domenica 9 agosto 2015

Fummo inca­paci di fare del movi­mento ope­raio l’interprete poli­tico con­sa­pe­vole dello sca­te­na­mento delle forze sociali desideranti

La morte di Renato Zan­gheri, intel­let­tuale, sto­rico ed eco­no­mi­sta che fu anche sin­daco della città di Bolo­gna, mi rat­tri­sta per ovvie ragioni umane, ma anche per­ché sono costretto a para­go­nare l’epoca pre­sente con quella in cui io e tanti altri liti­gammo con Zan­gheri.
Liti­gammo per tutti gli anni Set­tanta, a Bolo­gna come altrove, ma forse a Bolo­gna più spesso, dato che la città in que­gli anni sem­brava un tea­tro nel quale con­fron­tare idee. Con Zan­gheri, e con altri diri­genti del Par­tito comu­ni­sta ita­liano, era pos­si­bile liti­gare, discu­tere, acca­pi­gliarsi, per­ché erano por­ta­tori di un pen­siero. Nell’epoca pre­sente il con­fronto con i poli­tici di governo è reso impos­si­bile dal fatto che essi non sono por­ta­tori di alcun pen­siero. La poli­tica è oggi mera appli­ca­zione di regole mate­ma­ti­che scritte dal sistema finan­zia­rio.
Se penso a colui che fu sin­daco di Bolo­gna nella seconda parte degli anni Set­tanta e si trovò quindi a fron­teg­giare la rivolta degli stu­denti e dei gio­vani pro­le­tari, il primo ricordo che mi viene in mente non è un bel ricordo.
Nel marzo del 1977, rivol­gen­dosi alle forze di poli­zia man­date dal mini­stro degli interni Fran­ce­sco Cos­siga, Zan­gheri disse: «Siete in guerra e non si cri­tica chi è in guerra».
Nei giorni pre­ce­denti le forze dell’ordine ave­vano ucciso uno stu­dente di medi­cina di nome Fran­ce­sco Lorusso spa­ran­do­gli alle spalle, ave­vano occu­pato la zona uni­ver­si­ta­ria con i mezzi coraz­zati, ave­vano arre­stato tre­cento per­sone e ave­vano chiuso una radio libera distrug­gen­done i locali.
Non c’era niente da cri­ti­care? Forse sì, ma quella era la poli­tica del com­pro­messo sto­rico cui Zan­gheri si piegò.
Lo scon­tro tra il movi­mento auto­nomo e il Pci rag­giunse il suo cul­mine nel 1977, e vide Zan­gheri assu­mere un ruolo cen­trale nella pole­mica, forse suo mal­grado. In quello scon­tro si scon­tra­vano due visioni del futuro, anche se ne era­vamo solo con­fu­sa­mente consapevoli.
Non credo che abbia senso chie­dersi: chi aveva ragione nel 1977? Il par­tito comu­ni­sta o il movi­mento auto­nomo? Non ha senso per­ché la sto­ria non fun­ziona in quella maniera. Men­tre cer­chi una solu­zione per il pro­blema, il pro­blema è cam­biato, e gli attori sono scom­parsi e quelli nuovi hanno altro cui pen­sare.
Eppure il senso gene­rale della pole­mica di que­gli anni oggi si potrebbe rias­su­mere cosi: il movi­mento auto­nomo pen­sava che lo sca­te­na­mento delle forze sociali è un fatto posi­tivo, per­ché inne­sca una dina­mica libe­ra­to­ria della cul­tura, della tec­no­lo­gia, della spe­ri­men­ta­zione. Il par­tito comu­ni­sta pen­sava che lo sca­te­na­mento è peri­co­loso e va represso per­ché la società va gover­nata dalla razio­na­lità della poli­tica.
Credo che il deva­stante trionfo del neo­li­be­ri­smo, negli anni imme­dia­ta­mente suc­ces­sivi, nasca pro­prio dal fatto che lo sca­te­na­mento era ine­vi­ta­bile e pieno di poten­zia­lità posi­tive, ma fummo inca­paci di fare del movi­mento ope­raio l’interprete poli­tico con­sa­pe­vole dello sca­te­na­mento delle forze sociali desideranti.
Il Manifesto

La verità è che papa Fran­ce­sco è l’unico che oggi ha parole all’altezza del dramma sto­rico che stiamo vivendo

Papa Fran­ce­sco aveva già detto, dopo un’ennesima strage di migranti al largo di Lam­pe­dusa: «È una ver­go­gna». Que­sta ver­go­gna non ha fatto che ripe­tersi, per mesi, e c’è anche qual­cuno che si ral­le­gra per­ché l’Europa adesso mostre­rebbe un po’ più di sen­si­bi­lità, c’è per­fino una nave irlan­dese che par­te­cipa alle ope­ra­zioni di tumu­la­zione nel Medi­ter­ra­neo di cen­ti­naia e cen­ti­naia di pro­fu­ghi, men­tre una parte ne salva.
Intanto la Fran­cia sigilla la fron­tiera di Ven­ti­mi­glia, l’Inghilterra sta­bi­li­sce una linea Magi­not all’ingresso dell’Eurotunnel della Manica, l’Ungheria alza un muro e l’Italia è tutta con­tenta per­ché ha posto fine all’unica cosa buona che era riu­scita a fare, l’operazione «Mare Nostrum», ed è rien­trata nei ran­ghi dell’Europa per­ché sia chiaro che la vita negata ai pro­fu­ghi non è una scelta solo dell’Italia, ma è un sacri­fi­cio col­let­tivo che tutta l’Europa offre a se stessa avendo ces­sato di essere umana.
Ed ecco che il papa Fran­ce­sco dà il nome alla cosa: respin­gere i pro­fu­ghi è guerra, e cac­ciare via da un Paese, da un porto, da una sponda i migranti abban­do­nati al mare, è vio­lenza omicida.
Lo dice nell’anniversario del delitto fon­da­tore di que­sta fase della moder­nità, lo dice nei giorni di Hiro­shima e Nagasaki.
Quando aveva denun­ciato che la guerra mon­diale non era finita, per­ché nella glo­ba­liz­za­zione si sta com­bat­tendo una guerra mon­diale «a pezzi», era sem­brato che par­lasse per meta­fore; ma oggi mette le cose in chiaro: la guerra è que­sta, i garan­titi con­tro i dispe­rati, un mondo che voleva abo­lire le fron­tiere e ne ha alzate altre più spie­tate e inva­li­ca­bili, con­tro un’umanità senza patria né asilo che invano cerca salvezza.
E se è una guerra, una guerra non dichia­rata e non tute­lata da alcun diritto, nem­meno uma­ni­ta­rio, gli atti che vi si com­piono sono cri­mini di guerra. E que­sto vale per le vit­time in fuga dalla Bir­ma­nia nell’Oceano Indiano, a cui il papa spe­ci­fi­ca­mente si rife­riva, e vale per le vit­time che non rie­scono ad attra­ver­sare senza soc­com­bere la fossa comune del Mediterraneo.
Sono mesi e mesi che i siti non­vio­lenti, paci­fi­sti, o sem­pli­ce­mente umani, denun­ciano que­sti delitti per­pe­trati dai governi euro­pei, com­preso il nostro, sol­le­ci­tano appelli e firme dei cit­ta­dini per­ché ci si risolva a dare l’unica solu­zione vera al pro­blema, che è quella di aprire le fron­tiere, rico­no­scere l’antico diritto umano uni­ver­sale di migrare, per­met­tere ai pro­fu­ghi e ai fug­gia­schi di viag­giare al sicuro su treni, navi e aerei di linea. E sono mesi che siti nostal­gici e inte­gra­li­sti, invi­diosi di papa Fran­ce­sco, cer­cano di scre­di­tarlo lamen­tan­done la popo­la­rità, e ral­le­gran­dosi se quando parla ai poveri e ai movi­menti popo­lari, come ha fatto in Boli­via, il mondo per bene con i suoi media nean­che lo ascolta.
La verità è che papa Fran­ce­sco è l’unico che oggi ha parole all’altezza del dramma sto­rico che stiamo vivendo. Gli scar­tati della terra sono i veri sog­getti sto­rici attorno a cui si deve costruire la nuova con­vi­venza, sono il ful­cro dell’umanità di domani. E la giu­sti­zia e il diritto devono garan­tire la «casa comune» e tutti i suoi abi­tanti, a comin­ciare dal diritto a vivere, a pren­dere terra, a ripo­sarsi sotto qual­siasi sole. Que­sto dice il papa, e non è una cosa impos­si­bile, è solo una cosa non ancora avvenuta.
Il Manifesto