martedì 14 luglio 2015

A scuola, dunque, non si può parlare di "genere" se non nell'accezione punitiva e sessuofobica di Santa Madre Chiesa

Dopo aver rassicurato il Nuovo centro destra - in occasione del voto di fiducia alla Buona Scuola - che «riferimenti alla teoria del gender non potranno essere oggetto di attività scolastiche extracurriculari» (così ha dichiarato Gaetano Quagliariello, coordinatore Ncd), il ministro dell'Istruzione Giannini torna sul tema con una nota ufficiale dal titolo "Piano dell'offerta formativa" (Prot. n. 4321 del 06.07.2015). La fantomatica "teoria del gender", quella cioè che insegnerebbe ai ragazzi a masturbarsi, scambiarsi i vestiti tra maschi e femmine e mettere in discussione la loro appartenenza biologica, pervade il documento senza mai essere nominata. Ma il sottinteso è tanto evidente che Avvenire, gongolante, titola "Teoria del gender: a scuola consenso informato".
La circolare ribadisce ciò che è già noto, e cioè: «Le famiglie hanno il diritto, ma anche il dovere, di conoscere prima dell'iscrizione dei propri figli a scuola i contenuti del Piano dell'Offerta Formativa e, per la scuola secondaria, sottoscrivere formalmente il Patto educativo di corresponsabilità per condividere in maniera dettagliata diritti e doveri nel rapporto tra istituzione scolastica autonoma, studenti e famiglie».
Tralasciando il giubilo dei soliti noti per una non-notizia (ma il disegno di legge l'hanno letto o hanno votato la fiducia per sentito dire?), c'è da chiedersi perché un ministro debba affrontare in modo così contorto un concetto tanto semplice. La "teoria del gender" non esiste, se non nella testa bigotta di chi vorrebbe impedire che nella scuola pubblica venga introdotto il dibattito sulla sessualità portando l'Italia fuori dai secoli bui dell'Inquisizione. Perché Giannini non l'ha detto a chiare lettere?
Sull'altro piatto della bilancia di una teoria immaginaria c'è l'ora di religione. Facoltativa, se può essere chiamato "facoltativo" un insegnamento per il quale i genitori devono dire sì o no all'iscrizione di ogni nuovo ciclo scolastico (non mi risulta che per i corsi di fotografia valga la stessa regola). Lì si insegna il contrasto alla diversità, cioè la discriminazione, il peccato insito nel sesso (che raddoppia nel caso di "contro natura") e una serie di favolette mal riuscite che esaltano la verginità come virtù - naturalmente tutta femminile - mentre contraddicono scienza, coscienza e libertà. Il tutto a carico dello Stato, che paga di tasca sua (ovvero nostra) insegnanti scelti ogni anno dalla Curia.
A scuola, dunque, non si può parlare di "genere" se non nell'accezione punitiva e sessuofobica di Santa Madre Chiesa. E il ministro dell'Istruzione, invece di scusarsi con i genitori per uno scellerato patto che dal 1929 indottrina gli studenti insegnando una normalità che nei fatti non esiste, li rassicura garantendo che il sesso e i suoi derivati non arriveranno mai, se non come la Chiesa gradisce, sul tavolo dell'offerta formativa della scuola pubblica. Chapeau.
Cecilia M. Calamani, cronachelaiche.it

Scuola: e allora stanno provando a gabbarci con l’ennesima messinscena. l’altra faccia, quella più vergognosa, della demagogia

Una situazione paradossale. 7 luglio, molti di noi reduci da una faticosissima tornata di esami di Stato, in una delle più calde giornate dell’anno. Tanti di altre città. Ore 18: piazza Montecitorio è letteralmente intasata da un numero incredibilmente alto di persone, sotto il sole asfissiante. Dentro la Camera – tra altissimi soffitti che hanno assistito a passaggi fondamentali della vita del Paese – alcuni parlamentari, con il conforto dell’aria condizionata, hanno iniziato a disbrigare l'ultima tappa di una questione per loro di ordinaria amministrazione: l’“affare” scuola.
Archiviato al Senato con la vergognosa forzatura del voto di fiducia, accettata senza batter ciglio anche da molti di coloro che fino ad allora avevano sostenuto di opporsi al provvedimento, il disegno di legge si appresta a subire un rapido passaggio. Questo epilogo procedurale mette in evidenza l’incuria con cui questo Governo sta trattando l’unico tema che abbia costituito finora un ostacolo concreto alla sua arrembante e spregiudicata corsa verso la soppressione di molte delle garanzie democratiche previste dal nostro ordinamento.
Dentro e fuori  il Palazzo; due realtà ormai drammaticamente lontane – quasi opposte, certamente in questo momento storico contrapposte – sostenute da  direzioni implacabilmente contrarie l'una all'altra: centralità o no del dettato costituzionale. Nonostante questa evidenza politico-culturale, il nostro sistema di informazione, pubblica o privata che sia, non sa e non vuole essere congruente;  chi in quella piazza civile e colorata di tutte le bandiere di tutti i sindacati, gremitissima, rappresenta i media rincorre – oltre la barriera protettiva e incurante delle opinioni e delle ragioni dei manifestanti – una dichiarazione purchessia di qualche parlamentare che transita nella zona antistante Montecitorio.
“Così va il mondo”, diceva qualcuno. Ma le pratiche di un’informazione ormai completamente dimentica del mandato che la comunità democratica le affida in una situazione autoritaria e liberticida quale quella che la scuola pubblica ha dovuto – per il momento – subire, tanto più perché recidive e trasversali alle diverse testate, la dicono davvero lunga sulle prospettive a breve, medio e lungo termine di un Paese senza passioni.
Ci hanno negato l’ascolto: ora tentano anche di impedirci di pensare, di discutere e di essere contro. Nel giro di un anno,  una successione senza precedenti di manifestazioni imponenti, di scioperi partecipati, di cortei numerosi, di presìdi ripetuti e prolungati, di flash mob creativi  non hanno mai, nemmeno una volta, messo in atto comportamenti non perfettamente omogenei al diritto di espressione del dissenso, alla partecipazione, alla protesta civile.
E allora stanno provando a gabbarci con l’ennesima messinscena: Giannini “riconverte” la propria pagina Facebook (a colpo di mano quasi avvenuto, la legge è stata approvata alla Camera questa mattina). "Il mio profilo privato – annuncia – diventerà una pagina pubblica su cui riprenderanno il dialogo e il confronto con tutti voi sui provvedimenti che stiamo approvando in materia di Istruzione e sulle innovazioni a cui lavoriamo nel settore della Ricerca e dell'Università": l’altra faccia, quella più vergognosa, della demagogia. Qualora ne avessero davvero avuto l'intenzione, avrebbero potuto ascoltare le piazze del 24 aprile, del 5 maggio (lo sciopero più imponente della storia della scuola), del 24 giugno, quest'ultima in concomitanza dell'approvazione forzosa in Senato; la piazza del 7 luglio, perfino. Piazze composte, motivate e consapevoli, che dicevano no, argomentando le proprie ragioni e chiedendo di essere prese in considerazione.
A quanto pare, sotto il Senato ci ha notato il solo Fabrizio Rondolino (un altro che si è fatto “tutto da solo”), che ha twittato: “Ma perché la polizia non riempie di botte 'sti insegnanti e libera il centro storico di Roma?”. Si è poi scagionato, questo fine intellettuale, parlando di “provocazione”: come provocazioni sono state gli appellativi di “squadristi” alla volta dei docenti da parte di Giannini e Zanda; le innumerevoli patetiche esternazioni di un altro celebre cultore della democrazia e del pacato confronto con gli avversari politici. Davide Faraone. O l'ignobile esternazione di un altro “figlio celebre”, Marco Campione.
Coloro che hanno consigliato a Renzi di compiere questa furibonda e irrazionale volata finale non hanno però tenuto conto di una cosa: la scuola non fa nessun passo indietro. Riprendiamo le forze che ci hanno sequestrato; a settembre saremo di nuovo nelle piazze, virtuali e non, a concretizzare la nostra protesta con un no circostanziato dallo studio e dall’alternativa. Ma le basi si gettano sin d’ora: il 12 luglio, a Roma, avrà luogo un'assemblea organizzata dai comitati per il Sostegno alla Lipscuola e da altri soggetti del movimento, per pianificare un che fare condiviso.
Il nostro OXI non ha avuto possibilità di essere ascoltato: l’autoritarismo del Governo e la sudditanza dei parlamentari non prevedono questa possibilità e il rispetto del dissenso. Il danno e le conseguenze che questo atteggiamento sta producendo e continuerà a produrre costituiscono una delle grandi responsabilità morali e politiche di cui prima o poi Renzi e i suoi valletti dovranno rendere conto. E noi andiamo avanti.
Marina Boscaino, da ilfattoquotidiano.it