sabato 18 aprile 2015

Un nuovo 25 aprile per la democrazia

di Marcello Vigli
Il saluto romano degli affiliati di Casa Pound durante il comizio di Salvini a Roma e la più recente condanna per tortura dell’Italia, da parte della Corte europea per i diritti dell’uomo per le conseguenze del blitz della polizia alla scuola Diaz di Genova del 2001, dove dormivano i manifestanti anti-G8, pongono seri interrogativi a chi si accinge a celebrare il 25 aprile come anniversario della Liberazione. I fascisti dichiarati sono legittimati da quello che si appresta a diventare il terzo partito italiano; e non sono ancora puniti né i poliziotti, che hanno maltrattato e umiliato cittadini inermi, né i loro superiori, che li hanno autorizzati.
Impossibile non considerarli segni, in diverso modo inquietanti, della permanenza di quella ideologia e di quella condizione di sudditanza da cui sembrava ci si fosse liberati quel 25 aprile di 70 anni fa. La costruzione della democrazia avviata con la proclamazione della Repubblica non è ancora conclusa;  la Costituzione, che ha codificato nelle istituzioni repubblicane le forme di esercizio della sovranità popolare, rischia di essere stravolta in nome della governabilità dopo essere stata a lungo inattuata.
I cittadini non sono l’unica fonte della legalità, ma i destinatari di un’azione pedagogica e assistenziale da parte di governanti,  autoreferenziali e impegnati solo ad assicurare pace e ordine per garantire il buon funzionamento del mercato.
Non era questo l’obiettivo di quei cittadini che l’8 settembre 1943 presero le armi per testimoniare la volontà degli italiani di chiudere i conti con il fascismo e non lasciare solo agli angloamericani il compito di cancellarne l’esistenza.
La celebrazione del 25 aprile può essere l’occasione per ricordarlo agli immemori e soprattutto per insegnare ai giovani che la democrazia va costantemente riaffermata. L’hanno trovata già costruita e quindi pensano di non doversi far carico sia del controllo della sua quotidiana attuazione da parte delle pubbliche istituzioni e delle forze politiche, sia dell’osservanza delle leggi e della solidarietà sociale nel loro agire quotidiano. Molto di quello che li circonda contribuisce a confermarli in questa loro irresponsabilità, a cominciare dalle condizioni in cui versa la scuola che dovrebbe formarli all’esercizio di una cittadinanza consapevole. Va ancora peggio nella ricerca del lavoro, che li coinvolge spesso in un difficile intreccio di raccomandazioni, ricatti, patteggiamenti, atti di sottomissione che non li induce certo ad essere gelosi custodi della loro dignità. Ne consegue una spinta a coltivare l’arte di arrangiarsi piuttosto che ad impegnarsi per costruire uguaglianza, che è condizione prima per l’esercizio della libertà e per il funzionamento della democrazia. Oltre tutto mancano gli strumenti per tale impegno, e non sono d’esempio i comportamenti dei gestori delle pubbliche istituzioni. Le cronache parlamentari e governative e la corruzione a diversi livelli che obbliga la magistratura a intervenire, diffondono sfiducia e scoraggiamento.
Si auspicava che alla fine del predominio berlusconiano tutto ciò sarebbe stato “rottamato”, con il conseguente avvio della stagione delle riforme, garantita dall’arrivo di una nuova generazione di politici al governo.
Non è stato così.
Né solo per incompetenza o mancanza di scelte strategiche. È in atto, anzi, una puntuale strategia per tenere il più possibile i cittadini e le loro associazioni fuori dai luoghi in cui si esercita il potere. Può bastare a comprovarlo il processo per l’approvazione di una nuova legge elettorale che sia veramente funzionale a garantire la conciliazione fra la maggiore rappresentatività e il massimo di governabilità. Resa necessaria dalla sentenza della Corte costituzionale, che ha finalmente abrogato la “porcata” della legge elettorale scritta da Calderoli per conto di Lega e Forza Italia, la legge elettorale sta per essere votata in un testo che ormai solo i parlamentari “renziani” del Pd e i loro alleati verdiniani sembrano disposti ad approvare. Non solo continua ad essere previsto un premio di maggioranza, che nessuna legge elettorale dei Paesi democratici consente, ma si privano gli elettori della libertà di esprimere una preferenza fra i candidati offerti dai capi partito.
A renderla inaccettabile, oltre al contesto istituzionale in cui si inserirebbe se sarà approvata – come sembra probabile – la riforma costituzionale, c’è il suo presupposto di considerare i cittadini incapaci di scegliere il meglio e comunque disponibili a vendere il loro voto. Eppure sono loro a costituire il popolo sovrano.
Con tale proposta di legge, «le forme e i limiti», richiesti dall’articolo 1 della Costituzione per l’espressione della «sovranità che appartiene al popolo», diventano la negazione di tale principio supremo, che la vittoria del 25 aprile aveva reso possibile riaffermare e che la prossima celebrazione dovrebbe porre come obiettivo di un rinnovato protagonismo democratico.
* delle Comunità cristiane di Base
adistaonline

UN PAPA A RETI UNIFICATE: IL IV RAPPORTO SULLE CONFESSIONI RELIGIOSE IN TV

38083 ROMA-ADISTA. Che questo sarebbe stato un pontificato “mediatico” lo si era capito da subito, dal celebre discorso a braccio fatto da Francesco subito dopo la sua elezione, quando si presentò alla folla riunitasi a piazza san Pietro con il celebre “buonasera”. Che però lo sarebbe stato nel senso che il papa domina letteralmente i palinsesti della tv italiana, pubblica o privata che sia, emerge in tutta la forza dell’evidenza numerica grazie al dossier appena dato alle stampe da Critica liberale (seppure datato ottobre-dicembre 2014).
Si tratta della IV edizione del Rapporto sulle confessioni religiose in Tv, pubblicato per la prima volta nel 2011 come allegato del più celebre Rapporto sulla secolarizzazione in Italia (curato da molti anni, oltre che dalla Fondazione Critica liberale, da Cgil Nuovi Diritti) e divenuto poi una pubblicazione autonoma, vista la rilevanza dei dati “ragionati” che annualmente presenta. Quello descritto nel dossier non è solo un dominio in termini di ascolti (tanto per fare un esempio recente, la benedizione pasquale urbi et orbi è stata seguita da più di quattro milioni di spettatori, con uno share di circa il 35%), ma una occupazione de facto dell’etere da parte di Bergoglio. Che si concretizza in intere trasmissioni a lui dedicate, o interminabili servizi sui tg e sui rotocalchi per parlare della quotidianità della sua vita, delle abitudini, delle passioni sportive o dell’infanzia di Francesco, delle sue telefonate e delle sue battute, dei suoi gesti e dei suoi discorsi ufficiali, dei suoi ammonimenti “estemporanei” e delle sue “aperture” sui temi dottrinari. Tanto che, racconta il dossier, tra i temi religiosi affrontati in tv quello legato alla figura di Francesco è di gran lunga il primo (34,4%), davanti alle questioni della fede in generale (13,1%), ed a kermesse pure imponenti, come la canonizzazione di Giovanni Paolo II e di Giovanni XXIII (16,9%). Insomma, papa Francesco fagocita tutto, anche la sua stessa Chiesa. E forse per ora sta bene così a tutti all’interno della gerarchia ecclesiastica, anche perché la presenza del papa distoglie l’attenzione da quei problemi che solo due anni fa avevano gettato sulla Chiesa un discredito tale da minarne seriamente la credibilità pubblica, come mai avvenuto in epoca recente. In ogni caso, stando ai dati del dossier, Francesco produce anche un “effetto trascinamento” sul mondo cattolico; tanto più evidente se si considera che nel periodo interessato dalla ricerca (ossia quello compreso tra il 1° settembre 2013 ed il 31 agosto 2014), le trasmissioni dedicate alla religione cattolica sono state complessivamente 495 per una durata di 291 ore e mezza, pari al 78,6% dei programmi a carattere religioso, in netto aumento – per durata e numero di emissioni – rispetto agli anni passati.
In termini assoluti, il canale tv (nella ricerca sono state considerate Rai, Mediaset e La7) che ha totalizzato il maggior numero di trasmissioni religiose è Raiuno (357 in totale), poi Raidue (215), Rete 4 (54) e Canale 5 (37). Del resto, nei palinsesti Rai e Mediaset i programmi specificatamente religiosi sono moltissimi, e praticamente tutti di segno cattolico: a parte la trasmissione domenicale della messa (su Rai e Mediaset), c’è la diretta per la recita dell'Angelus papale, ci sono le celebrazioni religiose legate e solennità cattoliche, le visite pastorali del papa; e poi le rubriche fisse, come “A Sua immagine”, “Tg1 Dialogo”, “Sulla via di Damasco” e “Le frontiere dello spirito”. Accanto ad essi fioriscono da anni, specie sulla televisioni commerciali, fiction, programmi e servizi giornalistici di più marcata impronta “popolare” e devozionistica, dedicati a santuari mariani, apparizioni, miracoli, guaritori di ogni tipo. In tutto questo contesto, ai protestanti, agli ebrei ed alle altre confessioni religiose restano le briciole; al pensiero laico, agnostico o ateo ancora di meno. Il tutto in barba, oltre che al “pluralismo religioso”, a quello dell’informazione tout court. Dati alla mano, infatti, per i protestanti nella televisione nazionale esiste una sola rubrica quindicinale di 30 minuti in onda la domenica notte (all'1.30 circa) su Raidue, “Protestantesimo”. Quella dedicata alla cultura ebraica, “Sorgente di vita”, 30 minuti quindicinali su Raidue, va ugualmente in terza serata ed in alternanza con “Protestantesimo”. Le due trasmissioni racimolano rispettivamente l’11,4% e il 10%, della durata complessiva delle trasmissioni a carattere religioso trasmesse in Italia. A buddisti e a musulmani è dedicato un tempo inferiore a dieci minuti nell’arco dell’intero anno e in tutte le sette reti televisive esaminate. Gli altri si devono accontentare di brevi cenni all’interno dei palinsesti, o di presenze sparute di loro rappresentanti o fedeli all’interno dei programmi di approfondimento ed attualità. 
Eppure, rileva Valeria Ferro, curatrice del dossier ed autrice dell’editoriale che apre il numero di Critica liberale che lo contiene, il contratto di servizio che disciplina le attività della concessionaria del servizio pubblico radiotelevisvo, nell’elencare i principi e i criteri cui la Rai deve attenersi, afferma che la tv di Stato deve «garantire il pluralismo, rispettando i principi di obiettività, completezza, imparzialità, lealtà dell’informazione, di apertura alle diverse opinioni e tendenze sociali e religiose», «nonché alle diversità etno-culturali». Anche le emittenti commerciali sono soggette ad obblighi, in quanto “servizio di interesse generale” (tutelare i minori, garantire la dignità della persona, ecc.). E l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni parla di «dare attuazione alle istanze democratiche di salvaguardia della dignità umana nell’ambito del sistema comunicativo, del pluralismo, della obiettività, completezza ed imparzialità dell’attività informativa e di comunicazione, dell’apertura alle diverse opinioni, tendenze politiche, sociali, culturali e religiose» (delibera n. 54/99/CONS). (valerio gigante)

UN BENSERVITO DA 370 METRI QUADRI. L'ALLOGGIO DEL PENSIONATO CARDINALE DI MADRID

38089 MADRID-ADISTA. Appartamento di lusso per l'arcivescovo emerito di Madrid, card. Antonio María Rouco Varela, pensionato da fine agosto 2014. Valutato 1 milione e 700mila euro, situato in calle Bailén, confinante con la cattedrale La Almudena, a poche decine di metri dalla sede dell'arcivescovado, ha un'ampiezza di 370 metri quadri, restaurati per lui con una spesa a carico della diocesi, proprietaria dell'immobile, che andrebbe dai 370mila ai 500mila euro (le fonti non son concordi). Ne ha preso possesso nel febbraio scorso, insieme al “gadget” di una nuova automobile. Che sia stato l'unico modo per convincerlo a lasciare le stanze dell'episcopio da lui legittimamente abitate prima del pensionamento? Perché, a quanto risulta, lì avrebbe voluto rimanere, malgrado l'insediamento del nuovo vescovo madrileno, Carlos Osoro (avvenuto il 25 ottobre 2014). Comunque non è il solo a godere degli agevoli spazi e della terrazza con vista mozzafiato su Madrid: insieme al cardinale vivono ben due religiose e un segretario.
«Quando gli dèi vogliono distruggere un uomo, per prima cosa lo fanno impazzire. Non ho altra spiegazione per le ultime decisioni di Rouco», ha commentato citando Euripide il sacerdote e saggista madrileno Carlos F. Barberá, secondo quanto riporta El País del 13 aprile. Il quale riferisce sia di un non meglio precisato «stupore della gerarchia», sia della difesa delle scelte dell'arcivescovo emerito pronunciata dal presidente della Conferenza episcopale spagnola, card. Ricardo Blázquez, arcivescovo di Valladolid. Questi, «con evidente incomodo» osserva il quotidiano, il 3 aprile alla Radio Nazionale ha detto: «Rouco ha bisogno di una casa con certe qualità e comodità perché è una persona importante nella Chiesa e nella società e, come tale, deve invitare diverse personalità ed avere una degna infrastruttura per accoglierli con la normalità che si richiede». Nell'ambito della stessa dichiarazione ha chiesto che «la Chiesa sia povera e per i poveri».
In Vaticano, invece, stando alle affermazioni del direttore di Religión Digital, José Manuel Vidal, c'è molta irritazione: «Sono scandalizzati. Mi consta che ci sono state pressioni ad alto livello perché [Rouco] facesse marcia indietro. Ma egli considera che, con tutto quello che ha fatto per la Chiesa spagnola, ha diritto e al palazzo e alla macchina».
Fedeli e sacerdoti sono un po' più che irritati. Chiamano Rouco Varela «el cardenal okupa» e stanno promuovendo una raccolta di firme per chiedere al vescovo Osoro e al nunzio Renzo Fratini di mettere un alt a «questa situazione scandalosa». Tanto si legge nell'ultrafrequentato portale Fe Adulta, promosso da sacerdoti, religiosi (alcuni gesuiti), religiose e laici. «Che smentiscano queste informazioni. Se sono vere, che Rouco abbandoni la residenza di lusso», è la sollecitazione della direttrice del portale, Inmaculada Calvo Torrejón.
La vicenda ha indignato già in febbraio anche un settimanale calmo e riflessivo come quello della congregazione marianista, Vida nueva (n. 2.931). È titolato “Non è un luogo per cardinali” il commento del caporedattore José Lorenzo, che chiede: «Non aveva un posto più discreto per ritirarsi? Com'è che nessuno lo ha avvertito della vergona che gli sarebbe caduta addosso e del danno di immagine per tutta la Chiesa? Non è che avrebbe dovuto vivere sotto un ponte, ma a sua disposizione aveva alternative ugualmente degne, ma più conformi a quella Chiesa povera e per i poveri che papa Francesco reclama e prima ancora il Vangelo consacra».
Redes Cristianas (che riunisce 200 organismi attivi e prestigiosi fra i quali l'Associazione dei Teologi “Giovanni XXIII”, il Foro di Preti di Madrid, le Comunità popolari, la Federazione di Donne e Teologia, il movimento per il Celibato Opzionale e l'associazione Cattoliche per il Diritto a Decidere) il 24 marzo ha chiamato ad una «pubblica riprovazione» per uno «sproposito» che merita «denuncia profetica e un escrache [forte protesta davanti alla sede di chi si intende criticare], almeno intellettuale». «È grave – aggiunge Redes Cristianas – che la Conferenza episcopale, nel contesto della depressione che sta attraversando il Paese, ha mantenuto uno scrupoloso silenzio e che qualche vescovo sia arrivato a giustificare pubblicamente questa corbelleria». È «scandaloso» che «si faccia passare questa idiozia come riconoscimento della diocesi ai servizi prestati dal cardinale. Strana esigenza che ha poco a che vedere con l'umiltà e il servizio cui chiama il Vangelo. Questo ci dimostra che alcuni vescovi non sono arrivati a capire il fenomeno della “mondanità” contro la quale fa appello papa Francesco e che, secondo il papa, “si nasconde dietro le apparenze di religiosità e anche di amore per la Chiesa”, ma che è invece “un modo sottile di fare 'i propri interessi e non quelli di Gesù Cristo'” (Evangelii gaudium, 93)». (eletta cucuzza)

Le molte inesattezze che stanno circolando dopo la decisione della Corte europea di Strasburgo sul “caso Contrada” impongono alcune precisazioni




di Gian Carlo Caselli e Antonio Ingroia, da Il Fatto Quotidiano

Le molte inesattezze che stanno circolando dopo la decisione di ieri della Corte europea di Strasburgo sul “caso Contrada” impongono alcune precisazioni. Basta leggere le sentenze che riguardano il dott. Contrada per constatare che l’azione penale è stata intrapresa esclusivamente sulla base di fatti gravissimi, concreti e specifici; e che sono questi stessi fatti – supportati da prove imponenti – che hanno portato alla condanna dell’imputato in tre gradi di giudizio.

Ora, Strasburgo non pone minimamente in discussione né i fatti né la ricostruzione che i giudici italiani ne hanno dato. E se i fatti e le prove su cui si basa la condanna non sono contestati, appare singolare sostenere poi – con Strasburgo – che non si sarebbe dovuto condannare perché in pratica l’imputato non poteva sapere cosa stava facendo (in quanto l’infrazione non sarebbe stata sufficientemente chiara e prevedibile; e la pena eventuale non conoscibile). E ciò perché vi sarebbero state oscillazioni giurisprudenziali che (all’epoca dei fatti addebitati al dott. Contrada) avrebbero reso il concorso esterno non applicabile alla contiguità mafiosa.

La tesi non convince, posto che il concorso esterno compare addirittura in sentenze della Corte di Cassazione risalenti all‘800 ed è poi stato ripreso in molte altre successive (che non sono un fuor d’opera rispetto alla mafia quando trattano di cospirazione politica o terrorismo, perché si tratta pur sempre, ontologicamente, di associazioni criminali e di partecipazione esterna, per cui la struttura è identica e i precedenti ci sono). 

In realtà, le oscillazioni giurisprudenziali sono sopravvenute successivamente, ben dopo i fatti contestati al dott. Contrada, e cioè a partire dal 1991: quando l’introduzione della speciale aggravante mafiosa ha dato luogo al c.d. “favoreggiamento mafioso”, a fronte del quale si è ipotizzato che non potesse esservi più spazio autonomo per il concorso esterno, in quanto assorbito dal favoreggiamento. Quindi, il contrario di quel che ha scritto Strasburgo.

La sensazione è che (con tutto il rispetto per Strasburgo) vi sia stata una eccessiva semplificazione delle complesse questioni di mafia. Complessità ben chiara a tutti coloro che si sono occupati della materia. A partire dal pool di Falcone, che fece ampio ricorso alla figura del concorso esterno, come dimostra per esempio un passo della sentenza-ordinanza conclusiva del maxi-processo “ter” (17 luglio 1987): “Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono – eventualmente – realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa. Ed è proprio questa ‘convergenza di interessi’ col potere mafioso… che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali”.

Chiave di lettura in materia di concorso esterno sono dunque le parole “condotte di fiancheggiamento subdole e striscianti”. Ma ciò che è subdolo e strisciante non può per sua natura essere definito con la facilità con cui si beve un bicchier d’acqua. E alcune (pretese) oscillazioni della giurisprudenza possono corrispondere ad una realtà – il concorso esterno – comunque esistente e operante, nonostante la variabilità (subdola e strisciante) delle sue possibili configurazioni.

Per certi profili, Strasburgo ricorda la criticatissima sentenza della Cassazione italiana sulla prescrizione Eternit. Anche nel caso di Strasburgo si potrebbe pensare che è difficile, forse impossibile, liberarsi dalla sensazione che i giudici abbiano deciso rimanendo esclusivamente nel perimetro delle “carte”, considerate asetticamente e soppesate con criteri burocratico-formalistici. Senza poter percepire e tenere in conto anche la realtà concreta della mafia in tutte le sue articolazioni. Forse è proprio l’assenza di questo contatto con la realtà che non ha indirizzato Strasburgo verso una decisione capace di affermare un diritto che non contrasti con la giustizia.

E poi, i giudici italiani non ignorano il principio di legalità (nessuno può essere condannato per una azione od omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato), su cui Strasburgo fonda la sua pronunzia richiamando l’art.7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: perché si tratta dello stesso identico principio scolpito nell’art.25 della nostra Costituzione e nell’art.1 del codice penale. Impossibile quindi che una ventina circa di magistrati italiani se lo siano tutti dimenticato. 

Tanto più che Strasburgo sembra essere caduta in un equivoco, perché (ammesso e non concesso che il concorso esterno non fosse configurabile) si sarebbe dovuto comunque condannare per il delitto di favoreggiamento della mafia, sicché le gravi condotte del dott. Contrada mai sarebbero potute andare esenti da pena.
E questo il dott. Contrada, come qualunque altro cittadino italiano, lo sapeva bene.