giovedì 22 gennaio 2015

La bugia dei dipendenti pubblici troppo numerosi e poco produttivi

















La vicenda delle assenze dei vigili urbani di Roma ha accelerato il ddl Madia sulla “riforma del pubblico impiego”. Ma la strategia di ulteriore ‘dimagrimento’ del settore pubblico, controproducente per l’obiettivo della fuoriuscita dalla recessione, è giustificata con argomenti che non reggono alla prova dei fatti.
di Guglielmo Forges Davanzati - repubblica-it
L’assenza, per malattia, di circa l’83% (per la stima del Comune) di vigili urbani a Roma la notte di Capodanno ha impresso una significativa accelerazione al ddl Madia sulla “riforma del pubblico impiego”. Per quanto è dato sapere, il punto principale del provvedimento riguarderà la maggiore discrezionalità assegnata alla Pubblica Amministrazione di licenziare propri dipendenti poco produttivi, e di affidare all’INPS i controlli medici per la certificazione dell’effettiva malattia dei dipendenti in caso di assenza. 

Al netto di singoli casi di comportamenti eticamente censurabili e comunque punibili, stando alla normativa vigente, occorre considerare i possibili effetti macroeconomici che tali misure verosimilmente produrranno. E occorre anche preliminarmente considerare che il c.d. decreto Brunetta già contiene tutte le misure necessarie per consentire il licenziamento di dipendenti pubblici, in un quadro normativo nel quale il regime di sanzionamento dell’assenteismo è diverso fra settore privato e settore pubblico. 

Nel settore privato, la disciplina sulle assenze per malattia prevede che, per i primi tre giorni di assenza continuativa, l’indennità di malattia è a carico del datore di lavoro, con una percentuale di copertura definita dal contratto nazionale. A partire dal quarto giorno, l’Inps versa un’indennità non inferiore al 50 per cento della retribuzione, mentre la parte rimanente viene integrata dal datore di lavoro. Nel settore pubblico, per contro, è prevista la perdita di ogni componente accessoria del salario (circa il 20 per cento della retribuzione in media) per i primi dieci giorni di assenza continuativa per malattia. Si registra anche che le visite fiscali – effettuabili in un intervallo di sette ore al giorno – sono quasi il doppio di quelle effettuate nel settore privato (http://www.lavoce.info/archives/32235/quanto-ci-si-ammala-nel-pubblico-impiego/). 

Non è un mistero che il decreto in discussione si inserisce in una più generale strategia di ‘dimagrimento’ del settore pubblico (http://temi.repubblica.it/micromega-online/gli-effetti-perversi-della-privatizzazione-del-welfare/), che viene diffusamente giustificato con due ordini di ragioni: il settore pubblico italiano è sovradimensionato e assume lavoratori scarsamente produttivi. Si tratta di due argomenti che non reggono alla prova dei fatti. 

Per il primo aspetto, si consideri che, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, la spesa pubblica corrente ha cominciato a contrarsi, riducendosi, dal 1993 al 1994, da 896.000 miliardi a circa 894.000 miliardi. La spesa complessiva delle Amministrazioni pubbliche si è costantemente ridotta nei due successivi decenni. Dal 1961 al 1980 (periodo nel quale la spesa pubblica in Italia è stata in continua crescita), lo Stato italiano ha impegnato risorse pubbliche in rapporto al Pil per importi sistematicamente inferiori alla media dei Paesi OCSE. Per quanto specificamente attiene al numero di dipendenti pubblici, su fonte Eurispes e Ragioneria Generale dello Stato, si calcola che la spesa per il pubblico impiego in Italia ha un’incidenza sul Pil pari all’11,1% (contro il 19% della Danimarca, il 14,4% della Svezia, il 13,4% della Francia, l’11,5% della Gran Bretagna) e che, nella pubblica amministrazione italiana, sono occupate 58 unità di lavoro ogni mille abitanti, a fronte dei 54 della Germania e dei 135 della Svezia. L’Italia è l’unico Paese europeo nel quale, negli ultimi dieci anni, il numero dei dipendenti pubblici si è ridotto (nell’ordine del 4,7%). Nel resto d’Europa, l’occupazione nel settore pubblico è costantemente aumentata nel periodo considerato. Da ciò si può concludere che le dimensioni (per numero di addetti) del settore pubblico italiano sono del tutto in linea con la media europea[1]

Per quanto riguarda il secondo aspetto, si rileva, su fonte INPS, che, nel confronto internazionale, l’Italia è uno dei paesi caratterizzati dai più bassi livelli di assenza per malattia, ma con maggiore incidenza nel settore pubblico. Il modesto differenziale fra tassi di assenteismo nel settore privato e nel settore pubblico non sembra in grado di dar conto della (presunta) bassa efficienza di quest’ultimo, che è semmai imputabile non alla scarsa motivazione al lavoro dei suoi dipendenti, ma ai seguenti fattori: una bassa dotazione di capitale[2] e il fatto che, per il sostanziale blocco del turnover, i lavoratori occupati nel settore pubblico sono, in media, individui di età superiore ai quaranta anni, dunque maggiormente esposti a malattie e soprattutto, per molte mansioni, meno produttivi di quanto potrebbero essere lavoratori più giovani. 

E’ qui opportuno puntualizzare che è estremamente difficile quantificare l’efficienza della pubblica amministrazione nel suo complesso e compararla con quella degli altri Paesi europei: la Commissione europea colloca l’Italia al 23esimo posto su 28 Paesi, ma lo fa considerando l’”eccesso di burocrazia”, che evidentemente dipende dalla normativa vigente e non da fattori che attengono al rendimento dei lavoratori del settore pubblico. In più, la stessa Commissione europea certifica che l’efficienza della pubblica amministrazione italiana si è ridotta a seguito della riduzione della spesa pubblica corrente (in particolare, a partire dal 2011). 

Partendo, per contro, dalla diagnosi secondo la quale la bassa efficienza del settore pubblico dipende dalla scarsa motivazione al lavoro, il Governo intende potenziare i dispositivi di valutazione del rendimento nella pubblica amministrazione[3]. Occorre chiarire, a riguardo, che tali misure incorrono in un problema di importanza non secondaria. Nessuno dei criteri immaginabili per quantificarne il merito, infatti, ha in assoluto maggiore legittimità degli altri e quindi la scelta non può che essere del tutto discrezionale (ovvero senza alcun sostegno ‘oggettivo’). Secondo la logica meritocratica, infatti, il criterio per determinare quanta parte spetta a ciascuno a cui spetta la sua parte dovrebbe essere individuato dal più meritevole. Il che produce un circolo vizioso in base al quale al meritevole viene assegnato il potere di decidere il criterio che serve a scegliere il più meritevole, il quale deciderà a sua volta il criterio che sarà utilizzato per scegliere il più meritevole, in una spirale che porta a definire, in ultima analisi, i criteri di valutazione del merito su basi esclusivamente arbitrariegerarchiche[4]

L’ulteriore cura dimagrante imposta al settore pubblico italiano che questo Governo – peraltro del tutto in linea con le misure adottate almeno a partire dalla fine degli anni novanta – è, da un lato, controproducente e, dall’altro, in qualche modo inevitabile nel contesto della recessione in corso. Si tratta di una misura controproducente dal momento che, rinunciando a modernizzare la nostra pubblica amministrazione, si delega al privato la gestione di alcuni servizi tradizionalmente assegnati allo Stato. Con due effetti di segno negativo, peraltro già sperimentati. In primo luogo, la riduzione dei finanziamenti alla pubblica amministrazione riduce la quantità e la qualità di servizi di welfare (istruzione e sanità, in primo luogo), con effetti di segno negativo sul tasso di crescita della produttività del lavoro[5]. In secondo luogo, è ampiamente dimostrato che le privatizzazioni si associano a un incremento dei prezzi dei beni e servizi offerti, dal momento che, a differenza dell’operatore pubblico, l’impresa privata aggiunge un margine di profitto ai costi di produzione. Le privatizzazioni riducono, quindi, i redditi in termini reali[6]

E’ questa, tuttavia, di una strategia che, nello scenario politico attuale, si rende pressoché inevitabile, essendo peraltro oggi di facile praticabilità politica. E’ inevitabile dal momento che, come normalmente accade nelle fasi recessive, molte imprese private possono sopravvivere solo a condizione di lavorare in mercati protetti, ovvero attingendo a una domanda che esiste solo in quanto non viene soddisfatta da produzioni pubbliche. Vi è dunque una domanda di privatizzazioni espressa dal sistema industriale italiano, che il Governo è nelle condizioni di assecondare. Il contesto politico attuale consente, infatti, di dare la massima accelerazione a questi processi. 

È difficile far passare in secondo piano la logica squisitamente politica che guida (e ha guidato) le decisioni in merito all’assegnazione di finanziamenti alla pubblica amministrazione: mentre la DC, negli anni settanta-ottanta, cercava di recuperare consensi da dipendenti pubblici con bassi salari ma alte tutele, il PD di Renzi ha sempre meno la sua base elettorale (peraltro numericamente sempre più ristretta) fra dipendenti pubblici e sempre più fra imprenditori e lavoratori autonomi (http://www.huffingtonpost.it/2014/11/02/elettori-pd-sindacato_n_6089046.html)[7]. Dunque, allo stato dei fatti, ridurre le dimensioni del settore pubblico non è una strategia controproducente ai fini dell’acquisizione di consenso, soprattutto se si riesce a legittimare questa scelta con l’obiettivo di punire nullafacenti. 

NOTE 
[1] L’unico Paese europeo con minore incidenza della spesa per il pubblico impiego rispetto all’Italia è la Germania (9%). 

[2] A titolo puramente indicativo, si può considerare che molte amministrazioni pubbliche sono quasi del tutto sprovviste di sistemi informatici. 

[3] Sul tema, gli indirizzi generali del Governo sono reperibili nella “Lettera ai dipendenti pubblici” (http://www.governo.it/GovernoInforma/Documenti/lettera_dipendenti_pubblici.pdf), dove si fa riferimento alla “valutazione dei risultati fatta seriamente” e alla “retribuzione di risultato erogata anche in funzione dell’andamento dell’economia” (e dove si propone la “riduzione del 50% del monte ore dei permessi sindacali nel pubblico impiego”). 

[4] V. Michael Young, The Rise of Meritocracy, 1958. Per un’estensione di questa tesi alle politiche di valutazione delle Università (dove la decurtazione di fondi è stata, negli ultimi anni, di massima entità), si rinvia a D.Borrelli, L’ANVUR e l’arte della rottamazione dell’Università. Contro l’ideologia della valutazione, in corso di pubblicazione. 

[5] E ovviamente la riduzione del numero di dipendenti pubblici contribuisce a ridurre ulteriormente la domanda interna, contribuendo a contrarre ulteriormente i consumi e i mercati di sbocco delle nostre imprese, soprattutto di quelle (per lo più meridionali) che operano su mercati interni e poco esposte alla concorrenza internazionale. 

[6] Si veda, fra gli altri, E.S. Levrero e A.Stirati (2005), Distribuzione del reddito e prezzi relativi in Italia: 1970-2002, “Politica Economica”, 3: 401-434. 

[7] Come rileva Ilvio Diamanti (La CGIL abbandonata dagli elettori PD, “Repubblica”, 2.11.2014): “ll PdR ha intercettato il voto del lavoro ‘in-dipendente’. Degli imprenditori - grandi e, ancor più, piccoli. Quelli che, per riprendere il mantra di Renzi, non conoscono ‘posto fisso’”.

La Svizzera, l'uscita dall'euro e le conseguenze per l'Europa

di Alfonso Gianni 

“Però, nèh! Che strano paese la Svizzera” dice a un certo punto Tartarino di Tarascona in uno dei tre libri dedicati alle sue mirabolanti avventure da Alphonse Daudet. Di rimando il suo interlocutore, Bompard: “La Svizzera non esiste, non esiste affatto … non è oggi che un gigantesco Kursaal, aperto fra giugno a settembre, un casinò panoramico, dove si viene da tutte le parti del mondo per divertirsi, sfruttato da una Compagnia ricchissima, ricca a centinaia di milioni di miliardi, con sede a Ginevra e a Londra”. Potenza della letteratura. Un simile quadro, con qualche aggiustamento, avrebbe potuto essere attuale almeno fino a pochi giorni fa. 

Con la differenza che la Svizzera esiste eccome. Tutti gli esportatori di capitali, a cominciare da quelli nostrani, lo sanno fin troppo bene. Infatti il piccolo paese alpino ha funzionato, durante questa crisi tuttora in corso, da ricettacolo di capitali, desiderosi di convertirsi in valute considerate fino a poco fa un rifugio sicuro. Tra queste primeggiava il franco svizzero. In particolare questo è accaduto durante il 2011 ed ha provocato un apprezzamento fuori dal comune della valuta elvetica rispetto all’euro. La Banca centrale svizzera finché ha potuto ha cercato di porvi rimedio, fissando un tetto (1,20) al cambio del franco con l’euro. Ma tale intervento non poteva avere lunga durata. Soprattutto in presenza di nuove turbolenze sui mercati finanziari, fra le quali ha pesato considerevolmente l’approfondirsi della crisi russa - in particolare dopo le sanzioni decise in seguito alla guerra civile etereo diretta in Ucraina - che spingeva ingenti flussi di capitali ad abbandonare l’area del rublo ed a rifugiarsi tra le Alpi svizzere. 

L’imminente decisione della Bce di procedere all’acquisto dei titoli di stato – ma sarà importante valutare il come -, il famoso Quantitative easing, ha fatto da detonatore e ha indotto la Bcs a rompere ogni indugio. Questa si è resa conto che non avrebbe più potuto perseguire una politica di sottovalutazione della moneta nazionale e di continuare ad acquistare valuta straniera, malgrado la possibilità di stampare liberamente i franchi, accumulando così enormi riserve valutarie, sproporzionate rispetto al peso effettivo economico del piccolo paese centroeuropeo. 

Gli effetti della decisione delle Banca centrale svizzera non hanno tardato a farsi sentire in altri paesi europei. E’ il caso della Danimarca, ove la Banca centrale ha tagliato il costo del credito di 0,15 punti percentuali per difendere a tutti i costi – ma non si sa con quanta efficacia – il cambio della corona sull’euro. Le due situazioni sono obiettivamente diverse, ma hanno un punto di analogia nell’essere entrambe sospese alle decisioni che nelle prossime ore assumerà la banca centrale europea e nel contempo nell’evidenziare i limiti dei poteri delle banche centrali nazionali nella governance dell’economia. Il fatto che ciò diventi ancora più chiaro in paesi di piccole dimensioni, per quanto la Svizzera sia uno snodo decisivo nel sistema finanziario mondiale, è ancora più indicativo della virulenza degli eventi indotti dalla globalizzazione dei mercati finanziari e dalle guerre monetarie in corso. 

Del resto gli storici dell’economia – ne parla anche Gianni Toniolo sul Sole24Ore – ci ricordano che il ministro delle finanze russo Vysnegradsky ebbe a dire allo Zar Alessandro III: “Vostra Maestà è l’uomo più potente della terra eppure non è in grado di alzare di un solo copeco il valore del rublo alla borsa di San Pietroburgo”. E certamente né i capi di governo della Svizzera, né tantomeno quelli della Danimarca possono essere annoverati tra i più potenti della terra. In realtà qui si sconta una semplice verità, più volte affermata, dal suo punto di vista, dallo stesso Mario Draghi, cioè che la politica monetaria non può tutto. 

Da ciò possono derivare alcune semplici lezioni sulle quali varrebbe la pena di soffermarsi e meditare. 

La prima è che le banche centrali non sono onnipotenti, anche quando stampano moneta; neppure la Banca centrale europea lo è, sebbene molto di più e di meglio potrebbe fare modificandone radicalmente la mission iscritta nei Trattati della Ue; o, meglio ancora, la politica monetaria in quanto tale sbatte contro limiti insuperabili se ad essa non si fa ancella di una corretta politica economico-produttiva-sociale complessiva. In altre parole ancora: è la politica, in particolare la politica economica, che deve governare la moneta e non viceversa. Il pilastro di tutte le teorie neoliberiste, l’assoluta autonomia della Banca centrale dal Tesoro – introdotto in Italia da Beniamino Andreatta nel 1981 con il famoso “divorzio” fra via XX settembre e Palazzo Koch di via Nazionale – mostra ancora una volta di essere uno dei fattori della moltiplicazione delle crisi, non certo uno strumento di prevenzione e risoluzione. 

La seconda è che nel mondo contemporaneo è sempre più difficile per piccoli o anche medi paesi difendersi in modo soddisfacente nelle “guerre monetarie” sollecitate, se non provocate, dai sommovimenti dei tassi di interesse e dei cambi. Ne avevamo già avuto una prova evidente nella grande crisi del 97’-’98 dello scorso secolo, quando le tigri asiatiche furono messe in ginocchio dalle manovre speculative scatenate contro la divisa monetaria thailandese, che, a loro volta, ingenerarono un’ampia oscillazione delle altre valute asiatiche che fino a quel momento avevano goduto di una consistente sopravvalutazione. In poco tempo la crisi coinvolse in pieno la Russia per approdare poi al lontano Brasile, la cui moneta, il real, venne posto in condizioni di libera fluttuazione. 

La terza è che perseguire oggi la strada di una fuoriuscita di singoli paesi, ad esempio quelli mediterranei, dall’euro, ritornando a monete nazionali comunque mascherate, oltre che ad avere conseguenze nell’immediato non calcolabili ma comunque non certo favorevoli alle classi subalterne, li esporrebbe ancora di più ai capricci e alle guerre dei mercati valutari. 

Non solo. Come è stato giustamente osservato, il mito della moneta forte, cui appendere l’orgoglio di una nazione, si è rovesciato nel suo contrario, quella di una moneta debole, come dimostra l’aspirazione attuale ad avere un euro in tali condizioni per favorire le esportazioni. Lo stesso ha fatto la Cina per lungo tempo, vivendo come una sofferta imposizione la relativa recente rivalutazione delloyuan. Il cambiamento di senso nell’opinione pubblica, e non solo nei ristretti circoli finanziari, è notevole, anche se da pochi rimarcato a dovere, ed ha un sapore addirittura epocale. Anche questo aspetto è parte della crisi irreversibile dello stato-nazione, anche se questa procede in modo diseguale, e qualche volta contradditorio, sulla scena mondiale. 

Ma allora si potrebbe introdurre, partendo da questa vicenda, una quarta riflessione ancora più ampia ed ambiziosa. Non è forse giunto il momento di ragionare in termini veramente globali, purché multipolari e tendenzialmente egualitari anche in campo monetario? Se si vogliono evitare guerre monetarie sempre più accese, che possono diventare anticamera di guerre tout court; caos incontrollabili nei cambi e nei tassi di interesse; se si vuole introdurre attraverso regole nuove nell’economia un fattore di pace a livello mondiale, bisogna accogliere l’idea della riconvocazione di una nuova Bretton Woods, che, come la famosa conferenza dei paesi vincitori della Seconda guerra mondiale tenutasi nel 1944, cerchi di porre un po’ di ordine nei mercati valutari. Magari riattualizzando la famosa proposta di Keynes, del bancor, ovvero di una divisa monetaria comune valida come unità di conto a livello internazionale. Si raccoglierebbe così il meglio dell’esperienza della vecchia Bretton Woods, scartandone il peggio, cioè il primato mondiale di una moneta di un solo stato: il dollaro. 

Utopie? Certo le condizioni politiche per una simile operazione per ora non si vedono. D’altro canto se così si prosegue non solo l’euro è destinato a implodere, ma la guerra tra le monete che si scatenerà sulle sue soglie potrà essere foriera di guerre vere non più solo locali, con conseguenze distruttive per tutti inimmaginabili nella loro portata. 

Cominciamo a muoverci in Europa in questa direzione, risolvendo il problema del debito sovrano attraverso una sua ristrutturazione e una sua europeizzazione. Come proporrà Syriza dopo la più che probabile vittoria nelle imminenti elezioni greche. La Germania è contraria? Sì, ma anch’essa deve fare i conti con i segnali più che espliciti di crisi del suo modello economico neomercantile. E sono ormai in diversi, tra gli intellettuali e gli operatori economici tedeschi – assai meno tra i politici compresi quelli di parte socialdemocratica – ad avere percepito la necessità di una svolta nel più grande paese europeo. 
repubblica.it

Salva-Silvio non più, salva-evasori sempre

Una “svista”, secondo il governo. Ma a leggere bene il decreto (che sarà ripresentato il 20 febbraio), non c’è solo la clausola pro Berlusconi. Ma anche una serie di norme che permettono a furbetti e furboni di farla franca.

di Marco Travaglio, da L'Espresso

Dunque, grazie a un pugno di giornalisti-gufi, Matteo Renzi ha “scoperto” che il suo decreto di Natale avrebbe cancellato la condanna di Berlusconi per frode fiscale e la sua conseguente ineleggibilità, dunque ha annunciato che lo cambierà. Ma non subito, come sarebbe ragionevole. Bensì il 20 febbraio, dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica e l’uscita del Caimano dai servizi sociali. 

E come lo cambierà? Dai boatos che escono da Palazzo Chigi, pare che escluderà la frode fiscale dai reati depenalizzati sotto il 3% dell’imponibile dichiarato,così che l’ex Cavaliere resti condannato e ineleggibile. E tanto basta a riportare a cuccia gli indignados che si erano improvvisamente svegliati per criticare il SalvaSilvio. Forse perché il decreto non l’avevano letto prima dello scandalo e hanno continuato a non leggerlo durante e dopo. Se lo facessero, scoprirebbero che c’è ben di più e di peggio del codicillo pro Berlusconi. Il 24 dicembre, dopo che il Consiglio dei ministri, anzi delle tre scimmiette aveva licenziato il decreto, Renzi aveva promesso «sanzioni inasprite per chi evade».

Ma questo è vero solo sulla carta: le auspicate manette agli evasori sono in realtà carezze, grazie al trucchetto delle “soglie” di impunità che garantiscono alla gran parte dei cosiddetti furbetti e furboni di farla franca, indipendentemente dalle pene teoricamente previste.

1) Depenalizzare l’evasione fino al 3% di imponibile è un mega-condono mascherato, anche se ne viene esclusa la frode: ciascun grande gruppo che dichiara miliardi o centinaia di milioni saprà in partenza quanto nero può nascondere impunemente per corrompere politici e funzionari, e si terrà sotto il tetto semplicemente non dichiarando il corrispettivo (evasione), senza ricorrere a complicati artifizi e raggiri (frode).

2) Già la legge attuale, fatta dal centrosinistra nel 1999, prevedeva generose soglie di non punibilità per chi sottrae al fisco fino a 77mila euro l’anno con la frode e l’omessa dichiarazione e 103 mila con l’evasione. Poi Tremonti abbassò il tetto della frode a 30 mila e, per l’omesso versamento dell’Iva e delle ritenute, a 50 mila. Ora quest’ultima soglia viene addirittura triplicata dal governo Renzi: per finire alla sbarra bisognerà evadere ben 150 mila euro l’anno, occultando un “nero” di 300 mila in 12 mesi. Impresa improba persino sotto sforzo. Possibile che nessuno abbia nulla da ridire su quest’altro mega-condono, solo perché non riguarda Berlusconi?

3) Oggi chi annota fatture false, caricando costi inesistenti, commette il reato più grave di frode; chi invece intasca soldi in nero, cioè non li fattura e non li annota, ricade nel reato minore di dichiarazione infedele e resta perlopiù impunito. Un governo serio tapperebbe il buco equiparando chi non dichiara fatture vere a chi dichiara fatture false, per punire un bel po’ di ladri in più. Invece Renzi & C. lasciano tutto com’è, per la gioia di milioni di evasori-elettori.

4) Il decreto Renzi-Padoan svuota la frode fiscale precisando che «non costituiscono operazioni simulate quelle che hanno dato luogo a effettivi flussi finanziari annotati nelle scritture contabili». Così restano impunite le operazioni negoziali seguite da flussi monetari (quando ad esempio circolano partecipazioni anziché beni d’azienda in operazioni di spin off e derivati). Tutto normale?

5) Capitolo “elusione”: è la truffa di chi, senza una ragione economica, usa società estere fantasma per lucrare vantaggi fiscali indebiti. Una frode che resta spesso impunita per la confusione (dolosa) delle leggi.

Ora il governo fa chiarezza, ma per precisare che non è reato. Secondo “Il Sole-24 ore”, con tutte queste scappatoie salterà un processo su tre per evasione e frode. Compresi quelli eccellenti a Finmeccanica, Unicredit, Prada, Armani e un filone di Mafia Capitale. Una volta sparita la norma ad personam («una svista»), resteranno quelle ad personas e ad aziendas che renderanno ancor più proibitivo il recupero di bottini miliardari. Possibile che non càpiti mai una svista a danno degli evasori e a vantaggio dei contribuenti onesti?