lunedì 3 agosto 2015

La legge 185 “contro i mercanti di morte” compie 25 anni. Ma le armi continuano a uccidere

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La legge 185, che regola le esportazioni di armamenti italiani nel mondo, compie 25 anni. Venne approvata il 9 luglio 1990, dopo una lunga mobilitazione – la campagna “Contro i mercanti di morte” – dell’associazionismo pacifista e del mondo cattolico, soprattutto quello missionario con i comboniani di Nigrizia in prima linea, che riuscì a far approvare una legge molto avanzata.
Prima della 185, infatti, l’export di armi in Italia era regolato esclusivamente dalla normativa relativa al commercio con l’estero ed era coperto dal segreto militare. Quindi nessuno poteva sapere nulla, tutto era top secret. Negli anni ‘80 ci fu il boom delle esportazioni di armi italiane, dirette soprattutto nei Paesi del Sud del mondo, che le impiegavano per conflitti territoriali poco noti ma molto cruenti. E questo mise in moto la mobilitazione della società civile che, nel 1990, portò a casa il risultato di una legge specifica sul commercio di armi dai contenuti assai avanzati, che ha costituito un modello anche per altri Paesi.
Prevede che l’azienda esportatrice sia autorizzata, per ogni singola operazione, dal Ministero degli Esteri e che gli armamenti non vengano “triangolati”, ovvero venduti poi ad un altro Paese. E vieta l’esportazione di armamenti verso Paesi in stato di conflitto armato, Paesi la cui politica contrasti con l’articolo 11 della Costituzione italiana («L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»), Paesi sotto embargo totale o parziale delle forniture belliche da parte dell’Onu o dell’Ue, Paesi responsabili di accertate gravi violazioni alle Convenzioni sui diritti umani e Paesi che spendano troppo in armi rispetto alle reali esigenze di difesa. La 185 obbliga inoltre il governo italiano a fornire ogni anno (entro il 31 marzo) al Parlamento una relazione dettagliata sulle operazioni di esportazione, importazione e transito di armi nell’anno precedente, compresa la lista degli istituti di credito e dei movimenti bancari relativi (che consentì di dare vita alla campagna di pressione verso le cosiddette “banche armate”).
«Armi italiane uccidono in tutto il mondo. Cominciava così l’appello che ha dato vita alla campagna “Contro i mercanti di morte” nata per contrastare i commerci di armi che vedevano il nostro Paese in prima fila, spesso nei traffici illeciti e clandestini», ricorda Eugenio Melandri, al tempo direttore del mensile dei saveriani Missione Oggi, fra i protagonisti della campagna. «Armamenti e mine, tante mine, che andavano anche a Paesi in guerra con una sorta di “ecumenismo” degli affari che permetteva di esportare armi a tutte le parti in conflitto. È stata una campagna che ha coinvolto gran parte della società civile italiana con centinaia di incontri in tutta la penisola, con assemblee con gli stessi operai impiegati nelle industrie di armi. Ne è nata la legge 185 che rappresentava a quel tempo una delle leggi più restrittive a livello mondiale. Anche se gli stessi promotori, voglio ricordare in modo particolare don Tonino Bello e Aldo De Matteo che oggi non ci sono più, lo stesso giorno dell’approvazione della legge avrebbero voluto presentarne un’altra di un solo articolo che affermasse che l’Italia, partendo dal dettato costituzionale, ripudiando la guerra, si impegnava a non fabbricare e a non esportare nessun sistema d’arma. Purtroppo in questi anni l’Italia ha continuato ad esportare armamenti, spesso anche aggirando le norme della legge. Oggi siamo in un contesto internazionale molto diverso, in presenza di una guerra mondiale “a pezzi”, come direbbe papa Francesco. Di qui l’impegno a non fermarsi e a continuare la lotta per il disarmo e la pace. Il fatto che 25 anni fa la mobilitazione sociale abbia ottenuto quel grande risultato può e deve diventare uno stimolo a non scoraggiarsi mai anche di fronte alle sfide che questo nuovo secolo ci presenta».
I numeri di 25 anni di legge 185 li fornisce la Rete italiana per il disarmo, che lo scorso 9 luglio ha organizzato un presidio davanti Montecitorio e poi una conferenza stampa: in un quarto di secolo le aziende armiere italiane sono state autorizzare dai governi che si sono succeduti ad esportare armamenti per un totale di 54 miliardi di euro. Sono state consegnate, a 123 Paesi, armi per un valore effettivo di 36 miliardi, più della metà (50,3%) dirette a Stati che non aderiscono alla Nato e alla Ue. A guidare la classifica dei Paesi destinatari dei sistemi d’arma made in Italy ci sono gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, seguiti da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti; quindi Germania, Turchia, Francia, Spagna, Malaysia, Algeria, India, Pakistan e Singapore. Ma nel corso del tempo c’è stata una evoluzione netta dei Paesi che hanno comprato, come spiega Giorgio Beretta, analista di Opal Brescia (Osservatorio permanente armi leggere): «Se nel quinquennio 2005-2009 è stata l’Unione europea l’area di maggior vendita delle armi italiane, in quello successivo il primato è invece andato al Medio Oriente e al Nord Africa. Infatti ai primi posti ci sono Paesi come Algeria, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, con il solo inserimento degli onnipresenti Stati Uniti al terzo posto. È chiaro dunque in che direzione stiano andando gli affari dell’esportazione militare italiana».
Negli ultimi tempi poi la legge ha subìto diverse modifiche che ne hanno aumentato la permeabilità e diminuito la trasparenza (v. Adista Notizie nn. 13, 53, 75/02; 27/03). «Stiamo parlando di armi, non di noccioline, siamo quindi in un terreno sul quale non possiamo certo agire con leggerezza», spiega Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il disarmo. «Secondo la legge e secondo il buonsenso, indipendente da avere o meno posizioni disarmiste, l’export militare italiano dovrebbe essere in linea con la politica estera del nostro Paese, ma negli ultimi anni la direzione è invece stata principalmente quella degli affari». Infatti le organizzazioni aderenti alla Rete disarmo da anni sottolineano la progressiva perdita di controllo e trasparenza della Relazione, che si è persa importanti pezzi e che non riporta più tutti i dettagli necessari al controllo sull’operato del governo e degli istituti di credito: «Ridateci le relazioni del governo Andreotti – ironizza, ma non troppo, Giorgio Beretta –, con quelle eravamo in grado, noi e i parlamentari, di sapere con esattezza le caratteristiche di una vendita di armi, ed anche l’appoggio dato dalle banche. Ora per molti versi brancoliamo nel buio».
Anche per questo la Rete disarmo nei giorni scorsi ha scritto, come già in passato, al presidente del Consiglio Matteo Renzi e al ministro degli Esteri Paolo Gentiloni per chiedere una maggiore attenzione ed un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni, sia dal punto di vista del controllo sia dal punto di vista delle decisioni sulla destinazione delle armi italiane. Risponderanno? Forse no, perché in altre faccende troppo affaccendati. Ma se sarà così, conclude Vignarca, «non possiamo lamentarci che il Mediterraneo ed il Medio Oriente siano una polveriera di conflitti quando siamo anche noi responsabili di molte delle forniture di armi, vera benzina che poi va alimentare il fuoco delle guerre». «Dove c’è guerra noi siamo presenti – aggiunge don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi –, e da questo dovremmo capire perché le persone fuggono: fuggono dalle nostre guerre e dalle nostre armi. Del resto è notizia di queste settimane che l’Arabia Saudita sta bombardando lo Yemen con bombe made in Italy».

Libia, l’infinita scelleratezza delle guerre occidentali

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Il rapimento dei 4 italiani ha improvvisamente fatto scoprire a larga parte del Belpaese l’attuale situazione libica. Media, politici, esperti dinonsisabenecosamaospitifissideitalkshow, tutti a pontificare e giudicare. Dimenticandosi che la coscienza occidentale è tutt’altro che innocente. Le armi sono arrivate da Italia e altri paesi e la destabilizzazione, per esempio, son state portate da paesi europei …
Il principe Harry fu protagonista, poco più di 8 anni fa, di un vero e proprio caso politico che fu al centro delle cronache britanniche per settimane. Il rampollo della casa reale inglese aveva deciso di voler andare a combattere in Iraq, ma la regale nonna e gli altissimi vertici militari si opposero decisamente. Dopo settimane e settimane di fiumi d’inchiostro dedicati (in Iraq erano quotidianità, così come ancora oggi ma ormai non “fa notizia”, attentati, bombardamenti, centinaia se non migliaia e migliaia di morti ma l’inchiostro non era attirato particolarmente…) fu trovato una sorta di reale compromesso: lo “scalpitante eroe” fu inviato in Afghanistan dove però non ebbe la possibilità di essere “parte attiva” nei combattimenti. Ricordate la retorica sulla civiltà minacciata, sulla Patria bella da difendere, sui nostri ragazzi che andavano a combattere “per tutti noi” e tutte quelle belle parole. Decine di migliaia di soldati vennero mandati al fronte, migliaia morirono per la Patria e le “missioni di Pace”. Erano vite che furono sacrificate, e mai lor signori dissero che sarebbe stato meglio fossero rimasti a casa piuttosto che andare a morire in Iraq o Afghanistan. Per il figlio della real casa invece si fece di tutto perché non partisse … E’ un piccolo episodio (infinitamente minore rispetto a tantissimi altri) ma che svelò, se ce ne fosse ancora bisogno quanto alla vuota retorica sulla Patria, sul militarismo bello e glorioso, su democrazie, libertà e giustizie da esportare sulla punta delle baionette, in realtà non hanno mai creduto fino in fondo, sapendo benissimo di aver creato un mostro sporco e cruento, orrendo e disumano. Ma, come scrisse Ernest Hemingway, le guerre sono “provocate e iniziate da precise rivalità economiche” per il profitto di alcuni (che il celebre scrittore definì testualmente maiali) e quindi il mostro viene periodicamente alimentato.
La Libia non è da meno. In questi anni i pacifisti, gli antimilitaristi e gli antimperialisti hanno ben denunciato e documentato gli interessi economici e geopolitici che hanno portato a bombardarla Francia, USA ed altri Stati. Italia compresa, nonostante la “vicinanza” di Berlusconi a Gheddafi e i vari trattati degli anni precedenti. Trattati che hanno avuto conseguenze drammatiche, brutali e disumane anche su migliaia e migliaia di migranti. Ma se le Borse e le lobby sono ben ascoltate dal Palazzo, analogo trattamento sicuramente non viene riservato agli ultimi e agli impoveriti. Nel 2011 precisi interessi portarono a cambiare posizione su Gheddafi, riguardiamo oggi “Come un uomo sulla terra”. Tutto quello non esisteva per i Potenti e le loro corti…
Su PeaceLink abbiamo ampiamente criticato http://www.peacelink.it/editoriale/a/33892.html la gravità dell’appoggio di Berlusconi, Napolitano e PD ai bombardamenti in Libia, nuovo gravissimo strappo all’articolo 11 della Costituzione italiana e al diritto internazionale, e denunciatone l’infinita scelleratezza e follia http://www.peacelink.it/pace/a/33494.html. Erano settimane con una dinamica non molto diversa da oggi: l’Italia scoprì che in Afghanistan si moriva ancora, che la guerra stava massacrando migliaia e migliaia di persone e che le roboanti promesse di democrazia e civiltà di Bush e della pomposa comunità internazionale erano state cancellate dai fatti. Lo scoprì solo con la morte di un soldato italiano. Oggi televisioni, giornali, politici, sapientoni e sapientini che quotidianamente pullulano su schermi, quotidiani, settimanali, mensili et similia hanno scoperto che la Libia è un paese totalmente destabilizzato (come accadde alla Somalia nel 1994…) dopo il rapimento dei 4 lavoratori italiani, che si muore e si viene uccisi, che le brutalità della guerra non sono mai cessate e la Pace è un miraggio sempre più lontano. Sono passati 4 anni e la Libia ha fatto capolino solo quando ci si è voluti “lamentare” del mancato stop alle partenze dei migranti verso l’Italia e l’Europa (nostalgici dei tempi andati denunciati da “Come un uomo sulla terra”?!). Ma ben poco in Occidente i “Potenti” della Terra possono lamentarsi. Quattro anni fa hanno voluto piegare ancora una volta il diritto e i trattati internazionali a ben altro che il “bene comune”, hanno sostenuto e armato (compresa l’Italia, che quasi certamente ha inviato armi sequestrate a trafficanti d’armi, detenute per anni nelle “riservette” della Maddalena e che una sentenza del Tribunale di Torino del 2006, mai applicata, imponeva venissero distrutte) i cosiddetti “insorti di Bengasi” senza porsi nessuna domanda su fondamentalismo islamico, tagliagole, bande armate, brutali criminali o altro.
Il meccanismo è sempre lo stesso, che sia l’ISIS, la Libia, i migranti in fuga da schiavismo, guerre, sfruttamento, miseria, fame le cui responsabilità conducono dritti dritti ai centri del potere economico, finanziario, militare e politico mondiale con sede nel ricco, opulento e “civile” Occidente. E poi voler apparire come le “vittime” e i “buoni samaritani” che vogliono risolvere i problemi dell’umanità e portare il bene in ogni angolo della Terra. Ma, come già scritto sopra, è solo propaganda e retorica. La Libia di oggi (così come l’Afghanista, l’Iraq e prima ancora la Somalia) racconta l’arroganza, l’ipocrisia, la stupida e cieca violenza di un Occidente che si definisce civile e democratico e pretendere di insegnare agli altri popoli il progresso e la libertà. Nessun’altra specie animale ha ideato qualcosa anche solo lontanamente paragonabile alla guerra. E’ falso e ipocrita invocare il progresso, la civiltà, lo sviluppo, la democrazia, la libertà se realmente si pensa ancora che sia utile massacrare, uccidere, spargere sangue. L’unica verità della guerra è che uccide, la guerra è morte, dalla guerra nasce solo altra guerra. Oltre al fiorire di secondi, terzi e quarti fini economici, geo-politici, di dominio e di possesso.

L'arretratezza ormai più che patologica del nostro paese in tema di diritti civili

Dall'Europa arriva l'ennesimo forte segnale a confermare, caso mai ce ne fosse stato il bisogno, l'arretratezza ormai più che patologica del nostro paese in tema di diritti civili.
La Corte Europea dei Diritti Umani ha infatti accolto il ricorso presentato da tre coppie omosessuali (tra le quali anche quella di Enrico Oliari, presidente dell'associazione di omosessuali di centrodestra Gaylib) e condannato l'Italia al risarcimento -cinquemila euro a coppia - del danno morale da loro subito, vista l'opposizione dei Comuni di residenza alla celebrazione delle nozze. Questo perché tale rifiuto si sostanzia nella violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare, ex art. 8 della Carta Europea dei Diritti Umani. Pertanto la Corte senza troppi giri di parole chiede un intervento normativo celere, considerato che "la protezione legale disponibile attualmente a coppie dello stesso sesso non solo non garantisce i bisogni fondamentali per una coppia che sia in una relazione stabile, ma non dà neanche sufficienti certezze".
Dall'Europa, ma non dall'Unione europea: a parlare è infatti la sentenza di una Corte di giustizia internazionale e indipendente, chiamata a deliberare sulla base della Carta di cui sopra, non i “burocrati che hanno rotto le palle” tirati in ballo dallo scandalizzato Matteo Salvini. Reazione che peraltro renderebbe comprensibile il suo assenteismo record come europarlamentare: forse sbagliava palazzo.
Ma di che ci lamentiamo, in fondo possiamo stare tranquilli. Che come ci dice il ministro Boschi, e prima ancora aveva fatto Renzi, avremo una legge entro la fine dell'anno. Quale, di anno, ancora esattamente non è dato sapere, visto che 'sta manfrina del "a brevissimo" dura da ben più di dodici mesi. Non bastassero gli emendamenti-fiume presentati dai soliti Giovanardi & Co. e dei quali avevamogià parlato da queste parti, rischia di saltare in ogni caso la calendarizzazione della discussione del progetto di legge a palazzo Madama per la prima settimana di agosto. Pare manchi il parere obbligatorio che deve fornire il Tesoro sulle coperture finanziarie della legge stessa. Di queste ultime ore però un tweet del Ministero dell'Economia e delle Finanze: gli oneri delle unioni civili ammonterebbero a 3,5 milioni per il 2016 e a 6,0 milioni per il 2017 (non i 40 miliardi paventati come spauracchio, forse italianamente più efficace persino rispetto alla bufala creativa del “gender”). Fa piacere saperlo. Finché però nel nostro iter normativo-parlamentare non verranno introdotti i cinguettii social, per ora cambia poco.
E chissà se non passeranno avanti, ancora una volta, le solite "urgenze" (Cei dixit) per le quali sembra normale pretermettere e posporre all'infinito il riconoscimento di diritti fondamentali.
Per fortuna qualcuno ci aiuta e piovono suggerimenti preziosi, come l'escamotage consigliato dalla sempre brillante Paola Binetti.  In riferimento alla recentissima e innovativa pronuncia della Cassazione, che ha escluso l'obbligo della operazione chirurgica per il cambio anagrafico del sesso, la parlamentare col cilicio consiglia ironica (ma, si sa, seriamente disgustata) a uno dei componenti la coppia omosessuale di effettuare il cambiamento e accedere al matrimonio eterosessuale. Quando si dice capire il cuore del problema, senza pregiudizi e discriminazioni.
Chissà se il governo, che si dichiara, da tanto, tanto pronto a riconoscere le civil partnership, farà ricorso contro questa sentenza della Corte Edu. Un po' come accadde per l'affaire crocifisso, che vide prontamente schierarsi contro il pronunciamento della Premiere Chambre il “tecnicissimo” governo Monti.
Di sicuro a preannunciare appello sono in molti, a cominciare dal comitato organizzatore del Family day, da poco autoproclamatosi “realtà permanente”e ben più celere nel manifestare contro i diritti altrui che a ricordare le evangeliche travi e pagliuzze.
Insomma, tocca aspettare ancora un po'. In attesa dell''epifania, dell'apparizione ormai da considerarsi miracolosa (?), di uno stato compiutamente laico civile e contemporaneo. Per il quale servirebbe anche una classe politica davvero e concretamente pronta a considerare tutti i cittadini come uguali fra loro. Perché, per citare Lia Celi, il problema non è tanto la presenza del Vaticano, quanto l'assenza dell'Italia.
Adele Orioli, responsabile iniziative legali Uaar-Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti
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