sabato 11 luglio 2015

Tornano i muri nell’Europa centrale

A meno di un mese dall’annuncio della costru­zione di un stec­cato alto quat­tro metri sui 175 chi­lo­me­tri di fron­tiere con la Ser­bia, il par­la­mento unghe­rese ha appro­vato lunedì 7 luglio la Legge, che per­met­terà la costru­zione del nuovo muro. A favore 151 depu­tati di Fidesz, il par­tito di mag­gio­ranza del pre­mier – padrone Vik­tor Orban, men­tre votano con­tro 41 par­la­men­tari delle oppo­si­zioni socia­li­ste e libe­rali. Secondo l’esecutivo, che ieri ha con­fer­mato l’«impegno verso la deci­sione del par­la­mento», la nuova bar­riera dovrebbe ral­len­tare i flussi migra­tori pro­ve­nienti dal cor­ri­doio balcanico.
Le cifre date dal governo unghe­rese sem­brano note­voli: nei primi sei mesi avreb­bero var­cato il con­fine unghe­rese più di 63 mila migranti, quasi ven­ti­mila in più rispetto al 2014. Numeri signi­fi­ca­tivi, che fanno dell’Ungheria assieme alla Gre­cia e all’Italia uno dei prin­ci­pali var­chi d’entrata per i migranti e i rifu­giati in fuga dalle disgra­zie eco­no­mi­che, dalla guerra e dalle varie tiran­nie, che oppri­mono i quat­tro angoli del Con­ti­nente nero.
La deci­sione di costruire il muro anti-migranti ha già sca­te­nato le ire della Ser­bia, che teme che la situa­zione diventi incon­trol­la­bile al suo con­fine. “Costruire un muro non è una solu­zione e la Ser­bia non è respon­sa­bile per la situa­zione, che si è venuta a creare a causa dei migranti. Siamo solo un Paese di tran­sito,” aveva rea­gito ai piani unghe­resi il primo mini­stro serbo Alek­san­der Vucic. Tut­ta­via il governo unghe­rese si è rive­lato sordo a ogni pos­si­bile trat­ta­tiva con la Ser­bia, che è uno dei Paesi can­di­dati all’entrata nell’Unione Euro­pea. “La deci­sione di costruire il muro è legit­tima, non viola alcun trat­tato inter­na­zio­nale ed è stata già adot­tata da altri governi”, ha ribat­tuto il mini­stro degli esteri unghe­rese Peter Szijjártó.
Il rife­ri­mento, a cui fa cenno il mini­stro degli esteri unghe­rese, è ovvia­mente il muro costruito dalla Spa­gna nell’enclave di Ceuta e Melilla. Ed è per que­sto motivo pro­ba­bil­mente, che gli organi comu­ni­tari hanno tenuto basso il pro­filo rispetto al muro unghe­rese non ripe­tendo cri­ti­che forti ed espli­cite fatte ad esem­pio rispetto alla cam­pa­gna anti-immigrati del governo Orban. Il governo unghe­rese si è infatti deciso di trarre frutto fino in fondo della crisi dei migranti inse­guendo sem­pre più aper­ta­mente le posi­zioni del par­tito Job­bik, uscito vin­cente da un’elezione par­ziale per un seg­gio par­la­men­tare rima­sto vacante. Negli ultimi mesi il governo ha piaz­zato in giro per il Paese decine di car­tello con scritte, che ripro­du­cono i soliti cli­chè sui migranti riot­tosi e ruba­la­voro. Inol­tre il governo Orban ha pro­mosso una con­sul­ta­zione popo­lare sul tema dell’immigrazione, dove non man­cano que­stioni come “E’ d’accordo che errori nella poli­tica migra­to­ria por­tano a una dif­fu­sione del ter­ro­ri­smo?” oppure “E’ d’accordo con il governo che invece di stan­ziare i fondi per i migranti si dovreb­bero aiu­tare le fami­glie unghe­resi e i bam­bini nati qui?”. Nel caso del que­stio­na­rio era però inter­ve­nuto il vice­pre­si­dente della Com­mis­sione Euro­pea Frans Tim­mer­smans defi­nen­dolo “ten­den­zioso e sbagliato”.
La situa­zione unghe­rese è solo la punta dell’iceberg del clima gene­rale nel centro-est Europa. Nelle ultime set­ti­mane in nume­rose città ceche, slo­vac­che e polac­che si sono tenute mani­fe­sta­zioni con­tro l’accoglienza dei pro­fu­ghi. Una delle pro­te­ste più mas­sicce è stata la mar­cia dei hoo­li­gans a Bra­ti­slava sabato 20 giu­gno, a cui hanno par­te­ci­pato circa cin­que mila per­sone. Altre pro­te­ste sono state più ridotte di numero e la mobi­li­ta­zione passa soprat­tutto su rete. Per ora nelle strade sono uscite solo le vec­chie cono­scenze della destra radi­cale, che però si sen­tono rin­gal­luz­zite da un clima nell’opinione pub­blica a loro favo­re­vole. Anche per que­sto i governo del centro-est Europa hanno chiuso le porte alla pro­po­sta della Com­mis­sione Euro­pea sulle quote di acco­glienze. E i non sono pochi i mini­stri degli interni, ispi­rati pro­ba­bil­mente dall’esempio unghe­rese, che par­lano aper­ta­mente di chiu­dere e pre­si­diare le fron­tiere. Un cam­bia­mento di clima note­vole. Fino a qual­che anno fa le fron­tiere aperte erano il sim­bolo intoc­ca­bile della caduta dei vec­chi regimi a par­tito unico e del rien­tro in Europa. Oggi non più.
ilmanifesto.info

Srebrenica, una strage lunga venti anni. Oggi le cerimonie per il ventesimo anniversario del genocidio

«La linea era qui, a Zelenj Jadar. Que­sto era il check point dell’Unprofor, davanti c’erano i serbi e noi era­vamo 20 metri più giù. Dritto arrivi alla Drina, a destra vai a Milici. Sre­bre­nica è die­tro di noi. Se que­sta linea sal­tava, i cet­nici entra­vano in città». Per­corro in mac­china con Muha­med la strada fatta dall’esercito di Mla­dic nel luglio del ’95.
Quando a Sre­bre­nica è arri­vata la guerra, lui aveva meno di dieci anni. Il suo vil­lag­gio guarda il mas­sic­cio del Tara, e veniva bom­bar­dato diret­ta­mente dalla parte della Ser­bia, oltre il fiume. Ad ogni curva si ferma, e mi spiega cos’è suc­cesso in quel punto. «Là sopra è ancora tutto minato. Qui, a Kra­lja Voda, i para­mi­li­tari di Goran Zekic hanno incen­diato tutto subito, nel ’92. Si vedono ancora i resti del loro lavoro. Oltre la zona di sepa­ra­zione, a destra, ci sono le tombe dei sol­dati uccisi. Le trin­cee erano là sopra. La Ser­bia è là, un chi­lo­me­tro in linea d’aria».
Sono pas­sati vent’anni. Non sem­brano così tanti, men­tre Muha­med mi mostra i luo­ghi in cui ha vis­suto da bam­bino. Un geno­ci­dio non fini­sce quando fini­scono le ucci­sioni. Con­ti­nua, con le domande che tor­tu­rano i soprav­vis­suti e le ossa che con­ti­nuano ad affio­rare. «Vedi quell’altura? Da là è facile fer­mare i carri armati. Se bloc­chi il primo, hai chiuso la strada. Gli olan­desi però, invece di difen­dere la città, ci hanno impe­dito di spa­rare. Sono stati com­plici nella caduta di Sre­bre­nica, e nel genocidio».

Dos­sier

Le recenti rive­la­zioni del canale tv Argos, e l’inchiesta del bri­tan­nico The Obser­ver, dicono che le respon­sa­bi­lità per quanto avve­nuto nel luglio del ’95 non sono solo dell’Olanda. Fran­cia, Gran Bre­ta­gna e Stati Uniti ave­vano già deciso di non difen­dere con gli aerei le truppe olan­desi sul ter­reno, lasciando l’enclave indi­fesa. Ci sarebbe poi anche un altro capi­tolo nel lungo elenco delle respon­sa­bi­lità. Quello dei bosniaco musul­mani. Per­ché il loro comando non c’era, nei giorni cru­ciali? Per­ché non è stata auto­riz­zata una con­trof­fen­siva, almeno per aiu­tare quelli che cer­ca­vano di scap­pare attra­verso le mon­ta­gne? Una recente inter­vi­sta del quo­ti­diano bosniaco Dne­vni Avaz al coman­dante della difesa della cit­ta­dina, Naser Oric, ha ria­perto anche que­sti inter­ro­ga­tivi. Sono pas­sati molti anni, o forse no.

La strada delle montagne

In Comune mi riceve il gio­vane sin­daco di Sre­bre­nica, Camil Dura­ko­vic. Anche lui era poco più che un bam­bino quando la città è caduta. «Avevo 16 anni, e mi sono tro­vato sepa­rato dalla mia fami­glia. Ho dovuto deci­dere da solo se arren­dermi a Poto­cari, dove c’erano le Nazioni Unite, oppure cer­care di rag­giun­gere Tuzla, attra­verso le mon­ta­gne. Ho scelto la strada delle montagne.
For­mammo una colonna a Susn­jari, per comin­ciare la mar­cia. C’erano circa 13.000 per­sone. Pochi sono soprav­vis­suti, io sono uno di loro».
Il sin­daco mi dice di ricor­dare «ogni det­ta­glio» di quella mar­cia di 7 giorni e 6 notti verso Tuzla, ma pre­fe­ri­sce tagliare corto. «Ogni giorno c’erano agguati, imbo­scate, spa­ra­to­rie. È stato l’inferno».
Dopo la guerra, Dura­ko­vic è andato come pro­fugo negli Stati Uniti, dove si è lau­reato in eco­no­mia. Ha deciso di tor­nare nel suo paese, «per­ché que­sta è la mia patria, e voglio con­tri­buire a miglio­rare la situa­zione.” Al ter­mine di un’intensa cam­pa­gna elet­to­rale, gio­cata sull’attribuzione del diritto di resi­denza (e di voto) ai bosniaco musul­mani che sono stati espulsi da qui nel ’95, nell’autunno scorso ha vinto le ammi­ni­stra­tive, diven­tando primo cittadino.
«È ingiu­sto, dopo il geno­ci­dio, dire che ci sono ele­zioni libere. Ucci­diamo oltre 8.000 per­sone e poi fac­ciamo delle belle ele­zioni demo­cra­ti­che. È demo­cra­zia que­sta?» Dura­ko­vic, soste­nuto da un’associazione bosniaca, la Coa­li­zione Primo Marzo, ha cer­cato di con­vin­cere quanti più bosniaco musul­mani (bosgnac­chi), tra quelli che non vivono più a Sre­bre­nica, a regi­strarsi nuo­va­mente qui. «É stata una gara testa a testa. Oggi qui il 50% della popo­la­zione è serba, e il 50% bosniaco musul­mana. Alla fine ho vinto per poche cen­ti­naia di voti».
Prima della guerra, a Sre­bre­nica vive­vano circa 28.000 bosgnac­chi e 9.000 serbi. Dieci anni fa, nel 2005, avevo chie­sto all’allora sin­daco, Abdu­rah­man Mal­kic, quanti fos­sero gli abi­tanti del comune. «Circa 10.000», mi aveva rispo­sto. Rivolgo la stessa domanda a Dura­ko­vic, dieci anni più tardi. «Set­te­mila», dice. Il pro­cesso di ritorno non ha avuto suc­cesso. Invece di cre­scere, la popo­la­zione con­ti­nua a dimi­nuire. Secondo Dura­ko­vic, «la chiave per per­met­tere il ritorno è la sta­bi­lità eco­no­mica. Posti di lavoro e svi­luppo faranno ritor­nare la gente. L’economia aiuta a ricreare legami tra le per­sone, favo­ri­sce la ricon­ci­lia­zione. Noi sap­piamo come vivere insieme, dob­biamo solo avere un futuro sta­bile dal punto di vista economico».
È impor­tante avere spe­ranza, e le parole del sin­daco mi rin­cuo­rano. Ma resto per­plesso. Siamo in Repu­blika Srp­ska, l’entità della Bosnia Erze­go­vina a mag­gio­ranza serba, in un comune gui­dato da un sin­daco bosgnacco. Il qua­dro poli­tico è com­pli­cato, non faci­lita gli inve­sti­menti, e la situa­zione gene­rale del paese non è rosea.

Poto­cari

Per­corro i pochi chi­lo­me­tri che sepa­rano Sre­bre­nica da Poto­cari, dove sorge il Memo­riale del geno­ci­dio. L’11 luglio del ’95 migliaia di bosniaco musul­mani, ter­ro­riz­zati dopo l’ingresso in città delle truppe serbe, ave­vano cer­cato rifu­gio qui, nella sede dei caschi blu. Le truppe olan­desi invece con­se­gna­rono i civili ai serbi. È que­sta la colpa dell’Olanda, non quella di aver rinun­ciato a difen­dere un’enclave indifendibile.
Lo ha rico­no­sciuto la stessa giu­sti­zia dei Paesi Bassi, al ter­mine di una causa avviata da uno dei soprav­vis­suti, Hasan Nuha­no­vic, un uomo che da anni si batte da solo per la verità su que­gli eventi. Sua madre, suo padre e suo fra­tello si erano rifu­giati nella base dove lui lavo­rava come inter­prete. I mili­tari delle Nazioni Unite, invece, li fecero uscire. Hasan li ritrovò solo anni dopo, nelle fosse comuni.
«L’idea di creare un Memo­riale qui è del ’98», mi spiega Amra Begic, una delle diri­genti della strut­tura. «Le madri hanno deciso di sep­pel­lire i loro figli tutti insieme, nel luogo dove li ave­vano visti per l’ultima volta. I lavori sono ini­ziati nel 2001, e oggi sono sepolte qui 6.241 persone».
Le chiedo quanti visi­ta­tori accolga ogni anno il Cen­tro. «La media è di 130.000 visi­ta­tori all’anno. La mag­gior parte viene dalla Fede­ra­zione di Bosnia Erze­go­vina, soprat­tutto stu­denti delle scuole supe­riori e uni­ver­si­tari. Ci sono poi indi­vi­dui e gruppi che ven­gono da tutto il mondo, molti dalla Tur­chia, ma anche dalla Ger­ma­nia e dall’Italia, in par­ti­co­lare gli scout».
Sono cifre impres­sio­nanti, per un paese con meno di quat­tro milioni di abi­tanti. Cal­colo che quasi tutti i bosniaco musul­mani ci sono venuti in visita, almeno una volta. La costru­zione dell’identità nazio­nale, dopo la guerra, si basa sul rico­no­sci­mento del pro­prio essere stati vit­time. Non che que­sto non sia avve­nuto. Mi avrebbe ras­si­cu­rato di più però sapere che qui ven­gono ogni anno 100.000 per­sone dalla Repu­blika Srp­ska. Ma que­sta non è la Ger­ma­nia di Willy Brandt. Qui il vit­ti­mi­smo vive spalla a spalla con il nega­zio­ni­smo. Una miscela letale. Meglio non essere troppo pes­si­mi­sti, però. Natu­ral­mente qui la guerra non ci sarà più. Anzi, «mai più».

Alex Lan­ger

Venti anni fa, pochi giorni prima del geno­ci­dio in Bosnia, Ale­xan­der Lan­ger, paci­fi­sta, uno dei fon­da­tori del movi­mento verde ita­liano ed euro­peo, si era tolto la vita. Eletto al Par­la­mento euro­peo, per anni aveva richie­sto invano all’Europa e alla comu­nità inter­na­zio­nale un impe­gno con­creto per porre fine ai mas­sa­cri nei Bal­cani, impe­gnan­dosi al tempo stesso nel movi­mento inter­na­zio­nale di soli­da­rietà, in par­ti­co­lare con la città di Tuzla. Oggi la Fon­da­zione di Bol­zano che porta il suo nome è impe­gnata a pro­se­guire il suo impe­gno, a Sre­bre­nica. «Vor­remmo ripar­tire dall’ultima parte del mes­sag­gio di Lan­ger, dal Verona Forum del ’94, il cui titolo era: Può l’Europa non essere mul­ti­cul­tu­rale?», mi spiega Andrea Rizza, uno dei respon­sa­bili della Fondazione.
«Nel decimo punto del suo Deca­logo per la con­vi­venza inte­ret­nica, Lan­ger parla dei gruppi misti, che defi­ni­sce come l’unico rime­dio al pos­si­bile rie­mer­gere di bar­ba­rie etno­cen­tri­che. Noi vogliamo pro­vare a veri­fi­carlo, qui in Bosnia. Porsi delle buone domande, a volte, è meglio della pre­tesa di avere buone risposte».
Tra­scorro l’ultima parte della gior­nata con Muha­med. Fug­gito da Sre­bre­nica con la madre durante la guerra, ha pere­gri­nato per anni come pro­fugo. Alla fine, come il sin­daco e pochis­simi altri, ha deciso di tor­nare a casa sua. «Il ritorno è stata un’emozione for­tis­sima. Avevo vis­suto qui solo undici anni, e poi quin­dici tra Tuzla e Sara­jevo. Quei quin­dici anni però non sono niente rispetto ai miei undici anni, quelli che ho vis­suto nel luogo in cui sono nato. Sono tor­nato alla fonte di tutti i miei ricordi. Ovun­que mi volti c’è qual­cosa, un rac­conto, un epi­so­dio che mi appar­tiene. Que­sta è una delle più grandi ric­chezze che ho, oggi. È una parte di me, come le mie mani».

Selo veselo

Mesi fa avevo chie­sto ad Abdu­lah Sidran, scrit­tore e poeta bosniaco, di spie­garmi qual­cosa della Drina, della sto­ria di que­sta regione. Mi aveva avver­tito che la gente della Drina ha un attac­ca­mento alla pro­pria terra che non è pos­si­bile spie­gare, né capire. Una spe­cie di pato­lo­gia, una parte inte­grante della psi­che. Dovun­que siano andati a vivere come pro­fu­ghi, nei quat­tro angoli del mondo, non fanno che pen­sare alla Drina.
Poco dopo essere ritor­nato a Sre­bre­nica, Muha­med ha tro­vato un nastro di cui igno­rava l’esistenza. Era la regi­stra­zione di una vec­chia tra­smis­sione radio­fo­nica, «Selo Veselo» (Vil­lag­gio Felice), a cui suo padre, pre­side di una scuola media, aveva par­te­ci­pato come ospite. Quando Muha­med era fug­gito da Sre­bre­nica, in un con­vo­glio con la madre e la sorella, lui era dovuto restare indie­tro. «Ricordo bene mio padre, il suo volto. Una voce però è dif­fi­cile da ricor­dare. Se non ascolti una voce a lungo, quella voce si perde. Ritro­vare un tesoro così, non ha prezzo. Se fossi andato a vivere in qual­siasi altro posto, que­sto non mi sarebbe potuto accadere».
Alla fine della gior­nata, mi accom­pa­gna sopra il lago Perućac, dove alcuni anni fa erano affio­rati i cada­veri dei musul­mani get­tati nella Drina a Vise­grad, qual­che chi­lo­me­tro più a monte. Mi spiega che nei vil­laggi dal lato bosniaco, dove inse­gnava suo padre, prima della guerra c’erano così tanti bam­bini che le scuole non basta­vano, biso­gnava fare i doppi turni.
È sera, riparto per Sara­jevo. Sono venuto qui per la prima volta a fine ’90. Da allora sono tor­nato spesso, nella con­vin­zione, forse un po’ naive, che per capire l’Europa in cui vivevo dovevo capire cos’era suc­cesso in que­ste con­trade della Bosnia orien­tale, dove da secoli serbi e musul­mani vivono fianco a fianco.
In que­sti giorni ver­ranno qui mini­stri degli Esteri, pre­si­denti e migliaia di per­sone per ono­rare le vit­time del luglio ’95. Guardo quelle scuole, venti anni fa troppo pic­cole per ospi­tare tutti i bambini.
Que­gli edi­fici vuoti, in quei vil­laggi vuoti, risuo­nano «come una scarpa senza piede, un vestito senza uomo». Dopo la guerra c’erano i pro­fu­ghi, poi qual­cuno ha comin­ciato a tor­nare, e sem­brava quasi che le case si riem­pis­sero di nuovo. Poi si è fer­mato tutto.
Di una cit­ta­dina di 40.000 abi­tanti, oggi ce ne sono solo 7.000. Forse. Qui non c’è più nes­suno. Né serbi, né musul­mani. Sono di più i morti. Ci sono solo loro, quelle migliaia di uomini, ragazzi, a Poto­cari che dor­mono sulla collina.
* Osser­va­to­rio Bal­cani e Caucaso

Hanno fatto il caos e lo chiameranno «buona scuola»

Dopo il voto di fidu­cia dei 159 sena­tori di gio­vedì 25 giu­gno, oggi abbiamo vis­suto ancora un altro Black Thur­sday della nostra sto­ria repub­bli­cana: alla Camera, 277 depu­tati hanno votato a favore della riforma della scuola pro­po­sta dal governo, tra­sfor­man­dola in legge.È dav­vero sor­pren­dente che il pre­mier, per­plesso circa il fatto che in Gre­cia «3 milioni di cit­ta­dini abbiano espresso una deci­sione che riguarda 300 milioni di euro­pei», non si pre­oc­cupi del fatto che poche cen­ti­naia di par­la­men­tari ita­liani — nomi­nati con una legge elet­to­rale inco­sti­tu­zio­nale — hanno ema­nato una riforma che riguarda non solo milioni di stu­denti ma il destino del nostro scia­gu­rato Paese.
È una riforma che fa strame dei prin­cipi costi­tu­zio­nali e declassa defi­ni­ti­va­mente la scuola pub­blica ita­liana da isti­tu­zione a ser­vi­zio. A nulla è valsa la mobi­li­ta­zione costante di inse­gnanti e stu­denti che, nell’ultimo anno, fin dalle prime slide mostrate da Renzi in tv a set­tem­bre, hanno espresso ogni giorno e in ogni occa­sione il loro argo­men­tato e arti­co­lato dis­senso cri­tico. Che hanno cer­cato, invano, un’interlocuzione reale con il governo, il par­la­mento e tutte le più alte cari­che dello Stato per denun­ciare i rischi della deriva cul­tu­rale e poli­tica di una riforma della scuola che con­se­gna tutti i poteri in mano ai pre­sidi: dalla defi­ni­zione del pro­getto for­ma­tivo con vin­colo trien­nale, alla ricerca dei finan­zia­menti pri­vati sul mer­cato, fino alla chia­mata diretta dei docenti.
Una riforma che lede uno dei prin­cìpi fon­da­men­tali di uno stato demo­cra­tico e civile: la libertà della scienza, delle arti e del loro inse­gna­mento, ovvero la libertà del pen­siero, la libertà attra­verso la quale, nel per­corso di istru­zione e for­ma­zione intra­preso tra i ban­chi di scuola, i nostri stu­denti diven­tano, gra­tui­ta­mente e a buon diritto, con­sa­pe­voli cit­ta­dini del mondo. Come reci­tano gli arti­coli 3, 33 e 34 della Costi­tu­zione, nel defi­nire in modo chiaro e ine­qui­vo­ca­bile il man­dato della scuola nel nostro Paese.
Da set­tem­bre non sarà più così. Se il Pre­si­dente della Repub­blica fir­merà que­sta legge, sordo ai rilievi di inco­sti­tu­zio­na­lità for­mali e sostan­ziali che da tante parti si levano in que­sti giorni tri­sti, in cui la tenuta della demo­cra­zia sta vacil­lando sotto i colpi degli emen­da­menti sop­pressi, dei pareri delle oppo­si­zioni ina­scol­tati, delle posi­zioni legit­ti­ma­mente espresse da sin­da­cati, asso­cia­zioni e movi­menti pro­ter­va­mente cal­pe­state, dello spet­ta­colo inde­cente dei par­la­men­tari intenti a com­pul­sare tablet e cel­lu­lari men­tre appro­va­vano distrat­ta­mente que­sto o quell’articolo del ddl — se anche il Pre­si­dente, garante supremo dei prin­cipi costi­tu­zio­nali, non com­pren­derà i gravi peri­coli di cui que­sta riforma è impre­gnata e non imporrà una pro­fonda rifles­sione, allora da set­tem­bre ci sarà il Far West.
E non per­ché noi inse­gnanti la sabo­te­remo o boi­cot­te­remo, peral­tro legit­ti­ma­mente ove sarà neces­sa­rio pre­ser­vare i diritti degli stu­denti e dei lavo­ra­tori dal mer­ci­mo­nio degli inte­ressi pri­vati. Ma per­ché le scuole implo­de­ranno in una con­di­zione di con­ten­zioso e con­flitto perenne. Una con­di­zione che ne deter­mi­nerà la para­lisi. Ogni deci­sione del diri­gente sco­la­stico sarà discre­zio­nale e irri­ce­vi­bile dai col­legi dei docenti, con­si­gli di classe, rap­pre­sen­tanze sin­da­cali, con­si­gli d’istituto e da tutti gli organi col­le­giali che saranno stati in grado di man­te­nere intatte le pre­ro­ga­tive deci­sio­nali. Da set­tem­bre, ogni pre­side potrà pescare dal gran cal­de­rone della legge (un unico arti­colo con 212 commi e 8 dele­ghe, irre­spon­sa­bil­mente lasciata in que­sta forma fles­si­bile e lar­ga­mente inter­pre­ta­bile) tutto e il con­tra­rio di tutto, per una scuola on demand che cor­ri­sponda ai biso­gni del ter­ri­to­rio ma soprat­tutto alle esi­genze del mercato.
Sarà il caos. Hanno fatto un disa­stro e lo chia­me­ranno «buona scuola».
Il Manifesto.info