domenica 25 ottobre 2015

È il fal­li­mento del Sinodo e la scon­fitta dei rifor­mi­sti? Papa Francesco non si fermerà

Dopo due anni di dibat­tito den­tro e fuori le stanze vati­cane, la parola chiave uscita dal Sinodo dei vescovi sulla fami­glia è «discer­ni­mento». Dai padri sino­dali che ieri sera hanno votato i 94 para­grafi della Rela­zione finale, quindi, non è arri­vata nes­suna pro­po­sta netta sui temi spi­nosi dei divor­ziati rispo­sati e delle cop­pie con­vi­venti – più chiare invece, in senso nega­tivo, quelle su cop­pie omo­ses­suali e con­trac­ce­zione –, ma una sorta di delega ai vescovi dio­ce­sani e ai preti a valu­tare caso per caso.
È il fal­li­mento del Sinodo e la scon­fitta dei rifor­mi­sti? No, per­ché la porta, su alcuni aspetti, resta acco­stata e affi­data alle Chiese locali. È allora la scon­fitta dei con­ser­va­tori e la vit­to­ria degli inno­va­tori? No, per­ché su alcune que­stioni non c’è stato alcun passo avanti e per­ché più che di vere e pro­prie aper­ture si tratta di “non chiusure”.
In ogni caso l’ultima parola spet­terà al papa, per­ché il Sinodo è un orga­ni­smo solo con­sul­tivo e per­ché i vescovi, con l’indeterminatezza di molti para­grafi, gli hanno lasciato il cerino in mano. Qual­cosa Fran­ce­sco l’ha già detta, nel suo discorso con­clu­sivo. Ha riba­dito la dot­trina tra­di­zio­nale sul matri­mo­nio («tra uomo e donna, fon­dato sull’unità e sull’indissolubilità»). Ma ha anche pro­nun­ciato alcune parole che potreb­bero costi­tuire una sorta di bus­sola per il «discer­ni­mento», oppure il pre­lu­dio ad una pros­sima Esor­ta­zione postsi­no­dale che inter­preti le con­clu­sioni del Sinodo. «Il Van­gelo rimane per la Chiesa la fonte viva di eterna novità, con­tro chi vuole “indot­tri­narlo” in pie­tre morte da sca­gliare con­tro gli altri», ha detto Ber­go­glio. «Il primo dovere della Chiesa non è quello di distri­buire con­danne o ana­temi, ma è quello di pro­cla­mare la mise­ri­cor­dia di Dio», «i veri difen­sori della dot­trina non sono quelli che difen­dono la let­tera ma lo spi­rito, non le idee ma l’uomo». E ancora: biso­gna spo­gliare «i cuori chiusi che spesso si nascon­dono per­fino die­tro gli inse­gna­menti della Chiesa, o die­tro le buone inten­zioni, per sedersi sulla cat­te­dra di Mosè e giu­di­care, qual­che volta con supe­rio­rità e super­fi­cia­lità, i casi dif­fi­cili e le fami­glie ferite».
La rela­zione finale, appro­vata dal quo­rum dei 2/3 dei 265 par­te­ci­panti al voto, con­ferma ovvia­mente i prin­cipi cat­to­lici sul matri­mo­nio «natu­rale» e «indis­so­lu­bile». Ed evi­den­zia i fat­tori di crisi della fami­glia: cause cul­tu­rali («esa­spe­rata cul­tura indi­vi­dua­li­stica», «fem­mi­ni­smo», «ideo­lo­gia del gen­der»), ma anche economico-sociali («povertà», «migra­zioni for­zate», «con­flitti», «sistema eco­no­mico che pro­duce diverse forme di esclu­sione sociale», a comin­ciare dalla man­canza di lavoro).
Quindi passa in ras­se­gna i punti più dibat­tuti. A par­tire dalla que­stione dei divor­ziati rispo­sati, sulla quale si inco­rag­gia il ricorso al pro­cesso per rico­no­scere la nul­lità del matri­mo­nio, sem­pli­fi­cato da un motu pro­prio di papa Fran­ce­sco. «Devono essere più inte­grati nelle comu­nità cri­stiane nei diversi modi pos­si­bili, evi­tando ogni occa­sione di scan­dalo», occorre «discer­nere quali delle diverse forme di esclu­sione attual­mente pra­ti­cate in ambito litur­gico, pasto­rale, edu­ca­tivo e isti­tu­zio­nale pos­sano essere supe­rate», si legge nel para­grafo 84, appro­vato con 187 sì e 72 no (quo­rum 177). Più con­tro­verso il para­grafo suc­ces­sivo: è «com­pito dei pre­sbi­teri accom­pa­gnare le per­sone inte­res­sate sulla via del discer­ni­mento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orien­ta­menti del vescovo», tenendo conto delle diverse situa­zioni, valu­tando così «che in alcune cir­co­stanze l’imputabilità e la respon­sa­bi­lità di un’azione pos­sono essere smi­nuite o annul­late». Per­tanto «il giu­di­zio su una situa­zione ogget­tiva non deve por­tare ad un giu­di­zio sulla impu­ta­bi­lità sog­get­tiva», «la respon­sa­bi­lità rispetto a deter­mi­nate azioni o deci­sioni non è la mede­sima in tutti i casi». Nono­stante l’equilibrismo, il para­grafo ottiene solo 178 sì (80 no), segno che la divi­sione fra i vescovi è pro­fonda. L’ammissione all’eucaristia non è men­zio­nata – come invece per i divor­ziati non rispo­sati – ma nem­meno negata: l’evidenza della media­zione raggiunta.
Sulle cop­pie con­vi­venti e spo­sate solo civil­mente, la Rela­zione finale è inter­lo­cu­to­ria. Non le approva ovvia­mente e tende ad indi­riz­zarle verso il matri­mo­nio cat­to­lico, ma nem­meno le con­danna seve­ra­mente (non a caso sono i due para­grafi che, dopo i divor­ziati rispo­sati, otten­gono meno con­sensi): anche qui la parola d’ordine è «discer­ni­mento». Che invece non vale per la con­trac­ce­zione arti­fi­ciale: l’unica ammessa con­ti­nua ad essere quella natu­rale pre­scritta dalla Huma­nae Vitae di Paolo VI,. E soprat­tutto non vale per le cop­pie omo­ses­suali: la per­sona omo­ses­suale va «rispet­tata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evi­tare ogni mar­chio di ingiu­sta discri­mi­na­zione» (e ci man­che­rebbe altro); ma «non esi­ste fon­da­mento alcuno per assi­mi­lare o sta­bi­lire ana­lo­gie, nep­pure remote, tra le unioni omo­ses­suali e il dise­gno di Dio sul matri­mo­nio e la fami­glia». Ovvero quanto già pre­scritto dalla Con­gre­ga­zione per la dot­trina della fede allora gui­data da Ratzinger.
Il Manifesto

Sinodo finisce con una vittoria ai punti del partito tradizionalista: è cambiato tutto perchè non cambiasse nulla

Per quanto riguarda le gerarchie cattoliche, cioè i Vescovi discendenti dagli Apostoli, la situazione attuale la stanno vivendo sul tema della famiglia e la sede è il Sinodo che è entrato ormai nella sua fase finale e si è concluso con la "relatio finalis" presentata ieri sera a papa Francesco che del Sinodo è parte integrante e primaria.

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La "relatio finalis" è stata tuttavia preceduta da vari interventi di Francesco, uno dei quali da lui pronunciato nell'ultima udienza generale dedicata alla passione d'amore tra gli sposi, dice parole estremamente significative che l'Osservatore Romano intitola  -  non a caso  -  "Perché la fedeltà non toglie la libertà". Eccone i passi principali. "In realtà nessuno vuole essere amato solo per i propri beni o per obbligo. L'amore, come anche l'amicizia, debbono la loro forza e la loro bellezza proprio a questo fatto: che generano un legame senza togliere la libertà. Di conseguenza l'amore è libero, la promessa della famiglia è libera, e questa è la bellezza. Senza libertà non c'è amicizia, senza la libertà non c'è amore, senza libertà non c'è matrimonio. La fedeltà alle promesse è un vero capolavoro di umanità, un autentico miracolo perché la forza e la persuasione della fedeltà, a dispetto di tutto, non finiscono di incantarci. L'onore alla parola data, la fedeltà alla promessa, non si possono comprare e vendere. Non si possono costringere con la forza, ma neppure costudire senza sacrificio".

Finora non era mai accaduto un pontificato che basasse amore, amicizia, fedeltà e matrimonio sulla libertà. Di fatto questo concetto applicato soprattutto al matrimonio non è cosa nuova per la Chiesa. Uno dei canoni su cui si basa il giudizio della Sacra Rota per ciò che riguarda le sentenze di annullamento è appunto l'ipotesi che il matrimonio sia stato celebrato con la forza esercitata su almeno uno degli sposi (quasi sempre la donna) dai genitori o da altre considerazioni dettate dagli interessi e non dall'amore. Ma nessun Papa aveva trasferito il canone giudiziario in un principio valoriale che personalmente ritengo laico dando a questa laicità un alto valore etico. E tuttavia l'analisi valoriale fatta da papa Francesco sarebbe incompleta se non fosse approfondita dall'esame delle famiglie attuali in tutto il mondo ma soprattutto in quello occidentale dove il cristianesimo è stato all'origine medievale dell'Europa così come lo è stato il laicismo e la scoperta della libertà.

È pur vero che le conclusioni del Sinodo rappresentano una netta frenata nell'azione innovatrice del Papa poiché, per quanto riguarda i divorziati conviventi con il nuovo coniuge, affidano la decisione di ammetterli ai sacramenti al "discernimento" del confessore. Ci saranno quindi casi in cui il confessore li ammetterà ai sacramenti ed altri di segno contrario. L'incoerenza di questo provvedimento è evidente ed è altrettanto evidente che il Papa deve averlo accettato. La scelta tra due diverse concezioni della Chiesa non data da oggi, ma oggi è ancor più inaccettabile di un tempo, per due ragioni: la prima è il Vaticano II che prevede l'incontro della Chiesa con la modernità e la modernità non si configura in una così ingegnosa decisione. Una seconda ragione è ancora più clamorosa: la famiglia d'oggi non è più chiusa ma aperta e sempre più lo sarà. È appunto una famiglia che vive nella coesistenza tra fedeltà alla promessa e libertà. È il Papa che l'ha detto, ma è il Papa che su questo punto soggiace al "discernimento" dei vari confessori. Come si sa, non ci sono confessori di professione, ogni presbitero è confessore. Perciò da questo punto di vista il Sinodo finisce con una vittoria ai punti del partito tradizionalista. Il quale troverà tuttavia la sua sconfitta dalla situazione attuale delle famiglie.
tratto da Repubblica

sabato 24 ottobre 2015

Dal Sole un'eruzione da record, è durata più di 3 ore. La nube di particelle potrebbe colpire la Terra il 25 ottobre

Dal Sole un'eruzione da record: è durata più di 3 ore anziché esaurirsi in pochi minuti, come accade di solito, ed è stata generata dalla gigantesca macchia solare comparsa nei giorni scorsi. Si prevede che lo sciame di particelle liberato possa colpire la Terra domenica 25 ottobre e generare una tempesta magnetica. Ma è ancora presto per dire se ci potrebbero essere problemi alle comunicazioni radio o solo spettacolari aurore, rileva Mauro Messerotti, dell'Osservatorio di Trieste dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e dell'università di Trieste.

“Perché – aggiunge - dipende dalla quantità di particelle che riesce a penetrare nel campo magnetico terrestre''. Un eruzione così 'longeva', prosegue l’esperto, 'è un evento interessante e accade quando la fase di rilassamento dei campi magnetici, dopo l'instabilità iniziale che produce l'eruzione, è più lenta del solito''. L'eruzione è stata generata dalla macchia solare AR2434 ed è stata registrata dall'osservatorio della Nasa 'Solar Dynamics Observatory'. A differenza della durata, l'intensità è stata relativamente bassa, di classe C (nella scala che va da A, B, C, M e X), e ha liberato una nube di particelle che è parzialmente diretta verso la Terra. Secondo la l'Agenzia Usa per l'atmosfera e gli oceani (Noaa)degli Stati Uniti potrebbe colpire il campo magnetico del nostro pianeta il 25 ottobre. Per capirlo, sottolinea Messerotti, è indispensabile seguire l'evoluzione dello sciame di particelle espulso dal Sole nelle prossime 24 ore.
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mercoledì 21 ottobre 2015

Pasolini la verità nascosta e alcuni indizi

Pasolini. Un indizio compare dall’ingrandiomento di una fotografia. Il film scomodo di Federico Bruno «Pasolini la verità nascosta», l’intervista con uno dei protagonisti di una stagione all’inferno
«‘na foto è come ‘na pizza/ ‘a sparmi, l’allunghi,‘a poi fa’ rotonna o tutta quadra/e ce metti l’ingredienti che voi te./ Si te posso da’ ‘n con­zijo te direi de falla quadra/all’angoli ce metti un po’ de robba che t’eri creso nun c’entrasse più./ Io sto a parla’ de quella pizza qua­dra cor fagotto ‘n basso,/ la madama colla cicca ‘n bocca che cerca quar­che cosa ner taschino e/,indietro,‘n zacco de pischelli a curiosa’./ Allunga ‘a pasta allora nell’angolo de destra,quello in arto,e me pijasse ‘n corpo/poi vede’ ‘na ‘ppa­ri­zione, come la Madonna der Divino Amore, solo che cià le vesti de un monello / co’ li capelli lun­ghi lun­ghi che sem­brano appi­ci­cati colla còlla/ e le basette che oggi nun se las­seno più cresce’ ./»
Que­sta bal­la­tetta plana nella cas­setta delle let­tere e mi impone la riso­lu­zione di una spe­cie di scia­rada. È ano­nima, ça va sans dire, ma è scritta in un roma­ne­sco ‘accul­tu­rato’, pro­prio non solo di chi è romano ma che pre­sup­pone, anche, una certa pro­prietà di lin­guag­gio. La prima per­sona che m’è venuta in mente è Renato Danesi pro­prio per la padro­nanza che ha della lin­gua ita­liana, ancor­ché modu­lata dalla cadenza roma­ne­sca, dal giu­sto uso della con­se­cu­tio tem­po­ris, da quelle pause bre­vis­sime che usa nel lin­guag­gio par­lato tipi­che di chi non vuole sba­gliare e di chi, men­tal­mente, sta assem­blando un periodo e voglia che sia con­se­guen­ziale e privo di ince­spi­ca­ture gram­ma­ti­cali e les­si­cali. Epperò è solo un’associazione di idee prive di sostrato docu­men­tale e anzi vorrà scu­sarci il Danesi per averlo sco­mo­dato senza costrutto.
Qual’è l’analogia tra una pizza e una foto? E per­ché entrambe pos­sono essere ‘spal­mate’? Alla fine l’analogia è chiara: ‘spal­mare’, nel caso di una foto­gra­fia, vuol dire ‘ingran­dire’. Gli ele­menti per cer­care la foto sono meno crip­tici. È una di quelle scat­tate il giorno dopo il delitto. Il corpo di Paso­lini giace in terra coperto da un len­zuolo sporco di san­gue in tutta la sua lun­ghezza e anco­rato alla terra da due mat­toni. In secondo piano, sulla destra, com­pa­iono due poli­ziotti in divisa e, avan­zato, uno in bor­ghese, giub­betto nero di pelle, cal­zoni a zampa di ele­fante, con una siga­retta al cen­tro della bocca intento a cer­care qual­cosa –vero­si­mil­mente un accen­dino– nella tasca sini­stra dei pan­ta­loni. Fa da fon­dale una teo­ria di pischelli (in età com­pare solo un uomo, sulla sini­stra, coi baffi) tenuti a bada dal filo spi­nato. Fatto l’ingrandimento, l’attenzione è mono­po­liz­zata dall’angolo destro supe­riore e –aveva ragione l’estensore della poe­siola– per poco non mi prende un colpo. L’ingrandimento fa emer­gere –è quello imme­dia­ta­mente a destra del poli­ziotto– una figura dalle carat­te­ri­sti­che soma­ti­che molto pros­sime a quelle di Mau­ri­zio Abba­tino. In rete cir­cola una sua foto di quell’epoca, quando aveva 21 anni. Al netto da even­tuali smen­tite –anzi, vor­remmo nei limiti dell’umano che l’interessato entrasse nella discus­sione– la domanda che nasce spon­ta­nea è che cosa ci facesse pro­prio in quel posto Mau­ri­zio Abba­tino. Saremmo mera­vi­gliati se Abba­tino si stesse recando a pescare cefali e si fosse fer­mato lì per caso, atti­rato dal chiac­chie­ric­cio indi­stinto della canea di pischelli atti­rati mor­bo­sa­mente dal mort’ammazzato. Se real­mente si trat­tasse di Abba­tino si apri­rebbe uno sce­na­rio com­ple­ta­mente nuovo nell’affaire Paso­lini, vor­rebbe dire che la Banda della Magliana, incon­tra­stata agen­zia del cri­mine, sarebbe stata l’affidabile longa manus del regime per togliere di mezzo lo sco­modo polemista.
Neo­fa­sci­smo, P2 e mafia pos­sono essere senza tema di smen­tita defi­nite la «poli­zia ausi­lia­ria del regime» (la defi­ni­zione è di Vin­cenzo Vin­ci­guerra). E la banda della Magliana ha avuto con que­sti poteri cri­mi­nali –e spesso occulti– più di un adden­tel­lato. Baste­rebbe ricor­dare la Orlandi, della cui spa­ri­zione fu sco­mo­data senza smen­tite pro­prio la banda. O l’omicidio Peco­relli. Ci sarebbe, nel caso, da far con­ci­liare la pre­senza dei sici­liani quella orrenda notte.
Pre­senza testi­mo­niata da soli due ele­menti: una Fiat 1300/1500 tar­gata ‘Ct ’ e il ter­mine ‘jar­rusu’ sen­tito pro­nun­ciare da Pelosi. Il discorso della targa può essere spie­gato in maniera molto sem­plice. È vero­si­mile cioè che fosse una targa far­locca, tipica dei ser­vizi deviati se nes­suno volle fare un’operazione sem­pli­cis­sima, quella di effet­tuare una visura al PRA. E delle due l’una: se la mac­china era rego­lare sicu­ra­mente era stata rubata a ridosso dell’operazione e una veri­fica lo avrebbe cer­ti­fi­cato: si sarebbe sco­perto che appar­te­neva ad un ignaro pro­prie­ta­rio. Vogliamo dire che non è certo una targa a deter­mi­nare l’appartenenza geo­gra­fica del pro­prie­ta­rio. E se una veri­fica non fu effet­tuata fu per­ché si trat­tava di una targa di ‘car­tone’. Quanto al ter­mine ‘jar­rusu’ (un ter­mine dispre­gia­tivo, desueto per­sino in Sici­lia, che indica un omo­ses­suale) si dimen­ti­cano sem­pre due cose affron­tando ab ini­tio la fac­cenda: 1° che Pelosi era, soprat­tutto in quel fran­gente, una tabula rasa e che avrebbe detto TUTTO ciò che gli fosse stato coman­dato di ‘ricor­dare’, 2° che Pelosi è per­sona intel­li­gente, furba, dalla memo­ria mne­mo­nica e visiva eccel­lenti e, sostan­zial­mente, ten­dente alla men­zo­gna. Spin­gen­doci oltre potremmo azzar­dare che fu pro­prio que­sto castel­letto l’ennesimo depi­stag­gio per sviare i sospetti, quali che fossero.
Ma c’è ancora una ridda di ele­menti che ci inso­spet­ti­sce. Ancora non è stato spie­gato per­ché nelle tasche di un boss asso­luto come Danilo Abbru­ciati ancora caldo (era in tra­sferta a Milano per ucci­dere Roberto Rosone,vice pre­si­dente del Banco Ambro­siano che aveva negato ulte­riori pre­stiti del Banco a società ricon­du­ci­bili a Fla­vio Carboni,e invece fu ucciso da una guar­dia giu­rata) venga rin­ve­nuta un’agendina tele­fo­nica con il numero pri­vato del Pro­cu­ra­tore Guido Gua­sco (Gua­sco aveva scar­tato alcune delle veri­fi­che sul caso Paso­lini –ispe­zione della scocca dell’AlfA, rilievi sulle tracce degli pneumatici-). Gli omi­cidi pre­le­va­rono dalle tasche di Paso­lini le chiavi del suo appar­ta­mento. O ne fecero rapi­da­mente un calco o le sosti­tui­rono con uno ‘gene­rico’. Fatto sta che il report della Poli­zia non sta­bi­li­sce che il mazzo di chiavi inven­ta­riato tra gli oggetti rin­ve­nuti nell’area siano cor­re­lati o cor­re­la­bili all’appartamento di via Eufrate. Le chiavi sareb­bero ser­vite agli omi­cidi per intro­dursi in casa sua in assenza di Gra­ziella Chiar­cossi e la madre Susanna in quei giorni a Casarsa per il fune­rale. I cri­mi­nali sot­tras­sero il capi­tolo «Lampi sull’Eni» con un lavo­retto che non era mai stato così age­vole. Nes­suna die­tro­lo­gia quindi die­tro l’invito alla Chier­cossi a riti­rare la denun­cia per furto: in assenza di effra­zione nes­suna denun­cia può essere accet­tata. Rimar­rebbe un tas­sello tutt’altro che insignificante.
Di Dell’Utri si può dire tutto ed il con­tra­rio di tutto ma non che sia uno stu­pido. Stu­pidi dovette pen­sare lui che fos­sero gli inter­lo­cu­tori quando annun­ciò di aver tro­vato il capi­tolo di «Petro­lio» –essen­ziale per capire la moti­va­zione dell’assassinio– pro­mes­so­gli da un fan­to­ma­tico cor­riere, e quando tornò sui suoi passi asse­rendo che lo stesso si era riman­giato la parola. Per para­fra­sare le parole di Paso­lini potremmo dire che Dell’Utri ‘sa’. Que­sti movi­menti sono pro­pri del ‘con­si­gliori’: io butto l’amo spe­rando che qual­cuno abboc­chi poi non c’è da mera­vi­gliarsi se, die­tro pres­sione o su con­si­glio moti­vato di qual­cuno, io quell’amo lo tolga dall’acqua. La verità è un eser­ci­zio com­pli­cato e si gua­da­gna per ‘tes­sere’, pro­prio come quelle di un mosaico. Ma l’arma più mici­diale del Potere è l’oblio. Tende a sviare, per rimandi, con equi­voci creati a bella posta, in un gioco di spec­chi a tratti ustori a tratti labi­rin­tici tali da far per­dere agli inqui­renti la strada mae­stra. Si avvi­cen­de­ranno le gene­ra­zioni e Paso­lini rimarrà, cri­stal­liz­zato, nei libri di testo. Già oggi, per le gio­vani gene­ra­zioni, il suo è un nome sbia­dito; solo un ven­tenne con un buon grado di accul­tu­ra­zione saprà par­lar­vene. Solo oggi noi sap­piamo che il DC 9 dell’ Ita­via fu abbat­tuto da un mis­sile. Fran­cese, ame­ri­cano? Quando la rispo­sta giu­sta verrà uffi­cia­liz­zata, l’Italia sarà alle prese con altre pro­ble­ma­ti­che e l’indignazione sarà stem­pe­rata da altre indi­gna­zioni. D’altronde,se fu com­mis­sio­nato l’omicidio di Rosone per un diniego oppo­sto ai poten­tati, è così pere­grino pen­sare che Paso­lini venisse tru­ci­dato per un segreto che avrebbe messo in ginoc­chio la Repub­blica? D’altronde, un tar­get si eli­mina in modo ‘silenzioso’,lontano da occhi indi­screti. Per Pier Paolo sarebbe bastato un cec­chino ma que­sto avrebbe inge­ne­rato imme­dia­ta­mente una ridda di con­get­ture. Molto meglio il mas­sa­cro per mano di omo­fobi che riscat­tas­sero così l’italica viri­lità. Noi con­ti­nuiamo la lotta.

Il film

E’ stra­bi­liante il diva­rio tra il potere delle major e la pro­du­zione indi­pen­dente e vogliamo rife­rirci pro­prio al livello qua­li­ta­tivo che non è sem­pre pro­por­zio­nale e pro­por­zio­nato alle forze eco­no­mi­che in campo, e che non sem­pre sono ‘pro­pul­sive’ del pro­dotto. Abel Fer­rara ha con­fe­zio­nato, ad esem­pio, un «Paso­lini» con accenti acco­rati dove è assente però un minimo di ricerca sto­rio­gra­fica con quel finale asso­lu­ta­mente pre­ve­di­bile e buono solo per la buona coscienza dei ben­pen­santi: Paso­lini vit­tima del suo ‘vizietto’. Vogliamo par­larvi di Paso­lini, la verità nasco­sta del regi­sta Fede­rico Bruno, fil­ma­ker con alle spalle diversi corto e lun­go­me­traggi, già assi­stente di Vit­to­rio Sto­raro, che ha ven­duto il suo appar­ta­mento per con­fe­zio­nare il suo lun­go­me­trag­gio: 350.000 euro rica­vati dalla ven­dita dell’immobile,350.000 euro il costo della pellicola.
Girato in un b&n d’antan, sugli sti­lemi pro­pri del cinema vérité, il film –della durata di poco supe­riore alle due ore che sci­vo­lano via con la leg­ge­rezza di un corto– ha alle spalle mesi di pre­pa­ra­zione e di ricerca inve­sti­ga­tiva. Bruno rico­strui­sce per intero,con l’ausilio del suo fale­gname di fidu­cia, tutta la mobi­lia di tutti gli interni delle case di Paso­lini: via Eufrate all’Eur, Chia nel viter­bese, etc. L’appartamento all’Eur, oggi pas­sato ad altri pro­prie­tari, è risul­tato tabù al punto di minac­ciare il regi­sta del ricorso alla Poli­zia; era stata rivolta una sem­plice domanda sulle reali pos­si­bi­lità di visio­nare le anti­che stanze. Gli eredi non hanno accor­dato per­messi di sorta tanto meno l’ingresso alla torre di Chia. L’epilogo descritto da Bruno è spe­cu­lare a quello del gior­na­li­smo d’assalto: fu un delitto su com­mis­sione dele­gato alla mano­va­lanza cri­mi­nale por­tata sul posto dal gio­vane Pelosi con­vinto di un sem­plice furto ai danni dello scrit­tore e, al limite, di una ‘liscia­tina’ ma ignaro del sabba di san­gue. Il film riper­corre gli ultimi 10 mesi di vita di Pier Paolo in modo caden­zato, per stanze. Gli incon­tri, il mon­tag­gio di Salò, le ami­ci­zie, le fre­quenti par­tenze, l’idea –ottima– dell’intervista con­ti­nua con­dotta da Gideon Bach­man come un leit-motiv, l’intervista rila­sciata a Furio Colombo, la quo­ti­dia­nità con i suoi angeli custodi –la cugina Gra­ziella e la madre Susanna– , i con­ti­nui dilemmi da cui era vis­suto, la ‘con­ta­mi­na­tio’ con ele­menti della mala usati come testi­moni del tempo e della ban­lieu da cui si potes­sero trarre nuovi spunti per una let­te­ra­tura tutta da scri­vere, una volta accan­to­nata la sua fun­zione di aedo delle bor­gate, dove si viveva ancora con regole ele­men­tari ma rispet­tate dai nativi. L’appunto che potremmo muo­vere a Bruno è que­sto: una volta abbrac­ciata la chiave espres­sio­ni­sta e abiu­rato alla cifra sim­bo­li­sta, avrebbe dovuto essere con­se­guente. Furio Colombo appare troppo grasso, Ninetto Davoli risulta cari­ca­tu­rale, Pelosi è un angelo dai capelli biondi, Anto­nio Pinna troppo let­te­ra­rio (nella realtà è un uomo di sta­tura infe­riore alla media e di cor­po­ra­tura robu­sta; si è ven­ti­lato che fosse lui alla guida dell’Alfa che sor­montò il corpo di Paso­lini, ucci­den­dolo; è lo stesso che com­parve in com­pa­gnia dello scrit­tore al Pin­cio per l’incontro con i gio­vani comu­ni­sti e che Bor­gna, pre­sente, si sarebbe chie­sto suc­ces­si­va­mente chi fosse, sub­do­rando che l’uomo potesse essere coin­volto nell’omicidio). Gigan­teg­gia però Alberto Testone, odon­to­tec­nico della Bor­gata Fidene, che imper­sona un Paso­lini cre­di­bile e con­vin­cente. Ne riper­corre le movenze, ne imita in modo natu­ra­li­stico la voce e la postura. Il film è, per molti versi, naȉf ed usiamo il ter­mine, in que­sto con­te­sto, nella sua acce­zione migliore e arti­sti­ca­mente più rile­vante. È la prima volta che l’Italia pro­duce un film su Paso­lini ed è scon­cer­tante che sia auto­pro­dotto. L’ANICA rifiutò di vederlo, come pure Bar­bera a Vene­zia e Mȕl­ler a Roma. Roberto Cic­cutto, allora all’Istituto Luce, tentò con Bruno una sorta di gioco delle tre carte pro­po­nen­do­gli di accan­to­nare il pro­getto e di lavo­rare ad un docu­men­ta­rio con il mate­riale pre­sente negli archivi del Luce; Bor­gna non lo volle nell’ambito della mostra sull’artista. Vin­cenzo Cerami e Dacia Maraini non pre­sen­zia­rono all’anteprima orga­niz­zata alla Casa della Cul­tura in largo Mastro­ianni. Pasolini,la verità nasco­sta dovrebbe non solo essere acqui­sito da un distri­bu­tore ma, anche, vei­co­lato nelle scuole, nelle Uni­ver­sità, negli Isti­tuti di Cul­tura stante la sua forza dirom­pente, la sua pla­sti­cità, la sua volontà di denun­cia, il suo con­ti­nuo rifug­gire da appros­si­ma­zioni hol­ly­woo­diane, la sua neces­sità di testimonianza.

Inter­vi­sta a Anto­nio Mancini

Anto­nio Man­cini è stato ele­mento di spicco della cosid­detta Banda della Magliana. Per­so­nag­gio ati­pico nel pano­rama della ban­lieu, Man­cini è stato da sem­pre un attento let­tore dell’opera let­te­ra­ria di Paso­lini e stu­dioso –nei limiti dell’affanno di una vita cri­mi­nale– del mar­xi­smo. Dopo gli anni del car­cere, esau­rita la forza pro­pul­siva di una ribel­lione quasi ter­zo­mon­di­sta, Man­cini vive ora nelle Mar­che in una casa che ha il sem­biante di un ambiente mona­stico e che ricorda molto da vicino la casa dove abi­tava da ado­le­scente nella bor­gata di San Basi­lio a Roma. Quasi una sorta di nemesi che gli impone una rifles­sione quo­ti­diana e senza infin­gi­menti. Nella sua breve biblio­teca spic­cano varie opere di Marx ed Engels, altre di Troc­kij, una Cro­naca della rivo­lu­zione russa di Sukha­nov. Non fa mistero della sua pre­di­le­zione per due miti con­tem­po­ra­nei, Che Gue­vara e Don Gallo. Da anni si dedica all’accompagno di disa­bili –che lui chiama i ‘dolenti’- e al soc­corso di anziani biso­gnosi e in dif­fi­coltà, met­ten­dosi al loro ser­vi­zio. Gira per le scuole per­ché i gio­vani non fac­ciano le stesse ‘fre­gnacce’. Non ha perso l’allure di una volta; è solare, comu­ni­ca­tivo e, a tratti,un po’ gua­scone. È pal­pa­bile la sua voglia di com­pe­ne­trarsi in una nor­ma­lità troppo a lungo fug­gita e oggi,forse,unica sal­vezza. Lavora alla rie­di­zione, per i tipi della Riz­zoli, della sto­ria della Banda inti­to­lata Con il san­gue negli occhi che uscirà in estate. Il libro si arric­chirà di un’appendice su fatti e misfatti di Mafia Capitale.
Hai sem­pre dichia­rato di essere comu­ni­sta. Come si con­ci­lia que­sto con la tua scelta di vita?
Per­ché ho capito che i pro­blemi nostri, i pro­blemi delle masse, nes­suno li risol­veva. E allora dove­vamo risol­ver­celi da soli. Chia­ra­mente non sto indi­cando la mia come una strada da seguire, voglio dire che avrei potuto tran­quil­la­mente imbrac­ciare il mitra e fare il bri­ga­ti­sta. C’era in me –ma anche in giro– una rab­bia e un mal­con­tento che dove­vano inca­na­larsi in una dire­zione quale che fosse. Noi vive­vamo in otto in una casa pic­cola, man­gia­vamo tutti i giorni mine­strone, mio padre era un brav’uomo, comu­ni­sta, che cer­cava di darci una vita migliore anche umi­lian­dosi. E ricordo come fosse adesso la ‘rivo­lu­zione delle case occu­pate’ a San Basilio,nel ’74, e l’uccisione di un ragaz­zetto inno­cente come noi, Fabri­zio Ceruso. Mi ricordo che nel ser­vi­zio d’ordine c’era Erri De Luca. Lui è rima­sto incaz­zato ma Liguori che fine ha fatto? Io vivevo in una favela, mio padre aspet­tava la rivoluzione.
Pos­siamo chia­marlo, tanto per inten­derci, destino: ci si trova in un posto piut­to­sto che in un altro. Potrei citare Pavese: «Ogni uomo ha un destino» o, per volare basso, fare rife­ri­mento a un film come «Sli­ding doors».
Esat­ta­mente, io lo chiamo viag­gio scia­ma­nico. In un altro con­te­sto sarei diven­tato un bri­ga­ti­sta rosso, sarei comun­que ‘esploso’. Sono stato in car­cere con più di un bri­ga­ti­sta, ragazzi in gamba, pre­pa­rati, spesso accul­tu­rati e –ciò che più mi col­piva– dei duri. Noi cri­mi­nali comuni capi­tava che ce le des­simo con le guar­die car­ce­ra­rie ma poi capi­vamo che era meglio lasciar stare loro no, loro cer­ca­vano sem­pre lo scon­tro. Conobbi da vicino Fer­rari, Naria tutta gente di cui avevo sen­tito par­lare quando, da libero, mi capi­tava in mano un ciclo­sti­lato inti­to­lato «Mai più senza fucile». Era que­sta l’atmosfera.
Le guar­die usa­vano dispa­rità di trat­ta­mento con le varie tipo­lo­gie di detenuti?
No, è un luogo comune pen­sarlo. Le guar­die o mena­vano a tutti, senza guar­dare in fac­cia nes­suno o si genu­flet­te­vano davanti a tutti. Ho usato il plu­rale ma la mia con­si­de­ra­zione riguarda quelle pagate. Ai bri­ga­ti­sti mena­vano di meno. Il discorso cam­bia nei car­ceri spe­ciali: lì, quando arrivi alla matri­cola, ti danno subito il ben­ve­nuto, indi­pen­den­te­mente da chi sei.
«Romanzo cri­mi­nale» è fedele?
Ci sono molte situa­zioni costruite, altre com­ple­ta­mente romanzate.
Vi è capi­tato di incon­travi ancora, dopo, con gli altri della Banda?
No, non ci siamo più visti. Se hai deciso di met­terti alle spalle il pas­sato, ti devi met­tere alle spalle tutto ciò che lo riguarda e lo racchiude.
Rimorso, pen­ti­mento, redenzione.
Io sono ateo e que­ste le con­si­dero cate­go­rie cat­to­li­che. Ero io che ucci­devo, io che facevo rapine, non incolpo nes­suno, me ne sono assunto la respon­sa­bi­lità. Mi domandi se rifa­rei le stesse cose? La rispo­sta è NO.
Un desi­de­rio, un rimpianto.
Un desiderio,impossibile: mi pia­ce­rebbe rico­min­ciare tutto da capo magari fer­man­domi alle rapine ai fur­goni blin­dati. Al limite. Il rim­pianto è aver visto morire gente come Eduardo Toscano, Nico­lino Selis, Rena­tino De Pedis, il «Guan­cia­lotto», «Er Catena», tutta gente con la quale ero cre­sciuto. La cosa peg­giore è che comin­ciammo a sbra­narci tra noi, una lotta fra­tri­cida. Oggi penso: per che cosa sono morti? Per il denaro, per un effi­mero potere, per­ché qual­cuno di noi voleva diven­tare come quelli che com­bat­te­vamo! Non ti fis­sare con Romanzo popo­lare, solo Paso­lini era riu­scito a descri­vere bene, in modo com­piuto, gli ambienti che ci ave­vano espresso. La banda è finita in una pozza di san­gue e di fango. E io penso a Car­mi­nati che, ricco com’è, a sessant’anni si mette a par­lare del mondo di sopra e del mondo di sotto.
E allora per­ché lo faceva?
Per il potere, sem­pre per il male­detto potere.
Com’è la libertà?
È bel­lis­sima, ma quando abbracci una scelta lo metti nel conto che, prima o poi, la puoi per­dere. Ho voluto che una mia nipote si chia­masse Cheyenne. Tu dirai «bello, magari un po’ orec­chiato» ma sai per­ché ho voluto che avesse quel nome? Per­ché viviamo tutti in una riserva.
Che rimane di quella stagione?
Ascolta quello che ti dico. Si spara di meno, molti meno morti sull’asfalto e sai per­ché? Per­ché il tempo della semina è ter­mi­nato, chi è rima­sto raccoglie.
Oggi Ber­lu­sconi è stato assolto.
Sai quante volte sono stato assolto io? eppure…anche Car­mi­nati fu assolto per l’omicidio Peco­relli! L’assoluzione non conta niente, i conti si fanno con la Sto­ria. Se fosse vivo De Pedis oggi sarebbe come minimo sot­to­se­gre­ta­rio e Ber­lu­sconi è solo un De Pedis in sedi­ce­simo. Io ho smesso di arros­sire quando ho sco­perto con chi avevo a che fare.
Per­ché ti sei pro­di­gato nell’assistenza ai disabili?
Un giorno ho visto un ragaz­zetto den­tro uno di quei pul­mini che por­tano in giro le per­sone con han­di­cap e ho avuto come una spe­cie di fol­go­ra­zione. Ho chie­sto a un mio amico com­mis­sa­rio se poteva inse­rirmi e mi ha accon­ten­tato, ha garan­tito per me. Dovevo in qual­che modo ridare indie­tro qual­cosa, sem­pre niente rispetto a quello che avevo preso. E poi mi hanno inse­gnato una verità incon­tro­ver­ti­bile: siamo noi i disabili.
Ti capita di uscire fuori del semi­nato qual­che volta?
Direi che, cam­biando vita,ho acqui­stato più con­trollo su me stesso. Eppure una volta ho visto un uomo che pic­chiava la sua donna e allora ho preso da casa una bot­ti­glia e mi sono avven­tato su di lui. «Per­ché le metti le mani addosso?» Lui ha avuto paura e se ne è andato,la donna mi ha rin­gra­ziato. È stato un bene per tutti e due, per me e per lui.
Ti mostro que­sta foto –gli mostro la foto con il corpo di Paso­lini coperto da un lenzuolo-, que­sto potrebbe essere Abbatino?
No, non credo, piut­to­sto que­sto bion­dino al cen­tro mi ricorda Johnny Lo Zin­garo e que­sto die­tro la sca­letta ha i tratti del mar­chet­taro: non mi convince.
Di quella notte che rifles­sioni puoi fare?
Su due piedi io non avrei lasciato vivo Pelosi troppo sco­modo lasciare in giro un testi­mone di 17 anni. E poi, se sono un pro­fes­sio­ni­sta e non mi fac­cio pren­dere dall’ansia io smonto la mac­china per pren­dere i soldi, che dovrebbe essere il motivo dell’imboscata. Ma fu que­sto il motivo?
Come quella pan­to­mima di Dell’Utri e del capi­tolo mancante.
Bravo, hai cen­trato il pro­blema. Prima dice che uno sco­no­sciuto gli ha pro­messo uno scritto di Paso­lini, poi si riman­gia la parola e dice che quello gli ha rifi­lato una sola. È evi­dente che ha lan­ciato dei mes­saggi, biso­gne­rebbe capire che cosa volesse dire con quei mes­saggi. E a chi par­lasse. Di Dell’Utri si può dire tutto ma non che fosse uno stupido.
inter­vi­sta di Aldo Colonna - Il Manifesto

Sui preti sposati al Sinodo serve profezia. Passaggio decisivo per la chiesa postconciliare

Alla medesima dottrina possono corrispondere discipline e traduzioni diverse. A questa consapevolezza ci ha condotto la grande stagione conciliare, che ci ha autorizzati a “tradurre la tradizione”. Il “principio pastorale” del Vaticano II è tutto qui: riconoscersi non solo abilitati, ma obbligati e necessitati a tradurre la tradizione. Tale consapevolezza sa che vi è una tradizione sana e una tradizione che merita invece di essere rivista e riconsiderata. 


E quella sul celibato obbligatorio dei preti è una tradizione che necessita urgentemente di essere rivista e riconsiderata.

Dal 2003 l'associazione dei sacerdoti lavoratori sposati propone la riammissione nel ministero attivo nelle parrocchie dei sacerdoti sposati e delle loro famiglie alla stregua dei sacerdoti anglicani e protestanti accolti dal Vaticano come sacerdoti con mogli e figli.


Le posizioni dei preti sposati gettano luce sul Sinodo

Questo Sinodo 2015 si sta rivelando l’occasione per riflettere non solo sul tema della famiglia, ma per dare una svolta a tanti aspetti oscuri della Sposa di Cristo. 
Da anni in Italia l'associazione dei sacerdoti sposati porta degli importanti contributi per il rinnovamento della Chiesa, la valorizzazione della donna e la riforma della teologia del sacerdozio.
Quella che molti considerano una scalata impossibile della donna all’interno della Chiesa, sta invece subendo una brusca accelerata, considerando i precedenti ecclesiastici: non è mai troppo tardi per tornare sui propri passi, soprattutto se è il Papa a stabilirlo.
In occasione del Sinodo sulla famiglia, papa Francesco ha ribadito tale concetto, affermando che “il Papa non sta, da solo, al di sopra della Chiesa; ma dentro di essa come battezzato tra i battezzati e dentro il Collegio episcopale come vescovo tra i vescovi, chiamato al contempo, come Successore dell’apostolo Pietro, a guidare la Chiesa di Roma che presiede nell’amore tutta la Chiesa”.
In più momenti Papa Francesco ha mostrato apertura nei confronti delle donne: nella notte del Giovedì Santo, infatti, Bergoglio ha lavato i piedi a due carcerate e, in merito all’aborto, l’ha definito come “cicatrice di una scelta dolorosa”, esprimendo solidarietà alle vittime di un tale dramma esistenziale e morale.
tratto da Secolo Trentino

Il giallo della malattia di Papa Francesco

Il Resto del Carlino: «Ha un piccolo tumore al cervello, ma non servirà un’operazione». Dura smentita del Vaticano: notizia infondata e irresponsabile. Ma il direttore conferma
Giallo nella notte sulla salute di Papa Francesco. Secondo il Resto del Carlinosette mesi fa al Pontefice sarebbe stata trovata una piccola macchia scura al cervello identificata come un tumore. La prima pagina del quotidiano bolognese con la notizia ha creato immediato scompiglio nelle rassegne stampa e nelle redazioni tanto che dal Vaticano a mezzanotte e mezza è arrivata una durissima smentita del portavoce della Santa Sede padre Lombardi: «Il Papa sta svolgendo come sempre la sua attività intensissima. La diffusione di notizie infondate è gravemente irresponsabile e non è degna di attenzione». È stato poi ricordato come Papa Francesco stia per ripartire per un nuovo viaggio che lo porterà in Africa.  

Immediata però è arrivata anche la replica del direttore del giornale Andrea Cangini: «La smentita è comprensibile ed era attesa, abbiamo a lungo tenuto ferma la notizia per fare tutte le verifiche del caso, non abbiamo il minimo dubbio sulla sua fondatezza». La cosa è destinata a fare rumore e a sollevare polemiche nei giorni già delicati del Sinodo sulla famiglia. 

Secondo quanto scrive il Resto del Carlino si sarebbe recato alcuni mesi fa alla clinica San Rossore di Barbaricina, nei pressi di Pisa, dove l’elicottero papale sarebbe stato visto atterrare. Sarebbe stato in quella occasione che il Papa è stato visitato dal professore giapponese Takanori Fukushima, esperto in tumori al cervello e aneurismi, riportando una prognosi in base alla quale non sarebbe necessario un intervento chirurgico. «Non dovrebbe essere necessario alcun tipo di intervento. Quel piccolo tumore - scrive il quotidiano, riportando le parole di un componente dello staff della clinica - si può curare». Accanto alla notizia pubblicata in prima pagina, un editoriale del direttore Cangini intitolato «Il dovere di scriverlo».  

Foto: la prima pagina di La Nazione, del gruppo Quotidiano Nazionale  
lastampa.it

QN: "Il Papa ha un tumore". Il Vaticano smentisce, ma il direttore del giornale risponde: "Notizia fondata"

ansa

Il quotidiano scrive che Bergoglio avrebbe "una piccola macchia scura al cervello", curabile. Il Vaticano replica e smentisce, ma il direttore del giornale risponde: "Notizia fondata"


La notizie per un periodo di tempo segnalata su decine di Pagine  web  su questa pagina poi non più trovata
http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_tumore_qn/notizie/1633212.shtml de Il Messaggero

Papa Francesco ha una "piccola macchia scura nel cervello", un piccolo "tumore curabile". L'indiscrezione è del Quotidiano Nazionale, in prima pagina.


ROMA - Papa Francesco avrebbe una "piccola macchia scura nel cervello", un piccolo "tumore curabile". Lo scrive il Quotidiano Nazionale, in prima pagina, parlando di una visita in incognito fatta da Jorge Mario Bergoglio qualche tempo fa in una piccola località della Toscana, con lo scopo di consultare un medico giapponese, specialista di fama mondiale in questo tipo di malattie. Il luminare lo avrebbe però rassicurato: non c'è alcun bisogno di un intervento.
La Sala Stampa della Santa Sede, già nella notte, ha smentito seccamente con il portavoce papale, padre Federico Lombardi: "Il Papa sta svolgendo come sempre la sua attività intensissima. La diffusione di notizie infondate è gravemente irresponsabile e non è degna di attenzione". La smentita ha però fatto subito controreplicare il direttore di Qn, Andrea Cangini: " La smentita è comprensibile ed era attesa. Abbiamo a lungo tenuto ferma la notizia per fare tutte le verifiche del caso. Non abbiamo il minimo dubbio sulla sua fondatezza. Ci siamo seriamente interrogati se pubblicarla o meno. Abbiamo ritenuto che quel che a nostro avviso vale per un capo di Stato o di governo valga anche per il Papa: l'enorme responsabilità pubblica di cui queste personalità sono gravate ci porta a credere che il diritto alla riservatezza sia meno importante del diritto dell'opinione pubblica ad essere informata".

 La visita di Jorge Bergoglio sarebbe avvenuta alcuni mesi fa nella clinica San Rossore di Barbaricina, nei pressi di Pisa, dove l'elicottero papale sarebbe stato visto atterrare. Il Pontefice, scrive Qn, è stato visitato dal professore Takanori Fukushima, esperto in tumori al cervello e aneurismi. Il referto finale avrebbe però eliminato ogni dubbio: "Non dovrebbe essere necessario alcun tipo di intervento. Quella macchia - scrive il quotidiano, riportando le parole di un componente dello staff della clinica -, quel piccolo tumore si può curare". Il giornale, accanto alla notizia pubblicata in prima pagina pubblica un editoriale firmato dal direttore Cangini con il titolo: 'Il dovere di scriverlo'. Fukushima è docente di Neurochirurgia al Duke University Medical Center e alla West Virginia University Medical Center.

La notizia di Qn arriva proprio alla vigilia di giorni delicatissimi in Vaticano. Sabato pomeriggio si chiude infatti il Sinodo per la famiglia, dal quale ci si attende importanti decisioni su temi di grande importanza per i fedeli, come la votazione dei Padri sinodali sulla comunione da dare ai divorziati rispostati, e sui quali il confronto nella Chiesa è molto serrato tra i conservatori e i riformisti.
fonte: Abruzzo.tv e la Repubblica 

martedì 20 ottobre 2015

Il Biscazziere. Ven­ti­due­mila nuove licenze per case da gioco e slot machi­nes: Mat­teo Renzi a modo suo è un crea­tivo.

Quin­di­ci­mila nuove agen­zie, set­te­mila cor­ners, punti scom­messa piaz­zati per le strade, e in cam­bio, una tan­tum, il governo incas­serà un miliardo, tra pre­lievi e bandi, che lo aiu­te­ranno a coprire una mano­vra che di coper­ture ne ha pochis­sime.
Gli ope­ra­tori del set­tore pro­te­stano, le oppo­si­zioni pure, un po’ tutte, con l’M5S, per bocca di Di Maio, più rumo­roso di tutti: «Invece di bloc­care slot machi­nes e cen­tri scom­messe, il governo li usa per finan­ziare le sue becere mano­vre elet­to­rali». L’allusione è al taglio della Tasi, che non solo Di Maio ma dav­vero tutti sospet­tano fina­liz­zato più a rim­pin­guare i for­zieri elet­to­rali di Mat­teo Renzi che a sup­por­tare l’esile ripresa.
Però l’invasione di bische non basta certo a finan­ziare una mano­vra che sul fronte coper­ture è tra le più spe­ri­co­late e non è detto che basti. Il testo non è ancora stato tra­smesso al Par­la­mento, e il ritardo di tre giorni potrebbe pre­lu­dere a qual­che sor­presa. Ludo­pa­tia a parte, il grosso della mano­vra, come stre­pita Bru­netta, è in realtà a defi­cit. Dovrebbe essere una di quelle mosse che l’Europa solo a sen­tirne par­lare spara a zero. Invece le voci, infor­mali ma auto­re­voli, in arrivo da Bru­xel­les dicono il con­tra­rio esatto. «C’è un buon clima», fanno fil­trare i guar­diani del rigore. «L’Italia – spie­gano – è più solida che nel 2014, dun­que non dovrebbe esserci rin­vio al mit­tente della manovra».
Qual­che zona d’ombra per la verità c’è. L’Italia chiede di alzare il defi­cit di 0,2 punti, pari a tre miliardi tondi, impu­gnando a giu­sti­fi­ca­zione l’emergenza migranti. L’Europa nic­chia, e alla fine con­ce­derà meno del richie­sto: «Aspet­tiamo di vedere quali saranno dav­vero le spese per i migranti», fanno sapere le solite «voci». L’accordo si tro­verà nel mezzo. L’Europa con­ce­derà un minore aumento del defi­cit, l’Italia si accon­ten­terà e recu­pe­rerà il miliardo e passa man­cante (se tutto va bene) tagliando qua e là la spesa sociale.
Ma l’accordo si tro­verà, e in realtà Renzi e Padoan non sono mai rima­sti col fiato sospeso. La spa­rata in stile Varou­fa­kis del pre­mier era a scopo pura­mente pro­pa­gan­di­stico. Quando ha minac­ciato di ripre­sen­tare la legge iden­tica in caso di rin­vio da parte dell’Europa, Renzi alzava la voce sapendo benis­simo che quel rin­vio, lo stesso che ha col­pito nei giorni scorso la Spa­gna, era in realtà estre­ma­mente impro­ba­bile per non dire impossibile.
Le sicu­rezze del ram­pante pre­mier e del suo mini­stro dell’Economia non pote­vano essere basate sulla strut­tura della legge, che anzi in sé sarebbe quanto mai espo­sta agli strali dei rigo­ri­sti. Erano piut­to­sto dovute all’accordo poli­tico stretto da Mat­teo Renzi prima di tutti con Angela Merkel.
L’Italia ha fatto il suo com­pito a casa: una riforma isti­tu­zio­nale det­tata dall’Europa in nome della neces­sità di limi­tare gli spazi di demo­cra­zia par­la­men­tare a favore di un raf­for­za­mento secco dell’esecutivo. È il segreto di Pul­ci­nella. In Par­la­mento, nei giorni dell’approvazione a marce for­zate della riforma, tutti sape­vano per­fet­ta­mente che la fretta di palazzo Chigi era appunto dovuta alla neces­sità di por­tare a casa lo scalpo del Senato in tempo per otte­nere in cam­bio il sema­foro verde sulla mano­vra in defi­cit. Oltre­tutto, per il fio­ren­tino è il momento di incas­sare anche la pre­benda per il pre­zioso aiuto pre­stato a Frau Angela e allo stato mag­giore dell’Unione euro­pea al momento di stri­to­lare Tsi­pras e il suo referendum.
Dun­que l’Europa userà un occhio di riguardo, e Padoan com­pren­si­bil­mente tri­pu­dia: «Abbiamo qua­drato di nuovo il cer­chio. Dimi­nuiamo il debito, ridu­ciamo il defi­cit e allo stesso tempo for­niamo soste­gno espan­sivo alle fami­glie. Resti­tui­remo ai Comuni gli introiti della Tasi e pro­se­gui­remo con i tagli ai mini­steri». I quali per la verità, come tutta la Spen­ding Review, per ora non hanno pro­dotto i risul­tati spe­rati. Ma sono par­ti­co­lari che non tur­bano il gau­dio di palazzo Chigi.
Più fasti­diose alcune voci cri­ti­che che par­tono da vicino. Da Raf­faele Can­tone, per esem­pio, che boc­cia senza appello l’aumento del tetto del con­tante a tre­mila euro. O dalla solita mino­ranza Pd, che insi­ste nel denu­ciare un taglio della tassa sulla casa ini­quo, che avvan­tag­gerà soprat­tutto i già avvan­tag­giati. «Basta con le cari­ca­ture, il con­fronto è sul merito», sbotta Cuperlo, e segui­ranno di certo ade­guati emen­da­menti dell’opposizione interna. «Mi auguro che non saranno ascol­tate le richie­ste di arre­tra­mento della mino­ranza Pd», mette le mani avanti Sac­coni, ex mini­stro con Ber­lu­sconi e ora pre­si­dente della com­mis­sione Lavoro della Camera.
Sarà anche vero che il taglio delle tasse non è né di destra né di sini­stra, come afferma Renzi. Però se la mano­vra piace tanto a uno come Sac­coni qual­che sirena d’allarme dovrebbe suo­nare. A distesa.
ilmanifesto.info

Diritto di parola sotto processo... In que­sta vicenda ha bril­lato per assenza e silen­zio gran parte degli intel­let­tuali e della cul­tura giu­ri­dica italiana

Erri De Luca è stato assolto. La sen­tenza del Tri­bu­nale di Torino non lascia adito a dubbi: affer­mare che «la Tav va sabo­tata» non è un reato ma un’opinione, affi­data al dibat­tito poli­tico e non alle cure di giu­dici e pri­gioni. Qual­che tempo fa sarebbe stata una «non noti­zia», quasi un’ovvietà (e senza biso­gno di sco­mo­dare Voltaire).
Non così oggi. Almeno a Torino, dove un giu­dice per le inda­gini pre­li­mi­nari ha dispo­sto, per quella affer­ma­zione, un giu­di­zio e due pub­blici mini­steri hanno soste­nuto l’accusa e chie­sto la condanna.
Dun­que l’assoluzione e il punto di diritto affer­mato dal giu­dice rap­pre­sen­tano una buona noti­zia. Per una plu­ra­lità di motivi.
Primo. Ci fu un tempo in cui con­te­sta­zioni sif­fatte erano all’ordine del giorno ed erano rite­nuti reati il canto dell’«Internazionale» o di «Ban­diera rossa» (forse per il ver­setto «avanti popolo tuona il can­none rivo­lu­zione vogliamo far»…) o il grido «abbasso la bor­ghe­sia, viva il socia­li­smo!». Erano gli anni dello stato libe­rale e, poi, del fasci­smo quando si rite­neva che «la libertà non è un diritto, ma un dovere del cit­ta­dino» e, ancora, che «la libertà è quella di lavo­rare, quella di pos­se­dere, quella di ono­rare pub­bli­ca­mente Dio e le isti­tu­zioni, quella di avere la coscienza di se stesso e del pro­prio destino, quella di sen­tirsi un popolo forte».
Poi è venuta la Costi­tu­zione il cui arti­colo 21 pre­vede che «tutti hanno il diritto di mani­fe­stare libe­ra­mente il pro­prio pen­siero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».
Inu­tile sot­to­li­neare il senso della norma che è quello di tute­lare l’anticonformismo e le sue mani­fe­sta­zioni poco o punto accette alle forze domi­nanti per­ché, come è stato scritto, «la libertà delle mag­gio­ranze al potere non ha mai avuto biso­gno di pro­te­zioni con­tro il potere» e, ancora, «la pro­te­zione del pen­siero con­tro il potere, ieri come oggi, serve a ren­dere libero l’eretico, l’anticonformista, il radi­cale mino­ri­ta­rio: tutti coloro che, quando la mag­gio­ranza era libe­ris­sima di pre­gare Iddio o osan­nare il Re, anda­vano sul rogo o in pri­gione tra l’indifferenza o il com­pia­ci­mento dei più».
In ter­mini ancora più espli­citi, le idee si con­fron­tano e, se del caso, si com­bat­tono con altre idee, non con l’obbligo del silen­zio. Troppo spesso lo si dimen­tica e, dun­que, un «ripasso» era quanto mai opportuno.
Secondo. La con­te­sta­zione mossa ad Erri De Luca non riguar­dava solo la libertà di espres­sione del pen­siero in astratto. Essa riguar­dava l’esercizio di quella libertà oggi in Val Susa e con rife­ri­mento al Tav.
Nel nostro Paese in que­sti anni sono, infatti, avve­nute cose assai strane. Nes­suno ha mai sot­to­po­sto a giu­di­zio – a mio avviso, con ragione – gli autori di «isti­ga­zioni» assai più gravi e impe­gna­tive come quelle, pra­ti­cate da mini­stri della Repub­blica e capi del Governo, dirette a sov­ver­tire l’unità nazio­nale o a eva­dere le tasse. Ma, in Val Susa, Erri De Luca non è rima­sto iso­lato: alcuni respon­sa­bili di asso­cia­zioni ambien­ta­li­ste sono stati inda­gati per «pro­cu­rato allarme» in rela­zione alla pre­sen­ta­zione di un documento-denuncia con­cer­nente i rischi in atto al can­tiere della Mad­da­lena a causa di una frana, l’uso della espres­sione «libera Repub­blica della Mad­da­lena» è stato con­si­de­rato un sin­tomo di atti­vità sov­ver­siva, la distri­bu­zione di volan­tini con­tro il Tav (senza com­mis­sione di reati) è stata rite­nuta un indice di poten­ziale irre­go­la­rità di con­dotta (sic!) di alcuni stu­denti mino­renni e via seguitando.
Affer­mare la liceità penale delle affer­ma­zioni di De Luca non può non inci­dere anche su que­ste situazioni.
Terzo. Alcuni decenni orsono ci fu, in alcuni set­tori della magi­stra­tura, un’attenzione signi­fi­ca­tiva ai temi della libertà di mani­fe­sta­zione del pen­siero. Sul finire degli anni Ses­santa e nei primi anni Set­tanta, in par­ti­co­lare, Magi­stra­tura demo­cra­tica ingag­giò una dura bat­ta­glia cul­tu­rale sul punto stig­ma­tiz­zando, tra l’altro, «prov­ve­di­menti che hanno creato un clima di inti­mi­da­zione par­ti­co­lar­mente pesante verso deter­mi­nati set­tori poli­tici» ed espri­mendo «pro­fonda pre­oc­cu­pa­zione rispetto a quello che non può appa­rire che come un dise­gno siste­ma­tico ope­rante con vari stru­menti e a vari livelli, teso a impe­dire a taluni la libertà di opi­nione, e come grave sin­tomo di arre­tra­mento della società civile» (ordine del giorno Tolin, dicem­bre 1969) e ten­tando anche, pur senza suc­cesso, di pro­muo­vere un refe­ren­dum abro­ga­tivo dei reati di opi­nione (tra cui quell’articolo 414 del codice penale con­te­stato a De Luca).
Oggi ciò sem­bra un lon­tano ricordo. Chissà che la sen­tenza del Tri­bu­nale di Torino non sti­moli una nuova sta­gione di sen­si­bi­lità al riguardo.
Quarto. In que­sta vicenda ha bril­lato per assenza e silen­zio gran parte degli intel­let­tuali e della cul­tura giu­ri­dica italiana.
Non è un caso che anche l’appello dif­fuso alla vigi­lia del pro­cesso da scrit­tori e da uomini e donne dello spet­ta­colo rechi, per quat­tro quinti, sot­to­scri­zioni fran­cesi… Non è la prima volta in que­sta epoca di pen­siero unico.
Per carità, nes­suno pre­tende nuovi Paso­lini o Scia­scia e del resto, come avrebbe detto Man­zoni, «il corag­gio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare». Ma un po’ di dignità non gua­ste­rebbe. Anche que­sto ci ricorda la sen­tenza torinese.
manifesto.info

sabato 17 ottobre 2015

“Premio Italia Diritti Umani 2015” Free Lance International Press

Comunicato Stampa.
Roma 15-10-2015

 “Premio Italia Diritti Umani 2015”

Gran festa  ieri a Roma , l’arte ha voluto rendere omaggio a coloro che  si prodigano  per il bene del prossimo.  Organizzato  dalla Free Lance International  Press, associazione di giornalisti freelance a carattere internazionale, con  la collaborazione di Amnesty International Italia, Cittanet e lo studio Scopelliti-Ugolini , si è svolto  presso l’aula magna della facoltà di teologia  valdese il “Premio Italia Diritti Umani 2015” per  commemorare la tragica scomparsa dell’ ex Vice-presidente dell’associazione Antonio Russo, ucciso nel 2000’ mentre indagava sulla tragedia cecena.  Di grandissimo spessore le persone premiate: Riccardo Rossi, Silvia Cutrera e Massimo de Angelis. Una menzione speciale per i diritti umani è andata alla poetessa Anna Manna.
 Prima della premiazione  ci sono stati gli interventi  di Yilmaz Orkan - Membro Congresso Nazionale Kurdistan KNK (il problema curdo in Siria e in Turchia), Antimo della Valle - Giornalista e saggista, direttore di Editorpress (L'informazione che cambia  nell’epoca dei digital media), Vittorio Badalone – col. cap. uff. operazioni di addestramento Isp. Naz. corpo militare della CRI  (Gli interventi umanitari del corpo militare della CRI), Riccardo Noury -  Portavoce di Amnesty International sezione Italia (La crisi dei rifugiati e l'egoismo dell'Europa), Antonio Cilli: Cittanet founder (Il nuovo ruolo del giornalismo locale), Roberto Zaccaria -  Presidente del Cir – Consiglio Italiano per i Rifugiati (Il ruolo dei media nel comunicare le migrazioni), Andrea D’Emilio ed Erica Greco (Antonio Russo a “Rivoluzioniamo Rancitelli”: il suo ritratto nel ghetto della Rivoluzione, a Pescara.)
Queste le motivazioni dei tre premi:
Riccardo Rossi
Si conferisce il premio Italia diritti umani 2015
A RICCARDO ROSSI.
Riccardo Rossi, il giornalista chiamato il “mastino napoletano”, addetto stampa di politici noti, frequentava deputati e personaggi illustri e scriveva per loro ciò che loro pretendevano che venisse scritto andando anche contro la verità contingente.
La scoperta di avere un fratello soggiogato alla droga, esasperato dalle pressioni di linee editoriali legate a giri di malaffare ed il ricordo di un bambino di strada  incontrato in Romania,  lo convinsero a dedicarsi totalmente agli altri, ai diritti umani innanzitutto.

Riccardo Rossi ha scelto di vivere presso la Casa Famiglia “Oasi della Divina Provvidenza” a Pedara (CT), antico borgo alle falde dell’Etna, in Sicilia.

Oggi Riccardo aiuta i disabili e i malati terminali. Scrive notizie e articoli ma solo quelle belle, positive, quelle notizie che ad ascoltarle danno gioia e felicità oltre ad infondere tranquillità profonda. “La Gioia” è un giornale di buone notizie che vuole ispirare gesti solidali. Nasce come braccio operativo dell’Associazione “La Gioia onlus” che vuole, tramite la comunicazione, ispirare percorsi di carità.”



A Silvia Cutrera
“Si conferisce il premio Italia diritti umani 2015
 a  Silvia Cutrera, Presidente dal 2006 dell'Associazione di persone con disabilità, Agenzia per la Vita Indipendente onlus   di Roma, per il suo impegno caparbio, assiduo e coraggioso per l'affermazione e la tutela dei diritti delle persone con disabilità,  sempre sostenuto da raffinata sensibilità e da lucida intelligenza.

L'associazione  Agenzia per la Vita Indipendente Onlus  costituitasi nel settembre 2002, promuove e sostiene la realizzazione di programmi personali di assistenza autogestita di persone con disabilità, organizza eventi in occasione dei quali viene sensibilizzata l'opinione pubblica in relazione al tema della Vita indipendente e dell'inclusione sociale, presenta proposte per la realizzazione di servizi di affiancamento delle persone con disabilità, promuove iniziative culturali per lo sviluppo della conoscenza dell' Aktion T4  rispetto agli eventi di segregazione e sterminio nei confronti delle persone disabili durante il nazismo, organizza eventi e premi per la promozione culturale della visione positiva della persona con disabilità.

Attualmente offre servizi a circa 500 associati, a cui è stato possibile garantire una migliore accoglienza, ascolto e affiancamento.

In questi anni l'associazione è diventata un punto di riferimento per le persone con disabilità che scelgono la forma di assistenza indiretta, anche per il continuo dialogo che l'associazione ha instaurato con molti municipi, offrendo anche servizi a persone provenienti da altri comuni.

L'Agenzia per la Vita Indipendente Onlus provvede direttamente a realizzare i progetti, privilegiando l'impiego volontario (e in prospettiva lavorativo) di persone con disabilità, caratterizzando la sua attività come servizi offerti da persone disabili in favore di persone disabili, al fine di promuovere il loro impegno attivo , in quanto soggetti attivi e non solo fruitori dei servizi. “


Massimo  de Angelis

“Dopo aver lavorato per quasi 20 anni nella carta stampata, occupandosi tra l’altro di scuola, ambiente e anni di piombo, Massimo de Angelis ha ricoperto per altri 20 anni l’incarico di inviato speciale in Rai, quasi esclusivamente al Tg1.

Oltre ai più gravi fatti di terrorismo e di mafia e a eventi tragici (terremoti, DC9 di Ustica, tsunami), ha testimoniato dal campo i principali conflitti internazionali degli ultimi anni: Somalia, Bosnia, Albania, Sierra Leone, Kossovo, Libano, Sud Sudan, Afghanistan.

Sul tema dei diritti dell’infanzia ha realizzato inchieste e “speciali” sullo sfruttamento dei bambini in India, in Congo e in Guatemala.

Da freelance ha realizzato per conto di organizzazioni di volontariato documenti filmati su numerosi temi tra cui i bambini in carcere, la maternità minorile e la sclerosi multipla. Ha inoltre collaborato con Cesvi, Save the Children, Coopi realizzando fra l’altro reportage filmati in Uganda, Tagikistan, Haiti e Niger.

Dal 2013, Massimo de Angelis ha messo la sua professionalità ed esperienza a disposizione di Amnesty International, realizzando con estrema sensibilità e competenza in materia di diritti umani due documenti filmati, rispettivamente sulla violenza contro le donne e sul 40° anniversario di Amnesty International Italia.

Questi documenti filmati, trasmessi dalla Rai, hanno dato un grande contributo alla conoscenza di Amnesty International che, per questo, è fortemente riconoscente a Massimo de Angelis e ha deciso di ringraziarlo attraverso questo premio della Free Lance International Press per i diritti umani del 2015.”

Per la poetessa Anna  Manna di seguito la motivazione della menzione speciale:
”La poesia di Anna Manna è un essere dentro il mondo, ma insieme è creare un altro mondo dove amore e comprensione trovano compimento.  Poetessa e scrittrice dai molti riconoscimenti nazionali ed internazionali,  è  qui premiata soprattutto per le sue liriche che ritraggono il dramma dei migranti e della loro disperata fuga verso un futuro migliore troppo spesso perito in mare.
La poesia che è particolarmente menzionata invoca nella Vergine una icona quasi archetipica di protezione e misericordia, un femminile universale cui tutti, cattolici e non , possono guardare nella speranza di costruire un avvenire a dimensione più umana.
O è forse la poesia di Anna che esorcizza il male e ci aiuta a riscoprire, pur tra le tragedie, una luce in fondo al tunnel?
Per le sue liriche e per l’importante azione in favore della poesia come promozione umana e civile, si conferisce ad Anna Manna la Menzione speciale del Premio Italia Diritti Umani 2015.”
Hanno consegnato i premi:
l’attrice Chiara Pavoni, di origini marchigiane,  da anni impegnata nel sociale,  la quale ha  lavorato con i maggiori registi del mondo dello spettacolo e della performance. Da oltre un anno è in scena con un monologo contro la violenza sulle donne “Tragicamente rosso”, scritto da Michela Zanarella.  Suo è stato l’applauditissimo monologo al Premio Italia Diritti Umani 2005: "Il mio nome è freelance", scritto sempre  da Michela Zanarella e  diretto da Giuseppe Lorin.
La scultrice Alba Gonzales. E’ conosciuta come la sintesi dell'eredità michelangiolesca commista all’eredità araba, normanna, etrusca e celtica. Le sue opere scultoree racchiudono il concetto di archetipo femminile, ovvero l’eterno femminino riferito al Rinascimento perché è anche con lo scalpello e la fusione del bronzo che si scrive la storia dell’umanità.
A Fregene, ha fondato nel suo spazio, il Museo di scultura all'aperto “Pianeta Azzurro”, con il Centro Internazionale di Scultura Contemporanea. In occasione dell’evento “L’Isola del Cinema”, alcune sue opere in bronzo sono state esposte sulla riva destra del Tevere.

Vittorio Pavoncello, romano, regista, drammaturgo, artista nelle arti visive, fondatore del teatro ebraico Kavvana e dell'ArteEcò (arte ed ecologia) è regista, autore, poeta e attore. È un uomo di cultura. Sue opere sono esposte nei maggiori musei del mondo. Tra queste si ricordano "La lampada della Pace", scultura per il Santuario Francescano di Greccio (Rieti) per l'Appello di Pace al mondo UNICEF, e "Le città invisibili" in omaggio a Italo Calvino. È l’ideatore dell’illuminazione dell’Anfiteatro Flavio, il Colosseo, per i Diritti Umani al Senato di Roma ha presentato “La mia storia ti appartiene, persone con disabilità si raccontano”.

Sono state donate opere degli artisti:
Federico Gismondi: scultore, pittore, incisore, medaglista, poeta, scrittore, operatore culturale, nasce a Ridotti, Balsorano (Aq.) nel 1936, vive abitualmente ad Alatri (Fr).
Le sue opere sono collocate in collezioni e importanti musei regionali, nazionale ed esteri, tra cui: Citta del Vaticano. Museo di Arte Moderna di Citta del Messico- Museo di Arte Moderna di Baghdad - Museo di Arte Contemporanea Italiana di Durazzo - Gabinetto delle Stampe di Reggio Emilia- "Stauros"Museo lnternazionale di Arte Sacra,IsoIa del Gran Sasso(TE)- "Controguerra"Museo lnternazionale Mai|Art della Citta di L'Aquila- Fondazione U.Mastroianni di Arpino- Museo del Presepe degli Artisti Contemporanei di L'Aquila - "Un Arcobaleno di Angeli" MailArt lnternazionale, S.Giuliano di Pug|ia (CB) - Fondazione E.Mattei, Civitella Roveto (Aq.) - Collezione Giorgio Mondadori, Milano - Collezione Ada Zunino, Milano.
Tina San: nasce nel 1936 a Ridotti di Balsorano(Aq.), un borgo alle soglie del Parco Nazionale d'Abruzzo, da modestissima famiglia di contadini—pastori, sesta di undici figli. Abitualmente vive a Tecchiena di Alatri (Fr).
Le sue opere sono presenti in molti musei tra cui: Collection de l'Art Brut , Losanna(Svizzera) - Museo degli Artisti Naifs ltaliani di Luzzara, Luzzara (RE) - Collection Susi Brunner, Zurigo(Svizzera) - Museo Pagani, Castellanza (VS) - Collezione Sonia Zenteno, Città del Messico (Messico) - Collezione Horvaj, Zagabria(Jugoslavia) - Museo dei Naifs, Città di Lauro (BN) - Museo Civico di Arte Moderna, Turania (RT) - Un Arcobaleno di Angell- Museo MailArt, S.Giuliano di Puglia (CB) - Controguerra Museo Inter. MailArt, L'Aquila - Museo di Arte Contemporanea Italiana, Durazzo(Albania) - Museo Charlot-Naifs Internazionali, Schob Boningheim(Germania) - Fondazione Umberto Mastroianni, Arpino (FR); ec... Museo Internazionale della Donna, Scontrone,(AQ).
Patrizia Borrelli: dopo la laurea  (medicina ), mantiene costantemente rapporti con l’Accademia d’Arte di Roma  di via Ripetta  (scuola libera di nudo) , curata dal Pittore Turcato e successivamente con la Libera Accademia di Belle Arti di Roma , University of Fine Art, Direttore Fabio Mongelli frequentando corsi di pittura ( Lino Tardia) e scultura.
Patrizia Borrelli  artista romana con un’attività già quarantennale alle spalle, espone presso il Museo Venanzo Crocetti  a Roma dal 30 settembre al 14 ottobre,  una scelta di lavori creati tra il 2008 ed il 2015 raccolti con il titolo: Tracce nel vuoto, nel pieno, nel colore.
 La sua cultura formativa giunge ad  un personale espressionismo reale ed onirico “che stringe la relazione fra intuizione formale ed un lirismo di stampo minimale” ( Vittorio Sgarbi).
 La produzione plastica  (scultura) rompe i limiti del modellato tridimensionale avvicinandosi , in una serie prodotta  in anni recenti , verso l’astrazione:  con il filo di ferro  circoscrive e descrive lo spazio. 
Dell’autrice hanno scritto: Vittorio Sgarbi, Ennio Calabria,Paolo Levi, Alfio Mongelli