venerdì 20 novembre 2015

Manifestazione da convidere, i musulmani d’Italia vanno sostenuti

È apparso subito evidente, all’indomani della strage di Parigi, che si è di fronte a una minaccia mortale per le società europee, ma anche per il mondo arabo e musulmano. E bene hanno fatto le comunità islamiche italiane che hanno deciso di scendere in piazza in solidarietà con le vittime e contro il terrorismo di Daesh il pomeriggio di sabato 21 novembre a Roma (alle ore 15 in piazza Santi Apostoli).
Spetta, infatti, soprattutto ai musulmani riconoscere, isolare e denunciare qualsiasi forma di estremismo fondamentalista, pronto a dotarsi di armi micidiali.
E spetta a noi ora, cittadini italiani, associazioni laiche e religiose, donne e uomini di buona volontà, il compito non lieve e non facile di accogliere con serietà quest’invito per affermare i valori condivisi delle società democratiche.
Dunque, le musulmane e i musulmani d’Italia, in un simile momento storico sono nostri preziosi alleati, in una sfida contro il terrorismo che vinceremo se e solo se saremo capaci di rimanere uniti intorno al valore della intangibilità della vita umana. E se, e solo se, saremo mossi dalla netta condanna di qualsiasi forma di fondamentalismo.
Per questo i musulmani d’Italia e d’Europa vanno sostenuti e tutelati nei confronti di chi li associa a un Islam ridotto alla sua dimensione aggressiva e autoritaria e alla sua faccia intollerante e feroce. E con ciò si dimentica che la guerra in corso è, in primo luogo, una lotta all’ultimo sangue per l’egemonia all’interno del mondo musulmano, perfino al di là del conflitto tra sciiti e sunniti.
Come ha scritto Amos Oz, questa «prima che essere una guerra contro l’Europa e l’Occidente, è una guerra interna all’Islam, per il suo cuore. È un conflitto sul significato e l’identità dei musulmani». Se non si capisce questo, è inevitabile che le opinioni pubbliche occidentali — smarrite e insicure — creino nuovi mostri e coltivino nuovi incubi.
Si finisce così col guardare — cedendo a una equazione perversa — i flussi di profughi che arrivano sulle nostre coste come potenziali seminatori di terrore. E, invece, la gran parte di quanti giungono in Europa fugge da guerre e persecuzioni.
Fugge, quindi, da quello stesso terrore che ha colpito Parigi e da anni colpisce paesi come la Nigeria, la Siria, l’Iraq, il Mali e l’Afghanistan.
A loro dovremmo dare la possibilità di arrivare nel nostro continente con viaggi legali e sicuri. Ma mese dopo mese le nostre risposte si rivelano sempre più povere e inadeguate: il programma di ricollocamento stenta a partire, le barriere si moltiplicano e, nelle ore successive alla strage di Parigi, alcuni Stati hanno fatto marcia indietro sugli impegni presi per la gestione della crisi umanitaria in atto.
Garantire il diritto d’asilo e consentire ai profughi di essere accolti con dignità e inclusi nelle nostre società è un altro passo indispensabile nella difesa dei valori fondamentali in cui ci riconosciamo.
Lo si è visto in questi anni: quanto più escludiamo e segreghiamo e quanti più ghetti creiamo, tanta più miseria e tensione sociale finiamo col produrre.
Manca, all’Unione europea, un programma comune per l’immigrazione e per l’asilo; e, più in generale, manca una strategia condivisa in politica estera e di difesa. La necessità di pensare e attuare l’unità politica degli Stati membri, nonostante venga ribadita in tutte le sedi, passa obbligatoriamente attraverso una serie di scelte che gli stessi Stati dovrebbero fare. E anche in fretta.
L’incombenza della minaccia terroristica non fa altro che evidenziare fratture e contrapposizioni, le quali potrebbero rivelarsi fatali per l’obiettivo di un’Europa unita.
ilmanifesto.info

#ChiedoAsilo. «Mille asili in mille giorni» disse un tempo Renzi. Ma oggi nella legge di stabilità non c’è un euro

C’era una volta la promessa di Renzi sui «mille asili in mille giorni». Di giorni dal suo insediamento ne sono passati quasi 700, ma di nuovi asili non c’è alcuna traccia. Oggi novecentomila bambini tra i sei mesi e i due anni cercano asilo. E la legge di Stabilità non stanzia un euro per finanziare il disegno di legge Puglisi (Pd), inglobato nella cosiddetta «Buona scuola», che renderà i nidi e le scuole dell’infanzia un diritto universale e non più un servizio a domanda individuale. In compenso, alle scuole paritarie arriveranno altri 25 milioni di euro, portando così quasi a livello dello scorso anno (497 milioni totali rispetto su 500) il fondo riservato.
Lo prevede un emendamento alla legge di Stabilità che sarà approvata oggi in prima lettura dal Senato. Mentre il governo si appresta a sforare il Fiscal Compact sulle spese militari, finanzia le scuole private e quelle cattoliche, ma non gli asili o per il diritto allo studio degli universitari a cui ha destinato risorse irrisorie.
Un mondo precario
Questa è la fotografia dell’istruzione pubblica scattata dalla Funzione pubblica della Cgil (Fp) nella giornata mondiale dei diritti dell’infanzia prevista oggi. In questa occasione Fp-Cgil ha promosso una campagna sugli asili nido lanciando l’hashtag #ChiedoAsilo. Il sindacato ha elaborato una ricerca, condotta sui dati Istat sull’offerta comunale degli asili nido e altri servizi socio-educativi. Il sistema noto nel mondo per le sue eccellenze mostra un’altra faccia: precariato delle maestre, scarsa offerta pubblicata generata dai tagli, privati che alzano tariffe per famiglie alle prese con la crisi e redditi bassi. Questa è l’altra faccia dell’eccellenza italiana: un immenso bacino di bambini esclusi dal «diritto di asilo» e condannati a restarlo a lungo.
La mappa nazionale dei servizi presenta enormi sperequazioni regionali. Se, infatti, la copertura dei servizi per l’infanzia è al 24,8% in Emilia Romagna, in Campania è al 2%. La media nazionale sull’offerta di asilo nido e di micro nidi pubblici e privati per la prima infanzia oggi copre una fascia di bambini da zero a due anni pari al 17,9% (17,9 posti ogni 100 bambini): 289.851 bambine e bambini. Una percentuale lontanissima dalla media dei paesi scandinavi, quasi il 50%, e dalla (passata) strategia di Lisbona che prevedeva una copertura pari al 33% entro il 2010.
Per raggiungere lo standard europeo l’Italia dovrebbe creare 1700 nidi e scuole dell’infanzia in più, garantendo il diritto all’asilo a 100 mila bambini. In questo modo 33 bambini su 100 – la percentuale prevista – potrebbero accedere al servizio. Per rendere possibile questo sforzo, ha calcolato Fp Cgil, bisogna assumere 20 mila lavoratori.
Prospettiva impossibile finché resterà in vigore uno dei comandamenti dell’austerità: il blocco del turn-over (al 25%) e delle assunzioni nella pubblica amministrazione. Un muro che implementa il precariato in cui lavorano le maestre e gli insegnanti in Italia.
Se gli adulti sembrano equilibristi alla ricerca di una continuità di lavoro e della qualità del servizio, il mondo del precariato visto dai bambini è un arcano esercizio ragionieristico. La stima dei 900 mila «senza asilo» è ottenuta dal totale delle nascite avvenute dal 2010 fino ai primi due mesi del 2012. Nel 2010 sono nati 561.944 bambini, nel 2011 546.585. Nei primi due mesi del 2012 89.587. Il totale è di 1 milioni e 198.116 bambini ai quali vanno sottratti i 289.851 che sono riusciti a trovare un posto al nido. I “senza asilo” sono 908.535. Per loro non si prevede, a breve, un posto nelle strutture pubbliche. A meno che le rispettive famiglie non facciano uno sforzo, pagando.
Fatti, non annunci
È interessante anche l’analisi della Fp Cgil sui 289 mila bambini che hanno trovato un posto al nido. 146.647 sono iscritti agli asili comunali, 45 mila a quelli gestiti da terzi, 29 mila sono in asili nido privati con riserva di posti, mentre 13 mila bambine e bambini usufruiscono dei contributi erogati (compresi i voucher) alle famiglie per la frequenza degli asili. A questi vanno aggiunti ben 96 mila bambini che hanno trovato un posto nelle strutture private, a carico delle famiglie. Questi 289 mila bambini si trovano in 3.656 strutture pubbliche e 5.214 private, per un totale di 8.870. A questa cifra, sostiene il sindacato, si dovrebbero aggiungere le 7 mila strutture e i 20 mila posti in più. Per permettere al sistema di recuperare in equità a tutti i livelli e per tutte le età.
«Servono fatti, non annunci – sostiene Federico Bozzanca, segretario Fp Cgil – a partire da un finanziamento nella legge di Stabilità. I dati della ricerca dimostrano l’impatto del blocco del turn-over, l’allungamento dell’età pensionabile e dei tagli agli enti locali sulla vita dei bambini, delle famiglie e dei lavoratori. Il blocco e i tagli rischiano di metterei n crisi un servizio che è sempre stato un fiore all’occhiello a livello internazionale».
ilmanifesto.info

I jihadisti globetrotter e le falle dei servizi di intelligence

«Soltanto il 16 novembre, i servizi di un paese extraeuropeo ci hanno segnalato la presenza di Abdelhamid Abaaoud, che ci risulta protagonista di almeno quattro degli ultimi sei attentati sventati in Francia», ha detto il ministro dell’Interno francese, Bernard Cazeneuve. Si tratta di una frase che consente di riflettere su alcuni elementi: in primo luogo su Abbaoud, considerato la mente dietro gli attentati di Parigi, una sorta di globetrotter del jihadismo, dichiarato morto dopo l’assalto alla palazzina di Saint Denis. Si tratta di un personaggio controverso, uno che raccontava di muoversi con facilità tra le frontiere europee al magazine Dabiq, che avrebbe portato pure il fratello tredicenne in Siria.
Un profilo bizzarro, cui evidentemente tante delle sue avventure sono state concesse da compiacenze a livello di servizi di sicurezza, quando — forse — personaggi invasati con una buona rete di contatti come quella di Abaaoud convenivano all’Isis e non solo. Cazeneuve, ci dice anche che Abaaoud era conosciuto dalle polizie europee da tempo, così come il suo gruppetto (definito «la cellula di Verviers»). E che questa cellula sarebbe stata sgominata nel gennaio 2015.
E proprio ieri a conferma della necessità di uno sforzo dei servizi di intelligence, gli stati Ue si sono impegnati a condividere maggiormente le informazioni dei propri uffici chiedendo «alle autorità nazionali di inserire i dati di tutti i sospetti foreign fighters in Sis II», lo Schengen Information System, e di «definire un approccio comune nell’uso dei dati». Quanto sostenuto dal ministro francese, poi, ci dice che probabilmente Abaaoud era conosciuto anche dai servizi di qualche paese extraeuropeo che dunque aveva avuto modo di «attenzionare» il soggetto anche durante le sue peregrinazioni extra Francia e Belgio.
Ci dice poi che nei movimenti di questi reclutatori, c’è lo zampino proprio dei servizi di sicurezza, cui conveniva, nel momento del supporto dei ribelli moderati anti Assad, qualcuno in grado di tirare dentro persone con l’obiettivo di dare del filo da torcere all’esercito siriano, ad esempio. Ma come tutte le creature che finiscono per prendere spazio e infine autonomia (vedi il discorso di Hillary Clinton proprio sull’Isis), cambiati gli assetti internazionali con l’ingresso prepotente della Russia sul fronte militare, anche i reclutatori di foreign fighters hanno finito per cambiare atteggiamento, focalizzandosi su altri obiettivi, rivolgendosi ad azioni in Occidente. Non solo, perché la frase del ministro dell’interno francese ci racconta anche come le probabili misure di allargamento delle funzioni dell’intelligence (come avvenuto già in Italia in questi giorni) e di aumento dei controlli delle nostre comunicazioni e la possibilità di criptare i nostri messaggi qualora lo volessimo (un po’ come facevamo e facciamo con le lettere che racchiudiamo dentro una busta anche se non abbiamo nulla da nascondere) non saranno la soluzione che consentirà di «sconfiggere l’Isis», perché — innanzitutto — è stato dimostrato che queste persone dialogano tra loro in chiaro, perfino con il telefono cellulare.
Come ha dimostrato The Intercept, inoltre, quasi tutti i protagonisti degli ultimi attentati di cui abbiamo notizia, sono persone ampiamente conosciute dai servizi di intelligence, spesso a causa di denunce partite proprio da esponenti delle comunità islamiche di riferimento (a smentire chi parla di ambienti musulmani, in termini generali, caratterizzati dall’omertà).
Il caso della «mente degli attentati di parigi» è esemplificativo: Abaaoud, aka Abou Omar Al-Baljiki, avrebbe a che fare con molti attentati in Francia e Belgio. Il 28enne belga è entrato nell’inchiesta sull’attentato al museo ebraico di Bruxelles per i contatti avuti con l’autore, Mehdi Nemmouche. Il 19 aprile, il nome di Abaaoud appare in relazione a un tentato attacco contro una chiesa di Villejuif. Il padre, Omar Abaaoud, senza notizie sui suoi figli, aveva avvisato le autorità e si era costituito parte civile contro di lui.
Poi era arrivata la notizia della sua morte in Siria, poi era apparso in un video alla guida di un’auto che trascina corpi mutilati. E per quanto riguarda Parigi, secondo il quotidiano belga la Derniere Heure, Salah Abdeslam, il terrorista in fuga dopo gli attentati di Parigi e dichiarato anch’egli morto nella serata di ieri, fratello del kamikaze che si è fatto saltare in aria al Comptoire Voltaire, sarebbe stato in contatto proprio con Abaaoud. Tutti avrebbero trascorso l’infanzia a Molenbeek, nella periferia di Bruxelles. Abdelhamid e Salah sarebbero stati anche insieme in carcere in Belgio nel 2010 dopo una rapina.
ilmanifesto.info

martedì 17 novembre 2015

Legge Stabilità: canone Rai in bolletta in 10 rate. Dall'Imu alla Tasi, ecco le novità in arrivo sul fronte della casa

Il testo della commissione Bilancio del Senato sulla Legge di Stabilità arriverà giovedì in Aula in modo che il via libera possa arrivare entro sabato. Lo si apprende da fonti parlamentari, al termine della capigruppo di Palazzo Madama.

Canone Rai in bolletta da pagare "in 10 rate mensili, addebitate sulle fatture emesse dall'impresa elettrica aventi scadenza del pagamento immediatamente successiva alla scadenza delle rate". Lo prevede un emendamento delle relatrici alla legge di Stabilità che sarà presentato a breve in commissione Bilancio al Senato.

"Le rate - si legge nell'emendamento delle relatrici depositato in commissione Bilancio al Senato - s'intendono scadute il primo giorno di ciascuno dei mesi da gennaio ad ottobre L'importo delle rate è oggetto di distinta indicazione nel contesto della fattura emessa dall'impresa elettrica e non è imponibile ai fini fiscali. Le imprese elettriche possono effettuare il versamento entro il giorno 20 del mese successivo a quello di incasso e comunque l'intero canone deve essere riscosso e riversato entro il 20 dicembre". "In sede di prima applicazione - prosegue il testo - avuto riguardo ai tempi tecnici necessari all'adeguamento dei sistemi di fatturazione, le rate scadute all'atto dell'entrata in vigore della presente legge sono cumulativamente addebitate nella prima fattura successiva al primo luglio 2016".
Si entra nel vivo delle votazioni sulla legge di Stabilità in commissione Bilancio al Senato.

Ok sconto case in comodato a figli - Il primo via libera 'di peso' è quello all'emendamento delle relatrici che elimina le tasse sulla casa anche per chi la dà in comodato d'uso ai figli, se ne possiede soltanto una.
 Per avere lo sconto il proprietario deve possedere quella unica casa e averla usata come abitazione principale nel 2015.

Giù Imu per affitti concordati - Verso uno sconto Imu del 25% per i proprietari di una seconda abitazione che scelgono di metterla in affitto a canone concordato. Sarebbe questa una delle novità alla Legge di Stabilità su cui maggioranza e governo avrebbero trovato un'intesa, secondo quanto viene riferito da fonti parlamentari.
Congedo per i neopapà sale a 2 giorni - Il congedo obbligatorio per i papà "è aumentato a due giorni, che possano essere goduti anche in via non continuativa". Lo prevede un emendamento delle relatrici alla legge di Stabilità, che a breve dovrebbe essere presentato in commissione Bilancio al Senato. Proroga anche per il congedo facoltativo in via sperimentale per il 2016.
Imu-Tasi 4 per mille se affitti concordati - Tasse ridotte per chi affitta un appartamento a canone concordato. Un emendamento messo a punto dalle relatrici alla legge di Stabilità, che a breve dovrebbe essere presentato in commissione prevede infatti che "la somma della aliquote dell'Imu e della Tasi non può superare il 4 per mille".
ansa

Putin: 'Contro l'Isis uniti come contro Hitler'. Stato Islamico minaccia Roma

La Russia ha chiesto ai Paesi europei, del Nord America e del Medio Oriente di formare una coalizione anti-terrorismo come quella anti Hitler. "E' stato deciso in particolare di assicurare contatti più stretti e il coordinamento delle attività tra le agenzie militari e i servizi di sicurezza dei due Paesi nelle operazioni contro i terroristi", ha spiegato il servizio di stampa del Cremlino.
Il presidente francese, Francois Hollande, ha parlato al telefono con Vladimir Putin, per parlare del "coordinamento degli sforzi" contro lo Stato islamico. "E' stato deciso in particolare di assicurare contatti più stretti e il coordinamento delle attività tra le agenzie militari e i servizi di sicurezza dei due Paesi nelle operazioni contro i terroristi", ha spiegato il servizio di stampa del Cremlino. Hollande incontrerà Putin giovedì 26 novembre a Mosca e Obama due giorni prima a Washington.
Intanto il ramo iracheno dell'Isis ha pubblicato un nuovo video, 'Messaggio al popolo della croce': "I cristiani ci hanno dichiarato guerra, il loro sangue non sarà risparmiato". Nella foto che accompagna il video - che celebra l'abbattimento dell'aereo russo e le stragi di Parigi - si notano il britannico Big Ben, la Torre Eiffel e il Colosseo

Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, da Bruxelles,  esclude un intervento in Siria. "Non escludo - spiega - il rafforzamento dell'intervento in Iraq, nel senso che lo stiamo rafforzando. Mentre i numeri previsti per la nostra missione dal decreto precedente erano attorno alle 500 persone, il decreto che in questo momento è in discussione al Parlamento ne prevede 750. L'Italia ha assicurato alla Francia la massima disponibilità rispetto alla collaborazione del nostro Paese". Il ministro ha ricordato che sul piano militare "l'Italia fa già molto perché siamo tra i primi contingenti in Iraq per la lotta all'Isis" ma è disponibile a dare anche altre forme di sostegno.  "E' chiaro - ha specificato Pinotti - che la lotta al terrorismo non si gioca soltanto con lo strumento militare. C'è il tema della propaganda sul web, quello dei finanziamenti, quello delle indagini e dell'intelligence. Quindi ritengo che le possibilità per collaborare maggiormente possano essere molte". "Venerdì - ha continuato il ministro - c'è un'importante riunione dei ministri degli Interni e quella sarà una nuova puntata dove alcune delle cose che possono servire verranno messe a punto". "Noi sappiamo - ha concluso - che la lotta al terrorismo avrà tempi lunghi e quindi dobbiamo lavorarci con estrema attenzione, mettendo a fuoco gli strumenti necessari e coordinando tutti gli interventi. Credo che però il messaggio più forte di questa mattina è stata la disponibilità di tutti i 28 paesi a dare un sostegno bilaterale sulla base di quelle che saranno le necessità".

Se chiudi frontiere assassini restano dentro - "Se dici 'chiudi le frontiere', come alcuni hanno fatto in questi giorni, dovresti dire che lo fai per tenerli dentro, perché gli assassini nella stragrande maggioranza dei casi sono nati e cresciuti in Europa". Lo ha detto il premier Matteo Renzi alla presentazione di Origami. "La minaccia viene da dentro", ha sottolineato.
Grazie a Usa Italia a tavoli internazionali -"Siamo grati agli Usa per il passato e il presente: se siamo tornati ai tavoli internazionali, che negli ultimi anni sono stati fatti senza l'Italia, è grazie a loro. L'accordo perché a Vienna tornasse l'Italia è stato fatto grazie agli Usa molto più che grazie ai nostri amici europei. La nostra stella polare è il rapporto con gli Usa". Lo dice Renzi alla presentazione di Origami.
Renzi, non è guerra ma aggressione a identità - "Sono molto prudente sulle parole. Capisco chi utilizza la parola guerra ma io non la uso. E' evidente che l'attacco di Parigi è strutturalmente un attacco militare". Lo ha detto il premier Matteo Renzi alla presentazione di Origami. "E' una gigantesca aggressione all'idea stessa della nostra identità".
Renzi, nessuno può pensarsi immune da pericolo - "Nessuno di noi si può permettere il lusso di dire tranquilli non c'è pericolo: chi lo dice vive su Marte. Hanno colpito persino in Australia". Lo ha detto il premier Matteo Renzi alla presentazione di Origami parlando del pericolo terrorismo. "Nessuno può pensare di essere immune dal pericolo terrorismo", ha aggiunto
Renzi,giù toni politica,Italia vince insieme  - "Abbassiamo i toni della politica interna: vince l'Italia tutta insieme, tutta intera e chi rappresenta le istituzioni rappresenta tutto il Paese, punto". Lo ha detto il premier Matteo Renzi alla presentazione di Origami. "Forse l'immagine della Republique in Francia è molto più consolidata, tant'è che Le Pen ha bloccato la campagna elettorale", ha aggiunto.
ansa

Parigi, in fuga anche un secondo uomo. Evacuato lo stadio di Hannover

La Francia è alla ricerca di un secondo fuggitivo direttamente coinvolto negli attentati di Parigi. E intanto lo stadio di Hannover dove era prevista la partita di calcio Germania-Olanda è stato evacuato e la partita è stata annullata.
L'APPELLO DEL FRATELLO A SALAH - "Gli consiglio di arrendersi alla polizia": è l'appello di Mohamed Adeslam, il fratello dell'uomo più ricercato di Francia, Salah Abdeslam, intervistato da BFM-TV. "Il meglio è che si arrenda affinché la polizia possa fare piena luce su tutta questa storia".E' chiaro che gli consiglio di consegnarsi alla polizia - ha affermato Mohamed nell'intervista realizzata in Belgio da BFM-TV - Siamo una famiglia, pensiamo a lui, ci chiediamo dove si trovi in questo momento, se ha paura, se si sta nutrendo". "Effettivamente la cosa migliore sarebbe che si arrendesse affinché si possa fare piena luce su questa storia. Voglio ricordarlo: Salah non è stato ancora sentito dai servizi di polizia ed è dunque ancora presunto innocente", ha concluso.Mohamed ha poi tenuto a sottolineare che il fratello in fuga è "presunto innocente". Tempi durissimi per bar, ristoranti e alberghi parigini. Secondo le prime stime del Sybochrat, il sindacato francese del settore, le prenotazioni dei ristoranti crolleranno tra il 40 e il 60 per cento. "Non riceviamo più chiamate", dice un addetto.
E sono stati rilasciati i 7 fermati ad Alsdorf, vicino Aquisgrana, in Germania. "Non abbiamo nessun elemento che metta queste persone in relazione con gli attentati di Parigi", ha detto un portavoce della polizia.
La polizia sta verificando l'identità degli arrestati. Intanto l'Europa interviene in aiuto della Francia sia dal punto di vista militare che economico. "La Francia ha chiesto aiuto e l' Europa unita risponde sì" fa sapere Federica Mogherini, assieme al ministro francese della Difesa Jean-Yves Le Drian, annunciando il sostegno "unanime" del Consiglio Difesa all'attivazione della clausola di difesa collettiva prevista dall'art. 42.7 del Trattato di Lisbona chiesta da Hollande.  Ma Parigi chiede e ottiene aiuto anche dal punto di vista economico all'Ue. "Dobbiamo dare tutti gli strumenti a polizia e gendarmeria - ha detto il primo ministro Manuel Valls - in uomini e in investimenti. Questo non lo faremo a detrimento del bilancio di altri settori. L'Europa deve capire. E aiutarci". Parigi "sarà costretta a non rispettare" gli impegni di bilancio europei. "Una cosa è chiara - la replica di Pierre Moscovici - nelle circostanze attuali: in questo momento terribile la sicurezza dei cittadini in Francia e in Europa è la priorità assoluta, e la Commissione Ue lo capisce pienamente". Il premier italiano Matteo renzi, intanto, avverte: "nessuno può pensarsi immune dal pericolo".
E dopo aver dichiarato guerra all'Isis, la Francia, che ha chiesto aiuto agli alleati, continua i bombardamenti su Raqqa, roccaforte dello Stato Islamico. Nella notte è stata lanciata una nuova ondata di raid sulla città siriana. Il presidente francese ha chiesto anche poteri speciali di intervento data la situzione.
ansa

sabato 14 novembre 2015

Guatemala dice basta a spose bambine

Il Parlamento del Guatemala ha aumentato l'età minima legale per contrarre matrimonio da 14 a 18 anni, il primo passo legale della battaglia culturale per combattere quella che l'Unicef definisce la piaga dei "matrimoni precoci", in un paese dove il 30% delle donne si sono sposate quando erano ancora minorenni. Finora l'età minima per contrarre matrimonio era 14 anni.
ansa

Pastori trovano in ovile una sfera caduta dallo spazio

Due pastori della Murcia, la regione agricola della Spagna orientale, hanno conquistato un inaspettato momento di notorietà dopo avere trovato vicino all'ovile delle loro pecore una strana 'palla' nera ovale, dalla circonferenza di due metri circa, che si è rivelata caduta dallo spazio. Juan e Francisco Espin, due fratelli, hanno avvertito un distaccamento di militari accampato nei dintorni, che a loro volta hanno chiamato la Guardia Civil. In poche ore il campo delle pecore è stato invaso prima dagli artificieri della polizia, che hanno escluso potesse esplodere, poi dagli scienziati dell'Unità Nucleare, Radiologica, Batteriologica e Chimica (Nrbq) della Guardia Civil. Questi a loro volta hanno escluso rischi di contaminazione.
Le loro analisi hanno determinato che l'oggetto sarebbe stato fabbricato dalla tecnologia spaziale umana. L'oggetto, che pesa 12 chili, è costituito da una "lega metallica ricoperta di un materiale molto resistente al fuoco" secondo il direttore del Centro Ricerche Chimiche di Cartagena Juan Antonio Madrid, citato da El Pais. Secondo gli esperti l'ipotesi ritenuta più probabile è che si tratti del serbatoio di una stazione spaziale o di una astronave caduto senza disintegrarsi nel prato delle pecore di Juan e Francisco.
ansa

Germania: trovati i corpi di otto neonati, ricercata la madre

I corpi di otto neonati sono stati trovati dalla polizia nella cittadina di Wallenfels, in Franconia, la regione settentrionale della Baviera. I poliziotti avevano in un primo momento ritrovato i corpi di due neonati in una casa di Wallenfel, a nord di Norimberga, nella Franconia, dopo la chiamata di una vicina di casa. Il sospetto che la madre dei due neonati, una 45enne titolare di un chiosco nella cittadina, potesse aver nascosto altri corpi di bambini è stato confermato dall'ulteriore ritrovamento di 5 corpi: il totale è di 7.
"I corpi sono in pessimo stato", ha detto un portavoce della polizia. La donna non è stata ancora rintracciata ed è ricercata. Sono in corso le autopsie per capire da quanto tempo i bambini sono morti, le cause e perfino il loro sesso. Secondo informazioni della Bild, la donna ha vissuto per 18 anni con il marito nella casa dove sono stati ritrovati i corpi. Con lui avrebbe avuto 3 figli, tra i 12 e i 13 anni. Da un altro rapporto avrebbe avuto altri 4 figli. Il tabloid cita un conoscente della donna che ha confermato le sue numerose gravidanze e i tentativi di nasconderle: "Una volta ha detto che aveva abortito 4 volte", ha riportato Bild. Altre testimonianze raccolte dal quotidiano tra i vicini, descrivono la donna come "gentile e cortese, che si occupava amorevolmente dei figli".
ansa

giovedì 12 novembre 2015

Chivasso se il prete è bello...

« Ecco… ricomincia l’eterna gara nella quale ognuno dei due vuole disperatamente arrivare primo. Però, se uno dei due s’attarda, l’altro aspetta. Per continuare assieme il lungo viaggio fino al traguardo della vita…”.
Fine del film e il film, riproposto in tutte le salse, vedeva il parroco di un piccolo paesino dell’Emilia Romagna (Brescello) in perenne lite con un sindaco, poi diventato onorevole.
E’ la saga di Don Camillo e Peppone. Di un  comunista e un parroco, che non gliene perdona una, soprattutto in politica.
Perchè ve ne parliamo? Perchè è intorno all’immagine di questo parroco del dopoguerra che Don Gianpiero di Castelrosso ha affidato la pagina interna destra di uno dei suoi ultimi foglietti della domenica. In quella precedente, il ricordo dell’anniversario della morte di Don Nicolino Averono, a due anni dalla scomparsa.
Una coincidenza? Un inutile prurito editoriale? E sarà anche una casualità, ma è una
casualità che casca proprio a ridosso delle polemiche sollevate da alcuni cittadini sulla gestione della parrocchia e della Fondazione messa in piedi dopo la morte del predecessore per gestire un sacco di euro.
Che di questo si tratti è certo anche dalla lettura di una lunghissima riflessione su che cosa debba essere o non essere il parroco.
Così, scrive Don Gianpiero, “Se il parroco è bello, perchè non si è sposato” e “Se parla con i ricchi è un capitalista”, “Se fa un predica corta non sa cosa dire” e “Se non organizza delle feste è un parrocchia morta”.
E via di questo passo fino alla richiesta, quasi una supplica, di un preghiera per lui, in coda alla reprimenda sulle critiche subite da tanti e l’aiuto ricevuto da pochi.
L’immagine che ne viene fuori, inutile negarlo, è di un uomo che non sa più che cosa fare per farsi accettare per quello che è.
Lui che tutto vorrebbe fare nella vita tranne il Don Camillo del Brescello, che invece assomiglia, anzi no, è proprio sputato, a quel Don Nicolino che un giorno si fece dare un assegno in bianco da un politico (di cui non rivelò mai il nome) per costruire la casa di riposo. A quel Don Nicolino che con gli altoparlanti sul campanile, tutte le domeniche, godeva nel sparare la santa messa al massimo dei decibel possibili. E ancora a quell’uomo che orgoglioso raccontava d’aver diretto e orchestrato dieci, cento campagne elettorali, facendo fare l’anticamera ai candidati di tutti gli schieramenti.
Ecco. Don Gianpiero, evidentemente non si sente di essere così. Vorrebbe fare il parroco, governare e accudire le anime, punto e basta. Altro che Fondazione, scuola, oratorio, casa di riposo, annessi e connessi.
Sembra quasi di sentirlo, come Don Camillo, a tu per tu con il Crocifisso. Inutile registrarlo: è proprio tutto un altro film.
12alle12.it

Montecassino, lo shopping londinese dell'abate sotto accusa: 1.748 euro in vestiti

Feste, viaggi emondanità. Da abate di Montecassino, sede lasciata nel 2013 per motivi di salute, Pietro Vittorelli faceva una vita da sogno. I conti e le cronache rosa lo raccontano. I soldi, destinati alla carità e trasferiti dalla Cei sul deposito della diocesi, venivano sistematicamente spostati sul deposito del sacerdote, che poi pagava viaggi a Rio, a Londra a Lisbona. 

Nell’elenco delle spese risultano conti da settemila euro per il soggiorno nella capitale britannica, dove una sola cena costava più di 700 euro. In un solomese del 2013 Vittorelli è riuscito a spendere 34mila euro. Gli altrimesi andavameglio: 4mila o 8mila. Ma anche l’abbigliamento era una voce pesante nel bilancio di Vittorelli, il conto pagato a Londra nel negozio da Ralph Lauren ammonta a 1.748 euro, quello all’Hotel Principe di Savoia diMilano circa 2mila. E non era un’eccezionema la regola del religioso.
Il Messaggero

Ebbe un figlio e negò la paternità: il Vaticano "espelle" don Spolaore

SANTA MARIA DI SALA. Con l’ufficialità di un decreto della Congregazione per il clero, Paolo Spoladore, 55 anni, ancora chiamato “Donpa” nel suo vasto giro, non è più don. La notizia è stata pubblicata sull’ultima Difesa del Popolo. È una lunga e spinosa vicenda che inizia nel 2010 quando il Donpa è un sacerdote sulla cresta dell’onda, le sue prediche a San Lazzaro sono affollate come un concerto, i brani musicali che scrive sono cantati nelle chiese di mezza Italia, incide dischi, scrive libri. Il fulmine si abbatte quando una padovana lo accusa di essere il padre del proprio figlio, all’epoca di otto anni.
Don Spoladore sceglie di reagire negando tutto e rifiuta di sottoporsi al test del Dna.
Il Tribunale non si ferma e un anno dopo riconosce ufficialmente che quell’uomo, quel sacerdote, è il padre del bambino. Gli impone anche di versare un assegno di mantenimento di 300 euro. Il coperchio è alzato. Salta fuori che Donpa ha anche una, peraltro seguitissima attività di “formazione“, con base a Santa Maria di Sala, ma di respiro nazionale.
I suoi corsi, a pagamento, sono affollati e gli fruttano un notevole reddito. I suoi “seguaci” fanno muro attorno a lui. E’ l’ottobre del 2012 quando la Diocesi si esprime con chiarezza: «La comunità prenda le distanze da don Paolo».
E adesso la sentenza, la riduzione allo stato laicale e lo dispensa, quindi, dal vincolo del celibato: «Tale decisione è definitiva e inappellabile e fa seguito al decreto di sospensione a divinis emesso dall’allora vescovo Mattiazzo il 24 giugno 2014. Si rende noto questo decreto ai presbiteri, ai religiosi, ai laici della diocesi perché tutti siano informati del grave provvedimento preso dopo un processo canonico che ha accertato l’incompatibilità (di Spoladore) con lo stato clericale».
Ma se è terminata l’attività clericale del “Donpa”, altrettanto non può dirsi per quella degli affari. Nei bilanci dell’Usiogope, la società che gestisce i suoi interessi, intestata alla segretaria Fabiola Berloso: nel 2014 ha fatturato un milione e 712 mila euro.
Nuova Venezia

mercoledì 11 novembre 2015

Politica? Adesso? Par di vivere in un garbuglio autoritario dove la cancellazione delle regole è diventata la norma

di Corrado Stajano, da Il Corriere della Sera

La politica dovrebbe essere l’arte del necessario, non del possibile, com’è luogo comune dire. Una chimera, oggi più che mai. La mediazione, essa sì, è utile se esercitata pulitamente per metter d’accordo opinioni e bisogni differenti di una comunità. Adesso? Par di vivere in un garbuglio autoritario dove la cancellazione delle regole è diventata la norma.

L’ultimo episodio riguarda la bagarre sul sindaco Marino, probabilmente indifendibile, anche se bisognerebbe approfondire il disturbo che ha dato agli speculatori la sua politica urbanistica. Le modalità con cui è stato tolto di mezzo non fanno onore a una democrazia. Il notaio che ha raccolto le adesioni dei 26 consiglieri richiamati alle armi per evitare, con la loro firma, una libera discussione in aula rammenta una commedia con Peppino De Filippo più che il V° secolo di Pericle. Di che cosa si è avuto paura?

Si avverte un senso di disagio. In un solo giorno si aggrovigliano senza imbarazzo dichiarazioni e smentite. Via le tasse, ripristinate le tasse; i castelli non pagheranno l’Imu, la pagheranno. Il canone della Rai-Tv verrà inserito nella bolletta dell’energia elettrica? Lo dovrà pagare anche chi non possiede il televisore? Non è chiaro. Si aprono i tavoli.

Tutti parlano, parlano. Che bisogno ha avuto Raffaele Cantone, il presidente dell’Anticorruzione, una persona seria, di definire Milano «capitale morale del Paese, mentre Roma sta dimostrando di non avere gli anticorpi necessari»? Non si pretende che conosca il torbido passato prossimo milanese, Sindona, Calvi, l’assassinio di Giorgio Ambrosoli, Mani pulite, Don Verzé, Ligresti, ma ha dimenticato che il vicepresidente della Regione Lombardia Mario Mantovani è a San Vittore? Ha cancellato dalla mente il gran giro di mazzette sugli appalti scoperto pochi mesi prima dell’inaugurazione dell’Expo e le inchieste in corso su corruzione, peculato, truffa? Anche il presidente Giuseppe Sala non si accorse di nulla. Chissà che sia più vigile se sarà eletto sindaco di Milano come desidererebbe Renzi.

Poi ci sono i problemi più gravi di cui si preferisce parlar poco. Come quello che riguarda la soglia per l’uso dei contanti salita a 3000 euro. Le proteste motivate sono state e sono numerose. Si sono detti contrari, tra gli altri, il procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti: «Favorisce l’evasione fiscale, la circolazione del “nero” e danneggia la lotta al riciclaggio frutto di reato». Anche il senatore a vita Mario Monti che da presidente del Consiglio portò la soglia del contante da 2500 a 1000 euro è dissenziente. Ed è in corso una campagna digitale — Riparte il futuro — promossa da Libera e dal Gruppo Abele che ha già superato le 35 mila adesioni.
Nessuna retromarcia, i 3000 euro non si toccano, guai ai gufi, ai rosiconi, ai moralisti: Renzi si è impuntato come un bambino cui viene tolta la nutella.

Ci fu in passato un suo predecessore che mostrava «stizza e insofferenza verso chi lo criticava o anche solo non condivideva le sue valutazioni e le sue decisioni e le voleva discutere». (Fonte ineccepibile, Renzo De Felice, Mussolini il duce. Lo Stato totalitario, pag.284)

È d’obbligo il consenso, la fiducia nella crescita, l’ottimismo, sullo sfondo di campane a festa e di trombe squillanti. È tornata di moda la parola disfattismo, residuo di tempi tristi, viene considerato nemico chi vuole semplicemente dire la sua, discutere le inadeguatezze della politica governante, sottolinearne l’incompetenza, la presunzione, il dilettantismo giovanilistico, smascherare le bugie quotidiane.

Saltano fuori come misirizzi antichi progetti che si speravano sepolti. È rispuntata l’idea del Ponte sullo Stretto, per la letizia delle imprese d’appalto e di subappalto in mano alla mafia. L’opera stava molto a cuore a Berlusconi: fu la prima cosa che disse — promise — quando nel 2008 ridivenne presidente del Consiglio. Non c’è ora un ispettore fuori dai giochi del potere che vada in Sicilia a vedere come, tra crolli, frane e smottamenti, (non) funzionano strade e ferrovie che vanno messe in ordine prima di pensare al ponte faraonico di dubbia utilità?

Il ponte è un favore che Renzi deve rendere all’alleato Angelino Alfano, nativo della Trinacria, o a Denis Verdini, il plurinquisito alleato di riserva? Non teme i giudizi degli elettori o ex elettori del Pd? Crede davvero che distruggendo valori e principi della sinistra, o di quella che fu tale, di guadagnare consensi a destra? Non sembra, con qualche eccezione. Continua invece a perdere parlamentari del suo partito e ha sul collo i fiati dei Cinque Stelle.

Di nuovo protagonista il trasformismo, antica piaga. Padrino Agostino Depretis (1883), tutore Benedetto Croce che nella sua Storia d’Italia (1927) lo definì un semplice strumento di azione politica, nient’altro che un processo fisiologico, non certo patologico.
E oggi? Che cosa può succedere nel gran pastone dei trasformisti quotidiani?
Micromega

La politica sottomessa al Vaticano. «I compiti a casa», se danneggiano gli interessi della Chiesa e del Vaticano, non occorre farli. Si può anche marinare la scuola!

di Michele Martelli
Renzi come Marino, Firenze come Philadelphia? Papa Francesco in procinto di visitare Firenze, al premier, che a Firenze avrebbe voluto incontrarlo con la sua famiglia, fa sapere che è contrario, non ci sta. Primo, perché non è una visita di Stato. Poi, perché, evidentemente, non ama essere usato. Renzi come Marino, alla rincorsa del papa, alla ricerca della legittimazione papale? Più dignitoso e politicamente corretto il papa, si direbbe, che, almeno in questo caso, non vuole mischiare sacro e profano, privato e pubblico, Chiesa e Stato.

Certo, difficile ignorare i tanti, troppi privilegi lasciata alla Chiesa cattolica anche dal Nuovo Concordato del 1984 (dall’otto per mille all’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche), ma non si può negare che la Repubblica italiana sia uno Stato laico, cioè non confessionale, quindi autonomo dalla Chiesa (come sancito dal Protocollo addizionale, art. 1, dell’Accordo di cui sopra), di cui lo Stato, come per ogni altra associazione privata od organismo culturale intermedio della società civile, si impegna a riconoscere e salvaguardare le specifiche attività e finalità (religiose e di culto nella fattispecie).

Sorge spontanea una domanda. Poiché la Chiesa, per legge, non va confusa con lo Stato, e poiché, inoltre, il papa è anche il capo di uno Stato straniero, perché i nostri governanti e politici, quasi tutti, a tutti i livelli, alti, bassi e intermedi, hanno una tale smania di genuflettersi al papa e al clero cattolico? La spiegazione è forse più semplice di quello che sembra: lo Stato italiano è laico per definizione, ma i nostri governanti, in grande maggioranza, nella loro attività politico-amministrativa, laici non sono ancora, bensì complessati baciapile, affetti da clericalismo. Per struttura mentale, non solo per calcoli elettoralistici.

Qualcuno forse giustamente dirà: in Italia «la Chiesa, questa Chiesa dottrinale e dominata dalla Curia, non può essere ignorata», d’accordo con quanto scriveva Grillo nel 2006, che tuttavia incautamente elogiava allora le presunte virtù (manageriali e ambientaliste) del cardinal Bertone, oggi sotto accusa per l’attico faraonico ristrutturato «a sua insaputa» (come a suo tempo il ministro Scajola) con i soldi dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù. Ma tra ignorare e sottomettersi, ne corre!

A ben rifletterci, non è stato Bergoglio in volo da Philadephia, con la sua trinciante battuta («Non l’ho invitato io. È chiaro?»), o il vicario di Roma, il cardinal Vallini («A Roma serve una scossa, una nuova classe dirigente!») a dimissionare il sindaco Marino eletto dai romani (ma oramai inviso al Vaticano per lo sgarbo della trascrizione nel registro comunale di una decina di nozze gay celebrate all’estero). No, a dimissionarlo è stato il servilismo filoclericale, unito alla smania di potere, dei «26 pugnalatori» notarili e del loro «unico mandante». Cioè appunto Renzi, il prefetto dei prefetti, non eletto dai cittadini ma designato dall’alto, oggi trattato da Bergoglio come Marino: ah, la legge del contrappasso!

Sicuramente, le gerarchie cattolico-vaticane, se rispettose (ma non lo sono) delle norme neoconcordatarie, dovrebbero astenersi da ogni ingerenza. Ma ciò che mi sembra ancora più grave è il cedimento dei politici «signorsì» (molti, troppi, di ogni colore). Che cosa ha risposto Renzi al cardinal Vallini? «Pronto, sarà fatto!»: quasi fosse un suo dipendente! E quale il primo atto pubblico del prefetto Tronca da Renzi appena nominato commissario di Roma? Non l’incontro col governo, o magari, anche se non previsto dal protocollo, col presidente della Repubblica Mattarella, ma la visita in Vaticano e la genuflessione al papa. Quasi fosse un funzionario d’Oltretevere!

È una storia vecchia. Uno degli esempi più lampanti è il mancato pagamento miliardario dell’Ici-Imu da parte della Chiesa, imposto di recente anche da un pronunciamento della Corte di Cassazione (luglio 2015). Del resto, è scritto nero su bianco nel Nuovo Concordato (art. 7, c. 3): gli enti e le attività ecclesiastiche non aventi finalità di religione o di culto sono soggetti al regime tributario dello Stato italiano. Da Berlusconi a Prodi, da Monti a Renzi, la norma è rimasta lettera morta, nonostante le ripetute sollecitazioni dell’Ue. «I compiti a casa», se danneggiano gli interessi della Chiesa e del Vaticano, non occorre farli. Si può anche marinare la scuola!
micromega

La Chiesa di Francesco tra scandali e timide riforme

intervista a Emiliano Fittipaldi di Valerio Gigante - Micromega

Leggendo il libro di Emiliano Fittipaldi “Avarizia: Le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della Chiesa di Francesco” (Feltrinelli, 2015, pp. 231) uno dei due saggi appena usciti sul Vaticano, i suoi interessi finanziari, i suoi scandali, i suoi sprechi, l’impressione che se ne coglie è che, regnante papa Francesco, nulla di significativo pare cambiato rispetto al clima che portò nel 2013 alle clamorose dimissioni di Benedetto XVI.

Ciò che emerge – nonostante i media laici e cattolici continuino a dipingere Francesco come la candida pecora circondata da un branco di lupi – è il dubbio che dietro l’elezione al soglio pontificio di Bergoglio si sia mossa una gigantesca operazione ideologica che attraverso il papa che assumeva il nome del poverello d’Assisi intendeva coprire la prosecuzione delle stesse dinamiche, degli stessi scandali, delle stesse lotte di potere, degli stessi giganteschi interessi economico-finanziari che avevano caratterizzato l’epoca di Benedetto XVI e quelle precedenti. Salvo che in questi ultimi due anni l’opinione pubblica è stata persuasa a colpi di servizi radiotelevisivi, editoriali, interviste, dirette fiume su ogni visita, discorso, celebrazione del papa che tutto stesse rapidamente cambiando. Anzi, che in gran parte lo fosse già.

Insomma, tutto quello che questo nuovo “Vatileaks” sta portando alla luce non riguarda pratiche del passato, ma comportamenti tuttora in atto. In molti – ovviamente – lo sapevano già, senza bisogno del benemerito libro di Fittipaldi, che si aggiunge a quello di Nuzzi. Ora però ci sono le carte. Ed esse, così come avvenne nel 2012-2013, mostrano nero su bianco ad una opinione pubblica la cui percezione era ormai stata orientata in senso decisamente diverso, che il Vaticano resta ciò che è sempre stato.

Per questo, il libro di Fittipaldi, che oltre ai documenti presenta una rilevantissima ed approfondita inchiesta, svolta peraltro su moltissimi fronti, è stato oggetto di durissime critiche, precedute dal vano tentativo di ridurre la questione alla semplice attività di due “corvi” dediti a torbidi complotti contro il papa.

Scorrendo le pagine del libro, si viene invece a scoprire che la Fondazione Bambin Gesù – che dovrebbe occuparsi di finanziare la ricerca sulle malattie infantili all’interno di una struttura ospedaliera peraltro pagata quasi interamente dallo Stato Italiano – stornava 200mila euro destinati alla ricerca per la ristrutturazione dell’appartamento di circa 300mq del card. Bertone in vaticano (il quale ha detto che il suo uomo al Bambin Gesù – Giuseppe Profiti – avrebbe fatto tutto ciò “a sua insaputa”); che ci sono ecclesiastici che vivono in case ben più grandi di quella di Bertone; che mons. Viganò – il moralizzatore che diede il via al primo Vatileaks – possiede un ingentissimo patrimonio ed è anche in causa con il fratello prete che lo accusa di avergli sottratto milioni di euro frutto di una eredità di famiglia; che il card. Pell, nominato da Francesco (sì, proprio da lui!) a capo di un nuovo potente superdicastero con il compito di risanare l’economia vaticana, è riuscito a spendere da luglio 2014 a gennaio 2015 ben 501 mila euro (per spese – scaricate sulle casse della Congregazione vaticana di cui è prefetto – come un sottolavello da 4600 euro, tappezzeria per 7292 euro, 47 mila euro per mobili e armadi, ma anche per vestiti di lusso acquistati da Gammarelli, sartoria storica che dal 1798 veste la curia vaticana); e ancora: che alla faccia della propaganda sulla sobrietà inaugurata dal papa tutti coloro che collaborano con il card. Pell al risanamento delle finanze vaticane viaggiano in business class anche per spostamenti brevi; che il Vaticano incassa 60 milioni di euro l’anno vendendo benzina e tabacchi in due punti vendita duty free cui possono accedere ben 41mila persone; che, mentre si diceva che papa Francesco aveva “ripulito” lo Ior, 100 tra imprenditori, professionisti, forse politici italiani hanno ancora conti nella “banca vaticana” (tra loro anche indagati dalla giustizia italiana per reati fiscali).

Tutto ciò, per giunta, all’insaputa dell’Uif – l’Ufficio Informazioni Finanziarie della Banca d’Italia, che attende da tempo una lista dei presunti evasori che hanno conti aperti allo Ior. Lista che non è mai giunta a destinazione.

C’è poi la questione del patrimonio immobiliare che il Vaticano possiede a Roma: un tesoro che vale circa 4 miliardi di euro. Alcuni di questi immobili sono affittati a vip e boiardi di Stato per cifre assolutamente fuori mercato (ma se il papa aveva chiesto agli istituti religiosi di aprire le porte a migranti e rifugiati, perché le “sue” case sono occupate da ricchi e potenti?); e ancora: le offerte che i fedeli regalano per la carità del papa ogni anno attraverso l’Obolo di San Pietro non vengono tutte spese per i più poveri, ma ammucchiate su conti e investimenti che hanno raggiunto i 400 milioni di euro.

Nella Chiesa cattolica, racconta il libro di Fittipaldi, anche per diventare santi e beati servono soldi. Centinaia di migliaia di euro, che servono soprattutto (ma non solo) per pagare il “postulatore”, cioè colui che viene incaricato di indagare sulla presunta santità del candidato e trovare le prove dei miracoli che egli avrebbe compiuto (ne serve almeno uno per diventare beato; almeno due per la santità). In media, la santità arriva così a costare tra i 400mila e i 500mila euro.
Di tutto questo, e delle ripercussioni che il suo libro inchiesta avrà sull’opinione pubblica e sulla Chiesa cattolica, ne abbiamo parlato con l’autore.

Il tuo libro è stato accolto in modo contrastante dai giornalisti che si occupano di informazione ecclesiastica. Molti ti hanno rimproverato di non fare un buon servizio alla causa di papa Francesco. Ma il ruolo di un giornalista, di chi fa una inchiesta, è quello di servire una "causa"?

Quello che hai rilevato non è avvenuto solo nel mondo dell’informazione vaticana, ma nel mondo giornalistico tout court. Basta pensare che Massimo Franco nel corso di una trasmissione televisiva mi ha incalzato chiedendomi se prima di pubblicare il mio libro non mi fossi posto il dubbio di essere stato strumentalizzato da qualcuno. È una domanda maligna, perché un giornalista in generale e uno di inchiesta in particolare ha il compito di trovare una notizia – se ne è capace –
verificarla, capire se sia di interesse pubblico, se sia deontologicamente corretto pubblicarla e poi, fatto questo, ha il diritto ma anche il dovere di pubblicare, altrimenti è sospettabile di essere un potenziale ricattatore, che tiene per sé informazioni rilevanti. Una domanda del genere di quella di Franco in Paesi come gli Stati Uniti non avrebbero mai potuto farla. Fatte le dovute differenze, sarebbe stato come chiedere ai giornalisti che svelarono il Watergate portando successivamente Nixon alle dimissioni se fossero stati strumentalizzati dalle loro fonti.
La domanda di fondo è invece secondo me questa, e cioè se noi giornalisti dobbiamo raccontare ciò che il potere politico, economico, ecclesiastico rappresenta di se stesso; oppure, come credo di aver fatto, raccontare quello che il potere non vuole che sia raccontato.

La figura, il carisma, i modi informali e lo stile sobrio del papa hanno, di fatto, contribuito ad occultare all’opinione pubblica ed all’informazione ciò che invece il tuo libro ha svelato. Dalle tue ricerche che immagine ti sei fatto del ruolo svolto dal papa in questi oltre due anni di pontificato?


Il mio libro racconta quello che non il papa, ma la propaganda vaticana era riuscita ad occultare, sostenendo che sotto Francesco la riforma della Chiesa fosse stata già in fase avanzata. In realtà io penso che Francesco stia veramente tentando di riformare la Chiesa. Lo sta facendo in maniera molto cauta, anche perché è papa da soli 2 anni e mezzo, e che abbia trovato delle resistenze straordinarie, come abbiamo visto anche durante il Sinodo sulla Famiglia. La Chiesa povera dei poveri che Francesco auspica e chiede ai suoi cardinali che sia realizzata è ancora molto lontana dal diventare realtà. Ovviamente un giornalista ha il compito, se riesce a scoprirlo, di raccontare questa verità, anche se molto scomoda perché imbarazza non soltanto il Vaticano, ma tutti quelli che nei mass media hanno voluto fare da semplici amplificatori della propaganda vaticana, senza approfondirla e svelarne le contraddizioni.

È però un fatto incontrovertibile che il card. Pell, sulla cui figura ti soffermi a lungo nel tuo libro, lo abbia voluto papa Francesco…

Rispondo con una battuta: il papa avrebbe bisogno di un buon direttore del personale… nel senso che è vero: i commissari della Commissione referente sull’Organizzazione della Struttura Economico-Amministrativa della Santa Sede (Cosea) sono stati scelti da lui; e anche Pell, il braccio destro economico della nuova gigantesca segreteria dell’economia è stato nominato da Bergoglio. Ma il papa viene da Buenos Aires, non può conoscere tutto e tutti. Si è, a mio giudizio, fidato di qualcuno in Curia che gli ha consigliato di scegliere Pell perché il cardinale australiano ha una fama di ottimo amministratore finanziario, che si è formata sin dai tempi in cui era arcivescovo. Si tratta però di una fama che nasconde più di una insidia, nel senso che Pell, per tutelare la sua diocesi dal punto di vista finanziario, ha attuato una politica molto aggressiva nei confronti delle vittime dei pedofili che chiedevano alla sua Chiesa, quella di Sydney, ingenti risarcimenti. Una relazione della commissione di inchiesta sulla pedofilia istituita dal governo di Canberra, di cui riferisco nel mio libro, definisce il comportamento di Pell addirittura non in linea con quello di un buon cristiano. Insomma, Pell era già chiacchierato al tempo della sua nomina. E chiamarlo in Vaticano è stata senza dubbio una scelta sbagliata.

C’è poi la questione degli immobili vaticani affittati a prezzi di favore a vip, raccomandati e potenti di vario tipo. Un’altra bella contraddizione per il papa che fa costruire le docce per i poveri dentro le mura vaticane e chiede a diocesi ed istituti religiosi di aprire le proprie case ai migranti ed ai rifugiati…

In questi anni ci si è concentrati solo sul povero Bertone, per la storia del suo appartamento che poi è risultato essere di dimensioni inferiori, seppure cospicue, rispetto a quello che è stato scritto sui giornali. Ma ci sono ecclesiastici che vivono in appartamenti molto più grandi di quello di Bertone. Sono circa 5000 gli appartamenti di Propaganda Fide, molti sfitti, che valgono una cifra che secondo me è sottostimata, ma che si aggirerebbe intorno ai 4miliardi di euro. Questa cifra permette però di fare una significativa considerazione. Alla luce di essa, infatti, la storica inchiesta dell’Europeo del 1977 che quantificava in un quarto circa degli immobili presenti a Roma quelli di proprietà riconducibili alla Chiesa cattolica risulterebbe decisamente esagerata, anche al netto di tutti gli immobili di proprietà della diocesi di Roma, delle varie Congregazioni ed istituti religiosi, delle arciconfraternite, ecc. Non si arriva comunque nemmeno vicini ad un quarto del valore totale del patrimonio immobiliare presente a Roma, stimato attorno ai 590 miliardi. Un aspetto che ridimensiona moltissimo quello che ha rappresentato uno dei cavalli di battaglia della propaganda anticlericale. Una ulteriore dimostrazione che il mio libro intende solo fare chiarezza e verità. Non è certo un libro pregiudizialmente anticlericale. Altrimenti questi dati nemmeno li avrei riportati.

Resta però il fatto che se il papa non sa chi abita negli immobili di proprietà del Vaticano sa però come e dove vivono i suoi cardinali…

Certo, lo sa e a lui piacerebbe che i cardinali si comportassero in maniera più sobria. Lo stesso card. Parolin, lo scrivo nel mio libro, era a Santa Marta ma la scorsa estate si è spostato nel Palazzo Apostolico. Più in generale, è tutta la gestione del patrimonio immobiliare che fa discutere. Ci sono affitti a prezzi molto bassi. La Cosea ha spiegato che per anni sono state accettate trattative al ribasso sugli affitti. Un andazzo che Filoni, il prefetto di Propaganda Fide, sta cercando di cambiare in modo che alla scadenza degli attuali contratti i prezzi di locazione possano essere adeguati alle tariffe di mercato. Questo per dire che Francesco e chi segue la sua linea cerca comunque di darsi da fare.

Arriviamo alla questione forse più scandalosa tra tutte quelle che racconti, quella dello Ior. Lì la propaganda che parlava di rivoluzione, trasparenza, pulizia era in atto da anni, dai tempi di Benedetto XVI. Tutti raccontavano di una dinamica inarrestabile di adeguamento agli standard internazionali. Invece…

Allo Ior è ancora in atto un enorme scontro di potere. E a governarlo sono stati messi personaggi controversi, come Joseph Zahra e Jean-Baptiste de Franssus. Soprattutto Zahra, finanziere maltese di un paese fino al 2010 considerato paradiso fiscale. A maggio Zahra aveva chiesto al papa il permesso di aprire per conto del vaticano una Sicav (una società d'investimento a capitale variabile) in Lussemburgo. Intendeva così gestire più liberamente i miliardi dello Ior. In un paese, per di più, che presentava indubbi vantaggi dal punto di vista fiscale. Il progetto era stato approvato dal Consiglio di sovrintendenza della banca, ma poi è stato bloccato dalla Commissione cardinalizia di vigilanza e dal papa in persona. Poi c’è Renè Brulhart, capo dell’Aif, che ha sottoscritto un accordo di gentleman agreement con la Banca d’Italia sulla trasparenza; nonostante ciò, si scopre che sono ancora aperti presso lo Ior un centinaio di conti intestati a laici che non dovrebbero averlo. E in ogni caso nessuno sa dove siano finiti i soldi dei vecchi clienti fuoriusciti negli ultimi anni. Migliaia di posizioni che restano misteriose; capitali che, contrariamente alla favoletta della trasparenza, non sappiamo dove siano andati. Si sospetta in parte in Germania, dove le autorità antiriciclaggio sono assai deboli rispetto a quelle di altri Paesi europei e della stessa Uif italiana. Se poi si aggiunge che lo Ior ha chiuso il 2014 realizzando utili per circa per circa 70 milioni, ma che i 4 fondi istituiti presso lo Ior che dovrebbero fare beneficienza non hanno praticamente mosso denaro, il quadro si fa ancora più desolante. Anche perché l’unico fondo che ha fatto un po’ di beneficienza è il “fondo missioni”, che negli ultimi due anni ha stanziato solo 17mila euro!

Questo scandalo esplode a pochi anni di distanza dal precedente. Oggi il re, cioè la Chiesa gerarchica (e forse anche il papa), è di nuovo nudo. E rivestirlo per l’ennesima volta non sarà facile. Cosa pensi succederà ora nella Chiesa?
Sono un sostenitore del papa, di cui ho grande fiducia. Ne vedo i limiti ma anche la grandezza. Spero quindi che il mio libro permetta a Francesco di avere le mani più libere. I fatti raccontati nel mio libro in tanti forse li intuivano, alcuni li sapevano, ma ora tutti hanno la possibilità di verificarli. Tanto più che ad una settimana dall’uscita delle anticipazioni sul mio libro non c’è stata una smentita, nemmeno su qualche aspetto secondario dell’inchiesta. Tutto ciò consentirà – almeno è ciò che auspico – al papa di agire in maniera più rapida ed incisiva. Anche perché ora c’è un’opinione pubblica che comincerà ad esigere reali cambiamenti. Assai più che in passato. E al Vaticano non basteranno più intenzioni, dichiarazioni, gesti simbolici come l’apertura delle docce per i barboni. Tutte cose assolutamente utili, ma che diventano propaganda se non sono accompagnate da reali scelte che la Chiesa è chiamata a fare a favore della trasparenza e in ultima analisi per chi ha veramente bisogno.

Credo insomma che a maggior ragione dopo il mio libro Francesco, assieme con alcuni uomini che sono al suo fianco, a partire dal segretario di stato Parolin, potrà avviare un’opera riformatrice ancora più decisa.

(10 novembre 2015)

La Procura di Roma avvia indagini a carico del Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca

La Procura di Roma avvia indagini a carico del Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che afferma "senza alcun margine di equivoco" la sua "totale estraneità a qualunque condotta meno che corretta", chiede di essere ascoltato dai magistrati e annuncia per domani una conferenza stampa per chiarire "ogni aspetto" della vicenda. La bufera sul Presidente della Regione Campania si abbatte in serata con la notizia che la Procura di Roma ha indagato per l'ipotesi di corruzione in atti giudiziari Anna Scognamiglio, uno dei giudici del Tribunale civile di Napoli che, lo scorso 22 luglio, confermando una precedente decisione del giudice monocratico, ha accolto il ricorso di De Luca, contro la sospensione dall'incarico di Governatore. Nella stessa inchiesta è indagato, per l'ipotesi di reato di induzione alla corruzione, il capo della segreteria di De Luca, Nello Mastursi, che ieri si è dimesso da tale incarico. De Luca interviene a tarda sera e, nel dichiarare la sua estraneità, dice che è sua intenzione "fare in modo che si accendano su questa vicenda i riflettori nazionali, trovandomi nella posizione di chi non sa di cosa si stia parlando". "Ho già dato incarico al mio avvocato - aggiunge - per chiedere di essere sentito dalla competente autorità giudiziaria. Per me, come per ogni persona perbene, ogni controllo di legalità è una garanzia, non un problema. E su questo, come sempre lancio io la sfida della correttezza e della trasparenza". L'iscrizione di De Luca nel registro degli indagati può essere stata fatta senza che il Governatore ne sia al momento a conoscenza. Nell'inchiesta sarebbero indagati anche il marito del giudice Scognamiglio, Guglielmo Manna, in relazione a una sua richiesta di passaggio da un'Asl ad un'altra e ad un suo presunto collegamento con la sentenza emessa dal collegio di cui faceva parte la moglie. Da quanto si è saputo a Napoli, tale passaggio non è mai avvenuto. L'inchiesta era stata avviata a Napoli sulla base di una segnalazione ed è stata successivamente trasferita dalla Procura partenopea a quella di Roma, che è competente a svolgere le indagini sui magistrati del Distretto della Corte di Appello di Napoli. La stessa Procura capitolina nei giorni scorsi ha delegato la Polizia a perquisire l'abitazione di Mastursi. La sentenza al centro dell'inchiesta romana è quella con la quale la prima sezione civile del Tribunale di Napoli ha confermato quanto già deciso il 2 luglio dal giudice monocratico Gabriele Cioffi, il quale aveva congelato la sospensione di De Luca dalla carica di Governatore che era stata disposta con un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri in base alla legge Severino. La sospensione era relativa a una condanna a un anno di reclusione per abuso di ufficio inflitta a De Luca quando era sindaco di Salerno. Il collegio aveva accolto il ricorso presentato dai legali di De Luca e aveva inviato gli atti alla Corte Costituzionale sospendendo il procedimento sul merito fino a quando la Consulta non si sarà pronunciata sui presunti profili di incostituzionalità ravvisati nella legge Severino.
ansa

domenica 8 novembre 2015

Media e Regime. Vatileaks 2: chi vuole bruciare i libri di Fittipaldi e Nuzzi?

Siamo tra quelli che pensano che il pontificato di Francesco stia segnando una svolta epocale nella direzione di una Chiesa riformata e svincolata dai vecchi schemi ideologici della contrapposizione comunismo e anticomunismo.
Quel mondo non c’è più, e Francesco ha deciso di portare il suo messaggio nelle periferie della povertà e della disperazione, puntando il dito contro la finanza di rapina, contro le guerre e il traffico d’armi, contro ogni forma di sfruttamento.
Nella sua enciclica non si è limitato a condanne generiche, ma ha affondato la critica indicando nella finanza che ha sottomesso la politica, uno dei veri mali del tempo presente, per non parlare dell’egoismo di chi non ha esitato a sfruttare l’ambiente e a privatizzare le risorse naturali pur di accumulare denaro e potere.
Non occorre essere papisti per condividere questa denuncia, senza bisogno per altro di concordare con Francesco su temi rilevanti quali quelli relativi ai diritti civili e alla bioetica.
Non vi è dubbio alcuno che, dentro e fuori la Chiesa, esistano logge e poteri che hanno deciso di colpirlo e di metterlo in condizioni di non nuocere.
Gli interessi e i gruppi oligarchici che si sentono lesi dalla sua azione reagiranno con inaudita perfidia e non escluderanno arma alcuna pur di fermarlo, prima che sia troppo tardi.
Proprio perché stiamo dalla sua parte, non possiamo condividere i toni e i modi scelti da alcuni dei suoi sostenitori nei confronti dei libri pubblicati da Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi. I due sono stati accusati di fare il gioco del nemico, di essere stati aiutati da mani e manine massoniche, qualcuno avrebbe persino voluto chiedere il sequestro preventivo del libro, quasi un rogo di antica memoria inquisitoria.
Il direttore di Radio Maria, emittente che non ama Francesco, ha amabilmente proposto di “impiccare” i due cronisti, forse disturbato dalle troppe notizie su affari immobiliari, case, proprietà non dichiarate, uso spregiudicato dei fondi.
Questa strada è sbagliata, nel metodo e nel merito.
Non ci interessa sapere quali siano state le loro fonti (comunque un giornalista fa bene a non rivelarle), ma non vi è dubbio alcuno, che le notizie pubblicate abbiano il carattere del pubblico interesse e della rilevanza sociale, unici requisiti che giustificano la pubblicazione di materiale così delicato.
Come si può negare, in questo caso, l’esistenza di tali requisiti?
Le valutazioni sull’opportunità, sui mandanti, sulle conseguenze sono di natura assolutamente diversa, e sono ovviamente legittime la critiche e le discussioni.
Non è invece legittimo mettere in discussione la liceità della pubblicazione dei due libri e delle relative inchieste.
Peraltro, dal momento che quei documenti già giravano, la non pubblicazione avrebbe comportato un rischio ancora più grave: il loro uso a fini di ricatto e di estorsione..
La pubblicazione ha messo fine al mercato nero della notizia.
Se quel materiale avesse continuato a girare clandestinamente e sottobanco sarebbe stato peggio per tutti, a cominciare da Francesco che ha fatto della trasparenza e della irritualità, il segno distintivo del suo pontificato e, anche per questo, non è amato dagli “incappucciati” di ogni natura e colore.
P.S. Per altro quando Nuzzi pubblicò “Vaticano spa” si sentirono le stesse parole, salvo poi confermare la sostanza del libro.
Il Fatto Quotidiano

Se gli scandali di questi giorni sembrano gettare cattiva luce sul Vaticano, non sono nulla in confronto alle storie dei secoli più bui del Papato

Le cronache di questi giorni parlano delle accuse al cardinal Bertone, ex segretario di Stato vaticano, di aver ristrutturato un attico con soldi destinati alla Fondazione Bambin Gesù per i bambini malati. E parlano anche dell’arresto di monsignor Angel Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui, accusati di aver trafugato documenti riservati.
Se il Vaticano è di nuovo l’ambientazione di lotte di potere, scontri tra fazioni e vicende poco edificanti che coinvolgono suoi esponenti di primissimo piano, la situazione attuale impallidisce davanti alle storie che risalgono ai suoi tempi più bui.

L’eccezionale Benedetto IX

Come in tutte le istituzioni con una storia plurisecolare, anche la Chiesa cattolica è passata attraverso cambiamenti che l’hanno resa del tutto irriconoscibile al confronto con l’oggi. Questo è vero per tutti i gradi della gerarchia ecclesiastica, incluso il suo vertice: la successione dei 266 uomini che, da San Pietro a papa Francesco, hanno ricoperto la carica di pontefice.
Ci sono stati Papi guerrieri, come il celebre Giulio II; altri famosi per il loro nepotismo, come Alessandro VI Borgia; altri che non sono mai esistiti per un errore della numerazione, come Giovanni XX; ma ci fu un Papa che è diventato, suo malgrado, il simbolo di tutto quello che un pontefice non sarebbe mai dovuto essere.
È l’unico Papa ad esserlo stato più di una volta – tre, addirittura – l’unico ad aver venduto la carica, e, infine, uno dei più giovani della storia.
Il papato di Benedetto IX viene citato in tutte le opere storiche, divulgative e non, che si occupano dei successori di Pietro meno meritevoli. Ha ispirato perfino un romanzo recente dello scrittore italiano Renzo Rosso dal titolo, piuttosto inquietante, Il trono della bestia (Piemme, 2002).
Ripercorrendo la sua storia, sembra che almeno un po’ della cattiva stampa di cui gode sia meritata. Anche perché riuscì a mettere d’accordo tutti i suoi contemporanei, che ne fecero ritratti a dir poco critici sia che fossero ostili al papato per partito preso – per motivi religiosi o perché fedeli all’imperatore del Sacro Romano Impero, l’altra grande potenza dell’epoca – sia nel caso in cui non avessero particolari motivi per prendersela con lui. Papa Vittore III, quarant’anni dopo la fine del pontificato di Benedetto IX, definì il predecessore «ladro e assassino».

Teofilatto dei conti di Tuscolo

Perfino chiarire i limiti cronologici del suo papato è difficile: al secolo Teofilatto figlio di Alberico III, conte di Tuscolo, salì al soglio pontificio per volere di suo padre nel 1032, quando aveva con ogni probabilità poco più di vent’anni. Alcune fonti del tempo dicono che ne avesse addirittura dieci o dodici, un errore o una calunnia che ha avuto parecchia fortuna, fino al secondo volume della Storia d’Italia di Montanelli.
La sua famiglia aveva già espresso i due pontefici precedenti, che a quanto pare ricoprirono la loro carica con una certa dignità. Al terzo esponente dei Tuscolani andò molto peggio. Per dodici anni, il giovane cercò di barcamenarsi tra le varie fazioni che si dividevano il potere in Italia – e nella stessa Roma – scomunicando diversi suoi avversari politici. In quel periodo, i possedimenti nominalmente sotto il dominio del Papa erano in realtà un mosaico di piccoli poteri locali, tra cui spiccava quello dei Tuscolani.
Benedetto Ix
Nella città, le accuse di vendite di cariche, di immoralità, di cattiva gestione delle risorse si basavano su storie che fanno sembrare le inchieste di oggi uno scherzo di ragazzini. Nel 1044, anche Benedetto IX ebbe il suo assaggio del malcontento popolare. Una rivolta lo costrinse a lasciare la città, mentre scoppiavano violenti scontri tra i romani e i trasteverini, che stavano dalla parte dei conti di Tuscolo.
Apriamo una parentesi sulla vita privata del nostro papa. Il fatto che il pontefice fosse il sovrano di Roma e al tempo stesso il capo della cristianità faceva sì che parecchi inclinassero molto più decisamente verso il primo ruolo, e si dimenticassero o quasi dei doveri morali connessi al secondo.
Alcune cronache dicono che la rivolta del 1044 scoppiò a causa dello sdegno per un progetto di matrimonio di Benedetto IX
Ad esempio, il celibato dei sacerdoti era già dottrina ufficiale, ma tanto poco rispettato in quei secoli che papa Adriano II (867-872) era sposato quando salì al soglio pontificio – e moglie e figlia andarono ad abitare con lui nel palazzo del Laterano, la residenza storica dei papi.
Per non parlare di casi ancora più clamorosi, come quello di Giovanni XII, che secondo la leggenda morì, nel maggio del 964, tre giorni dopo essere stato sorpreso nel letto di una donna dal di lei marito – che reagì in modo molto poco pio alla scoperta.
Per quanto riguarda Benedetto IX, alcune cronache dicono che la rivolta del 1044 scoppiò a causa dello sdegno per un suo progetto di matrimonio: intendeva sposare una sua cugina. Altre dicono più genericamente che il pontefice era impegnato con costanza in ruberie e assassinii ai danni della gente di Roma. E. R. Chamberlin, autore di un fortunato libro divulgativo sui peggiori papi di sempre intitolato The Bad Popes, ha riassunto così la fama di cui godette Benedetto IX:
«Sembrava che Giovanni XII fosse tornato sul trono, con stupri e omicidi di nuovo all’ordine del giorno, la ricchezza rimasta del papato ancora sperperata in bordelli e banchetti, e nel mantenimento di milizie private».
Ad ogni modo, c’entri o meno il suo comportamento, nel 1044 Benedetto IX dovette lasciare Roma e rifugiarsi in una rocca di famiglia poco lontana. Al suo posto i romani scelsero Giovanni vescovo di Sabina – imparentato con una famiglia rivale dei tuscolani, i Crescenzi – che diventò papa con il nome di Silvestro III.

Molti papi

Ma l’assenza del nostro protagonista durò poco, perché i Tuscolani fecero sentire la loro influenza e Silvestro III fu scacciato a sua volta dopo appena 49 giorni. Benedetto IX riprese il papato e, a quanto pare, chi lo aveva sostituito poté tornare a fare il vescovo senza eccessive conseguenze. Il papa ritornato mantenne però la sua carica solo un mese e ventun giorni.
«Viveva più come Epicuro che come un pontefice»
Desiderio di Montecassino su Benedetto IX
Forse perché a Roma non godeva più di molto appoggio, forse davvero perché interessato a un tipo di vita incompatibile con la carica – il cronista Desiderio di Montecassino dice che «viveva più come Epicuro che come un pontefice» – decise poi di trovarsi un successore con un meccanismo usuale per l’epoca: vendendo l’onore del trono di Pietro.
Chi si comprò l’ambito titolo fu Giovanni Graziano, suo amico e confidente, diventato papa il 1° maggio 1045 con il nome di Gregorio VI. A questo punto, l’imperatore Enrico III intervenne nell’ingarbugliata situazione romana e decise, convocando un concilio a Sutri, di eliminare dai giochi sia il venditore che il compratore, mettendo al loro posto un altro papa ancora, Clemente II.
Purtroppo per Enrico, Clemente II morì improvvisamente alla fine del 1047. E chi tornò alla ribalta fu ancora Benedetto IX, contando sull’appoggio di alcuni signori dell’Italia centrale e diventando così l’unico pontefice della storia a ricoprire la carica per tre volte non consecutive. L’Annuario Pontificio, che riporta la lista ufficiale dei pontefici della Chiesa cattolica, registra Benedetto IX al 145°, 147° e 150° posto.
Record a parte, anche il suo terzo periodo in carica durò poco: meno di un anno, dopo di che l’imperatore intervenne di nuovo e riuscì a farlo deporre (e scomunicare).
E così Benedetto IX finì la sua carriera come un successore con lo stesso nome, quasi mille anni più tardi. Come papa Ratzinger - Benedetto XVI - lasciò Roma e se ne tornò tra i castelli dei dintorni. La leggenda vuole che Benedetto IX visse gli ultimi anni della sua vita in penitenza, riconoscendo finalmente le sue molte colpe. Ma abbiamo indizi che le cose siano andate diversamente, e che il ritiro dimesso e silenzioso di Joseph Ratzinger abbia davvero poco a che fare con la fine della vicenda umana di Teofilatto dei conti di Tuscolo, tre volte papa.
Fino alla sua morte alla fine del 1055, i documenti ufficiali in nostro possesso dimostrano che Benedetto IX, in tutte le occasioni possibili, continuò a firmarsi con il suo nome da pontefice - rifiutando, insomma, la legittimità della sua deposizione, e sostenendo fino alla fine che il legittimo successore di Pietro era, nonostante tutto, ancora lui.
linkiesta.it


Dal 6 novembre nelle sale americane, Spotlight racconta l’indagine del Boston Globe che nel 2002 scatenò lo scandalo dei preti pedofili

Il regista e sceneggiatore Thomas McCarthy riesce a mettere in scena il giornalismo d'inchiesta, con una forza, una verità e un ritmo che non si vedevano da All the President’s Men
 
Ogni tanto, purtroppo sempre più raramente, spunta fuori un film che ti riconcilia con l’idea stessa di cinema. Un’opera che ti ricorda come l’impegno civile possa sposarsi alla perfezione con l’intrattenimento, con un tipo di narrazione che segue il genere con tale lucidità da trascenderlo. Spotlight di Thomas McCarthy è uno di questi film, e senza mezzi termini è di gran lunga il migliore visto fino a oggi nel 2015.
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Il tema trattato è ovviamente importante. La vicenda racconta dell’indagine giornalistica del Boston Globe che nel 2002 portò alla scoperta dello scandalo riguardante la Chiesa e il suo tentativo di occultare la presenza di numerosi preti pedofili che operavano nella città. Se però Spotlight è un gran film non è tanto per ciò che racconta ma per il modo in cui lo fa. Prima di tutto va citata la sceneggiatura del film, scritta dallo stesso regista insieme a Josh Singer: un testo capace di mettere in scena con tale forza propositiva cosa significhi fare giornalismo d’inchiesta non si vedeva dai tempi di All the President’s Men (Tutti gli uomini del presidente, 1976) di Alan J. Pakula, e non è un’esagerazione. La precisione con cui verità, ritmo, momenti forti e pause più leggere vengono mescolate è un piccolo grande miracolo di scrittura cinematografica.
Su questo testo insieme potente e sottile si poggia la regia di McCarthy, stringata senza mai essere noiosa o stucchevole. La volontà di raccontare con la maggiore verità possibile i fatti avvenuti non frena mai l’idea di cinema del regista, anzi ne avvalora le qualità portanti, come appunto la lucidità. E così Spotlight diventa un film di impegno civile che si fa anche spettacolo di cinema, attento allo sviluppo narrativo della vicenda corale tanto quanto a quello personale delle figure messe in scena, ognuna con una personalità e un’umanità magnificamente definite. 
Con una simile partitura di base e un cineasta così lucido nella realizzazione, era praticamente impossibile che gli attori potessero fallire nelle loro parti. Ed ecco infatti che Michael Keaton, Mark Ruffalo, Stanley Tucci, John Slattery, e (finalmente!) Rachel McAdams danno il meglio delle loro capacità, regalandoci tutti prove esemplari. Su tutti merita però un applauso a parte un Liev Schreiber misurato e inarrestabile, straordinario nel comunicare la fermezza della sua “missione” ma anche la sensibilità dietro al giornalista.
Raccontare a parole la potenza espressiva di Spotlight non è facile, si rischia di scadere nella retorica oppure sminuirne la portata per evitare tale rischio. Andatelo quindi a vedere, lasciatevi trasportare dall’impeto civile che muove i personaggi, seguitene il percorso impervio e doloroso che li ha portati a testimoniare la verità, per quanto orribile. Spotlight racconta tutto questo attraverso la migliore arma che questo tipo di cinema possiede: la coerenza. Ammirevole. 

Potete trovare Spotlight nei cinema di New York da venerdì 6 novembre, mentre in Italia dal prossimo prossimo 18 febbraio.
http://www.lavocedinewyork.com

sabato 7 novembre 2015

Inchiesta. Si continuano ad aggiungere elementi mancanti, omessi, fatti sparire, alla misteriosa scena dell’omicidio di Pasolini del 1975

Vogliamo par­larvi ancora di Paso­lini — e ancora ve ne par­le­remo — affi­dando a que­ste pagine noti­zie in un primo momento desti­nate a uno scritto sull’argomento orga­nico, più uni­ta­rio, anti­ci­pate dalla let­tura dell’intervista a Gra­ziella Chiar­cossi apparsa su La Repub­blica (30/10/2015). Nell’intervista Chiar­cossi rife­ri­sce una noti­zia di cui era­vamo a cono­scenza da tempo: «Ero sve­glia (la notte tra il 1° novem­bre e il 2, ndr) quando bus­sa­rono due agenti di poli­zia: cer­ca­vano Pier Paolo, mi dis­sero che ave­vano tro­vato la sua auto in via Tibur­tina». Nell’intervista Gra­ziella Chiar­cossi squar­cia un altro velo inciam­pando in un lap­sus men­tis allor­ché ricorda: «Ricordo la sua feli­cità quando pren­deva in mano le sei­cento pagine del dat­ti­lo­scritto (Petro­lio, ndr)» testi­mo­niando così, defi­ni­ti­va­mente, che lo scar­ta­fac­cio ori­gi­na­rio, nelle mani dello scrit­tore, e prima della fan­to­ma­tica scom­parsa dell’appunto 21, con­te­neva ancora l’appunto dato poi per disperso. Esi­steva, fu trafugato.
Anto­nio Pinna, auti­sta della mala al soldo di Jac­ques Beren­guer, che Paso­lini fre­quentò a lungo come aedo di gesta cri­mi­nali non se la sentì di sor­mon­tare il corpo dello scrit­tore. Lasciò l’onere a Giu­seppe Mastini che, a dispetto della sua gio­vane età, gui­dava magni­fi­ca­mente. Ese­guito il lavoro, Mastini resti­tui­sce l’auto a Pinna — un’automobile dello stesso iden­tico modello — che si vola­ti­lizza. Si mette quindi alla guida dell’Alfa di Paso­lini con accanto Pelosi. Fatte poche cen­ti­naia di metri, Pelosi ha un malore e fa cenno di fer­mare. Scende e vomita. Mastini ne appro­fitta per dile­guarsi. Verrà fer­mato nei pressi di piazza Gasparri dai cara­bi­nieri Cuz­zupé e Guglielmi. Ma non sul lun­go­mare come ci hanno voluto far cre­dere. I due militi sono comun­que fuori zona ope­ra­tiva, lavo­rano infatti con man­sioni impie­ga­ti­zie al Mini­stero degli interni, solo sal­tua­ria­mente ven­gono impie­gati di pat­tu­glia. Vivono ad Ostia, Cuz­zupé in via delle Bale­niere e, se non addi­rit­tura aller­tati per tempo, sono stati avvi­sati dall’auto-civetta che sta­ziona nel tea­tro dell’omicidio. San­dro Capo­to­sto, capi­tano dei CC in forza ai Ser­vizi Segreti, morto a causa di un infarto nel 2010, accettò di incon­trare chi scrive, in bor­ghese, al «Cri­smi» Bar di via Oza­nam, alla con­fluenza con via Francesco
Catel, in modo cir­co­spetto e, data la situa­zione, per­fino comico. Era stato lui, in verità, a cer­carmi in qual­che modo al gior­nale quando seppe che andavo da tempo inte­res­san­domi al caso. Parlò per tutto il tempo senza guar­darmi in fac­cia, pog­giando le brac­cia sul ban­cone e guar­dando fisso davanti a sé. Rivelò, con voce fioca, dei reali movi­menti di Cuz­zupé e Guglielmi, pedine allora incon­sa­pe­voli di una stra­te­gia di più ampio respiro. Sog­giunse che non avrei dovuto cer­carlo mai più in futuro, che il nostro rap­porto comin­ciava e finiva in quel bar. Uscì per primo a passo soste­nuto dopo aver bevuto un bic­chiere di acqua mine­rale gasata. Quando uscii, dopo pochi passi, fui fer­mato da due cara­bi­nieri in divisa i quali — in verità con molta cor­te­sia e cer­cando di met­termi a mio agio — mi per­qui­si­rono addu­cendo ragioni di un con­trollo di routine.
L’ispezione cor­po­rale fu accu­rata. Ho sem­pre pen­sato che quel momen­ta­neo fermo fosse diret­ta­mente ricol­le­ga­bile all’incontro con Capo­to­sto e lo scopo, a mio avviso, era duplice: sin­ce­rarmi che non fossi armato e che non pos­se­dessi un regi­stra­tore. A pen­sarci bene non c’era una ragione valida per arre­stare, a piedi, Pelosi. Si può fer­mare una per­sona, spe­cie a quell’ora di notte, per il con­trollo dei docu­menti ma arre­starlo, per­ché? Il far­locco era la vit­tima sacri­fi­cale: doveva essere arre­stato. Mastini lascerà l’auto di Paso­lini al Tibur­tino III, esat­ta­mente tra via Fac­chi­nelli e via Cer­ve­sato, zona Casal Bru­ciato. Coin­ci­denza strana, la tra­versa suc­ces­siva è via Diego Angeli dove i Mastini vive­vano in una rou­lotte; il padre di Giu­seppe gestiva una gio­stra nella vicina piazza Ric­cardo Bal­samo Crivelli.
Tor­nando a quella notte di tre­genda, l’estraneità di Pelosi all’azione fisica è dedu­ci­bile, anche, dagli effetti custo­diti nel Museo Cri­mi­no­lo­gico in Roma: gli sti­va­letti di Pier Paolo sono let­te­ral­mente incro­stati di fango, le scarpe di Pelosi sono sem­pli­ce­mente spor­che, vero­si­mil­mente di uno sporco ante­ce­dente all’incontro. Inol­tre, il famoso plan­tare pre­senta due pecu­lia­rità che avrebbe potuto/potrebbe ancora? aiu­tare e indi­riz­zare gli inqui­renti. La prima: sono pre­senti due tagli di forma ret­tan­go­lare, effet­tuati vero­si­mil­mente con un cut­ter dato che il taglio è pre­ciso e attra­versa più strati di pelle, uno sotto l’alluce (più pre­ci­sa­mente dove l’alluce si inne­sta nella pianta), l’altro alla fine della pianta pro­prio all’inizio dell’incavo, segno che il por­ta­tore aveva, pro­prio in quei due punti, cal­lo­sità resi­lienti e mai resecati.
L’altro riguarda un alone scuro, diverso dal colore uni­forme della restante area, che inte­ressa l’alluce, il mel­luce e parte del tril­lice segno che il por­ta­tore era solito pog­giare il piede con la punta e non con il tal­lone oltre ad avere le dita ad arti­glio o, come anche comu­ne­mente detto, a mar­tello. In una società «liquida», una società che impal­lina un uomo delle isti­tu­zioni (leggi: Igna­zio Marino) solo per man­canza di agree­ment da parte del Capo e dell’imprimatur riti­rato da Ber­go­glio, come pos­siamo spe­rare che gli ele­menti di novità che, da più parti, ven­gono offerti all’indagine ven­gano presi in esame per risol­vere un delitto così aber­rante? Noi andiamo avanti.
Di Cice­rone è comu­ne­mente nota l’allocuzione Mala tem­pora cur­runt ma non tutti sanno che, così detta, rimane un’espressione monca. Lo scrit­tore infatti pro­se­guiva: sed peiora parantur.
ilmanifesto.info