sabato 20 giugno 2015

Il Vaticano e gli abusi sui minori: se il diritto è… canonico

Il Vaticano è in fermento. Le condotte compiacenti di vescovi e prelati in ordine al nefando stillicidio di abusi sui minori ha urgente bisogno di un più efficace deterrente giuridico. Siamo tutti peccatori. Francesco, tuttavia, sembra rendersi conto di non potere contare più di tanto sulla metanoia delle coscienze, sulla trasformazione interiore. L’illuminazione divina e la grazia non sempre funzionano, evidentemente, non sempre intervengono per chiarire che, oltre il peccato, c’è il delitto. E che il secondo appartiene alla specifica competenza dell’Autorità Giudiziaria, anche vaticana.
Si è, dunque, pensato, non di introdurre e codificare un’ulteriore fattispecie legale, bensì di rimodulare il reato di , creando nel contempo una nuova sezione all’interno della Congregazione per la dottrina della fede. Il portavoce vaticano, Federico Lombardi, considera questa la novità più rilevante emersa dalla riunione del C9, il consiglio dei cardinali insediato da Francesco per affiancarlo nel governo della Chiesa. Lo ha spiegato incontrando i giornalisti nel consueto briefing al termine della riunione, riferendo delle proposte appena avanzate dal C9 al pontefice, presente a tutti gli incontri.
Ed ecco le proposte dei cardinali. “Che il Santo Padre dia un mandato alla Congregazione per la dottrina della fede per giudicare i vescovi in relazione ai delitti di abuso d’ufficio. Che il Santo Padre autorizzi l’istituzione di una nuova sezione giudiziaria all’interno della Congregazione per la dottrina della fede e la nomina di personale stabile che presterà servizio nel Tribunale Apostolico”. In effetti, per l’appunto, viene semplicemente definita una procedura specifica per i casi di , secondo “una linea di competenza di giudizio che già c’era”, dal momento che la Congregazione per la dottrina della fede “ha anche una natura di tribunale”.
Si tratta della competenza a conoscere, in ordine alle “denunce di abuso”, in capo “alle Congregazioni per i vescovi, per l’evangelizzazione dei popoli, o per le Chiese Orientali”, con la previsione normativa che tutte le denunce siano presentate “alla Congregazione appropriata”, mentre il giudizio è affidato “alla Congregazione per la dottrina della fede”. I cardinali propongono, inoltre, che “il Santo Padre nomini un segretario per assistere il prefetto riguardo al Tribunale”, cui spetta “la responsabilità della nuova sezione giudiziaria e il personale della sezione sarà utilizzabile anche per i processi penali per l’abuso dei minori e degli adulti vulnerabili da parte del clero”.
E però, “trattandosi di nuove competenze e nuova organizzazione della sezione giudiziaria”, il consiglio dei cardinali propone che “il Santo Padre stabilisca un periodo di cinque anni in vista di ulteriori sviluppi delle presenti proposte e per il completamento di una valutazione formale della loro efficacia”. Cinque anni, una “valutazione” umanamente piuttosto lunga, ma non per la Chiesa, protesa verso un’eternità che organicamente attraversa anche il suo sistema codicistico, mescolandosi e fondendosi con l’elemento storico-umano. Una novità siffatta – si è comunque precisato – non nasce dal nulla, ovvero “il fatto che il vescovo abbia una responsabilità. L’abuso d’ufficio comprende anche una omissione su ciò che avrebbe dovuto fare”, poiché “non è l’oggetto ad essere definito, ma una procedura da adottare nei singoli casi”.
In breve. Quando e se il vescovo omette di dare corso a una notizia di reato in danno di minori, non incorre in una semplice , in ragione dell’idea intuitiva che la detta omissione sia finalizzata a favorire taluno.
Fin qui la proposta dei cardinali a Bergoglio.
Se non che, nel luglio del 2013, con una Lettera Apostolica in forma di – tipico dei sovrani assoluti – sulla giurisdizione degli organi giudiziari dello Stato della Città del Vaticano in materia penale, Francesco aveva già introdotto significative modifiche dell’ordinamento penalistico del diritto canonico, vigente in prevalenza all'interno dello Stato della Città del Vaticano. Mette conto ricordare che il Concilio Vaticano II aveva creato le premesse per la sostituzione della locuzione “diritto canonico”, di arcaica memoria nicena – κανών è il regolomisura vuota di un paradigma astratto, precetto del rito e del culto, talvolta inconferente persino riguardo agli stessi “canones disciplinares” – con quella di “diritto ecclesiale” – da distinguere dal “diritto ecclesiastico”, talora confuso con il primo, anche da parte di autorevoli studiosi in letargo - in quanto più intrinsecamente conforme alle ragioni fondative della Chiesa.
Un passo indietro. Con la Costituzione Apostolica “Sacrae disciplinae legis”, Giovanni Paolo II, nel 1983, nel quadro di un più armonico riordino dei principi dell’”universale sacramentum salutis”, il sacramento di salvezza universale, reso necessario dall’”ecclesiologia conciliare” del Vaticano II, aveva ribadito e formalizzato la distanza dai codici secolari, marcando una specifica e forte discontinuità dal codice del 1917. E Benedetto XVI, infine, approvò la nuova disciplina, concernente le fonti del diritto per lo stato del Vaticano, in vigore dal 2009, che ha novellato la legge del 1929, correlata alla stipula dei patti lateranensi.
Ed ecco il punto. Questa nuova normazione stabilisce, tra l’altro, che l'ordinamento (cosiddetto) canonico costituisce la fonte normativa primaria e che le leggi italiane, come quelle di altri Stati, non verranno più recepite in modo automatico, ma potranno integrare l'ordinamento giuridico ecclesiale soltanto a seguito della formale accettazione da parte del pontefice.
Se non che, i cardinali e Francesco avrebbero, invece, potuto trarre un notevole e proficuo giovamento da un più attento studio degli ordinamenti penalistici democratici, incluso il nostro. Da essi, infatti, avrebbero imparato a discernere con la precisione e rigore logico necessari le tipologie dei delitti, vedi caso, l’ dall’, e quest’ultimo dal .
Se un vescovo omette di dare seguito a una notitia criminis al fine di coprire il soggetto attivo della condotta antigiuridica, non si rende responsabile di una semplice , come qualificata, prevista e punita dal combinato disposto degli artt. 331 del vigente codice del rito penale, e dalla norma incriminatrice di cui all’art. 361 del codice penale italiano vigente. E non consuma neppure un semplice , che la legge penale italiana, all’art. 323, prevede esclusivamente nei casi in cui lo sviamento di potere si verifichi per conseguire un vantaggio patrimoniale, oppure procurare un danno, anche non patrimoniale, ad altri. Nel caso che occupa, vantaggi patrimoniali, per sé o per terzi, e danni contro terzi, appaiono, come sono, fuori quadro.
In realtà, il vescovo in ipotesi commette il ben più grave delitto di , posto che e qualora la sua condotta omissiva aiuti il responsabile “ad eludere le investigazioni” legali, indipendentemente dal fatto che esse siano già iniziate o meno, rilevando unicamente la effettiva commissione del reato. Di più. Se l’omissione consente all’autore dell’illecito di protrarlo e reiterarlo, il vescovo risponde di “concorso” nel medesimo, per violazione dell’”obbligo giuridico di impedirlo”, ovvero di portarlo a ulteriori più gravi conseguenze, risultando il sacerdote deviante soggetto alla sua giurisdizione, a mente dell’art.40 del codice penale italiano.
L’orizzonte dello “ius sacrum” sembra davvero lontano, inaccessibile.
Sul punto, dottrina, diritto e giurisprudenza pacificamente convergono, in virtù di un criterio di discernimento d’indole logico-giuridica presente in tutti gli ordinamenti democratici, dalla Francia, alla Germania agli USA. Dove, peraltro, la gravità e le pene risultano ulteriormente inasprite dall’implicita componente delittuosa di ”obstruction of justice”, l’ostacolo al corso della giustizia. Unintralcio che, a volere dire tutta la verità, Vaticano a parte, anche in casa nostra è ormai diventato prassi costante, finanche istituzionale, una causa di certo non marginale delle immani distorsioni pubbliche da cui il Paese è afflitto.
Quanto al “favoreggiamento”, Francesco, vescovo di mafia capitale, non può dunque ignorare che, in fatto di copertura dei misfatti contro i minori, non si versa in tema di semplici omissioni ed abusi di sapore (più o meno) burocratico, ma bensì di comportamenti tanto più ripugnanti ed esecrabili, in quanto posti in essere da pastori del popolo cristiano. Potrebbe e dovrebbe utilmente e doverosamente obiettare e contro-proporre al C9 rosso porpora proponente. Magari rammentando che di propensioni e pratiche fiancheggiatrici la Chiesa cattolica ha già storicamente fatto l’en plein, negli interna corporis, come in ambito politico-istituzionale esterno, non di rado rispetto a sistemi di potere singolarmente scellerati. Pratiche spirituali verso le quali la Chiesa sembra costituzionalmente vocata, sul presupposto storico-dottrinale di una lettura edulcorata e falsante dell’intonazione più ferocemente anti-farisaica dei vangeli. “Guai a voi…”.
Altro che “macine da mulino legate al collo e discese in fondo al mare”!
Il favoreggiamento rispetto all’oltraggio minorile risulta efficacemente chiarito nella “traduzione unitaria” della Bibbia tedesca, la “Einheitsübersetzung” del 1979, dove il lemma greco “σκάνδᾰλον”, scandalo e trappola, è tradotto con “sedurre al male”, con palese riferimento a una catastrofe morale. Una malattia mortale, il kierkegaardiano morbus ad mortem, malattia che, conducendo alla morte, impone la sistemazione in radice del male. Anche la Bibbia di Lutero, nella revisione del 1985, mette a fuoco la condizione dell’essere “tratti all’abbandono” di qualcosa e la connessa perdita della fede, in conformità all’idea riformata fondamentale, secondo cui l’incredulità, il rifiuto ossia di Dio, è il vero, grande peccato mortale. La Bibbia di Zurigo, infine, nella nuova versione del 2007, intende lo “σκάνδᾰλον”, lo scandalo, come “spingere a cadere”, connettendo in tal modo il male personale al collasso della fede, nello sgomento di un’azione assolutamente e incommensurabilmente perversa.
In ogni caso, l’ipotesi di <abuso episcopale> resta fuori asse e fuori argomento, in quanto scoperto tentativo di… derubricazione.
Ecco, allora, anziché “piangere sulla propria storia”, riproducendo volgarmente il classico pianto greco, come fa sovente, a scanso del pericolo dell’ipocrisia sempre incombente, la Chiesa “cambi rotta”, se sa, se può e se vuole, aderendo all’invito, saggio ed universale, rivolto da un grande pensatore, Baruch Spinoza, a ogni individuo umano. Senza mai dimenticare, come de facto la Chiesa non dimentica, che l’opera di Spinoza rappresentò, rappresenta, una micidiale macchina da guerra contro di essa, un potente ariete contro la verticale, per citare una significativa metafora di Michele Federico Sciacca.
La posta in gioco interpella questioni di credibilità, benché non pertinenti all’ordine morale stricto sensu. La tradizione culturale occidentale, attraverso Agostino a Tommaso, Pascal a Kant, approda alla seguente, conclusiva posizione di pensiero in Hegel, 1795, nelle “Theologische Jugendschriften”, gli scritti teologici giovanili: “Lo spirito di Gesù, che si è innalzato oltre la moralità, si mostra immediatamente rivolto contro le leggi nel sermone della montagna, che è un tentativo, compiuto per mezzo di parecchi esempi sulle leggi, di sottrarre a queste l'elemento legale, la forma di legge; esso non predica rispetto per le leggi ma indica ciò che le porta a compimento, le elimina come leggi; predica dunque un qualcosa che è superiore all'ubbidienza alle leggi e che le rende superflue”. Nella prospettiva sdivinizzante dello scritto su “Lo spirito del cristianesimo e il suo destino”, dunque, al di là della “forma di legge”, e del “rispetto” per lo spirito della legalità, ciò che realmente conta è il “compimento” della legge. A tal fine, tuttavia, è opportuno e necessario che “sia il vostro linguaggio: sì, sì; no, no; il superfluo procede dal maligno”. Francesco dovrebbe sospendere, per un momento, la cogente plausibilità delle teorie linguistiche contemporanee intorno alla “vaghezza del linguaggio”, al suo naturale statuto di ambiguità, e sperimentare il gusto exciting di chiamare le cose con il loro proprio nome. Evangelicamente, senza confusione. Perché dalle parole traluce (quasi) sempre l’intentio, la direzione della mente e della coscienza.
Quell’abietta violazione dell’universo giuridico, nella sua cruda e peculiare sostanza, si chiama , la forma più subdola e vile di complicità. Soltanto tale lucida (audace?) consapevolezza può rendere “superflua” la stessa norma, ed “eliminarne” il formalismo come tale. E, finalmente, portarla a “compimento” effettuale sul piano della selezione e dell’educazione del sacerdotium, il più efficace antidoto preventivo contro la repressione, “superiore all’ubbidienza alle leggi”.
Aspra e forte, tuttavia, la percezione delle crescenti difficoltà di Francesco, nel cui linguaggio sempre più spesso sembra risuonare – se vogliamo sacra miscere profanis – il tormento di Zerlina nello Champagnerlied del “Don Giovanni” di Mozart: “Vorrei e non vorrei…”. E proprio nel senso umano, troppo umano, felicemente enucleato dalle interpretazioni di Kierkegaard e George Bernard Shaw.
Perciò, anche se il Vaticano non capisce,… si adegui. L’umanità gliene sarà grata. Invero, “dio perdona tante cose per un’opera di misericordia”. No?
Giuseppe Panissidi - blogmicromega

Ecco quello che le chiese non leggono

aesposito
Approfittando del dibattito sulla laicità svoltosi sull’ultimo numero di MicroMega, vorrei proporre alle lettrici e ai lettori un itinerario inusuale, addentrandomi in una tematica che può apparire sospesa su un ossimoro, se non direttamente contraddittoria: quella della possibilità di una riflessione teologica laica. Si tratta, come immagino che i lettori intuiscano, di un sentiero assai poco battuto ed in Italia pressoché misconosciuto. Per compiere qualche passo su questa via ignorata, vorrei riprendere alcune delle tesi esposte nel merito dal filosofo e teologo britannico John Hick, scomparso tre anni orsono e considerato a ragione uno dei più acuti esponenti della cosiddetta “teologia del pluralismo religioso”.

Rinvio chiunque voglia approfondire questo approccio eterodosso ed innovativo alla sommaria bibliografia di riferimento che riporto in nota a beneficio dei lettori interessati.[1] In questa mia breve riflessione, vorrei soffermarmi su una considerazione svolta da Hick in ordine al rapporto tra laicità e cristianesimo per quel che attiene all’evoluzione del pensiero scientifico nella storia moderna europea. Senza mezze misure, il Nostro sostiene che «il cristianesimo ha condotto una lotta senza quartiere contro il metodo scientifico e sperimentale» al punto da «non poter in alcun modo rivendicare alcuna partecipazione nel processo di emancipazione del pensiero che tale metodo favorì».[2]
Anche sotto il profilo delle conquiste sul piano dei diritti umani e civili, di cui oggi il cristianesimo si dichiara paladino e persino propulsore, Hick non fa alcuno sconto alle chiese, le quali, asserisce il Nostro, hanno a più riprese «soppresso brutalmente sia le rivendicazioni sociali che la riflessione intellettuale da esse considerata anomala»,[3] finendo per consolidare istituzionalmente ed ideologicamente quell’universo dogmatico dalla cui dissoluzione - prosegue l’autore – si è originata la modernità con il suo spirito secolare e democratico.
John Hick fu membro della chiesa presbiteriana d’Inghilterra che, a differenza di quella cattolica, non conosce la scomunica. Ciò, però, non deve ingannare: esiste difatti una forma latente di scomunica, che consiste nell’estromissione delle idee eterodosse dal dibattito accademico. Hick è letto ed apprezzato nelle facoltà di filosofia, mentre viene sistematicamente ed aspramente criticato, quando non direttamente ignorato, in quelle di teologia che seguono un orientamento tradizionale (ovverosia in quasi tutta Europa, dove il legame tra studi teologici ed istituzione ecclesiastica è talmente indistricabile da condizionare, sovente, la libertà d’espressione e la stessa onestà intellettuale di molti dei suoi docenti, che sono a tutti gli effetti impiegati delle chiese).
Diverso è il discorso per ciò che concerne il mondo anglosassone, nel quale, grazie all’indipendenza di buona parte delle facoltà teologiche dalle istituzioni ecclesiastiche, si è potuta sviluppare una riflessione scientifica rigorosa sul fenomeno religioso. Disquisire laicamente di religione e perciò stesso di cristianesimo è possibile, questo è indubbio; ma perché tale possibilità possa prendere forma in maniera qualitativamente soddisfacente, è necessario svincolare lo studio del fenomeno religioso dall’ipoteca della teologia ecclesiasticamente declinata ed irreggimentata, che priva non tanto lo specialista ma, prima ancora, le comunità cristiane della possibilità di esprimere e coltivare un pensiero innovativo e, quando si dia il caso, dogmaticamente irriverente: unico contributo di rilievo che esse possono fornire al dibattito culturale delle società pluraliste.
NOTE
[1] Mi limito a menzionare le opere e gli autori che ho più approfondito: su tutti, Paul Knitter, autore del celebre: Nessun altro nome? Un esame critico degli atteggiamenti cristiani verso le religioni mondiali (Queriniana, Brescia, 2005; orig. Inglese del 1987) e co-editore con John Hick dell’illuminante: Il mito dell’unicità cristiana (Queriniana, Brescia, 1993; orig. Inglese del 1985); e lo stesso John Hick, autore del suggestivo: Il mito del Dio incarnato (Bastogi Edizioni, Foggia, 1982; orig. Inglese 1977). Un’amplia ed assai curata bibliografia è contenuta nel volume di José María Vigil: Teologia del pluralismo religioso(Cittadella, Brescia, 2009; orig. Spagnolo 2005).
[2] Tratto da: John Hick, O carácter não absoluto do cristianismo, in: Numen, revista de estdos e pesquisa da reigião, Juiz de Fora, Brasil, n. 1/1998, pp. 13-43, cit. pag. 29 (traduzione dal portoghese mia).
[3] Ibidem, pp. 32-33.
Alessandro Esposito – pastore valdese in Argentina
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