mercoledì 27 maggio 2015

Il timor panico della Chiesa di fronte alla teoria gender

Che il cardinal Bagnasco non sia esattamente l’esponente di un cattolicesimo di stampo liberale è risaputo: ragion per cui non devono stupire più del dovuto le sue recenti e retrograde affermazioni effettuate nell’asfittico contesto della conferenza episcopale italiana, del tutto in linea con l’inveterata retorica cattolica della “famiglia naturale”.
Non ritenendo che l’impianto generale di matrice dottrinale meriti anche soltanto l’abbozzo di una disamina critica, alla quale esso si sottrae per principio, vorrei limitarmi ad affrontare il timor panico che assale indefettibilmente le gerarchie cattoliche, pontefice incluso, dinanzi alla famigerata, ma in verità misconosciuta, “teoria gender”. In estrema sintesi, si tratta di una teoria formulata embrionalmente dal sessuologo John Money negli anni Cinquanta del secolo scorso ed in seguito a più riprese approfondita, secondo cui la sessualità non rappresenta appena un dato biologico, ma è piuttosto il prodotto di molteplici fattori e condizionamenti di tipo culturale, sociale e psicologico.
Ciò che inevitabilmente atterrisce i porporati ed i loro accoliti, è lo spaesamento che provoca nei loro pavidi cuori il riconoscimento dell’ovvio, per secoli fatto esplicito oggetto d’oppressione, di violenza e di colpevole occultamento. Oggi è risaputo, in ambito scientifico, che la sessualità, ed ancor più la sua percezione soggettiva, sono il prodotto di una concomitanza di fattori estremamente complessi e, in ultima istanza, non enumerabili e men che meno circoscrivibili.
L’ortodossia cristiana, cattolica e non, assume al riguardo la posizione che le è più congeniale, quella dell’arrocco sterile e inamovibile, figlio di quella riduzione a principi inderogabili quanto presunti cui l’etica, e l’essere umano con essa, vengono immancabilmente ridotti. Ne consegue un moralismo bigotto ed avvilente, in seno al quale, avrebbe detto un maestro itinerante galileo, “l’uomo è fatto per il sabato” e non viceversa. Un vero e proprio fariseismo dell’evo moderno, epoca in cui il cattolicesimo istituzionale indugia ancora ad effettuare il proprio (ormai tardivo) ingresso.
La ragione che sta a monte di tanta ritrosia è magistralmente espressa dalla teologa e pastora valdese Letizia Tomassone, che sul numero di maggio della rivista Confronti scrive: «La Chiesa e la teologia sembrano porsi oggi come i difensori di un ordine creazionale che si sta sbriciolando». A fronte di tale pervicace ed in fin dei conti sterile intransigenza, continua la Tomassone, «la vita delle persone prevale e chiede di essere riconosciuta nella sua fluidità» (Tomassone, L. Gender e chiese: dove sta l’ideologia?, su: Confronti/5 – Maggio 2015, pp. 22-23).
Di fronte a tale quadro, dunque, viene da domandarsi quale sia, delle due, la posizione ideologica: quella di chi si aggiorna sulla base dei progressi scientifici e culturali, o quella di chi preclude a sé e – quel che è peggio – agli altri la possibilità di riformulare un’etica imbalsamata, entro il cui angusto perimetro l’essere umano e il suo insopprimibile anelito alla libertà sono chiamati a rimanere irrimediabilmente confinati? Trovo estremamente curioso il fatto che a tacciare di pretestuosità la riflessione altrui siano gli autorevoli esponenti di un’istituzione che da sempre ha fatto delle affermazioni preconcette la base sociale e psicologica del proprio inestinguibile desiderio di monopolio delle coscienze.
Alessandro Esposito – pastore valdese in Argentina
da MicroMega
(22 maggio 2015)

La scuola autoritaria di Renzi

















di Angelo Cannatà Adesso che la scuola non è sotto i riflettori un punto merita d’essere approfondito. Tra i provvedimenti approvati alla Camera c’è l’articolo sul cosiddetto preside-sceriffo. È il più contestato: no al preside autoritario, giudice, padre-padrone. Slogan. Cosa c’è dietro queste parole? È il caso di vedere più da vicino: in gioco c’è (anche) il problema – enorme nell’universo scolastico – della valutazione. 

Si contesta la chiamata diretta dei docenti dall’albo territoriale, è vero, e l’alta discrezionalità dei dirigenti (saltano punteggi, graduatorie, titoli), ma quel che brucia di più è la valutazione. Fa problema. Gli insegnanti non vogliono essere valutati? Stupidaggini. Per decenni si è discusso di valutazione degli alunni, dibattiti e biblioteche intere (l’espressione va presa alla lettera), dicono la delicatezza del tema. Oggi – è questo il punto – si legifera sulla valutazione dei docenti e si “risolve” con una commissione, pronta per l’uso, composta da: preside, due insegnanti, un genitore e uno studente. Assurdo. 

Se valutare un alunno è difficile: occorre sapere chi sono gli studenti; in che modoaffrontano l’apprendimento; come procedono nel percorso formativo; qualirisultati conseguono; insomma, se giudicare significa “valutazione d’ingresso, formativa, sommativa”… cosa comporta valutare un docente? 

Il silenzio su questo punto lascia perplessi. I docenti non sanno su cosa e come, con quali criteri e modalità, verranno valutati. Sanno solo chi emetterà la sentenza. Sono preoccupati? La domanda è un’altra: perché non dovrebbero preoccuparsi? In assenza di criteri oggettivi l’ermeneutica dilaga, intrisa di soggettività, arroganze, interessi, piccinerie: la ministra sa quali meccanismi di potere scattino, già oggi, tra un supplente e il suo preside? Regoliamo il rapporto dirigenti-prof, con criteri oggettivi che riducano il margine di simpatia/antipatia (del preside) e di servilismo-cortigianeria (dei docenti). È puro buon senso. Quel che preoccupa è l’anarchia, l’assenza di paletti in una materia così delicata. Proprio perché titolare di libertà e potere di giudizio, il dirigente deve avere dei limiti entro i quali esercitare questa libertà. 

Il dirigente giudicherà docenti con personalità definite; ognuno richiede attenzione specifica. Non è facile: cosa si andrà a valutare? Le conoscenze disciplinari? In realtà l’ha già fatto l’università, il concorso, l’abilitazione; il carattere? È materia degli psicologi; l’abilità didattica? Allora in commissione ci vuole l’esperto di pedagogia (altro che alunni e genitori). Infine. Si valuta l’ideologia del docente? È una domanda interessante. Nessuno lo ammetterà mai, ma un preside di destra – per fare un esempio – non chiamerà mai un docente di sinistra potendo optare per una scelta diversa. Verso che tipo di scuola stiamo andando? Si dice: il docente non deve avere un’ideologia: è un’affermazione azzardata. Porta dritti al pensiero unico dell’ideologia dominante. 

Insomma, sono temi complessi, richiedono giudizio. Molti libri hanno segnato, negli anni, il dibattito sulla valutazione degli alunni (cfr. Benedetto Vertecchi,Valutazione formativa). Urge in Italia una discussione (anche) sulla valutazione dei docenti. Capire come e su cosa e da chi verranno valutati. Spero ci sia la volontà politica per una revisione della legge. 

Non si può dare libertà di valutazione al preside, lasciandolo solo (inesperto tra inesperti) nel difficile ruolo di giudice; preoccupa che una cosa così evidente non venga compresa. Nei Paesi dove la valutazione dei docenti funziona, non è il preside (con la sua commissione scolastica) che decide: c’è un sistema ispettivo nato da un confronto con i docenti; c’è la terzietà dei giudici. La riforma non va bene. Il preside nella sua scuola, con le sue idee, valuta i suoi docenti. È troppo. Non c’è ombra di oggettività. Ho trent’anni d’esperienza. I presidi. Alcuni bravi. Molti, miracolati da una raccomandazione, fanno disastri. 

È sparita ogni forma di reale collegialità nelle scuole, non si ha ancora la forza di eliminarla, ma ci si muove in quella direzione; il Premier sa cosa sta costruendo e dove vuole arrivare. Stiamo tornando indietro: Althusser – non senza qualche ragione – parlava della scuola come apparato ideologico di Stato. Nelle fabbriche i sindacati non contano più (Marchionne docet); nei partiti comanda il Capo; perché nelle scuole non dovrebbe decidere tutto il preside? C’è un clima autoritario nel Paese. Questo presepe non mi piace. 

(26 maggio 2015) Micromega

Ecco i 17 impresentabili nelle liste delle regionali: Puglia e Campania nel mirino

ROMA - La lista nera dei diciassette che fa tremare i partiti. Da destra a sinistra. Ben 13 sono campani, 4 pugliesi. Altri nomi si aggiungeranno venerdì. Ma è già scontro nella commissione parlamentare Antimafia che ha voluto l'inchiesta e la pubblicazione. Che però rimane per ora monca, congelata in vista della stesura definitiva. La lista completa infatti sarà resa pubblica nel giorno in cui sulla campagna elettorale scenderà il sipario e resteranno meno di 48 ore all'apertura delle urne.

"Non possiamo fare uscire solo quattro nomi", urla la presidente Rosi Bindi intorno alle 19, quando sta per finire la riunione lunga tre ore dell'ufficio di presidenza della commissione. Un braccio di ferro estenuante sulla pubblicazione immediata o meno. Lei avrebbe voluto leggerli uno per uno davanti alle telecamere solo venerdì, quando le procure e le prefetture avranno completato lo screening anche sui 13 campani ancora "incerti". Contrario il suo partito, col capogruppo pd Francesco Mirabelli che aveva ricevuto dalla segreteria Renzi il mandato per sollecitare la pubblicazione immediata di qualsiasi nome. Contrari al rinvio anche i Cinque stelle.

Alla fine la spuntano loro: vengono ufficializzati almeno quei quattro nomi certi, i "pugliesi".  E poi ecco i tredici nomi dell'altra regione cerchiata in rosso, ma lì si entra nelle sabbie mobili di Gomorra. La lista degli impresentabili diventa nebulosa, appena si varcano le province calde di Caserta, Avellino, Benevento. Perché se è vero che la gran parte dei nomi della black list proviene proprio dalla Campania, è anche vero che le Prefetture e le procure di quelle tre province non hanno ancora completato lo screening.  Il cerchio si stringerà sui 13 ancora "sub iudice".

Ma chi sono? L'unico nome campano che compare per certo nell'elenco è quello di Antonio Scalzone, rinviato a giudizio per reati associativi e candidato nella circoscrizione di Caserta nella lista "Popolari per l'Italia" che sostiene Caldoro.  Ma ce ne sarebbero altri dodici in attesa dell’ultimo responso in Antimafia.

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