nel tem­pio della chiesa ciel­lina e insieme s’è preso la libertà poli­tica di chia­mare per nome e cognome tutti i devoti al «sistema Com­pa­gnia delle Opere».
Il giorno dopo lo show di Mat­teo Renzi (ma anche del dia­logo comu­ni­ta­rio con Ber­ti­notti…), giu­sto prima che cali il sipa­rio sull’edizione 2015 del Mee­ting, defla­gra l’orazione del cit­ta­dino Fan­ti­nati che si riscatta non solo agli occhi del popolo pen­ta­stel­lato per­ché dice forte e chiaro ciò che in tanti pen­sano e nes­suno degli ospiti più o meno Vip si sogne­rebbe mai di ester­nare.
Il discorso (scritto e, sus­sur­rano i mali­gni, super­vi­sio­nato dal guru Casa­leg­gio) è una vera e pro­pria requi­si­to­ria. Pun­tuale. Lineare. Docu­men­tata. Spie­tata. Fan­ti­nati guarda negli occhi i ciel­lini e vede i loro pec­cati tutt’altro che veniali: «Avete tra­sfor­mato l’esperienza spi­ri­tuale morale in un para­vento di inte­ressi per­so­nali, gene­rato un potere poli­tico capace di influen­zare sanità, scuole pri­vate, uni­ver­sità e appalti».
A Rimini, non si ingi­noc­chia. Anzi. Riven­dica l’anima cat­to­lica veneta e il man­dato del popolo ita­liano: «Sono qui per denun­ciare come Comu­nione e Libe­ra­zione sia la più potente lobby ita­liana. Fina­liz­zata sem­pre e comun­que a denaro e potere. Ma la poli­tica deve essere laica, per­ché deve fare il bene comune, di tutti». Grillo nel suo blog potrà esul­tare: ha aperto, almeno, il Mee­ting ciel­lino come aveva pro­messo di fare con il par­la­mento.
Fan­ti­nati prende un timido applauso solo nel pas­sag­gio costi­tu­zio­nale: «Non esi­ste una poli­tica cri­stiana, esi­ste un cri­stiano che fa poli­tica. Il M5S si indi­gna che si possa stru­men­ta­liz­zare in que­sto modo tanta brava gente e cre­denti cat­to­lici». Non si scom­pone se la sala rumo­reg­gia e il depu­tato ciel­lino Raf­faello Vignali invita a rispet­tare la regola dell’ospitalità, sem­pre e comun­que. Il cittadino-deputato pro­se­gue, un foglio dopo l’altro, con grande auto­con­trollo e pic­cole sba­va­ture.
Accusa CL di aver vene­rato «il pre­scritto per asso­cia­zione mafiosa Giu­lio Andreotti, pace all’anima sua». E poi di aver spo­sato Sil­vio Ber­lu­sconi «con­dan­nato per frode fiscale, per non par­lare della vita non pro­prio secondo i valori cat­to­lici». O il cele­ste Roberto For­mi­goni «finito sotto pro­cesso per cor­ru­zione per tan­genti multi-milionarie sulla sanità lom­barda». Poi tocca al Pd con il «governo dell’inciucio» di Enrico Letta e dell’attuale pre­mier. Renzi? «Dopo che sono finiti fuori dal governo i mini­stri in quota CL (Mario Mauro e Mau­ri­zio Lupi) viene qui a rice­vere la vostra bene­di­zione baciando pan­to­fole ed anelli: il pre­si­dente imbo­ni­tore e ven­di­tore di spe­ranze». Elenca gli spon­sor del Mee­ting (Fin­mec­ca­nica, Eni, Intesa San Paolo) da fra­ter­nità tutt’altro che reli­giosa. E saluta come ha comin­ciato. Rin­gra­ziando per l’invito, mar­cando l’abissale dif­fe­renza del M5S dal sistema, ciel­lino e non…
Vignali prova a recu­pe­rare con il tra­di­zio­nale refrain del «movi­mento aperto», dei volon­tari, dell’amicizia e del dia­logo con tutti. Ma farà fatica a deglu­tire un rospo simile, quanto a recu­pe­rare la «man­canza» di pru­denza nel rega­lare i micro­foni ste­reo a Mat­tia.
Già, per­ché il fal­lout di ieri a Rimini nasce dal lavo­rìo di mesi. Fan­ti­nati viene avvi­ci­nato a Mon­te­ci­to­rio, con cau­tela e sim­pa­tia. Forse lui ha un po’ di curio­sità nei con­fronti di CL. Forse, fra una start up tede­sca in Ita­lia e la voca­zione alle ener­gie rin­no­va­bili, è incu­rio­sito dalla com­pa­gnia all’opera con soci del cali­bro di Ambler e De Bene­detti. Forse, basta sor­seg­giare un caffè e far ami­ci­zia con il col­lega for­zi­sta. Alla fine, Mat­tia con la fac­cia da bravo ragazzo e la lau­rea a Bre­scia, rin­for­zata alla Boc­coni, Lon­dra e Pechino firma come depu­tato Fan­ti­nati l’adesione all’intergruppo par­la­men­tare per la sus­si­dia­rietà.
È l’amo. Fra Mon­te­ci­to­rio e palazzo Madama si reclu­tano i fedeli alla linea della Fon­da­zione pre­sie­duta da Gior­gio Vit­ta­dini. Un pen­ta­stel­lato copre l’ultima casella vuota del ven­ta­glio par­ti­tico. Fan­ti­nati è invi­tato a Rimini. Diventa il ber­sa­glio degli insulti del popolo di Grillo. Ma lui incassa: ci va al Mee­ting. E inchioda CL alla croce della verità.
Il Manifesto

giovedì 27 agosto 2015

Il risveglio tardivo dei critici di Renzi

di Stefano Rodotà, da Repubblica

Negli ultimi tempi stiamo assistendo ad un crescendo di dichiarazioni da parte di studiosi e commentatori che definiscono la linea politico-istituzionale di Matteo Renzi plebiscitaria, presidenzialista, autocratica, da uomo solo al comando, autoritaria. Quel che colpisce in queste dichiarazioni è che spesso provengono da persone che, quando nel marzo dell’anno scorso alcuni si permisero di mettere in guardia contro il rischio della nascita di un sistema autoritario, si stracciarono le vesti, gridarono all’intollerabile forzatura, mostrando tra l’altro di non conoscere la distinzione tra “autoritario” e “totalitario”.

Si potrebbe essere soddisfatti di queste tardive resipiscenze, se non fosse che in politica i tempi contano per chi agisce e per chi discute. Non è irragionevole pensare che la tempestiva creazione di un fronte culturale critico avrebbe potuto indirizzare le riforme istituzionali verso risultati più accettabili, considerando che erano venute proposte che andavano oltre il muro contro muro. L’occasione è stata perduta da parte di quelli che furono silenziosi o compiacenti. Ma pure da Renzi, che aveva a disposizione indicazioni che avrebbero consentito di ridurre il tasso antidemocratico dell’accoppiata tra legge elettorale e riforma del Senato.

Grandi le responsabilità della cultura, ma grandi pure quelle di chi, nelle sedi politiche, ha conosciuto un tardivo risveglio. Oggi la minoranza del Pd si è convertita all’intransigenza, si ingegna nel cercare varchi regolamentari nei quali far passare le sue proposte di modifica, ma è stata incapace di mettere a punto una ragionevole strategia nel momento in cui si approvava la legge elettorale e si avviava la lettura della riforma del Senato. Di nuovo incapacità di cogliere la rilevanza del tempo in politica. Non basta fare la buona battaglia, bisogna farla al momento giusto.

Comunque si valutino le vicende passate, è difficile negare che siamo di fronte ad una modifica della forma di governo, non accompagnata, come dovrebbe essere in democrazia, da una adeguata considerazione degli equilibri costituzionali complessivi. Problema non nuovo, perché il funzionamento del sistema era stato già gravemente alterato soprattutto attraverso le varie manipolazioni delle leggi elettorali. L’urgenza vera, allora, dovrebbe essere la ricostruzione di rapporti tra gli organi dello Stato tale da restaurare almeno gli equilibri perduti. Questa strada non è stata neppure presa in considerazione; i suggerimenti di modificare almeno alcuni aspetti del nuovo Senato per recuperare qualche brandello di garanzia sono stati respinti persino con tracotanza. Oggi la residua “battaglia” per tornare solo all’elezione diretta dei senatori può essere poca cosa, se non accompagnata da altre modifiche. Siamo in presenza di un effetto a cascata. Il Presidente del Consiglio finisce d’essere un primus inter pares e acquista un potere di pieno controllo del Governo. Il Governo declassa il Parlamento a luogo di registrazione.

La nuova combinazione Presidente del Consiglio-Governo-Parlamento consente al partito di governo, grazie al doppio effetto maggioritario della legge elettorale, di impadronirsi del controllo di organi di garanzia come la Presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale. L’accentramento di poteri così realizzato rende superflua, almeno nelle intenzioni dichiarate dal Presidente del Consiglio, ogni forma di mediazione politico-sociale – dei sindacati, degli stessi partiti ridotti a macchine elettorali, delle istituzioni culturali, del sistema dell’informazione – e viene così cancellata la rilevanza di quel potere di controllo diffuso nella società che ha sempre giocato un ruolo essenziale nella vita delle democrazie.

Proprio negli ultimi tempi, e di nuovo dopo le ultimissime vicende romane, si è lamentata la perdita degli anticorpi civile e sociali che sono indispensabili per contrastare criminalità, corruzione, privatizzazione delle risorse pubbliche, fuga dal dovere di pagar le tasse. Ma quella perdita è andata di pari passo con l’indebolimento degli anticorpi istituzionali, rappresentati persino con ostentazione come un intralcio all’efficienza e alla rapidità delle decisioni. Qui hanno giocato un ruolo decisivo una cultura politica e una cultura costituzionale che non sono state capaci di declinare quei temi al di là della risposta sbrigativa e pericolosa dell’accentramento dei poteri. Non si sono degnate della minima attenzione le ricerche sulle difficoltà profonde della democrazia, sì che nella proclamata riforma costituzionale manca ogni significativo cenno alla partecipazione e a quella nuova organizzazione dei poteri sociali che va sotto il nome di “controdemocrazia”.

Tutto questo ha fatto sì che l’impresa riformatrice goda oggi di una legittimazione decrescente, che si aggiunge ad una delegittimazione più radicale di cui non si è voluto temer conto. Un cambiamento costituzionale così profondo viene realizzato da un Parlamento eletto con una legge dichiarata illegittima, constatazione che avrebbe dovuto almeno indurre alla massima prudenza e a muoversi sempre con il massimo consenso. Acqua passata? Niente affatto, perché si è costituito un precedente per modifiche costituzionali costruite come esercizio della forza.

A chi intende trasformare la critica in azione politica si oppone, con sempre maggiore insistenza, un solo argomento.
State preparando il terreno propizio al successo di Salvini o di Grillo. Lasciamo da parte la non onorata storia di questo argomento, sempre sospetto di intenti ricattatori. Si deve riflettere, invece, sul modo in cui è stata concepita e attuata l’azione di governo. Non vi sono alternative – si è detto e si continua a dire. Muovendo da questa incerta certezza, si è adoperato il muro contro muro, tutti gli interlocutori critici sono stati considerati nemici. Una strategia che fatalmente erode il consenso per il Governo. La democrazia non può essere separata dall’esistenza di alternative, soffre ogni monolitismo e, quando si rende difficile il dialogo o non si accetta la costruzione di nuovi soggetti, si è responsabili dell’astensione di massa, della democrazia senza popolo, o del rivolgersi a chiunque sul mercato si presenti come alternativa. 
Micromega

Come uscire dalla crisi europea con i Certificati di Credito Fiscale

Constatata l'impossibilità di riformare dall’interno l'Europa dell'euro, attraverso lo strumento dei CCF è possibile ridare efficacia alla politica macroeconomica, recuperare un quadro di stabilità fiscale e finanziaria e aiutare i Paesi che non vogliono o possono restare nel sistema a uscirne in modo morbido e non traumatico.

di Biagio Bossone e Marco Cattaneo  MicroMega

Speranze perdute e nuovo realismo 

Questa Europa dell’euro non è certo quella in cui in molti avevano creduto: fatta, sì, di più regole e disciplina, ma con lo sguardo rivolto a una moneta – l’euro – che fosse non solo simbolo ma veicolo stesso d’integrazione, coesione, condivisione. Di quell’Europa, invece, proprio l’euro è diventato l’ostacolo più grosso, rivelandosi strumento di divisione, fonte di contrapposizioni, generatore di arroganza e superbia da parte di soggetti che si sentono forti contro altri ritenuti deboli e assoggettamento di questi ultimi verso i primi. 

Per chi ha coltivato il sogno di una moneta unificante, oggi, pensare di riformare le istituzioni europee per riportarle dentro quel sogno è puramente illusorio. Chi scrive parte da questo presupposto, e, prendendo atto delle difficoltà operative e delle turbolenze potenziali di una rottura brusca e traumatica dell'euro, propone misure che, assunte individualmente da ciascun paese, compensino le carenze dell’attuale sistema e consentano di:
  • generare una ripresa economica degli stati membri più colpiti dalla crisi,
  • ridurre al minimo i rischi di insolvenza riconducibili al debito pubblico di alcuni di questi stati, e
  • delineare un’eventuale percorso di uscita morbida e senza tensioni dall’Eurosistema di uno o più stati membri.
Sulla base di un necessario realismo, dunque, puntiamo a un ridisegno della meccanica dell’Eurosistema che ridia efficacia alla politica macroeconomica in una fase di profonda e perdurante stagnazione dovuta a carenza cronica di domanda, permetta di recuperare un quadro di stabilità fiscale e finanziaria, e aiuti i paesi membri che non vogliono o possono restare nel sistema a uscirne in modo morbido e non traumatico. 

I Certificati di Credito Fiscale 

Nel nostro progetto gioca un ruolo centrale uno strumento tecnico di cui proponiamo da tempo l’introduzione, denominato Certificato di Credito Fiscale (CCF).[1] I CCF sono titoli che danno diritto al possessore di ridurre i pagamenti per imposte e qualsiasi altro tipo di obbligazione finanziaria nei confronti della pubblica amministrazione dello stato emittente, a partire da una data futura prestabilita (per esempio, due anni, di cui si dirà dopo). 

Il possessore di CCF acquisisce il diritto a ridurre le proprie obbligazioni finanziarie nei confronti dello stato emittente. Di conseguenza, i CCF hanno un valore economico e saranno oggetto di transazioni e scambi: il possessore di CCF potrà mantenerli in portafoglio, oppure cederli (contro euro) prima della data di esercizio, per un valore pari al loro importo di utilizzo al netto di uno sconto finanziario, presumibilmente non molto diverso dal tasso d’interesse applicabile a un normale titolo di stato di pari durata. Gli intermediari finanziari troveranno conveniente acquistare CCF che potranno utilizzare come sconti fiscali o potranno rivendere a terzi a uno sconto minore. Potrà diffondersi anche l’impiego di CCF per transazioni dirette, cioè per acquisti di beni e di servizi regolati in CCF e non in euro. 

Assegnazioni di CCF e impatto atteso 

Singoli stati membri dell’Eurozona emettono CCF, assegnandoli gratuitamente a una pluralità di soggetti e finalità, tra cui:
  • lavoratori sia dipendenti che autonomi, sia appartenenti al settore pubblico che al settore privato: i redditi netti effettivi di tali lavoratori ne risultano incrementati
  • aziende, in funzione dei costi di lavoro da esse sostenuti. Questo produce una riduzione del cuneo fiscale e quindi del costo del lavoro lordo, migliorando la competitività aziendale
  • interventi di sostegno alla spesa sociale, tra cui indennità di disoccupazione, integrazione di redditi e pensioni minime, benefici a favore di fasce sociali disagiate.
  • Finanziamento / cofinanziamento di investimenti pubblici e opere di pubblica utilità (commesse pubbliche con corrispettivo parzialmente o totalmente pagato in CCF anziché in euro).
Le assegnazioni di CCF conferiranno potere d’acquisto aggiuntivo ai percettori. Molti vorranno convertire i CCF in euro e spenderli in consumi. Le imprese faranno altrettanto e avranno anche la possibilità di utilizzare il minor carico fiscale per ridurre i prezzi e recuperare competitività. In un’economia depressa, la spesa stimolata dalle emissioni di CCF avrà un effetto moltiplicativo su reddito e occupazione. Le prospettive di rischio creditizio miglioreranno e accresceranno l’incentivo per le banche a riprendere l’attività di prestito per nuove attività di produzione e investimenti. Durante il periodo di differimento fra assegnazioni e scadenza dei CCF, il nuovo output conseguente all’accresciuta spesa genererà nuovo gettito fiscale che finanzierà i minori introiti derivanti dall’esercizio dei CCF. 

Volumi e allocazioni di CCF
Gli stati membri dell’Eurozona avviano un programma di emissione di CCF, puntando a ottenere i seguenti risultati:
  • rafforzamento della domanda interna e conseguente incremento di PIL e occupazione.
  • miglioramento della competitività delle produzioni domestiche (grazie alla quota di CCF assegnata alle aziende). Questo evita che l’innalzamento della domanda interna crei squilibri nei saldi commerciali esteri, sostenendo le esportazioni e favorendo la sostituzione con produzioni interne di una parte delle importazioni di beni e servizi
  • evitare che si crei una situazione di deflazione o comunque di inflazione interna cronicamente inferiore all’obiettivo della BCE (“inferiore ma prossima al 2%”).
I CCF sono oggetti ibridi… 

I CCF non sono titoli di debito: lo stato emittente non assume alcun impegno di rimborsarli in euro, ma solo di accettarli per ridurre obbligazioni finanziarie nei suoi confronti. Non esiste nessuna fattispecie, né teorica né pratica, sotto la quale lo stato emittente possa essere costretto ad andare in default su obbligazioni assunte con l’emissione di CCF. 

I CCF non sono neanche moneta legale. L’unico “legal tender” degli stati membri dell’Eurozona resta l’euro. Nessun soggetto privato o pubblico è obbligato ad accettare pagamenti in CCF. Solo lo stato emittente attribuisce al possessore di CCF la facoltà di ridurre gli impegni di pagamento dovuti nei suoi confronti. 

L’unità di conto degli stati membri dell’Eurozona continua a essere l’euro. I depositi bancari restano denominati in euro, così come i bilanci pubblici e privati continuano a essere redatti in euro, eccetera. 

…sono però riserva di valore e potenziale mezzo di pagamento
Pur non essendo moneta legale, i CCF possiedono due caratteristiche tipicamente associate alla moneta. Sono una riserva di valore, in quanto il diritto a uno sgravio fiscale futuro costituisce un arricchimento patrimoniale dell’assegnatario. E sono un potenziale mezzo di pagamento in quanto, pur non sussistendo un obbligo di legge, è presumibile che i CCF circolino e vengano accettati come corrispettivo di pagamento nello scambio di beni e servizi. Questa è una plausibile conseguenza del diritto patrimoniale (a conseguire uno sgravio fiscale) in essi incorporato. Naturalmente, è necessaria un’infrastruttura di pagamento che renda la loro circolazione in via elettronica possibile. 

Stabilità fiscale 

Obiettivi di bilancio pubblico 

I trattati che governano il funzionamento dell’Eurosistema vincolano gli stati membri al raggiungimento di determinati obiettivi di finanza pubblica. Quando la situazione economica generale è negativa, tuttavia, il tentativo di conseguire una riduzione del deficit pubblico mediante politiche fiscali restrittive produce effetti pro-ciclici che non consentono il raggiungimento dell’obiettivo, o lo permettono solo a costi sociali altissimi. L’introduzione dei CCF risolve questa incoerenza interna dell’attuale Eurosistema. Ogni stato membro può impegnarsi, per esempio, al mantenimento di un saldo zero tra incassi e pagamenti in euro, avendo a disposizione lo strumento delle assegnazioni di CCF per effettuare le necessarie politiche di stimolo anticiclico della domanda. 

Sostenibilità del programma CCF 
Per tutti i principali paesi dell’Eurosistema che devono recuperare domanda interna e competitività – in particolare, Italia, Spagna e Francia – un programma CCF correttamente impostato è, con ogni probabilità, sostenibile nel tempo. In presenza di un moltiplicatore fiscale (rapporto tra espansione del PIL e CCF emessi) anche leggermente inferiore all’unità, operante nel corso del periodo di differimento dei CCF, questi paesi possono conseguire gli obiettivi sopra descritti (rilancio della domanda e dell’occupazione, equilibrio sei saldi commerciali esteri, stabilità monetaria) senza peggiorare il rapporto tra deficit pubblico e PIL. 

Se poi il moltiplicatore fiscale è superiore a 1 (come la maggior parte della dottrina macroeconomica ritiene, in contesti di economia fortemente depressa) il programma, addirittura, si autofinanzia totalmente e genera risorse fiscali aggiuntive. Anche nel momento in cui (due anni dopo l’inizio delle assegnazioni) i CCF cominciano a essere utilizzati per ridurre i pagamenti di imposte, le maggiori entrate fiscali conseguenti al più alto livello di PIL compensano totalmente il calo di gettito connesso all’utilizzo dei CCF. 

Clausole di salvaguardia 

Nel momento in cui, in ogni caso, uno stato che adotta il programma CCF ha difficoltà a raggiungere gli obiettivi di finanza pubblica, a causa di problemi specifici o di un quadro congiunturale più sfavorevole del previsto, è comunque possibile adottare una serie di interventi per assicurare l’equilibrio entrate / uscite in euro nonché gli obiettivi di contenimento del debito pubblico. Questo è possibile mediante clausole di salvaguardia che, rispetto a quelle oggi concordate in sede UE, possono essere conformate in modi di non dare luogo a effetti pro-ciclici. Lo stato in questione, in particolare, può: 
  • sostituire alcune componenti di spesa in euro, erogando una parte del corrispettivo in CCF
  • introdurre (o incrementare) alcuni prelievi fiscali, compensando il prelievo di euro mediante erogazione di CCF (in pratica, si tratterebbe non di tassazione ma di conversione forzata di euro in CCF)
  • incentivare i detentori di CCF a posporne l’utilizzo alla scadenza per riduzioni fiscali, riconoscendo un incremento del loro valore facciale (in pratica, un tasso d’interesse) connesso a questo differimento
  • collocare nuovi CCF sul mercato, da vendere agli investitori in cambio di euro.
L’utilizzo di una o più di queste opzioni ha un effetto enormemente meno pro-ciclico rispetto all’introduzione di tagli di spesa pubblica e/o di incrementi di imposte, in quanto non si verificano drenaggi di potere d’acquisto ma, al massimo, sostituzioni di una forma di attività patrimoniale (gli euro) con un’altra (i CCF). 

Stabilità finanziaria 
Rottura della spirale crisi del debito sovrano / crisi del sistema bancario 

L’introduzione dei CCF nell’Eurosistema crea anche le condizioni per ridurre gradualmente, fino a eliminarlo, un altro grave problema insito nel sistema attuale. Le istituzioni finanziarie e in particolare i sistemi bancari nazionali detengono grosse quantità di titoli di stato emessi dal loro paese di residenza. L'insolvenza di uno stato produce quindi gravi dissesti per il locale sistema bancario. Via via che i CCF entrano in circolazione, si verifica una parziale sostituzione, negli attivi delle banche, di tradizionali titoli di stato con CCF. Contestualmente, diminuisce il rischio che il default dello stato di residenza mandi in crisi il sistema bancario locale. 

Stabilità monetaria dell’Eurosistema e opzione di uscita “morbida” 

Evoluzioni meno favorevoli del previsto possono portare determinati paesi a incrementare eccessivamente (ad esempio, a causa della necessità di ricorrere troppo spesso alle clausole di salvaguardia) i CCF nazionali in circolazione. In questa eventualità, si verificherebbe una perdita di valore dei CCF emessi da quello stato, che non pregiudicherebbe tuttavia il valore dell’euro. Si inflazionerebbero, in altri termini, i CCF nazionali e non l’euro, senza impatti negativi per gli stati che non hanno necessità di emettere CCF, o di incrementarne più del previsto l’ammontare in circolazione. 

Un singolo stato che si trovasse costretto a inflazionare più del previsto le assegnazioni di CCF finirà per trovarsi nella situazione in cui la circolazione di CCF è predominante rispetto a quella di euro. A quel punto ci sarà la possibilità (che potrà in effetti essere disciplinata a priori) di trasformare i CCF in una moneta statale a tutti gli effetti, realizzando quindi una fuoriuscita morbida di quello stato dall’Eurosistema. 

Cosa ne penserebbero i nostri partner? 

L’elite tedesca, in questo momento rappresentata soprattutto dal Ministro delle Finanze Schaeuble, ha capito che l’Eurosistema non funziona, salvo adottare politiche di stampo keynesiane e trasferimenti che però per la Germania e gli stati membri nord-europei costituiscono un insuperabile tabù. In questo senso, segnali significativi sono il rapporto dei cinque saggi in Germania e il piano scritto proprio da Schaeuble, entrambi resi noti nei giorni scorsi.[2] Si tratta, in pratica, di proposte volte a rafforzare i meccanismi ordoliberisti e prevedere che chi non riesce a conviverci esca dal sistema. In quest'ottica, la Germania era pronta (e lo è tuttora) ad attivare la Grexit. 

A fronte di tale atteggiamento, è ragionevole immaginare che lo schema CCF, che eventualmente consentirebbe l'uscita morbida di Italia, Spagna e probabilmente Francia, possa non essere mal visto dalla Germania e i suoi paesi satelliti. La Germania proseguirebbe l’integrazione con i paesi in grado di seguire le proprie regole (Olanda, Austria e qualcun altro), mentre gli altri paesi di fatto si separerebbero. Nel far ciò, tuttavia, questi ultimi garantirebbero la solvibilità dei propri debiti, che rimarrebbero in euro e diminuirebbero rapidamente in proporzione ai PIL grazie alla garanzia del pareggio incassi - uscite in euro, prima discussa, utilizzando i CCF per far ripartire le economie e attivando, se necessario, le clausole di salvaguardia. 

Per una nuova meccanica dell’Eurosistema: conclusione 

In conclusione, allorché una riforma dell’Eurosistema richiederebbe di mettere pesantemente le mani sul disegno architetturale del sistema, sulle sue istituzioni centrali e persino sui principi che ispirano le loro politiche, noi non nutriamo questa ambizione. 

Non ne vediamo né le premesse né i paesi o i leader che possano ispirare la volontà comune di guardare a una simile riforma. No, noi non puntiamo a quanto riteniamo essere oggi politicamente impossibile. D'altra parte, riteniamo che una rottura del sistema abbia grosse difficoltà attuative e comporti rischi di destabilizzazione del sistema finanziario difficili da valutare. 

Proponiamo invece una meccanica stabile per chi vorrà restare, che renda finalmente possibile coniugare sostenibilità fiscale e finanziaria e forte ripresa della crescita, e che al contempo consenta di preparare un’uscita morbida per chi vorrà uscire o per chi non potrà reggere il passo degli altri. 

NOTE 

[1] La proposta è stata illustrata in modo dettagliato e approfonditamente studiata nell’e-book di recente pubblicazione da Micromega “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro”, a cura di B. Bossone, M. Cattaneo, E. Grazzini e S. Sylos Labini, con la prefazione di L. Gallino (http://temi.repubblica.it/micromega-online/“per-una-moneta-fiscale-gratuita-come-uscire-dallausterita-senza-spaccare-leuro”-online-il-nuovo-ebook-gratuito-di-micromega/). Una recente e sintetica presentazione dell’idea di fondo, arricchita di ulteriori considerazioni, è riportata in B. Bossone e M. Cattaneo, “I Certificati di Credito Fiscale e John Maynard Keynes”, Keynes Blog, 20 luglio 2015 (http://keynesblog.com/2015/07/20/i-certificati-di-credito-fiscale-e-john-maynard-keynes/). 

[2] Si vedano su Reuters, “German "wisemen" say euro zone states should be able to go bankrupt”, 28 July, 2015 (http://mobile.reuters.com/article/idUSB4N0ZN01L20150728) e su Financial Times, “Schäuble outlines plan to limit European Commission powers”, 30 July 2015 (http://www.ft.com/intl/cms/s/0/88352cf2-3697-11e5-bdbb-35e55cbae175.html#axzz3hYe9OAHs).

(26 agosto 2015)

venerdì 21 agosto 2015

Papa compia gesti concreti a favore dei preti sposati emarginati dalla Chiesa

Papa Francesco: "Presto affronterò il problema dei preti sposati".  Lo ha detto lui stesso durante un incontro con i parroci di Roma nel Febbraio 2015

È presente nella mia agenda", disse  Bergoglio a chi gli ha fatto notare la differenza tra i sacerdoti di rito latino e quelli di rito orientale, che invece possono sposarsi e celebrano normalmente la messa. Nell’incontro inoltre, secondo quando riferito da alcuni presenti, il Papa ha raccontato che nella messa del mattino che ha celebrato il 10 febbraio a Santa Marta, con sette preti che celebravano i 50 anni di sacerdozio, erano presenti anche cinque preti sposati. 
Chiediamo al Papa e al Parlamento di intervenire. Vogliamo attirare l'attenzione della Chiesa e dell'opinione pubblica sulle discriminazioni che affliggono un numero considerevole di famiglie.
"Siamo impediti a mettere a frutto le nostre energie e la nostra preparazione da una preclusione che non ha ragioni teologiche", ha denunciato l'associazione dei sacerdoti lavoratori sposati, fondata nel 2003 da don Giuseppe Serrone. Molti sacerdoti sposati vivono una condizione di marginalità rispetto alla comunità ecclesiale mentre, soprattutto in Italia, ci sono anche difficoltà di inserimento sociale legate a ostilità e pregiudizi ancora diffusi e, sul piano economico, l'esclusione in tanti casi  dall'insegnamento della religione nelle scuole. Difficile sembra essere anche la condizione delle donne che per amore hanno scelto di unirsi ai sacerdoti. "A tutto questo si può porre rimedio. Abbiamo avviato contatti con vescovi italiani mentre a livello europeo è stata investita del problema la Presidenza del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee attraverso l'European Vocations Service, ma il cammino è ancora lungo e serve l'aiuto delle istituzioni laiche e religiose".  

giovedì 20 agosto 2015

L'Isis decapita l'archeologo capo dei musei di Palmira

E' stata un'esecuzione pubblica in una piazza di Palmira, alla quale hanno assistito decine di persone, quella in cui l'Isis ha decapitato ieri pomeriggio Khaled al Asaad, 82 anni, uno dei massimi esperti siriani di antichita' ed ex direttore del sito archeologico locale. Lo riferisce l'ong Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus).

A dare per primo la notizia della decapitazione di Al Asaad era stato ieri sera il direttore delle Antichità e dei musei siriani Maamoun Abdulkarim parlando con l'agenzia governativa Sana. Asaad ha detto che successivamente il corpo dell'anziano archeologo e' stato portato al sito dell'antica Palmira, dove e' stato appeso ad una colonna romana. Abdulkarim ha detto che l'Isis aveva arrestato un mese fa Al Asaad e da allora lo aveva interrogato nella speranza di avere informazioni su dove fossero stati eventualmente nascosti reperti romani del sito prima dell'occupazione dello Stato islamico, avvenuta in maggio. Khaled al Asaad era stato direttore del sito archeologico di Palmira per 40 anni, fino al 2003. Dopo il pensionamento, ha riferito la Sana, aveva continuato a lavorare come esperto per il Dipartimento dei musei e delle antichita'. Era stato autore di diversi libri e testi scientifici anche in collaborazione con colleghi stranieri.
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mercoledì 19 agosto 2015

Casa Bianca assume primo transessuale

Associazioni diritti gay plaudono, passo avanti
La Casa Bianca assume il primo transessuale dichiarato: è Raffi Freedman-Gurspan. L'impegno di Freedman-Gurspan a migliorare la vita dei transessuali d'America - afferma Valerie Jarrett, una delle più strette collaboratrici del presidente americano - riflette i valori dell'amministrazione Obama. Per le associazioni che sostengono i diritti dei gay e dei transessuali si tratta di un importante passo per assicurare che il governo federale includa tutte le voci e le esperienze degli americani.
   
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Approvata viagra per donne. Pillola rosa per libido femminile in vendita da ottobre

 A 17 anni dalla comparsa del Viagra è giunta l'approvazione della Food and Drug Administration (Fda) degli Usa per il primo medicinale volto a potenziare la libido femminile. Il controverso prodotto verrà distribuito dal 17 ottobre dietro prescrizione medica per donne in fase pre-menopausa cui viene diagnosticato un calo cronico del desiderio sessuale. Per i primi 18 mesi però non verrà pubblicizzato direttamente ai consumatori.
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Versi per la condizione precaria. Se il senso più pro­fondo della poe­sia si radica nelle forme dell’esistenza

Se il senso più pro­fondo della poe­sia si radica nelle forme dell’esistenza, la poe­sia di Fabio Fran­zin emerge dal duro ter­ri­to­rio del Nord Est. Sta nella casa, nel campo, nel reparto, e scorre decisa su un dop­pio bina­rio: da un lato la memo­ria e il legame con le radici, dall’altro lato il lavoro e l’esperienza con­tem­po­ra­nea del lavoro in fabbrica.
È il Nord Est, ma è come un dap­per­tutto. Con Sesti/Gesti, rac­colta edita per pun­toa­capo (pp.160, euro 16), Fran­zin avvia la sua dichia­ra­zione di poe­tica già dal titolo Sesti/Gesti:  per Fran­zin scri­vere poe­sia è una forma d’agire, si tratta di gesti che fio­ri­scono in parola. Attra­verso le sette sezioni della rac­colta, Fran­zin ci porta con sé nella dimen­sione auro­rale di gesti umani sem­plici, den­tro e fuori dal luogo di lavoro verso la com­pren­sione di un pro­durre inverso, oppo­sto all’idea di un pro­durre per sala­rio, come se il lin­guag­gio poe­tico legit­ti­masse un movi­mento «con­tra­rio» alla fab­brica: come se la parola poe­tica por­tasse final­mente alla sospen­sione di ogni auto­ma­ti­smo, allo sgan­cia­mento da ogni ingranaggio.
Come se la parola poe­tica coin­ci­desse col gesto improv­viso di chi inter­rompe una catena. Come l’uscita da un’indifferenza, come un monito ai ras­se­gnati: «gli fa lo stesso che sia bianco o nero, pieno o vuoto, … / gli fa lo stesso tutto…» Là dove molti vivono in un tor­pore mor­tale, il poeta rea­gi­sce, nel vero senso della parola, cioè agi­sce ancora, scrive. Sesti/Gesti è poe­sia scritta in dop­pia lin­gua. La prima lin­gua è il dia­letto che si parla ancora nella Sini­stra Piave, l’area com­presa tra i fiumi Piave, Livenza e Mon­ti­cano, ed è l’idioma che si parla in casa. La seconda lin­gua è quella che s’impara a scuola, l’italiano par­lato nelle aule e scritto nei libri. Fran­zin assume que­sta duplice forma come se le due lin­gue fos­sero le rive oppo­ste dello stesso fiume: se cia­scuna riva segna la sua terra, le due rive insieme fanno scor­rere il fiume. Nel dire, la poe­sia come gesto, Fran­zin fa risuo­nare tra le due lin­gue, un ine­sau­sto inno alla mano intesa come il primo stru­mento dell’umano agire.
Sullo sfondo c’è la casa, la fab­brica, la natura e gli umani sen­ti­menti, resi­stenti come i movi­menti delle mani. Quel gesto di saluto dei com­pa­gni di lavoro, per esem­pio, solo un gesto di saluto: erano pre­cari, si sapeva. «Gli sca­deva a fine / mese, tra tre giorni. e ora ciao. / Gesti. Sesti, dicono a Livenza. I iera co’ noàn­tri da sie mesi…».
Molte figure entrano nei versi: il figlio, il padre, la moglie, un pesca­tore, un dipinto di Monet. L’anziana che con la mano ruba tre vasetti di yogurt. Il diret­tore che firma la denun­cia. Reati? È un per­corso ini­zia­tico, una rit­mica car­rel­lata tra mani che lavo­rano, dita che tam­bu­rel­lano sul tavolo, «e i gomiti sul davan­zale di uno che guarda fuori fuman­dosi una siga­retta». Il turno è finito? Allora per­ché que­sto odore di muffa? I versi di Fran­zin dicono in poe­sia una con­di­zione oscu­rata, la con­di­zione ope­raia, ora anche con­di­zione pre­ca­ria. «Un mese qua, due là, quando va bene». E qual­cosa di molto grave: C’è «quella che non ritorna più a casa dal lavoro. Rimane una mela sopra il banco, / – fra il metro e il vasetto con le biro – / rossa». Scri­vere: quel fare che, a con­fronto d’un colpo di mazza, sem­bra una folata di vento e invece trac­cia sol­chi pro­fon­dis­simi. Fran­zin lo sa e richiama le cose con il loro nome, anche là dove svela il rischio, il fal­li­mento. Così rotola il mondo ai piedi di chi scrive, a terra, ma è come se finisse in alto, in altissimo.
Sarà per que­sto get­tarsi in alto, sarà per que­sto volare via che tra le pagine diSesti/Gesti viene in soc­corso un titolo, quasi un con­si­glio: Arte e Àe. Arte e Ali. Come spo­stan­dosi aleg­giando in un cielo ter­re­stre, cioè den­tro al «gri­gio dei capan­noni», echeg­gia il nostro tempo coi suoi lau­reati in fab­brica. Men­tre fuori, al corso di manua­lità crea­tiva, la mae­stra Car­men Dorigo «inse­gna / a donne e ragazze a model­lare una colomba / bianca con un tova­gliolo di carta».
Il Manifesto

EUROPA / Shopping tedesco ad Atene: alla Fraport 14 aeroporti

A oliare il voto del Bun­de­stag tede­sco pre­vi­sto per oggi è arri­vata ieri la pub­bli­ca­zione sulla Gaz­zetta Uffi­ciale elle­nica della con­ces­sione di 14 aero­porti regio­nali alla Fra­port, com­pa­gnia pub­blica teu­to­nica (è di pro­prietà della regione dell’Assia) che con­trolla l’aeroporto di Fran­co­forte e spon­so­rizza la squa­dra di cal­cio dell’Eintracht. L’assegnazione, già decisa dal pre­ce­dente ese­cu­tivo filo-troika gui­dato da Anto­nis Sama­ras, era stata bloc­cata dal primo governo Syriza,  che voleva rie­sa­mi­nare i ter­mini del con­tratto. Ora, così com’è avve­nuto con le pen­sioni minime decur­tate di quasi cento euro con effetto retroat­tivo (in appli­ca­zione di una legge del 2010), lo Tsi­pras 2.0 sblocca la pri­va­tiz­za­zione negli stessi ter­mini con i quali era stata decisa con il pre­ce­dente Memo­ran­dum: via libera allo shop­ping tede­sco, con­ces­sione qua­ran­ten­nale, per 1,23 miliardi di euro, degli scali di Salo­nicco, Corfù, Cha­nia (a Creta), Cefa­lo­nia, Zante, Aktion, Kavala, Rodi, Kos, Samos, Myti­lene (a Lesbo), Myko­nos, San­to­rini e Skia­thos.
Ma non finirà qui. Entro la fine di otto­bre arri­ve­ranno le offerte d’acquisto delle quote di mag­gio­ranza dei porti del Pireo e di Salo­nicco, a dicem­bre quelle della com­pa­gnia di treni Trai­nose e della società di mate­riale rota­bile Rosco, ed entro la fine dell’anno beni per 50 miliardi di euro dovranno finire nel fondo per le pri­va­tiz­za­zioni, che pro­prio ieri la por­ta­voce della Com­mis­sione Ue Annika Breid­thardt ha invi­tato a ren­dere ope­ra­tivo. Ci fini­ranno la com­pa­gnia sta­tale del gas Desfa (dove la com­pa­gnia azera Socar scen­derà dall’attuale 66 al 49 per cento delle quote), l’area dell’ex aero­porto e base Nato di Elli­ni­kon (dove è stato tra­sfe­rito l’ambulatorio sociale nato in piazza Syn­tagma per curare i feriti delle pro­te­ste anti-austerità del 2010), il 10 per cento rima­sto in mano pub­blica della com­pa­gnia tele­fo­nica Ote, dieci porti regio­nali, il ser­vi­zio postale Eltra, la com­pa­gnia elet­trica, la Egna­tia Odos che con­trolla l’omonima auto­strada, i ser­vizi idrici, la par­te­ci­pa­zione sta­tale nell’aeroporto inter­na­zio­nale di Atene, circa 10 mila pro­prietà pub­bli­che e i diritti per le estra­zioni di gas off­shore nel golfo di Kavala.
Nel frat­tempo, ieri pome­rig­gio Ale­xis Tsi­pras ha riu­nito lo staff eco­no­mico del suo governo per deci­dere le pros­sime riforme da appro­vare. La prima mossa del pre­mier, su pres­sione dei cre­di­tori che dopo averlo com­bat­tuto ora temono una caduta del governo e il ritorno alle urne con con­se­guente insta­bi­lità poli­tica e la sostan­ziale inap­pli­ca­bi­lità del Memo­ran­dum appena appro­vato, dovrebbe essere di non chie­dere il voto di fidu­cia, già annun­ciato per venerdì dopo che l’esecutivo la scorsa set­ti­mana non ha supe­rato la soglia minima di 118 voti neces­sa­ria per avere una mag­gio­ranza. Nei con­ti­nui colpi di scena che carat­te­riz­zano que­sta fase poli­tica elle­nica,  paiono allon­ta­narsi pure i tempi per un even­tuale voto anti­ci­pato, che fino a ieri veniva pre­vi­sto addi­rit­tura per la fine di set­tem­bre. Oltre alla troika,  i primi a non volerlo sono i par­titi dell’opposizione (da Nea Demo­cra­tia al Pasok e Potami), dispo­sti a votare le misure del Memo­ran­dum ma senza assu­mersi impe­gni diretti.
Il quo­ti­diano con­ser­va­tore Kathi­me­rini ieri ipo­tiz­zava la con­vo­ca­zione, su richie­sta di Tsi­pras (ma con appo­sito decreto del Pre­si­dente della Repub­blica Pro­ko­pis Pavlo­pou­los, che sarebbe già pronto), di una serie di ses­sioni estive del Par­la­mento a ran­ghi ridotti, con soli cento depu­tati invece di tre­cento, per appro­vare le riforme senza ricor­rere al voto di fidu­cia e  ridu­cendo radi­cal­mente il numero dei dis­sen­zienti, attual­mente  40 depu­tati sui 149 di Syriza. Que­sto con­sen­ti­rebbe di appro­vare le misure con­cor­date con la troika entro la fine di set­tem­bre, quando dovreb­bero essere più chiare le sorti dell’esecutivo. Ma fonti interne del Megaro Maxi­mou (la sede del governo) in serata face­vano tra­pe­lare che fino alla pros­sima set­ti­mana Tsi­pras non deci­derà nulla. Il pro­blema, hanno detto al quo­ti­diano di Syriza Avgi, è «mul­ti­fat­to­riale».
Intanto, in attesa che arri­vino i dieci miliardi del Mec­ca­ni­smo euro­peo di sta­bi­lità desti­nati alla rica­pi­ta­liz­za­zione delle ban­che, riman­gono le restri­zioni per il ritiro ai ban­co­mat (420 euro a set­ti­mana), ma il governo ha deciso di allen­tare i vin­coli ai boni­fici: chi ha un figlio all’estero potrà tra­sfe­rire non più 5 mila, ma 8 mila euro a trimestre
Il Manifesto.info

domenica 9 agosto 2015

Fummo inca­paci di fare del movi­mento ope­raio l’interprete poli­tico con­sa­pe­vole dello sca­te­na­mento delle forze sociali desideranti

La morte di Renato Zan­gheri, intel­let­tuale, sto­rico ed eco­no­mi­sta che fu anche sin­daco della città di Bolo­gna, mi rat­tri­sta per ovvie ragioni umane, ma anche per­ché sono costretto a para­go­nare l’epoca pre­sente con quella in cui io e tanti altri liti­gammo con Zan­gheri.
Liti­gammo per tutti gli anni Set­tanta, a Bolo­gna come altrove, ma forse a Bolo­gna più spesso, dato che la città in que­gli anni sem­brava un tea­tro nel quale con­fron­tare idee. Con Zan­gheri, e con altri diri­genti del Par­tito comu­ni­sta ita­liano, era pos­si­bile liti­gare, discu­tere, acca­pi­gliarsi, per­ché erano por­ta­tori di un pen­siero. Nell’epoca pre­sente il con­fronto con i poli­tici di governo è reso impos­si­bile dal fatto che essi non sono por­ta­tori di alcun pen­siero. La poli­tica è oggi mera appli­ca­zione di regole mate­ma­ti­che scritte dal sistema finan­zia­rio.
Se penso a colui che fu sin­daco di Bolo­gna nella seconda parte degli anni Set­tanta e si trovò quindi a fron­teg­giare la rivolta degli stu­denti e dei gio­vani pro­le­tari, il primo ricordo che mi viene in mente non è un bel ricordo.
Nel marzo del 1977, rivol­gen­dosi alle forze di poli­zia man­date dal mini­stro degli interni Fran­ce­sco Cos­siga, Zan­gheri disse: «Siete in guerra e non si cri­tica chi è in guerra».
Nei giorni pre­ce­denti le forze dell’ordine ave­vano ucciso uno stu­dente di medi­cina di nome Fran­ce­sco Lorusso spa­ran­do­gli alle spalle, ave­vano occu­pato la zona uni­ver­si­ta­ria con i mezzi coraz­zati, ave­vano arre­stato tre­cento per­sone e ave­vano chiuso una radio libera distrug­gen­done i locali.
Non c’era niente da cri­ti­care? Forse sì, ma quella era la poli­tica del com­pro­messo sto­rico cui Zan­gheri si piegò.
Lo scon­tro tra il movi­mento auto­nomo e il Pci rag­giunse il suo cul­mine nel 1977, e vide Zan­gheri assu­mere un ruolo cen­trale nella pole­mica, forse suo mal­grado. In quello scon­tro si scon­tra­vano due visioni del futuro, anche se ne era­vamo solo con­fu­sa­mente consapevoli.
Non credo che abbia senso chie­dersi: chi aveva ragione nel 1977? Il par­tito comu­ni­sta o il movi­mento auto­nomo? Non ha senso per­ché la sto­ria non fun­ziona in quella maniera. Men­tre cer­chi una solu­zione per il pro­blema, il pro­blema è cam­biato, e gli attori sono scom­parsi e quelli nuovi hanno altro cui pen­sare.
Eppure il senso gene­rale della pole­mica di que­gli anni oggi si potrebbe rias­su­mere cosi: il movi­mento auto­nomo pen­sava che lo sca­te­na­mento delle forze sociali è un fatto posi­tivo, per­ché inne­sca una dina­mica libe­ra­to­ria della cul­tura, della tec­no­lo­gia, della spe­ri­men­ta­zione. Il par­tito comu­ni­sta pen­sava che lo sca­te­na­mento è peri­co­loso e va represso per­ché la società va gover­nata dalla razio­na­lità della poli­tica.
Credo che il deva­stante trionfo del neo­li­be­ri­smo, negli anni imme­dia­ta­mente suc­ces­sivi, nasca pro­prio dal fatto che lo sca­te­na­mento era ine­vi­ta­bile e pieno di poten­zia­lità posi­tive, ma fummo inca­paci di fare del movi­mento ope­raio l’interprete poli­tico con­sa­pe­vole dello sca­te­na­mento delle forze sociali desideranti.
Il Manifesto

La verità è che papa Fran­ce­sco è l’unico che oggi ha parole all’altezza del dramma sto­rico che stiamo vivendo

Papa Fran­ce­sco aveva già detto, dopo un’ennesima strage di migranti al largo di Lam­pe­dusa: «È una ver­go­gna». Que­sta ver­go­gna non ha fatto che ripe­tersi, per mesi, e c’è anche qual­cuno che si ral­le­gra per­ché l’Europa adesso mostre­rebbe un po’ più di sen­si­bi­lità, c’è per­fino una nave irlan­dese che par­te­cipa alle ope­ra­zioni di tumu­la­zione nel Medi­ter­ra­neo di cen­ti­naia e cen­ti­naia di pro­fu­ghi, men­tre una parte ne salva.
Intanto la Fran­cia sigilla la fron­tiera di Ven­ti­mi­glia, l’Inghilterra sta­bi­li­sce una linea Magi­not all’ingresso dell’Eurotunnel della Manica, l’Ungheria alza un muro e l’Italia è tutta con­tenta per­ché ha posto fine all’unica cosa buona che era riu­scita a fare, l’operazione «Mare Nostrum», ed è rien­trata nei ran­ghi dell’Europa per­ché sia chiaro che la vita negata ai pro­fu­ghi non è una scelta solo dell’Italia, ma è un sacri­fi­cio col­let­tivo che tutta l’Europa offre a se stessa avendo ces­sato di essere umana.
Ed ecco che il papa Fran­ce­sco dà il nome alla cosa: respin­gere i pro­fu­ghi è guerra, e cac­ciare via da un Paese, da un porto, da una sponda i migranti abban­do­nati al mare, è vio­lenza omicida.
Lo dice nell’anniversario del delitto fon­da­tore di que­sta fase della moder­nità, lo dice nei giorni di Hiro­shima e Nagasaki.
Quando aveva denun­ciato che la guerra mon­diale non era finita, per­ché nella glo­ba­liz­za­zione si sta com­bat­tendo una guerra mon­diale «a pezzi», era sem­brato che par­lasse per meta­fore; ma oggi mette le cose in chiaro: la guerra è que­sta, i garan­titi con­tro i dispe­rati, un mondo che voleva abo­lire le fron­tiere e ne ha alzate altre più spie­tate e inva­li­ca­bili, con­tro un’umanità senza patria né asilo che invano cerca salvezza.
E se è una guerra, una guerra non dichia­rata e non tute­lata da alcun diritto, nem­meno uma­ni­ta­rio, gli atti che vi si com­piono sono cri­mini di guerra. E que­sto vale per le vit­time in fuga dalla Bir­ma­nia nell’Oceano Indiano, a cui il papa spe­ci­fi­ca­mente si rife­riva, e vale per le vit­time che non rie­scono ad attra­ver­sare senza soc­com­bere la fossa comune del Mediterraneo.
Sono mesi e mesi che i siti non­vio­lenti, paci­fi­sti, o sem­pli­ce­mente umani, denun­ciano que­sti delitti per­pe­trati dai governi euro­pei, com­preso il nostro, sol­le­ci­tano appelli e firme dei cit­ta­dini per­ché ci si risolva a dare l’unica solu­zione vera al pro­blema, che è quella di aprire le fron­tiere, rico­no­scere l’antico diritto umano uni­ver­sale di migrare, per­met­tere ai pro­fu­ghi e ai fug­gia­schi di viag­giare al sicuro su treni, navi e aerei di linea. E sono mesi che siti nostal­gici e inte­gra­li­sti, invi­diosi di papa Fran­ce­sco, cer­cano di scre­di­tarlo lamen­tan­done la popo­la­rità, e ral­le­gran­dosi se quando parla ai poveri e ai movi­menti popo­lari, come ha fatto in Boli­via, il mondo per bene con i suoi media nean­che lo ascolta.
La verità è che papa Fran­ce­sco è l’unico che oggi ha parole all’altezza del dramma sto­rico che stiamo vivendo. Gli scar­tati della terra sono i veri sog­getti sto­rici attorno a cui si deve costruire la nuova con­vi­venza, sono il ful­cro dell’umanità di domani. E la giu­sti­zia e il diritto devono garan­tire la «casa comune» e tutti i suoi abi­tanti, a comin­ciare dal diritto a vivere, a pren­dere terra, a ripo­sarsi sotto qual­siasi sole. Que­sto dice il papa, e non è una cosa impos­si­bile, è solo una cosa non ancora avvenuta.
Il Manifesto

mercoledì 5 agosto 2015

Il dissenso galoppa sul web, petizione al Papa per chiedere chiarezza sui preti sposati nella Chiesa

Promotore dell'iniziativa l'associazione dei sacerdoti lavoratori sposati, fondata nel 2003 da don Giuseppe Serrone: "Il Pontificato di Papa Francesco, ha bisogno ora di concretizzarsi sulla via della riforma della Chiesa con in cambio della normativa canonica sui preti sposati che consenta loro di reinserirsi attivamente nel ministero pastorale attivo. Papa Francesco accolga i nostri ripetuti inviti e ci consenta, avendo una valida ordinazione sacerdotale, di vivere il dono ricevuto".

Di questi tempi, impancati maestri di laicità/laicismo, magari in tonaca o clergyman, ci hanno bacchettato dai loro pulpiti

Di questi tempi, impancati maestri di laicità/laicismo, magari in tonaca o clergyman, ci hanno bacchettato dai loro pulpiti nel momento in cui si è manifestato apprezzamento per la sentenza della Cassazione che - sciogliendo il nodo dalla ben nota causa avviata dal Comune livornese - sanciva l’obbligo per le scuole private di pagare l’IMU e l’ICI; come tutti gli altri abitatori di questa penisola. Ovviamente, andando a colpire i privilegi ecclesiastici, appurato che in Italia tali istituti sono per due terzi dichiaratamente di matrice religiosa. Oltre che intraprese a scopo di lucro, in cui l’allievo risulta prima di tutto un cliente; e - come tale - titolare di diritti/aspettative che oltrepassano anche in sede didattica le dirette valutazioni sui meriti e le competenze: producendo il cosiddetto “effetto diplomificio”.
In sostanza, cosa ci dicono i maestri bacchettatori della nostra laicistica soddisfazione (seppure con giudizio: ci vuol ben altro per scalfire il predominio vaticano!): “cretini, vi siete fatti un autogol”. E poi argomentano che le cosiddette paritarie, grazie all’esercizio delle loro funzioni sul territorio, sgraverebbero lo Stato italiano dall’impegno finanziario di svariati miliardi.
A parte il fatto che con gli svariati miliardi che lo Stato italiano eroga ai rappresentanti sul territorio italiano di uno Stato estero (il Vaticano), nonché agli aiuti già concessi e in via di essere concessi al cosiddetto sistema paritario, hai voglia se potresti incrementare e valorizzare la presenza pubblica in ambito scolastico, oggi abbastanza alla canna del gas. Ma non è questo calcolo ragionieristico il vero cuore del problema. Per cui vale la pena di ricordare ai propugnatori di una presunta laicità “rettamente intesa” (oltre che a noi stessi) come nella difesa della primazia del pubblico nell’istruzione sia in gioco ben altro. Del resto, quanto i nostri padri costituenti avevano perfettamente compreso.
La scuola pubblica (o “repubblicana” che dir si voglia) è prima di tutto magistero di democrazia In almeno due sensi:
  1. producendo effetti di avvicinamento tra i figli di classi sociali diverse, affinché possano riconoscersi uguali nel processo formativo e riconoscersi affini nel prosieguo della vita. La rottura delle barriere censuarie per interiorizzare fino dalla più giovane età quel principio di eguaglianza che le rivoluzioni liberaldemocratiche del Settecento posero a fondamento della società. Per questo non si rimpiange mai abbastanza il vecchio istituto del grembiule, strumento sanamente pareggiatore e freno alla follia esibizionistica dei brand come certificazione del privilegio e della distinzione attraverso il possesso;
  2. liberando già la prima costruzione della personalità dalle influenze che condizionano l’acquisizione di un pensiero critico attraverso gli influssi oscurantistici di pregiudiziali giustificative del sistema delle disuguaglianze e/o della naturalità dell’ordine vigente: il riferimento (religioso, ideologico o comunque post-secolare) a una sua presunta “naturalità” (Foucault parlava del “potere che si fa verità”). Ossia, “l’uscita dalla minorità auto-imposta” teorizzata da Immanuel Kant. Per cui non si criticherà mai abbastanza l’esposizione nelle aule pubbliche di simboli che fanno riferimento a qualsivoglia credenza imposta come “vera”.
Insomma, valori ben più importanti di qualsivoglia monetizzazione per la crescita civile di ragazzi e ragazze, per la qualità civica del nostro convivere.
Un grande pensatore liberale di fine ‘900 - John Rawls - denunciava gli effetti della “lotteria delle nascite” (le differenze in materia di capitale economico, culturale e relazionale che producono l’ingiustizia delle differenti posizioni di partenza senza averne né meriti né demeriti) come la sfida da affrontare per una società giusta.
Un messaggio su cui riflettere anche per chi confonde laicità con ragioneria contabile.
Pierfranco Pellizzetti
blog Micromega