mercoledì 30 dicembre 2015

SENTENZA: IL TRAGITTO PER ARRIVARE IN UFFICIO RIENTRA NELL’ORARIO DI LAVORO E QUINDI VA RETRIBUITO

Un importante sentenza della Corte di Giustizia Europea chiarisce che gli spostamenti (il tragitto casa-lavoro) rientrano nell’orario di lavoro e sono da retribuire in busta paga. Il caso riguarda i lavoratori che non hanno un luogo di lavoro fisso e sono impegnati in spostamenti quotidiani decisi dal datore di lavoro. Vediamo nel dettaglio.
Arriva una importante pronuncia della Corte di Giustizia europea in materia di orario di lavoro: “Il tempo di spostamento deve essere considerato come orario di lavoro”. Più precisamente, i lavoratori che non hanno un luogo di lavoro fisso e abituale hanno diritto a vedersi riconosciuto come orario di lavoro retribuito gli “spostamenti quotidiani dal proprio domicilio ai luoghi in cui si trovano il primo e l’ultimo cliente indicati dal datore di lavoro”.
La sentenza ha un impatto importante sulla determinazione dell’orario di lavoro (e relativi limiti e riposi spettanti) e della retribuzione spettante ai lavoratori che abitualmente svolgono lavori e mansioni per le quali l’utilizzo dell’automobile (aziendale e non) è d’obbligo, come ad esempio i dipendenti addetti alle vendite ed ai rapporti con la clientela. La sentenza chiarisce in quali casi va retribuito il tragitto casa-lavoro.
Secondo la Corte, nel caso in questione, quello dei lavoratori che lavorano svolgendo una mansione per la quale sono abitualmente impegnati in spostamenti quotidiani, essendo i lavoratori sostanzialmente “a disposizione del datore di lavoro”, di fatto mettono le proprie energie lavorative a disposizione di quest’ultimo anche nei trasferimenti casa-lavoro, o per meglio dire, nei trasferimenti dalla propria abitazione al primo cliente (ad inizio giornata lavorativa) e dall’ultimo cliente al proprio domicilio (a fine giornata lavorativa).
Sono orario di lavoro gli spostamenti, chiarisce la Corte, solo nel caso in cui i clienti da raggiungere sono indicati dal datore di lavoro giorno per giorno. E pertanto in questo caso il datore di lavoro sottopone il lavoratore al proprio potere direttivo e di controllo.
Vediamo nel dettaglio il contenuto della Sentenza UE e le motivazioni.
Il caso
La Sentenza della Corte UE è intervenuta in un ricorso di una società spagnola, che vende impianti antifurto e antincendio. Questa società ha chiuso tutti i suoi uffici regionali ed ha affidato la propria rete di vendita a propri dipendenti che operano su tutto il territorio spagnolo, dotati di automobile societaria e di cellulari aziendali. La società spagnola per ogni proprio operatore di vendita fissava tutti gli interventi di giornata e quindi determinava, con il proprio potere direttivo, tutti gli spostamenti quotidiani che ogni operatore doveva fare dal proprio domicilio al primo cliente. Ed anche a fine giornata, di conseguenza, dall’ultimo cliente all’abitazione del proprio dipendente.
La sentenza
La Corte di Giustizia Europea ha stabilito nella propria sentenza che gli spostamenti sono da considerarsi orario di lavoro. E quindi i dipendenti vanno pagati anche per il tempo impiegato per recarsi da casa al luogo di incontro con i propri clienti. Vediamo perché.
La Corte richiama la nozione di orario di lavoro: L’art. 2, punto 1) della direttiva europea n. 2003/88 definisce l’ «orario di lavoro» come “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni, conformemente alle legislazioni e/o prassi nazionali”.
Secondo la Corte “affinché un lavoratore possa essere considerato a disposizione del proprio datore di lavoro, tale lavoratore deve essere posto in una situazione nella quale è obbligato giuridicamente ad eseguire le istruzioni del proprio datore di lavoro e ad esercitare la propria attività per il medesimo”.
Di contro: “dalla giurisprudenza della Corte emerge che la possibilità per i lavoratori di gestire il loro tempo in modo libero e di dedicarsi ai loro interessi è un elemento che denota che il periodo di tempo in questione non costituisce orario di lavoro ai sensi della direttiva 2003/88”.
Quindi la questione è: gli spostamenti sono un obbligo del lavoratore da retribuire oppure quest’ultimi conservano una possibilità di gestire il proprio tempo libero?
Nel caso specifico, come detto, la società fissava l’elenco e l’ordine dei clienti, che devono essere seguiti dai lavoratori di cui al procedimento principale, nonché l’orario degli appuntamenti presso i suoi clienti.
Quindi secondo la Corte di Giustizia “detti lavoratori non hanno la possibilità di disporre liberamente del loro tempo e di dedicarsi ai loro interessi, e pertanto essi sono a disposizione dei loro datori di lavoro”.
Quindi “se un lavoratore che non ha più un luogo di lavoro fisso esercita le sue funzioni durante lo spostamento che effettua verso un cliente od in provenienza da questo, tale lavoratore deve essere considerato come al lavoro anche durante tale tragitto”. E questo perché “gli spostamenti sono intrinseci alla qualità di lavoratore che non ha un luogo di lavoro fisso od abituale”.
E tale constatazione “non può essere inficiata dalla circostanza che i lavoratori, in una situazione come quella di cui trattasi nel procedimento principale, comincino e terminino tali tragitti presso il loro domicilio”. Quindi pur se partono da casa, sempre orario di lavoro è da considerarsi.
I lavoratori infatti “hanno perso la possibilità di determinare liberamente la distanza che separa il loro domicilio dal luogo abituale di inizio e di fine della loro giornata lavorativa”. E tale situazione è contrario “all’obiettivo di tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori, perseguito dalla direttiva 2003/88, nel quale rientra la necessità di garantire ai lavoratori un periodo minimo di riposo”.
La Corte conclude: “qualora alcuni lavoratori che si trovano in circostanze come quelle di cui al procedimento principale utilizzino un veicolo di servizio per recarsi, durante la giornata lavorativa, dal loro domicilio presso un cliente indicato dal loro datore di lavoro o per tornare al loro domicilio dal luogo in cui si trova tale cliente e per recarsi dal luogo in cui si trova un cliente ad un altro, tali lavoratori devono, durante tali spostamenti, essere considerati «al lavoro», ai sensi dell’articolo 2, punto 1, della medesima direttiva”. Quindi come orario di lavoro effettivo.“
Il tempo di spostamento deve essere considerato come orario di lavoro: Corte di Giustizia UE
Il dispositivo finale della Sentenza: “L’articolo 2, punto 1, della direttiva 2003/88/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 novembre 2003, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, deve essere interpretato nel senso che, in circostanze come quelle che caratterizzano il procedimento principale, nelle quali i lavoratori non hanno un luogo di lavoro fisso o abituale, costituisce «orario di lavoro», ai sensi di tale disposizione, il tempo di spostamento che tali lavoratori impiegano per gli spostamenti quotidiani tra il loro domicilio ed i luoghi in cui si trovano il primo e l’ultimo cliente indicati dal loro datore di lavoro”.
L’azienda in questione pertanto ha ridotto il tempo di riposo dei lavoratori e quindi lo spostamento domicilio-cliente è da considerarsi funzionale all’esecuzione dell’attività lavorativa del dipendente. E quindi è da considerarsi orario di lavoro. Ed è soprattutto da retribuire in busta paga.
fonte FanPage

giovedì 24 dicembre 2015

La profezia di don Milani: «Vengono onorati e elevati i preti che si distinguono nelle più corruttive attività e vengono destituiti i santi»


Ancora Vatileaks. Ancora documenti trafugati in Vaticano che raccontano di scandali, cupidigia, speculazioni, ipocrisia, mancanza di carità. Un cardinale dovrebbe essere un “cardine” su cui poggia la Chiesa, uno dei prescelti a testimoniare il Vangelo fino all’estremo, fino al sangue, rappresentato dalla porpora che indossa; è un “principe” della Chiesa, ma essere principe nella Chiesa è diverso da essere potenti nel mondo: significa essere uno dei prìncipi di quel re, Gesù Cristo, che si è chinato a lavare i piedi ai suoi discepoli, prima di morire in croce.

Invece apprendiamo che molti cardinali assomigliano più a prìncipi mondani che a testimoni di Cristo; pavoneggiandosi nelle loro ricche porpore, hanno trasformato il Vaticano in una “spelonca di ladri”, usano le canonizzazioni per accumulare ricchezze, rubano i soldi destinati ai poveri.

Viene da chiedersi se questi cardinaloni appartengano alla stessa Chiesa della vecchietta che dona la sua offerta per l’obolo di san Pietro, togliendola dalla misera pensione, o del fedele che firma per destinare il suo 8 per mille alla Chiesa cattolica, perché lo spenda nel migliore dei modi. Anch’io mi sono più volte chiesto, indignato, se questi lupi travestiti da prelati appartengano alla mia stessa Chiesa: faccio i salti mortali per custodire e preservare le cinque antiche chiese presenti nel territorio della mia parrocchia, piene di opere d’arte da restaurare; cerco di racimolare soldi, in tutti i modi leciti, per pagare fitti, bollette e pacco alimentare alle tante famiglie in difficoltà che bussano alla porta della parrocchia; 150 bambini frequentano l’oratorio e durante l’inverno non possono usare il campo di calcetto perché non troviamo i soldi per coprirlo. E sono convinto che la maggior parte dei parroci del Sud Italia stiano nelle mie stesse condizioni.

È di un’attualità sconvolgente quanto scriveva don Lorenzo Milani a don Ezio Palombo il 29 aprile 1955: «Vengono onorati e elevati i preti che si distinguono nelle più corruttive attività e vengono destituiti i santi». Forse sono ingenuo, ma perché non cominciare ad immaginare una sorta di rotazione, se non tra vertici e base della Chiesa, almeno tra i suoi dirigenti apicali? Sarebbe bello se un cardinale o un vescovo, dopo alcuni anni di impegno ai vertici della Santa Sede andasse, o tornasse, a svolgere il proprio servizio in una diocesi.

Invece è triste pensare che il vero scontro ai vertici della gerarchia quasi immobile e inamovibile della Chiesa cattolica, non sia solo tra conservatori e progressisti, ma tra questi e i potenti vestiti da vescovi e cardinali, che non vogliono cedere né mettere in discussione il proprio potere, che anzi cercano di accrescere con ogni mezzo. Allora ben vengano queste rivelazioni giornalistiche che – lo spero tanto – alcuni sostengono essere i primi effetti della “rivoluzione” di papa Francesco di cui tanto si parla.

Nel XIII secolo lo scontro tra la Chiesa dei “poveri in spirito”, rappresentata da san Francesco, e quella del potere, rappresentata da papa Innocenzo III, si risolse in una sorta di tregua precaria. Morto il santo di Assisi, infatti, lo scontro si riaccese in modo sempre più cruento: il sangue era quello dei poveri e di chi li difendeva, schiacciati dalla maggior parte della gerarchia che, invece, pensava ad accumulare sempre più potere e ricchezze. Il potere, che forse per un momento solo era sembrato scosso dalle scelte evangeliche di Francesco, dopo di lui trionfa, come sempre, vendicativo e spavaldo più che mai. Resta l’esempio concreto del giullare di Dio, che comunque attraverserà tutta la storia. 

C’è da chiedersi se adesso che in Vaticano Francesco sembra aver preso il posto di Innocenzo, le scelte del poverello di Assisi possano finalmente diventare il programma del pontificato di un papa. Ce lo auguriamo in tanti. Ben sapendo – e lo sa bene anche papa Francesco – che scrostando e liberando il volto evangelico della Chiesa dal marciume, questo apparirà ancora più schifoso. Ma non bisogna aver paura della verità: anche il pavone quando apre la sua splendida coda diventa bellissimo, ma … necessariamente mostra il culo.

MicroMega

martedì 22 dicembre 2015

Rivisitare a distanza di 30 anni l'inganno cui il popolo italiano fu sottoposto lascia stupefatti

Trent'anni fa, il 15 dicembre 1985, veniva firmata l'Intesa tra Governo italiano e Cei (Conferenza Episcopale Italiana), divenuta il giorno successivo il DPR 751/16.12.1985, applicativo dell'articolo 9 del Nuovo Concordato per l'insegnamento della religione cattolica (irc) nelle scuole pubbliche.
L'inserimento dell'irc nell'orario scolastico obbligatorio – nonostante la facoltatività della scelta prevista dal Nuovo Concordato (1984) – fu la conseguenza di quell'Intesa che pur non nominando esplicitamente il termine “obbligatorio” accanto al termine “orario giornaliero”, tendeva a vanificare di fatto l'eliminazione dell'obbligo di frequenza dell’irc previsto dal precedente Concordato (1929).
Rivisitare a distanza di 30 anni l'inganno cui il popolo italiano fu sottoposto lascia stupefatti.
L'Intesa parte come se nulla fosse cambiato: “...la Repubblica italiana … continua ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche...”. Soltanto al punto 2 si accenna al nuovo regime: il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi dell'irc – assicurato dallo Stato – non deve determinare alcuna forma di discriminazione, neppure in relazione ai criteri per la formazione delle classi, alla durata dell'orario giornaliero e alla collocazione di detto insegnamento nel quadro orario delle lezioni.
Le parole pesano come mattoni. Trattandosi di un'Intesa relativa all'insegnamento della religione cattolica la preoccupazione riguarda la tutela da ogni forma di discriminazione nei confronti di coloro che scelgono di frequentare l'irc: non devono essere isolati in classi apposite, non devono rimanere a scuola oltre l'orario, l'irc deve essere collocato nel quadro orario delle lezioni.
I trent'anni che ci separano da quel provvedimento hanno configurato, tra disorientamento, proteste, ricorsi, un’altra storia. I discriminati erano – sono – i non avvalenti. Proprio la collocazione dell'irc, divenuto facoltativo, all’interno dell’orario scolastico obbligatorio determinava un vuoto assoluto, una totale incuria per chi di quell’insegnamento-confessionale – non intendeva avvalersi.
La ministra Falcucci considerò risolutivo lo stratagemma dell’ora alternativa. I non avvalenti avrebbero potuto durante l’ora di r.c. dedicarsi ad attività culturali di studio con l’assistenza degli insegnanti. Ne nacquero diatribe a non finire: la Camera nel 1986 votò una mozione in cui si chiedeva un insegnamento “certo”, non casuale, come dire, di serie B a fronte dell’irc; dibattiti ci furono anche sulla natura, sui caratteri di questo insegnamento, ma di tutt’altro tenore fu la sentenza della Corte Costituzionale (sent.203/1989) su un ricorso presentato al Tar del Lazio dai non avvalenti e da associazioni laiche.
La Corte si pronunciò contro qualsiasi forma di imposizione affermando il valore della libertà di coscienza. I non avvalenti non dovevano sottostare ad alcun obbligo “alternativo” per il fatto di non avere scelto l’irc. Venne loro riconosciuto “lo stato di non obbligo”.
Quest’affermazione di principio necessitava di un forte sostegno nelle scuole e nella società. Il sostegno ci fu nei primi anni ’90, tanto che nel 1991 la Corte Costituzionale estese lo “stato di non obbligo” al punto da comprendere addirittura l’uscita dall’edificio scolastico dei non avvalenti durante l’irc, qualora l’avessero richiesto. Nel 1990 fu sollecitata dalla società civile, e ottenuta, una revisione dell’Intesa. Il DPR 202 del 1990 (ministro per la P.I. l’on. Sergio Mattarella) mise mano a vari aspetti della normativa di cui quelli ritenuti più importanti per gli effetti diretti sulla popolazione scolastica sono la concentrazione delle 60 ore di irc nella scuola dell’Infanzia in alcuni particolari momenti dell’anno, in modo da evitare la separazione settimanale di bambini e bambine del tutto ignari, e la sostituzione del voto del docente di r.c. allo scrutinio finale “se determinante ai fini di promozione o bocciatura dell’alunno/a” con un giudizio da iscrivere nel verbale.
Vi furono ricorsi da parte dei docenti di r.c., alcuni accolti, altri respinti, ma l’aspetto più grave è rappresentato dal fatto che a tutt’oggi in numerose scuole questo provvedimento non è conosciuto, e non mancano casi di alunni e alunne promossi grazie al voto del docente di r.c.…
L’allentamento della tensione che aveva animato le battaglie del primo decennio dall’entrata in vigore del Nuovo Concordato nella scuola portò a una sorta di indifferenza generalizzata, tranne pochi “ostinati”cui va il merito di aver tenuta accesa la fiamma dell’impegno.
Il termine “esonero” a tutt’ora in uso da parte di chi non si avvale, come se si trattasse di un insegnamento ancora obbligatorio, la dice lunga. La materia alternativa è vista come l’unica possibilità praticabile. Studio individuale (assistito o non assistito), uscita dall’edificio vengono raramente presi in considerazione, a meno che non si tratti (nel caso di non presenza a scuola) di un irc collocato alla prima o ultima ora di lezione. Si tratta di scelte “raffinate” che presuppongono una coscienza laica, che non cede al ricatto della valutazione dell’attività alternativa alla pari di r.c.
A questo proposito va ricordata la lunga vicenda (2006-2009) della contestazione dell’attribuzione del credito scolastico all’esame di Stato assegnata anche al docente di r.c. Si mossero una ventina di associazioni laiche e confessioni religiose diverse dalla cattolica. Il Tar del Lazio accolse i ricorsi mettendo in evidenza le discriminazioni ricadenti sulla diversa fattispecie dei non avvalenti. Ma il ricorso della ministra Gelmini al Consiglio di Stato provocò una storica sentenza (dec. 2749 del 7 maggio 2010): non ci sarebbe stata discriminazione se la scuola avesse avviato un’attività didattico formativa alternativa all’ irc.
Si apriva così un nuovo capitolo. La libertà di coscienza veniva calpestata a favore di una semplificazione inaccettabile, ma che fu accettata. La richiesta di un’attività alternativa sembrò una via accettabile, anzi, da sollecitare, visto che il MAE e il MIUR, sulla base della sentenza del Consiglio di Stato, dichiaravano di retribuire direttamente il docente di attività didattico-formativa (cfr. C.M. marzo 2011). L’attività alternativa cominciava a rappresentare una sorta di ancora di salvezza per i tanti precari delle graduatorie! La subalternità all’irc non viene normalmente percepita. Con buona pace della laicità della scuola.
Ma quale è la realtà nelle scuole? L’attività alternativa continua a non essere condizione generalizzata. Le disposizioni citate non sono neppure note a tutti i dirigenti. Alunni e alunne che non si avvalgono, soprattutto nella Scuola primaria, continuano a essere “spostati” di classe durante l’ora di r.c. L’Uaar recentemente evidenziava il basso numero di alunni che si avvalgono e proponeva l’accorpamento delle classi, riducendo il numero dei docenti di r.c. Ma anche gli alunni che non si avvalgono sono pochi in molte realtà…E anche i docenti di attività alternativa hanno un costo… Si tratta ovviamente di casi limite.
La confusione oggi è grande. Molti chiedono la trasformazione dell’ora di religione in ora di storia delle religioni, come se non esistesse un Concordato che impone l’irc… Ciononostante il numero di coloro che non si avvalgono è in continuo aumento. Di questo fenomeno va tenuto conto; lo stato di non obbligo per i non avvalenti va rivendicato, la sudditanza a un insegnamento confessionale non può essere mitigata da marchingegni alternativi.
È tempo che la battaglia contro l’Intesa applicativa dell’art.9 del Nuovo Concordato nella scuola pubblica venga ripresa, in nome della laicità della scuola e della Repubblica.
Non possiamo attendere l’auspicata abrogazione del Concordato; l’Intesa – come si è visto – può essere ridiscussa. E ciò è tanto più urgente in presenza del moltiplicarsi della presenza di alunni/e appartenenti ad altre confessioni religiose, in presenza del permanere costante di forme di discriminazione denunciate dai genitori, in presenza dei costi elevati che gli insegnanti di r.c. scelti dal Vicariato ma pagati dallo Stato, e i docenti di attività alternative, qualora si rispetti la sentenza del Consiglio di Stato, comportano.
L’Intesa del 16 dicembre 1985 parla di “orario scolastico” ma non di “orario scolastico obbligatorio”. Tutto ciò considerato, non si potrebbe proporre l’avvio di una trattativa tra i soggetti firmatari dell’Intesa per stabilire che “orario scolastico giornaliero” può anche comprendere una fascia facoltativa (era una vecchia proposta degli anni’90) per consentire – fuori dell’orario obbligatorio – a chi ne faccia richiesta, di frequentare l’irc, senza valutazioni discriminanti nei confronti di chi in base alla libertà di coscienza non ritiene di seguire un insegnamento confessionale? Sarebbe un passo grande verso l’affermazione della laicità della scuola pubblica.
Antonia Sani - MicroMega

Questo, nel paese di Renzi e Verdini, dei conflitti di interessi e del magna magna a spese dei contribuenti, dei furbetti di tutte le parrocchie, dei trasformismi delle prime e ultime ore, dei partiti che abiurano a tutta una tradizione di principi

Mi presento. Sono la tipica docente contrastiva. Una di quelle che – nel fantasioso linguaggio della Anp, Associazione Nazionale Dirigenti ed Alte Professionalità – come si evince da una slide di “formazione” del nuovo dirigente scolastico (quello a cui la legge 107/15 – la Buona Scuola – assegna il ruolo di reclutatore, valutatore ed elargitore del bonus che premia il merito, stravolgendo la ratio inclusiva e la vocazione democratica e quindi collegiale della scuola della Repubblica) crea potenzialmente problemi all’istituto e quindi deve/può essere allontanata.
Cosa vuol dire? Vuol dire che non sono docile, malleabile, indecisa, impaurita dalle gerarchie, schiacciata dal timore del potere. Perché sarebbe così che ci vorrebbero: servi, esecutori, incapaci di rivendicare la libertà di insegnamento e le proprie prerogative non solo professionali ma civili, yes wo/men di personaggi che sono per lo più stati cooptati dall’amministrazione (che li ha addestrati sul Toyota Management System, con l’avallo di Treelle e Fondazione Agnelli, per dirigere – pensate! – delle scuole) e li ha reclutati attraverso procedure concorsuali controverse, dai risvolti poco chiari, con prove a dir poco opinabili. Nonché costosi corsi di formazione, di cui la stessa Anp è organizzatrice, of course.
Sono una docente contrastiva per vocazione e temperamento. E lo sono non per partito preso, ma perché rispondo direttamente al mandato costituzionale che ho assunto nel momento in cui ho iniziato a lavorare nelle scuole: il rispetto di quei principi mi ha resa autorevole e dialettica con i miei studenti, preparata nelle mie discipline, intransigente verso un “nuovo che avanza” che di quei principi fa carne di porco. E con gli esecutori acritici – dirigenti, colleghi, genitori, studenti – di una norma, la 107/15, e di tutte le riforme approvate – Moratti, Gelmini – o rimandate al mittente – Profumo – che quei principi hanno violato ed infangato. Non verrò mai premiata, non sarò mai tra i “meritevoli”, dal momento che non blandisco, non progetto compulsivamente, non eseguo acriticamente. Vedo ancora la scuola non come un progettificio rutilante e multiforme, come una merce sul mercato da rendere appetibile con le lusinghe più varie, ma come un luogo di riflessione, relazione, studio, crescita umana, professionale ed etica (e non l’avviamento precoce al lavoro). Opero con coscienza: produco – come è mio dovere - generalmente cultura, cittadinanza critica, competenze trasversali utili a stare meglio nel mondo, rispetto e pratica della legalità. Ho scioperato e sciopererò in occasione dei test Invalsi, perché comprimere le capacità crtico analitiche degli studenti e - al tempo stesso - imporre una didattica ideologica e di regime è una direzione che rivendico poter rifiutare, contraria a tutte le mie convinzioni didattico pedagogiche e all'esercizio della libertà di insegnamento e del diritto all'apprendimento
Questo, nel paese di Renzi e Verdini, dei conflitti di interessi e del magna magna a spese dei contribuenti, dei furbetti di tutte le parrocchie, dei trasformismi delle prime e ultime ore, dei partiti che abiurano a tutta una tradizione di principi per cui i propri (improbabili) progenitori hanno sacrificato la vita stessa,  non è parametro positivo. Per giunta parlo; e – quel che è peggio – penso. Mi oppongo, addirittura studio la legge. Non sono disponibile a chinare la testa davanti ad un dirigente che mi dica: l’esperto sono io, si fa così. Perché riconosco a me stessa la capacità di andare a leggere ed interpretare le stesse norme che troppo spesso dirigenti superficiali enunciano e interpretano in modo arbitrario, indifferenti a ogni esigenza di chiarezza e trasparenza, pronti ad eseguire gli indirizzi e le indicazioni che l’amministrazione propaganda per norme tassative.
E pensare che di docenti contrastivi c’è davvero bisogno, anche se c’è qualcuno che si ostina a non capire, a non voler capire. Da qualche tempo – grazie a berlusconismo e renzismo – il nostro Paese ha infatti cessato (nella maggioranza dei suoi rinunciatari cittadini) di considerare l’interesse generale come un valore da difendere davvero. È per questo che molte tra le battaglie sulla scuola sono state portate avanti quasi esclusivamente da coloro che ne erano (o, meglio, sembravano essere) direttamente coinvolti: così fu per la riforma Moratti (percepita quasi esclusivamente come roba da scuola primaria) o per le varie tornate di rivendicazione dei precari. Quasi che la distruzione del tempo pieno o la rottura del modello pedagogico del team di insegnanti non fosse elemento che potesse/dovesse interessare i docenti degli altri ordini; o che stabilizzazione del rapporto di lavoro, continuità didattica, precarizzazione delle esistenze non avessero ricadute generali sul sistema e quindi, sebbene indirettamente, anche su chi non si trovava in quelle condizioni. È per questo motivo, forse, per una visione personalista ed individualista persino della mobilitazione, che concetti come l’attacco ai principi costituzionali della libertà dell’insegnamento e dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale non vengono percepiti come tragedie culturali, sociali e politiche tanto gravi da continuare a richiedere vigilanza, indignazione, mobilitazioni permanenti. Quei principi vengono drammaticamente scavalcati e dileggiati dalla legge 107, la cosiddetta Buona Scuola; ma docenti, personale  Ata, genitori e persino studenti non sembrano preoccuparsene in troppi casi, tanto che la primavera e lo sciopero del 5 maggio sembrano ora quasi un ricordo. Ma c’è una notizia che ci riporta alla dura realtà: nessuno è esente dalle conseguenze negative di questo pedestre abominio giuridico.
Come ci spiegano le solerti slides della associazione di dirigenti più potente del Paese, celebre per la sua immediata e zelante capacità di irreggimentazione rispetto alle più varie “riforme” che siano state proposte/imposte alla scuola italiana – in questo e in molto altro, insomma, per nulla “contrastiva” – la mobilità futura, la possibilità di chiedere trasferimento, sarà per i docenti, anche quelli di ruolo da decenni, anche quelli anziani, non più verso le singole scuole, ma solo verso gli ambiti territoriali. Il futuro che si prefigura è semplice ed omogeneo: tutti saranno “incaricati” sulla scuola del dirigente che li avrà pescati dall’ambito territoriale, per un periodo – rinnovabile – di tre anni. La chiosa contenuta nelle slides a questo proposito riporta alcune valutazioni, che molto fanno riflettere sul potenziale e già esistente clima in molte scuole. Un clima alimentato da una più o meno evidente irreversibile dimensione conflittuale, esasperata dai tentativi coercitivi e autoritari di molti dirigenti di piegare i collegi dei docenti (ormai limitati nelle loro prerogative e talvolta irresponsabilmente fiaccati nella loro capacità di resistenza) alla propria volontà, spesso con toni irridenti e proprietari, come si nota anche dal testo dell’Anp.
Si legge: “ma [i docenti] non avranno la certezza di una scuola, vita natural durante come adesso” (e qui come non notare l’ammiccamento al comune sentire e l’ aggressività verso gli insegnanti italiani – conservatori, privilegiati, fannulloni - inaugurata più di 10 anni fa da economisti-editorialisti che hanno legittimato ed alimentato i più triti luoghi comuni, accompagnando il definitivo affogamento nel neoliberismo della Scuola della Repubblica?).  E continuano le davvero illuminanti diapositive: “Vantaggi per la scuola: scelta dei docenti in funzione del Ptof; maggiore probabilità di “fare squadra”; non “avere le mani legate” rispetto a docenti contrastivi”. Oltre ai toni beceri, c’è da notare che in questa visione la scuola non coincide più con la sua teleologia costituzionale: favorire in tutti i modi il diritto all’apprendimento di tutti gli studenti, sulla base del principio di uguaglianza costituzionalmente sancito. I “vantaggi”, infatti, della precarizzazione, deprofessionalizzazione, messa all’asta dei docenti italiani, sono – ancora una volta – di natura esclusivamente economica e nel senso della limitazione di diritti e democrazia. Dove “fare squadra” deve essere inteso come accaparrarsi i docenti migliori sul mercato, qualora questa condizione possa essere oggettiva. E gli altri? E – soprattutto – le scuole e gli studenti che avranno gli altri, i non migliori? Squadre di serie A, di serie B, forse anche di Lega Pro, senza pensare che però gli studenti non sono – o non dovrebbero essere – di serie A o di serie B; senza pensare, ancora, che certamente non sono figli di serie A e B. E dove “non avere mani legate rispetto a docenti contrastivi” significa imporre alla scuola e alla società una classe docente perfettamente omogenea alla volontà del capo, in grado finalmente di sbarazzarsi di contestatori, infedeli alla linea, gufi, piantagrane. Tradotto in altri termini significa: affidare le nuove generazioni, figli e nipoti, non più al luogo della democrazia, della laicità, del pluralismo, dell’inclusione nell’interesse generale; ma alla fabbrica del Pensiero Unico.
Questo è un ringraziamento ai Partigiani della Scuola Pubblica, che hanno sollevato un caso sul quale è necessario riflettere e mobilitarsi. È però anche un appello ai docenti italiani; a studenti, genitori, cittadini: non vi sentite coinvolti? C’è in gioco la democrazia: c’è molto bisogno di contrastività.
Marina Boscaino
(18 dicembre 2015) in MicroMega