martedì 14 aprile 2015

La patria del diritto e la morale del rovescio (anche concettuale)


di Giuseppe Panissidi

In via preliminare, bisogna rivolgere alla Germania un caldo invito ad abbassare la frusta, sempre alzata sul Belpaese in materia di corruzione. Gli studi di Friedrich Schneider, dell’Università austriaca di Linz, uno dei massimi esperti europei della “shadow economy”, nonché riconosciuto e qualificato supporto dei documenti dell’Eurostat e dell’Ocse, ci regalano non poche sorprese. 

In valori assoluti, ovvero a prescindere dal rapporto con il Pil, nel 2013, l'economia "non osservata" della Germania – 351 miliardi, tra evasione fiscale, transazioni che sfuggono ai controlli, in particolare del fisco (lavoro non regolare, mancata o sottofatturazione, etc.) ed economia criminale vera e propria – risulta lievemente più grande della nostra e dell’intera Europa. 

Con riferimento al 2012, le tangenti tedesche raggiungevano i 250 miliardi di euro rispetto ai 280 miliardi dell’Italia, che la Corte dei Conti valuta erroneamente in 60, sulla base di una proporzione puramente aritmetica tra il valore stimato della corruzione mondiale con il Pil italiano. Inoltre, secondo un rapporto della Commissione europea, le denunce per corruzione in Germania nel 2011 sono state 46.795. Niente male, se è vero, com’è vero, che, in costanza di un aumento delle denunce, le indagini e i procedimenti sono diminuiti, passando da 1.813 del 2010 a 1.528 del 2011 fino a 1.373 del 2012. Quanto, poi, agli esiti giudiziari, secondo l'Ocse, tra marzo 2011 e il marzo 2013, nel novero dei procedimenti anti corruzione, 33 sono stati archiviati (per mancanza o insufficienza di prove), mentre 21 si sono conclusi con le condanne nei confronti di 141 persone. 

Davvero curioso, se si considera la stima di Schneider, secondo cui le tangenti in Germania ‘giocano’, come si diceva, per 250 miliardi, e che nel solo 2012 le denunce per corruzione sono state più di 8mila. Senza dimenticare che la Commissione europea a suo tempo dovette rilevare che solo la Germania e l’Austria non avevano recepito nel proprio ordinamento né la convenzione anti-corruzione europea, né il conforme protocollo dell’Onu. Furono anche operate pressioni su Berlino perché provvedesse, giustificando l’inadempienza e spiegando se rispondesse a verità la notizia riportata su “Der Spiegel”, secondo cui Ulrich Grillo, potente presidente della Confindustria tedesca, era coinvolto in uno scandalo di mazzette in Grecia. 

Questo conciso, ma succoso preambolo ha lo scopo precipuo di suggerire l’opportunità di sottoporci all’autoesame in modo sufficientemente autonomo da certi maestri di etica. Meglio: di Stato etico. 

E, per cominciare, è giocoforza sgombrare il terreno della discussione da un equivoco diffuso quanto pernicioso: la confusione tra “responsabilità morale” e “obbligo giuridico”, tra morale e diritto. Il vezzo, ossia, di inscrivere le nostre residue speranze di riscatto civile e politico nell’idea peregrina che si rispettano e debbono rispettare le leggi per ragioni morali. 

La grande tradizione culturale moderna, con Kant, uno dei suoi punti più alti, ha chiaramente definito il discrimine: la legalità come conformità delle azioni a leggi che riguardano azioni esterne, e la moralità quale conformità a leggi intese come principi determinanti delle azioni. La legge giuridica, dunque, prescrive in nome della volontà comune ed esterna dello Stato, mentre la legge morale prescrive in nome della pura ed autonoma ragione. Nella norma morale, come Kant specifica nell’Introduzione alla “Metafisica dei costumi”, il dovere e l’impulso coincidono, mentre nella norma giuridica essi divergono. 

In breve: moralmente onesto non è chi non ruba, ma chi, pur potendo rubare impunemente, non ruba. Questa distinzione, ancora Kant, "si fonda sul fatto che il concetto di libertà, comune ad entrambe le dottrine, rende necessaria la divisione dei doveri in doveri della libertà esterna e doveri della libertà interna". 

Nella “Dottrina pura del diritto” del 1960, nel solco della tradizione kantiana, Hans Kelsen affronta la questione del rapporto antinomico tra il diritto e la morale, osservando in premessa che lo stesso comportamento può essere oggetto di norme giuridiche e di norme morali, ad esempio, il divieto di uccidere. Argomenta, da un lato, che non si può affermare che la moralità riguardi l’interno e la legalità l’esterno e, dall’altro, che la distinzione tra morale e diritto non può fondarsi sul modo di produzione e di applicazione delle norme, poiché anche le norme morali si possono produrre positivamente o perché statuite o per consuetudine. Ne discende che la sola distinzione ammissibile tra diritto e morale consiste nella natura coercitiva del diritto, che, infatti, fa ricorso alla forza organizzata. Kelsen può così escludere qualsiasi ipotesi di connessione tra morale e diritto, posto che il diritto non è trascrizione in leggi di norme morali e che il compito essenzialmente descrittivo della “dottrina pura del diritto” confligge con i presupposti statalisti propri del vecchio gius-positivismo.

Quasi trent’anni prima della citata opera di Kant, nel 1764, si verifica il passaggio capitale della storia del moderno diritto penale: “Dei delitti e delle pene”. In via preliminare, Cesare Beccaria stigmatizza l’inanità controproduttiva di un’eccessiva severità della giustizia criminale, a causa della quale e paradossalmente molti delitti restano impuniti. Una cruciale posizione di pensiero, che sarà ripresa e approfondita, tra gli altri, da Michel Foucault in “Sorvegliare e punire”, sia sotto il profilo del rapporto tra “discipline” e “domande di potere”, sia nell’ottica del nuovo “potere tecnologico” (caserme, scuole, ospedali, etc.). Non solo per ragioni di umanità e razionalità, ma anche per motivi di giustizia ed efficienza, sostiene Beccaria, occorre punire meno azioni – anziché reprimere tutto e tutti, precisa Foucault - e con meno violenza. 

Ed è attorno a questo snodo che l’argomentazione di Beccaria introduce la teoria di sfondo del contratto sociale. Poiché gli esseri umani sono per natura diversi ed uguali, liberi e rivali, non è possibile né utile imporre norme e limiti che non siano scelti e voluti da loro stessi. Soltanto il consenso della ragione può essere fonte di legittimità per il potere. Il punto è cruciale. L’edificio giuridico non può essere ‘appeso’, anzi sospeso, al principio ideale e morale di responsabilità individuale, come capacità razionale previsiva degli effetti perversi delle proprie azioni. Come si vede, una versione anti-giusnaturalistica del patto sociale, dal momento che gli uomini, accecati e fuorviati dalle passioni, si rivelano incapaci di agire in contrasto con il loro interesse empirico, privato ed immediato e, pertanto, non condividono i valori dell’interesse comune in modo ‘gratuito’ e per puro scrupolo morale. La “volontà naturale buona e ragionevole” di Kant, pura sorgente della “responsabilità” morale, appartiene a orizzonti assai lontani, nell’hegeliano “geistige Tierreich”, il regno animale dello spirito della moderna società borghese.

Al contrario, lo stesso consenso civile sembra il prodotto delle passioni. Dalla hobbesiana violenza del “bellum” permanente, di fronte al pericolo per la sopravvivenza della specie, gli uomini, decidendo di rinunciare alla libertà originaria, istituiscono le leggi - legge: non a caso, la prima e l’ultima parola dell’opera di Beccaria - quale espressione razionale della rinuncia, indotta, per l’appunto, dalla stanchezza della passione distruttiva. “Fu dunque la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà: egli è adunque certo che ciascuno non ne vuol mettere nel pubblico deposito che la minima porzion possibile”. Un sacrificio, tuttavia, questa metamorfosi dell’uomo in cittadino, che non implica la necessità dell’alienazione totale descritta da Rousseau, poiché il contratto di Beccaria non pretende di cambiare e non cambia la natura e il “modo di essere” dei contraenti rispetto all’ineliminabile egoismo. La ricerca del proprio benessere, infatti, è naturale ed umana, non segno di una malvagità che dev’essere, ove mai possibile, sradicata. Quale, allora, la funzione delle leggi? 
Semplicemente questa: la moderazione delle passioni. 

Come nelle repubbliche antiche, che generavano la passione civile del bene pubblico nell’animo dei cittadini, di contro alle condizioni del mondo moderno, dove solo le tirannidi governano con passioni forti, tra la paura dei sudditi ingannati anche sui propri veri interessi. Il principio della moderazione, soprattutto delle leggi, implica, invece, che i governi promuovano l’incivilimento progressivo e la sana costumanza, inibendo l’eccitazione incontrollata delle passioni, ma evitando, nel contempo, ogni rischio di soffocamento vitale. Le complesse dinamiche della storia dimostrano che il tentativo di contrasto cieco e frontale alle passioni è sempre destinato a provocare reazioni contrarie ed esasperate. Al riguardo, mette conto rinviare all’ottimo “The passions and the interests: political arguments for capitalism before its triumph”, di A.O. Hirschman, edito quasi quarant’anni fa, ora anche in traduzione italiana presso Feltrinelli. 

Nell’animo umano, nota Beccaria, non domina la ragione, bensì l’opinione, “che ubbidisce alle lente ed indirette impressioni del legislatore, che resiste alle dirette e violente”. Perché la sensibilità umana non può essere contrastata, in quanto parte dell’incontrastabile natura, mentre la ragione “dichiara inutili e per conseguenza dannose tutte le leggi che si oppongono ai naturali sentimenti dell’uomo”. Le passioni debbono essere rispettate e regolate, in modo da evitare che gli interessi umani si scontrino: “la politica istessa […] non è altro che l’arte di meglio dirigere e di rendere conspiranti i sentimenti immutabili degli uomini”. 

La legge penale deve dunque infondere timore al solo scopo di allontanare i cittadini da condotte lesive della coesione sociale, senza tuttavia restringere minimamente gli spazi di libertà concernenti le azioni reciprocamente compatibili tra loro, anche se ispirate dall’egoismo. Il “saggio architetto – scrive Beccaria - faccia sorgere il suo edificio sulla base dell’amor proprio, e l’interesse generale sia il risultato degl’interessi di ciascuno”. Epperò, questo significa anche che libertà vera è quella civile, riduzione/rimodulazione indispensabile di quella naturale. Libertà, insomma, non è mancanza di vincoli, bensì spazio di azione regolato da vincoli “noti e stabili”, tali da consentire a ognuno la serena fiducia di potere agire senza venire ostacolato dalla volontà arbitraria di altri e conoscendo in anticipo e con precisione i rischi di eventuali condotte antigiuridiche. Queste debbono essere inibite solo qualora mettano a repentaglio il patto sociale e la vita civile, non mai per motivi morali o religiosi, poiché “l’unica e vera misura dei delitti è il danno fatto alla nazione”. Non il peccato, con tutto il rispetto per i predicatori di mestiere, condannati all’impotenza, a prescindere dalla loro sincerità. 

Cosicché, la regola di proporzionalità delle pene deve fondarsi sul criterio del danno pubblico e sulla chiarezza del legame con il delitto. “Io non trovo eccezione alcuna a quest’assioma generale, che ogni cittadino deve sapere quando sia reo o quando sia innocente”. Di conseguenza, occorre anche che la disposizione normativa venga conosciuta pubblicamente ed applicata con coerenza e rigore, non già a scopo ‘remunerativo’ o di vendetta rispetto al passato, ma bensì protesa verso il futuro, perché solo il futuro è suscettibile di modifiche migliorative. Nell’istituzione penale, il “fine dunque non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali”. E, di converso, “un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice”. 

Alla stregua di siffatte assunzioni teoriche, l’idea di giustizia si precisa come “il vincolo necessario per tenere uniti gl’interessi particolari […]: tutte le pene che oltrepassano la necessità di conservare questo vincolo sono ingiuste di lor natura”, perché gli uomini acconsentono soltanto alle minime rinunce indispensabili, e una pena è percepita come giusta solo se necessaria, ingiusta se dannosa, ad esempio se inasprisce il tasso di criminalità, o inutile, qualora neppure lo diminuisca. In tale prospettiva, la stessa sofferenza del colpevole punito è semplicemente un male necessario, scevro di moralità intrinseca, che perciò dev’essere il minore possibile nella situazione data. La razionale giustificazione dell’istituzione penale risiede, infatti, nell’obiettivo della riduzione della violenza, mentre la crudeltà delle pene, lungi dal moderare le passioni dei cittadini, ha sempre rappresentato per le tirannidi il canale di sfogo di cieche passioni e pulsioni, di barbara matrice feudale, un’epoca fortunatamente ormai lontana da quella dei “diritti degli uomini”. Inclusi i diritti del criminale, naturalmente, da considerare, quando e se capace d’intendere e di volere, una persona del tutto ‘normale’, un egoista calcolatore, guidato dall’interesse o dalla passione, motori di tutto l’agire degli uomini. 

Se si considera attentamente il tragico episodio del pluriomicidio presso il tribunale di Milano, anziché buttarla in facili referti clinici di follia patologica, magari rivolta contro una “magistratura delegittimata”, si dovrebbe, in modo più ragionevole e concreto, e a prescindere dalle responsabilità dell’autore, pensare al clima di esacerbata disperazione che attanaglia il Paese, a causa della lunga e persistente crisi economico-sociale, al limite del “declino”, anche se la storiografia individua l’occorrenza del declino solo dopo molti o moltissimi decenni. Un imprenditore fallito, asseritamente bancarottiere, ha rivolto la violenza contro altri, ritenuti corresponsabili delle sue disgrazie. Altri imprenditori la rivolgono contro sé stessi, sopprimendosi, in un contesto politico-sociale di radicale insicurezza e mistificazione, nel quale fare impresa equivale a una…impresa. Di più. Quanto alla delegittimazione della magistratura, oggi essa non può di certo estendersi e riguardare la sede giudiziaria di Milano, dove la recente assoluzione di un ex cavaliere, ed ex altro, ha esaltato i sublimi principi della Civiltà giuridica e morale. O no? Di fatto, quel “padre della patria” – la patria del diritto, per l’appunto – non parla più della magistratura come di un “cancro”. Non siamo, forse, in presenza di uno straordinario guadagno di Civiltà? Anzi, dopo due millenni, di una rinverdita e rigenerante “pax augustea”? Un “utilizzatore finale” come “riserva della Repubblica” non guasta, non si sa mai, anche perché – intercalando alla Crozza-Razzi – dev’essere ‘opportunamente’ e pregiudizialmente esclusa qualsiasi contaminatio con quell’accozzaglia di eversori monomaniaci della pulizia etico-politica, rappresentata dai 5 stelle. Troppe e imbarazzanti, cinque, una sola sarebbe stata più… ragionevole! Il tutto, entro uno scenario di “rifondazione” dello Stato democratico-costituzionale di diritto, nato dall’antifascismo e dalla Resistenza. Rottamazione? Honni soit qui mal y pense. Come nel primo secolo post-nazareno, sorgono poeti ispirati e lirici cantori della gloria dell’”uomo provvidenziale” – leggi: Gobetti; gli storici affilano le armi del “servo encomio” – e del “codardo oltraggio”: alla verità; gli artisti riscoprono la genialità dello Pseudo-Longino “Perì hypsous”, il sublime. 
Sia, almeno, consentito di formulare l’intenso auspicio che, dopo il “principatus” augusteo, il “dominatus” autocratico tardi un paio di secoli ad arrivare, proprio come temporibus illis. 

Ora, però, “urge con una certa urgenza”, caro Totò, tornare a Beccaria, che non arretra. 

La violenza gratuita dello Stato, monopolista legale della violenza vale soltanto a dissuadere dal rispettare quelle leggi da cui non ci si sente rispettati. In proposito, valga una rapida osservazione intorno a un’altra vicenda, come si suol dire, di scottante attualità. In tema di tortura, ad esempio, uno tra i più ripugnanti delitti di uno Stato, ora sappiamo che, specifico reato o no, comunque li vogliamo qualificare, i “fatti” delittuosi di Stato, abuso, violenza e lesioni, al G8 di Genova si sono verificati. Assolti. Ebbene, in queste ore, il concerto sinfonico massmediatico, interpretando la condanna europea in modo riduttivo e banale, attribuisce alla polizia di Stato la “responsabilità politica” di avere ostacolato l’accertamento della verità. Se non ché, l’”obstruction of justice”, l’intralcio alla giustizia, che in alcuni ordinamenti giuridici democratici, vedi USA, concreta uno dei delitti più gravi, è presente anche nel nostro sistema penalistico, sotto la differente qualificazione giuridica di molteplici titoli delittuosi. Cosicché, se funzionari ed agenti di polizia hanno intenzionalmente frapposto ostacoli alle indagini e al processo, come sembra ritenere il ‘giudice’ europeo, dovrebbero rispondere in sede penale. “Politica”, semmai, è la responsabilità del ministro dell’Interno, e solo del ministro. Lo stato confusionale è davvero micidiale. 

L’aberrazione si aggrava, a giudizio di Beccaria, in particolare quando le stesse leggi, commettendo proprio l’azione ritenuta più grave, l’omicidio, ricorrano alla pena capitale e, “per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio”. Un assassinio - la forca, precisamente – che finanche il liberale Kant propugnerà come un vero e proprio “dovere dello Stato”, al pari di un “imperativo categorico”, nel quadro della sua “concezione retributiva” della pena. Questa, infatti, esige la perfetta corrispondenza tra il reato e la punizione, i.e. una relazione simmetrica, di ascendenza medievale, tra il “malum actionis” e il “malum passionis”. Invero, nel vasto panorama filosofico della storia, Kant è in buona compagnia, da Platone a Rousseau, da Filangieri a Hegel, a fronte della singolare e intrigante la posizione di Robespierre, (inopinatamente) paladino della “mitezza della pena, segno di civiltà”, di contro alla “crudeltà, indice di barbarie”. 

Se non ché, la “forca” di Kant, in fondo, non rappresenta altro che la conferma del carattere peculiare ed astratto della sua idea (a dir poco) intransigente del dovere morale, trasfigurazione speculativa e brutale contraccolpo delle astrazioni indeterminate e delle scissure strutturali del modello storico di produzione con capitale (Hegel e, soprattutto, Marx). 

Il compito del legislatore (anche penale) beccariano, pertanto, non concerne l’educazione coattiva e correttiva degli uomini alla virtù e alla ‘responsabilità”, ma lo studio scrupoloso e ‘scientifico’ dei dati del calcolo. Egli deve, preliminarmente neutralizzata la “corruzione” della legge, renderne l’osservanza più attraente e conveniente del delitto, marcando il salto dal kantiano “puoi perché devi”, all’’utilitario’ “devi perché ti conviene”, mentre “delinquere non ti conviene”. Un imperativo di tipo “assertorio”, come Kant lo concettualizza, dunque della specie “ipotetica”, non “categorica”. In astratto, s’intende, e senza considerare singoli casi, visto che molte componenti politico-istituzionali del nostro sistema, ad esempio, cooperano attivamente a renderlo conveniente, il delinquere, talora persino mediante forme e modalità subdole e subliminali di…advertising. Anche pro domo sua, naturalmente. Da tempo, dopo il fatale insuccesso ‘pedagogico’ di Mani Pulite e il connesso decadimento ‘privatistico’ dello Stato, non si stancano di ripeterlo, puntualmente inascoltati, gli analisti e i magistrati più avveduti, tra i quali Piercamillo Davigo. 

Sotto questo profilo, appare retorica e insensata l’invocazione, a ogni piè sospinto, della weberiana “Verantwortungsethik”, l’etica della responsabilità, che è propria dell’”uomo di stato, il condottiero di uomini, il creatore della città terrena”, per il quale conta “la certezza e la fecondità del risultato”, scrive Norberto Bobbio in “Teoria Generale della Politica”. E tanto rileva, anche se il principio di “responsabilità” costituisce in certo modo l’antipode della mera “intenzione”, prerogativa “dell’uomo di fede, il profeta, il pedagogo, il saggio che guarda alla città celeste”: degli uomini, ossia, di tutte le parrocchie, se confessionali o laiche non fa molta differenza. 

A una siderale distanza, disgraziatamente incrocia e prospera la criminalità della corruttela, organizzata e non, comunque di sistema, per la quale conta, deve contare, unicamente la “responsabilità giuridica”, in costanza di norme prescrittive di obblighi legali limitanti la sfera della libertà individuale, a pena di congrue sanzioni, correlate alla pretesa punitiva dello Stato ed alla protezione del pactum societatis. Il diritto definisce la detta giuridica responsabilità anche come “dovere di soggezione alla sanzione”. Qui, peraltro, anche le radici e le ragioni profonde del “giustizialismo”, propriamente detto e inteso. 
Quod demonstrandum. 

Qui, tuttavia, anche il forte nesso di demarcazione tra l’imperativo categorico della legge morale kantiana, il principio della ‘responsabilità’ e la ratio del sollen, da una parte, e la ‘convenienza’ individuale e collettiva dell’adesione alla norma, ilmüssen, dall’altra. E guai a confondere i due piani, contravvenendo al divieto epistemico e pratico, in origine aristotelico e, in ambito moderno, kantiano, di “anfibolia dei concetti della riflessione”. Con le conseguenze facilmente intuibili e, de facto, costantemente sperimentate. 

Quanto al “principio responsabilità”, Hans Jonas ha scritto, se non tutto, molto di quanto oggi si può e si deve dire, a condizione che l’ambito della sua applicazione si identifichi con la coscienza della specie nel “mare dell’essere”, fortunatamente immune - malgrado le velleitarie pretese dell’“arroganza filosofica”, e nella prospettiva universalistica kantiana di Jonas - dall’infima schiuma della degradante miseria della corruzione. Certamente, “he tou agathou idea”, l’idea del bene di Platone, continuerà a fare bella mostra di sé nella vetrina dei sogni ad occhi aperti, mentre l’”amico delle idee”, come lo chiama Aristotele, nel fuoco e all’esito di un’istruttiva e disarmante esperienza politica, sceglie un approdo assai più ‘realistico’ per il suo pensiero: “Le leggi”, enfin. Di fronte alla “pura e divina idealità” dell’uomo morale, “dobbiamo scegliere la legge e l’ordinamento giuridico”, conclude Platone. 

E l’uomo morale trova precisa caratterizzazione anche nell’ambito della “Filosofia della pratica” di Benedetto Croce, fedele discepolo della teoria dell’”agire giuridico” di Tomasio (1720), secondo la quale la “differentia specifica” del diritto dall’etica risiede nella “coercizione esterna”, la sola efficace per uomini concreti, gli enti naturali finiti di Kant. Separazione che, nell’intenzione di Tomasio, deve anche giovare a preservare la morale, ossia la libertà interiore della coscienza individuale. Il soggetto morale, infatti, già a partire dalla “Riduzione” crociana del 1907, persegue l’universalità, dimensione “totale” che trascende e “sublima” la sua individualità e i suoi interessi “particolari”, per attingere i valori universali del “bene”. Egli, insomma, guarda “allo Spirito, alla Vita vera”, al contrario del diritto e dello Stato, fondati non sull’Idea astratta, ma bensì sulla concreta realtà degli individui, le cui passioni ed azioni – si ricordi Beccaria - “producono”, leggi, istituzioni, strutture, usi, espressione delle loro “volontà”. 

“Di , recita Paul Valéry, c'è soltanto ciò che è abbastanza grossolano per esserlo”. E però, lo Stato è un prodotto delle mediazioni forza/consenso e autorità/libertà, di cui Croce valorizza proprio l’”autorità”, perché essa, ed essa soltanto, vale a garantire l’ordinato svolgersi della vita pubblica. Un must, anche nella piena maturità del nostro pensatore. Se ben s’intende, visto che ‘questo’ Croce è sempre stato particolarmente caro agli spiriti liberi, come, tra gli altri, Piero Gobetti, Piero Calamandrei e Norberto Bobbio.

Perciò, immaginare di affidare le sorti delle comunità umane, in generale, e del Belpaese, in particolare, al dovere e al senso morale della “responsabilità”, più che somigliare pateticamente alla vox clamantis in deserto, equivale a consegnarsi alla coscienza dei lupi in fabula. Non chiedono di meglio, gonfi di commossa riconoscenza per l’appassionato sottofondo musicale degli inviti alla “responsabilità” che inde-fessamente li accompagna in corso d’opera. Perché, ancora Valéry, al pari del monarca britannico, “la coscienza regna e non governa”. Quasi una resa senza condizioni, insomma, ad occhi spalancati…chiusi, per ricordare il titolo di un film non trascurabile. 

Micromega