domenica 5 luglio 2015

Bergoglio non può essere la nuova icona del progressismo che da più parti viene salutata

Pier Paolo Caserta
http://cronachelaiche.globalist.it

Con l’enciclica “Laudato si'” il papa enuclea una dottrina sociale che certamente merita attenzione, ma diremo subito che Bergoglio non può essere la nuova icona del progressismo che da più parti viene salutata, temiamo, non senza una buona dose di subalternità. Anche questa investitura testimonia di un clima agiografico che trova puntuale riscontro, del resto, nel plauso ormai generalizzato che il gesuita incassa anche per molto meno e con facilità disarmante. Questione di comunicazione, allora? Almeno in buona misura, sì. Basterebbe riflettere sul recente, duro pronunciamento contro Medjugorie. È sufficiente approfondire appena un po’ la notizia per scoprire che la presa di posizione era stata largamente annunciata e che da anni lavorava in questa direzione una commissione di inchiesta guidata dal cardinale Camillo Ruini ed istituita, udite udite, da papa Ratzinger. Ma ve lo immaginate se fosse stato l’arcigno pontefice tedesco a pronunciare identica “sentenza”? Probabilmente avrebbe suscitato un moto generale di empatia nei confronti dei visionari del santuario, con laici ed anticlericali ad accapigliarsi per dispiegare tutto il loro apparato argomentativo nel tentativo di far notare che tra miracolismo visionario e fideismo cattolico esiste semmai una differenza di grado, certamente non di genere, tale da invalidare per lo meno l’efficacia della gag. Però, niente, se a dirlo è Bergoglio, a quanto pare, cambia tutto, parte subito la ola, ed anche molti presunti laici si acquietano soddisfatti. Ma, a ben vedere, non sarà pochino per gridare alla svolta epocale? E i diritti basati sulla laicità, abbiamo smesso di chiederli?
Le ragioni dell’anacronismo della Chiesa cattolica non stanno in questioni superficiali, non possono essere superate dalle scuse molto tardive per errori, persecuzioni e massacri perpetrati nel corso della storia; e nemmeno può bastare la visione geopolitica di questo o quel pontefice. Quelle ragioni stanno tutte nel profondo antagonismo allo stato di diritto. È tutto qui lo scarto che separa la Chiesa cattolica, che non ha mai dismesso la sua pretesa universalistica, rispetto alle altre chiese europee che hanno avuto la Riforma, alle quali non è mai stato consentito di porsi in conflitto con lo stato di diritto. L’universalismo cattolico è teocratico nell’essenza, è pretesa di abbracciare la società nella sua interezza; è pretesa che i principi religiosi propri debbano valere per tutti, anche per i non cattolici, continuando a negare i diritti. Ed è, allora, qui e soltanto qui, e sulle questioni legate al diritto individuale di scelta e alla sua effettiva fruibilità che si dovrebbe misurare ciò che merita il nome di “cambiamento”. Tutto il resto sarà anche molto interessante e non ne dubitiamo affatto, ma dovrebbe interessare soltanto i cattolici. È vero cambiamento che Bergoglio svisceri la sua avanzata dottrina sociale mentre una donna che in Italia voglia esercitare il suo diritto di abortire, previsto dalla legge, continuerà a scontrarsi con le stesse difficoltà di sempre? Se all’indomani del family day che ha messo in scena lo spettacolo del familismo amorale e del fanatismo omofobo la chiesa cattolica conferma nella sostanza le stesse posizioni, potremo certamente non esserne sorpresi, ma a norma di quale criterio vogliamo parlare di aperture, o persino di cambiamento? E, volendo, è una svolta epocale se papa Bergoglio va a chiedere perdono alla Chiesa valdese (intendiamoci, bene ha fatto) ma il perverso meccanismo dell’otto per mille rimane in piedi?
Veniamo, ora, proprio alla famiglia e ai diritti di scelta individuali. Dall’assemblea episcopale svoltasi all’indomani del Family Day è uscita fuori la possibilità che i divorziati risposati possano accedere ai sacramenti, mentre è stata ribadita la linea dura contro matrimonio egualitario, interruzione di gravidanza e fecondazione assistita. Nessuna meraviglia, farà ancora notare qualcuno: non ci si può aspettare che anche su questi temi la Chiesa cattolica cambi idea. Facendoci tornare a dire: benissimo, ma tutte queste aperture, allora? Sono aperture a chi, a cosa, in definitiva? Per conto nostro rispondiamo: sono aperture al senso comune. Che, è fuor di dubbio, dimostrano un acume straordinario nell’accorciare la distanza tra l’immagine della Chiesa e la società. È sicuramente di questo che la Chiesa cattolica aveva bisogno in questo momento storico: di adeguare la sua immagine ai tempi. A quale scopo, all’interno di quale orizzonte e in nome di quale strategia: sono queste le domande di fondo, la cui risposta può scaturire solo dall’osservazione di ciò che viene tenuto fermo in contropartita di ciò che viene cambiato. È l’oltranzismo contro la libertà di scelta, in particolare della donna, la roccaforte che deve restare inespugnabile.
La Chiesa cattolica teme da sempre il femminino come il peggiore dei mali. Persino sul matrimonio egualitario i clericali ovviamente si impuntano, ma sapendo che prima o poi dovranno cedere (il più tardi possibile, si capisce). La negazione dei diritti riproduttivi, il “pro-life”, invece, è l’ultima trincea e l’aguzzo gesuita è chiamato a difenderla, a preservare un ordine sociale e culturale arcaico il cui architrave è la negazione della libertà di scelta della donna. Cambiando tutto il resto perché nulla cambi.

Nazareno e dintorni. A rieccolo


di Giuseppe Panissidi

La procura della Repubblica di Milano, all’esito delle investigazioni preliminari del Ruby ter, si appresta a chiedere il processo per l’ex cavaliere “nazareno”. Il reato ipotizzato, uno dei più gravi (e ripugnanti) del nostro ordinamento giuridico, si riferisce alla “corruzione in atti giudiziari”. Altro finanche dalla squallida “tratta di senatori”, operazione che ben si addice o, comunque, non confligge con le dinamiche “istituzionali” di un parlamento di nominati, fertile terreno di pervasiva “cultura della corruttela” – quanta “cultura”: il Belpaese… trabocca – pur dichiarato parzialmente illegittimo dalla Corte Costituzionale. 

Un’istituzione, ossia, che, restando in piedi soltanto in virtù del (comodo) principio dottrinale della “continuità dello Stato”, continua – in modo solo formalmente legittimo – a sfornare esecutivi a go-go senza il ricorso alle urne. A fronte della Grecia, quasi una nostra sorella, benché ultimo chiodo del carro democratico ed economico europeo, epperò capace di indire un referendum in poche ore, ancorché costretta da un’emergenza epocale, nello stile e nello spirito della tragedia classica. 

Qui, ora, si versa in tema di corruzione di testimoni, e non già in riferimento a un processo qualsiasi, bensì e proprio a quel processo per concussione e prostituzione minorile, nel quale l’ex “nazareno” è stato (felicemente) assolto. 

In breve. Se le accuse, in testa all’ufficio del pubblico ministero costituito presso il giudice penale di Milano, si rivelassero fondate, effetti devastanti non potrebbero non riverberarsi in feed-back sulla precedente, controversa e controvertibile assoluzione. Controversa fino al punto che un alto e integro magistrato, all’esito del giudizio assolutorio dell’impugnazione, si scrollò di dosso la toga, come se essa gli provocasse un insopportabile… imbarazzo. Senza che, peraltro, un democraticissimo capo di Stato, in servizio permanente effettivo, nonché presidente del CSM – un po’ meno “migliorista” che nei suoi anni ruggenti – abbia sentito il minimo bisogno di… approfondire, come, invece, si era precipitato – mobilitando addirittura la Consulta – ad approfondire la condotta della procura di Palermo, in merito a certe fortuite (ma interessanti) intercettazioni della sua voce maestosa. 

Ora, poiché le sentenze vengono emesse “in nome del popolo italiano”, l’intenso auspicio del popolo (sovrano?) sarà che, stavolta, nessun magistrato debba dimettersi, in costanza di eventuali dis-torsioni di basilari principi e valori della civiltà giuridica (e morale). 

Il procuratore di Milano si dice convinto della responsabilità degli indagati, i quali debbono, comunque, essere ritenuti non colpevoli fino a sentenza irrevocabile. Egli sostiene che l’ipotesi difensiva non tiene, alla stregua di una mole imponente di materiali investigativi, idonei a formulare l’accusa e sostenerla in giudizio, ed alla connessa formazione della prova in dibattimento. 

Ma qual è l’ipotesi difensiva? Presto detto: la beneficenza. Milioni di euro di liberale, evangelica magnanimità, elargiti a vantaggio dei testimoni del processo in cui era imputato il benefattore. E già, le “cene eleganti”, si sa, hanno costi elevati. 

Per quanto possa sembrare stravagante, nella sintassi dello Stato costituzionale di diritto, se non surreale, non è affatto uno scherzo. 

Se non che, ove mai tale assunto, cioè la motivazione della beneficenza, rispondesse a verità, si dà il caso che a quei testimoni il nazareno non avrebbe potuto e dovuto elargire alcunché, neppure a fini di beneficenza. Solo un esempio, a scopo di pura, ancorché pertinente, analogia. Il nostro sistema penalistico contempla il reato di “corruzione impropria”, che si concreta ogniqualvolta il pubblico ufficiale accetti da terzi utilità, non prima del compimento di un atto del suo ufficio che riguardi i terzi – vedi caso: un appalto – ma bensì dopo. Perciò, tale specie di corruzione si chiama “impropria”, a differenza della forma “propria”, che contraddistingue la condotta di chi accetta le dette utilità prima di compiere l’atto dell’ufficio. 

La ratio logica della norma è limpida e cogente. Il pubblico ufficiale non può e non deve mai accettare alcunché, né prima, né dopo l’espletamento degli atti di competenza. Infatti, se, accettando l’utilità prima, la corruzione appare scoperta, accettandola dopo, essa, pur meno palese, sussiste comunque, perché nulla vieta di ipotizzare un accordo con l’interessato nel senso di un pagamento successivo all’atto de quo. 

Da un principio siffatto, sotto il profilo logico-giuridico, discende l’elementare inferenza analogica, secondo cui in nessun caso può essere consentita la (asserita) beneficenza in favore di testimoni del suo processo da parte di un imputato, né prima, né dopo la conclusione del medesimo. Del resto, non mancano certo umani ai quali destinare l’eccesso delle proprie sostanze, gratis et amore dei, senza oscene ambiguità di sorta, e senza regiudicande penali di mezzo. Anche per evitare che qualche improbabile ruba-cuori si trasformi in una volgare… ruba-portafogli. 

Certamente, l’ex premier “nazareno” non potrà più essere incriminato in ordine alle pregresse fattispecie, dalle quali è uscito indenne, se non immacolato come un giglio, comunque prosciolto. Vige, infatti, impedimento insuperabile, un sacro principio di ethos giuridico: “ne bis in idem”. Né può ascriversi al caso che il signore di Arcore abbia reagito con la seguente dichiarazione: “Ma io sono già stato assolto!”. A prescindere dal fatto che, in ordine alle presenti accuse, e connesse fattispecie legali, non è mai stato “assolto”, per la semplice ragione che non è mai stato sottoposto a giudizio, l’amico “nazareno” non si rende minimamente conto che la questione di fondo, ufficialmente, cioè giudizialmente conclusa, epperò irrisolta in punto di diritto e giustizia, dunque di nuovo in agenda quale sfondo e leitmotiv, è appunto quella… assoluzione! Non c’è un amico rottamatore, un compagno di merende “nazareno”, disponibile a sgrondargli un po’ di nebbia dal cervello? 

La sua prevista incriminazione, infatti, si situa nel quadro di una res iudicanda intrinsecamente e inscindibilmente connessa con la precedente, benché lungo un’altra, laterale linea d’indagine. Tanto vero che, tra i soggetti oggi indiziati di reato, benché non ancora formalmente imputati, significativamente figura anche la funzionaria di Polizia, Giorgia Iafrate, accusata di avere dichiarato il falso, quanto alle modalità e alle circostanze dell’affidamento di Ruby a Nicole Minetti, in quella manzoniana “notte degli imbrogli e de’ sotterfugi” del mese di maggio del 2010, dopo un arresto per furto. 

Ciò suggerisce l’idea intuitiva che le dimissioni del presidente del precedente collegio giudicante, che lo mondò da accuse (a dir poco) infamanti, potrebbero essere state imperativamente e sostanzialmente dettate da quella peculiare devianza, che gli ordinamenti giuridici democratici definiscono, con solenne intransigenza e alta soglia di punibilità, “obstruction of justice”, intralcio al corso della giustizia. 

Sia consentito, infine, a margine politico, formulare un pio desiderio. Se un tale rottamatore fiorentino – al ritorno sul pianeta-terra dal sito iperuranio in cui vegeta – avesse mai in mente un revival “nazareno”, voglia mostrarsi cortese. E, questa volta, ci sveli, anzi ci sillabi, tutti i contenuti specifici delle eventuali intese. Tutti, ‘ovviamente’, intercalando alla Boschi delle ovvietà. 

E “tutto” significa e comprende ciò che non esclude ‘nulla’, se i gloriosi antenati di Tsipras ci hanno mai insegnato qualcosa.

MicroMega

Renzi crumiro della democrazia

Sono contento di essermi sbagliato. Pur augurandomi che non avvenisse, avevo dato per più probabile un successo della Troika nell'imporre un nuovo memorandum alla Grecia. Avevo fatto paragone con la piccola Cecoslovacchia che nel 1938 fu costretta a cedere da tutta l'Europa unita con la Germania. Ero ad Atene, in un incontro internazionale di movimenti di sinistra contro l'euro, quando è arrivata la notizia dell'indizione del referendum.
Mentre la commentavo un compagno greco mi ha detto: mai sottovalutare la dignità e la fierezza del nostro popolo. Questo è ciò di cui non  avevo tenuto conto, che il governo di Syriza, che pure aveva concesso molto alla Troika, al punto da rischiare una terribile spaccatura se le sue proposte fossero state accettate, non era disposto comunque a concedere la resa.
Avevo avuto ragione sulle reali intenzioni dell'Europa, che mai ha instaurato una trattativa con Atene, pretendendo sempre la sottoscrizione dei vecchi come di un nuovo memorandum. Ma avevo sbagliato sulla capacità di dire no della Grecia e per fortuna.
Il referendum ha avuto il merito di svelare la reale natura politico economica della governance europea. In questi giorni sono saltate tutte le mistificazioni fondate sulle esigenze  dei mercati che invece, come han mostrato le Borse, avrebbero apprezzato un accordo anche generoso verso la Grecia. Paradossalmente ha prevalso la politica, cioè hanno prevalso gli interessi del sistema di potere costruito attorno alla Germania.
Questo sistema è fondato su due assi strategici, la Germania ed i suoi satelliti del Nord Europa da un lato, i paesi del Mediterraneo e l' Irlanda, dall'altro. Questi ultimi non sono semplicemente satelliti della Germania, ma subiscono sempre di più una condizione di sottomissione neocoloniale. La Francia si barcamena  tra questi due assi, desiderosa di collocarsi tra i satelliti, ma sempre più a rischio di finire tra le colonie. Che in questi anni sono state al centro di tutte le politiche europee. Se infatti i paesi PIGS, periferici, debitori, comunque li si voglia definire, avessero concordato una politica comune verso i paesi più ricchi, questi ultimi avrebbero dovuto cedere, il sistema euro a trazione tedesca sarebbe andato in crisi e le politiche di austerità con esso. I debitori coalizzati son sempre più forti dei creditori.
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La politica europea della Germania e dei suoi satelliti ha quindi avuto subito come primo obiettivo quello di impedire la coalizione dei debitori. E ha realizzato questo obiettivo fondandosi su due strumenti. La cooptazione subalterna nel sistema di potere europeo dei poteri e delle caste politiche ed intellettuali locali, la sottomissione ideologica della maggioranza della popolazione.

Il primo obiettivo è stato realizzato facilmente visto che da tempo i poteri forti dei paesi periferici erano stati assorbiti nel potere finanziario occidentale. La vicenda della Fiat in Italia, diventata un'azienda americana con un manager svizzero che ha imposto un suo memorandum feroce al lavoro, è il paradigma della grande borghesia del nostro paese.
La corruzione politica dilagante è stata un altro aiuto alla sottomissione, perché da un lato ha ancora più avvinto alla governance europea caste politiche bisognose di sostegno e legittimazione, dall'altro ha diffuso la convinzione che il debito pubblico fosse solo il prodotto di ruberie. E qui troviamo la campagna ideologica di massa tesa ad inculcare una sorta di auto razzismo nei popoli dei paesi europei meridionali. Che si dovevano sentire fannulloni, spendaccioni al di sopra delle proprie possibilità, a cui era indicato il compito di conformarsi al rigore e alla virtù de popoli del Nord.
Il principale veicolo di questa ideologia sono stati i partiti socialisti e socialdemocratici, che han permesso alla destra liberale di occupare saldamente il territorio della vecchia sinistra. Così in tutti i PIGS si sono installati governi che si sono ben guardati dal costruire una politica fondata sugli interessi comuni, ma che invece si sono messi tra loro in competizione su chi fosse il primo della classe nell'eseguire i compiti dettati dalla Germania.
Renzi ha mostrato il volto più maramaldesco e ripugnante di questa politica a Berlino, ove ha vantato le proprie credenziali su lavoro e pensioni mentre sbeffeggiava la resistenza greca. Il nostro capo del governo all'estero ha fatto vergognare di essere italiani come e più di Berlusconi. Di fronte al coraggio greco Renzi si è mostrato come  uno sfacciato crumiro della democrazia.
Nella catena dei governi servili dell'Europa meridionale la Grecia alla fine è risultato l'anello debole, che si è spezzato prima degli altri. Il governo Tsipras non voleva uscire dal sistema di potere europeo, voleva però ricontrattare le condizioni della partecipazione ad esso per il proprio paese, devastato dai memorandum della Troika. Questo gli è stato impedito sin dall'inizio nonostante le sue dichiarate ed evidenti disponibilità.
La Grecia ha trattato con la Troika, ma questa non ha mai trattato con la Grecia. Come nelle più dure e drammatiche vertenze del lavoro con i padroni delle ferriere, il solo accordo possibile era la resa. È la resa doveva essere esplicita e manifesta, non sottobanco. A questo obiettivo  in particolare erano interessati i governi crumiri, Spagna e Italia in testa, che si sono così rivelati i pugnalatori di ultima istanza del governo greco.
Era infatti chiaro che un successo anche minimale e parzialissimo di Tsipras avrebbe dato una brusca accelerata alla già palese caduta di consenso di Renzi, Rajoy e compagnia. Merkel, che pure aveva fatto sperare ai greci in qualche cosa, ha quindi dovuto negare ogni disponibilità per non scoprire i suoi sudditi meridionali. La Grecia però ha rifiutato di arrendersi e questo andrà a merito del governo Tsipras, quale che sia il risultato di un referendum difficilissimo, condotto contro il ricatto di tutti i poteri esterni e interni al paese.
Se dovesse vincere il NO sarebbe un salto in avanti per tutti i popoli europei e una sconfitta storica del sistema di potere del continente. Ma anche se dovesse prevalere il SI del ricatto e della paura quel sistema non vincerebbe. Certo all'inizio avremmo un contraccolpo reazionario e i crumiri di governo esprimerebbero la loro felicità. Che però sarebbe di breve periodo perché poi il sistema continuerebbe ad accumulare crisi ed incapacità di risolverla, mentre la caduta di consenso riprenderebbe a macerare governanti.
Comunque, grazie al no greco siamo entrati nella crisi manifesta del sistema dell'euro e dell'austerità, il problema è posto e le idee e le forze per affrontarlo si stanno affermando e organizzando in tutta Europa. Oggi in Grecia domani in Italia.
Giorgio Cremaschi
micromega