giovedì 27 agosto 2015

Il risveglio tardivo dei critici di Renzi

di Stefano Rodotà, da Repubblica

Negli ultimi tempi stiamo assistendo ad un crescendo di dichiarazioni da parte di studiosi e commentatori che definiscono la linea politico-istituzionale di Matteo Renzi plebiscitaria, presidenzialista, autocratica, da uomo solo al comando, autoritaria. Quel che colpisce in queste dichiarazioni è che spesso provengono da persone che, quando nel marzo dell’anno scorso alcuni si permisero di mettere in guardia contro il rischio della nascita di un sistema autoritario, si stracciarono le vesti, gridarono all’intollerabile forzatura, mostrando tra l’altro di non conoscere la distinzione tra “autoritario” e “totalitario”.

Si potrebbe essere soddisfatti di queste tardive resipiscenze, se non fosse che in politica i tempi contano per chi agisce e per chi discute. Non è irragionevole pensare che la tempestiva creazione di un fronte culturale critico avrebbe potuto indirizzare le riforme istituzionali verso risultati più accettabili, considerando che erano venute proposte che andavano oltre il muro contro muro. L’occasione è stata perduta da parte di quelli che furono silenziosi o compiacenti. Ma pure da Renzi, che aveva a disposizione indicazioni che avrebbero consentito di ridurre il tasso antidemocratico dell’accoppiata tra legge elettorale e riforma del Senato.

Grandi le responsabilità della cultura, ma grandi pure quelle di chi, nelle sedi politiche, ha conosciuto un tardivo risveglio. Oggi la minoranza del Pd si è convertita all’intransigenza, si ingegna nel cercare varchi regolamentari nei quali far passare le sue proposte di modifica, ma è stata incapace di mettere a punto una ragionevole strategia nel momento in cui si approvava la legge elettorale e si avviava la lettura della riforma del Senato. Di nuovo incapacità di cogliere la rilevanza del tempo in politica. Non basta fare la buona battaglia, bisogna farla al momento giusto.

Comunque si valutino le vicende passate, è difficile negare che siamo di fronte ad una modifica della forma di governo, non accompagnata, come dovrebbe essere in democrazia, da una adeguata considerazione degli equilibri costituzionali complessivi. Problema non nuovo, perché il funzionamento del sistema era stato già gravemente alterato soprattutto attraverso le varie manipolazioni delle leggi elettorali. L’urgenza vera, allora, dovrebbe essere la ricostruzione di rapporti tra gli organi dello Stato tale da restaurare almeno gli equilibri perduti. Questa strada non è stata neppure presa in considerazione; i suggerimenti di modificare almeno alcuni aspetti del nuovo Senato per recuperare qualche brandello di garanzia sono stati respinti persino con tracotanza. Oggi la residua “battaglia” per tornare solo all’elezione diretta dei senatori può essere poca cosa, se non accompagnata da altre modifiche. Siamo in presenza di un effetto a cascata. Il Presidente del Consiglio finisce d’essere un primus inter pares e acquista un potere di pieno controllo del Governo. Il Governo declassa il Parlamento a luogo di registrazione.

La nuova combinazione Presidente del Consiglio-Governo-Parlamento consente al partito di governo, grazie al doppio effetto maggioritario della legge elettorale, di impadronirsi del controllo di organi di garanzia come la Presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale. L’accentramento di poteri così realizzato rende superflua, almeno nelle intenzioni dichiarate dal Presidente del Consiglio, ogni forma di mediazione politico-sociale – dei sindacati, degli stessi partiti ridotti a macchine elettorali, delle istituzioni culturali, del sistema dell’informazione – e viene così cancellata la rilevanza di quel potere di controllo diffuso nella società che ha sempre giocato un ruolo essenziale nella vita delle democrazie.

Proprio negli ultimi tempi, e di nuovo dopo le ultimissime vicende romane, si è lamentata la perdita degli anticorpi civile e sociali che sono indispensabili per contrastare criminalità, corruzione, privatizzazione delle risorse pubbliche, fuga dal dovere di pagar le tasse. Ma quella perdita è andata di pari passo con l’indebolimento degli anticorpi istituzionali, rappresentati persino con ostentazione come un intralcio all’efficienza e alla rapidità delle decisioni. Qui hanno giocato un ruolo decisivo una cultura politica e una cultura costituzionale che non sono state capaci di declinare quei temi al di là della risposta sbrigativa e pericolosa dell’accentramento dei poteri. Non si sono degnate della minima attenzione le ricerche sulle difficoltà profonde della democrazia, sì che nella proclamata riforma costituzionale manca ogni significativo cenno alla partecipazione e a quella nuova organizzazione dei poteri sociali che va sotto il nome di “controdemocrazia”.

Tutto questo ha fatto sì che l’impresa riformatrice goda oggi di una legittimazione decrescente, che si aggiunge ad una delegittimazione più radicale di cui non si è voluto temer conto. Un cambiamento costituzionale così profondo viene realizzato da un Parlamento eletto con una legge dichiarata illegittima, constatazione che avrebbe dovuto almeno indurre alla massima prudenza e a muoversi sempre con il massimo consenso. Acqua passata? Niente affatto, perché si è costituito un precedente per modifiche costituzionali costruite come esercizio della forza.

A chi intende trasformare la critica in azione politica si oppone, con sempre maggiore insistenza, un solo argomento.
State preparando il terreno propizio al successo di Salvini o di Grillo. Lasciamo da parte la non onorata storia di questo argomento, sempre sospetto di intenti ricattatori. Si deve riflettere, invece, sul modo in cui è stata concepita e attuata l’azione di governo. Non vi sono alternative – si è detto e si continua a dire. Muovendo da questa incerta certezza, si è adoperato il muro contro muro, tutti gli interlocutori critici sono stati considerati nemici. Una strategia che fatalmente erode il consenso per il Governo. La democrazia non può essere separata dall’esistenza di alternative, soffre ogni monolitismo e, quando si rende difficile il dialogo o non si accetta la costruzione di nuovi soggetti, si è responsabili dell’astensione di massa, della democrazia senza popolo, o del rivolgersi a chiunque sul mercato si presenti come alternativa. 
Micromega

Come uscire dalla crisi europea con i Certificati di Credito Fiscale

Constatata l'impossibilità di riformare dall’interno l'Europa dell'euro, attraverso lo strumento dei CCF è possibile ridare efficacia alla politica macroeconomica, recuperare un quadro di stabilità fiscale e finanziaria e aiutare i Paesi che non vogliono o possono restare nel sistema a uscirne in modo morbido e non traumatico.

di Biagio Bossone e Marco Cattaneo  MicroMega

Speranze perdute e nuovo realismo 

Questa Europa dell’euro non è certo quella in cui in molti avevano creduto: fatta, sì, di più regole e disciplina, ma con lo sguardo rivolto a una moneta – l’euro – che fosse non solo simbolo ma veicolo stesso d’integrazione, coesione, condivisione. Di quell’Europa, invece, proprio l’euro è diventato l’ostacolo più grosso, rivelandosi strumento di divisione, fonte di contrapposizioni, generatore di arroganza e superbia da parte di soggetti che si sentono forti contro altri ritenuti deboli e assoggettamento di questi ultimi verso i primi. 

Per chi ha coltivato il sogno di una moneta unificante, oggi, pensare di riformare le istituzioni europee per riportarle dentro quel sogno è puramente illusorio. Chi scrive parte da questo presupposto, e, prendendo atto delle difficoltà operative e delle turbolenze potenziali di una rottura brusca e traumatica dell'euro, propone misure che, assunte individualmente da ciascun paese, compensino le carenze dell’attuale sistema e consentano di:
  • generare una ripresa economica degli stati membri più colpiti dalla crisi,
  • ridurre al minimo i rischi di insolvenza riconducibili al debito pubblico di alcuni di questi stati, e
  • delineare un’eventuale percorso di uscita morbida e senza tensioni dall’Eurosistema di uno o più stati membri.
Sulla base di un necessario realismo, dunque, puntiamo a un ridisegno della meccanica dell’Eurosistema che ridia efficacia alla politica macroeconomica in una fase di profonda e perdurante stagnazione dovuta a carenza cronica di domanda, permetta di recuperare un quadro di stabilità fiscale e finanziaria, e aiuti i paesi membri che non vogliono o possono restare nel sistema a uscirne in modo morbido e non traumatico. 

I Certificati di Credito Fiscale 

Nel nostro progetto gioca un ruolo centrale uno strumento tecnico di cui proponiamo da tempo l’introduzione, denominato Certificato di Credito Fiscale (CCF).[1] I CCF sono titoli che danno diritto al possessore di ridurre i pagamenti per imposte e qualsiasi altro tipo di obbligazione finanziaria nei confronti della pubblica amministrazione dello stato emittente, a partire da una data futura prestabilita (per esempio, due anni, di cui si dirà dopo). 

Il possessore di CCF acquisisce il diritto a ridurre le proprie obbligazioni finanziarie nei confronti dello stato emittente. Di conseguenza, i CCF hanno un valore economico e saranno oggetto di transazioni e scambi: il possessore di CCF potrà mantenerli in portafoglio, oppure cederli (contro euro) prima della data di esercizio, per un valore pari al loro importo di utilizzo al netto di uno sconto finanziario, presumibilmente non molto diverso dal tasso d’interesse applicabile a un normale titolo di stato di pari durata. Gli intermediari finanziari troveranno conveniente acquistare CCF che potranno utilizzare come sconti fiscali o potranno rivendere a terzi a uno sconto minore. Potrà diffondersi anche l’impiego di CCF per transazioni dirette, cioè per acquisti di beni e di servizi regolati in CCF e non in euro. 

Assegnazioni di CCF e impatto atteso 

Singoli stati membri dell’Eurozona emettono CCF, assegnandoli gratuitamente a una pluralità di soggetti e finalità, tra cui:
  • lavoratori sia dipendenti che autonomi, sia appartenenti al settore pubblico che al settore privato: i redditi netti effettivi di tali lavoratori ne risultano incrementati
  • aziende, in funzione dei costi di lavoro da esse sostenuti. Questo produce una riduzione del cuneo fiscale e quindi del costo del lavoro lordo, migliorando la competitività aziendale
  • interventi di sostegno alla spesa sociale, tra cui indennità di disoccupazione, integrazione di redditi e pensioni minime, benefici a favore di fasce sociali disagiate.
  • Finanziamento / cofinanziamento di investimenti pubblici e opere di pubblica utilità (commesse pubbliche con corrispettivo parzialmente o totalmente pagato in CCF anziché in euro).
Le assegnazioni di CCF conferiranno potere d’acquisto aggiuntivo ai percettori. Molti vorranno convertire i CCF in euro e spenderli in consumi. Le imprese faranno altrettanto e avranno anche la possibilità di utilizzare il minor carico fiscale per ridurre i prezzi e recuperare competitività. In un’economia depressa, la spesa stimolata dalle emissioni di CCF avrà un effetto moltiplicativo su reddito e occupazione. Le prospettive di rischio creditizio miglioreranno e accresceranno l’incentivo per le banche a riprendere l’attività di prestito per nuove attività di produzione e investimenti. Durante il periodo di differimento fra assegnazioni e scadenza dei CCF, il nuovo output conseguente all’accresciuta spesa genererà nuovo gettito fiscale che finanzierà i minori introiti derivanti dall’esercizio dei CCF. 

Volumi e allocazioni di CCF
Gli stati membri dell’Eurozona avviano un programma di emissione di CCF, puntando a ottenere i seguenti risultati:
  • rafforzamento della domanda interna e conseguente incremento di PIL e occupazione.
  • miglioramento della competitività delle produzioni domestiche (grazie alla quota di CCF assegnata alle aziende). Questo evita che l’innalzamento della domanda interna crei squilibri nei saldi commerciali esteri, sostenendo le esportazioni e favorendo la sostituzione con produzioni interne di una parte delle importazioni di beni e servizi
  • evitare che si crei una situazione di deflazione o comunque di inflazione interna cronicamente inferiore all’obiettivo della BCE (“inferiore ma prossima al 2%”).
I CCF sono oggetti ibridi… 

I CCF non sono titoli di debito: lo stato emittente non assume alcun impegno di rimborsarli in euro, ma solo di accettarli per ridurre obbligazioni finanziarie nei suoi confronti. Non esiste nessuna fattispecie, né teorica né pratica, sotto la quale lo stato emittente possa essere costretto ad andare in default su obbligazioni assunte con l’emissione di CCF. 

I CCF non sono neanche moneta legale. L’unico “legal tender” degli stati membri dell’Eurozona resta l’euro. Nessun soggetto privato o pubblico è obbligato ad accettare pagamenti in CCF. Solo lo stato emittente attribuisce al possessore di CCF la facoltà di ridurre gli impegni di pagamento dovuti nei suoi confronti. 

L’unità di conto degli stati membri dell’Eurozona continua a essere l’euro. I depositi bancari restano denominati in euro, così come i bilanci pubblici e privati continuano a essere redatti in euro, eccetera. 

…sono però riserva di valore e potenziale mezzo di pagamento
Pur non essendo moneta legale, i CCF possiedono due caratteristiche tipicamente associate alla moneta. Sono una riserva di valore, in quanto il diritto a uno sgravio fiscale futuro costituisce un arricchimento patrimoniale dell’assegnatario. E sono un potenziale mezzo di pagamento in quanto, pur non sussistendo un obbligo di legge, è presumibile che i CCF circolino e vengano accettati come corrispettivo di pagamento nello scambio di beni e servizi. Questa è una plausibile conseguenza del diritto patrimoniale (a conseguire uno sgravio fiscale) in essi incorporato. Naturalmente, è necessaria un’infrastruttura di pagamento che renda la loro circolazione in via elettronica possibile. 

Stabilità fiscale 

Obiettivi di bilancio pubblico 

I trattati che governano il funzionamento dell’Eurosistema vincolano gli stati membri al raggiungimento di determinati obiettivi di finanza pubblica. Quando la situazione economica generale è negativa, tuttavia, il tentativo di conseguire una riduzione del deficit pubblico mediante politiche fiscali restrittive produce effetti pro-ciclici che non consentono il raggiungimento dell’obiettivo, o lo permettono solo a costi sociali altissimi. L’introduzione dei CCF risolve questa incoerenza interna dell’attuale Eurosistema. Ogni stato membro può impegnarsi, per esempio, al mantenimento di un saldo zero tra incassi e pagamenti in euro, avendo a disposizione lo strumento delle assegnazioni di CCF per effettuare le necessarie politiche di stimolo anticiclico della domanda. 

Sostenibilità del programma CCF 
Per tutti i principali paesi dell’Eurosistema che devono recuperare domanda interna e competitività – in particolare, Italia, Spagna e Francia – un programma CCF correttamente impostato è, con ogni probabilità, sostenibile nel tempo. In presenza di un moltiplicatore fiscale (rapporto tra espansione del PIL e CCF emessi) anche leggermente inferiore all’unità, operante nel corso del periodo di differimento dei CCF, questi paesi possono conseguire gli obiettivi sopra descritti (rilancio della domanda e dell’occupazione, equilibrio sei saldi commerciali esteri, stabilità monetaria) senza peggiorare il rapporto tra deficit pubblico e PIL. 

Se poi il moltiplicatore fiscale è superiore a 1 (come la maggior parte della dottrina macroeconomica ritiene, in contesti di economia fortemente depressa) il programma, addirittura, si autofinanzia totalmente e genera risorse fiscali aggiuntive. Anche nel momento in cui (due anni dopo l’inizio delle assegnazioni) i CCF cominciano a essere utilizzati per ridurre i pagamenti di imposte, le maggiori entrate fiscali conseguenti al più alto livello di PIL compensano totalmente il calo di gettito connesso all’utilizzo dei CCF. 

Clausole di salvaguardia 

Nel momento in cui, in ogni caso, uno stato che adotta il programma CCF ha difficoltà a raggiungere gli obiettivi di finanza pubblica, a causa di problemi specifici o di un quadro congiunturale più sfavorevole del previsto, è comunque possibile adottare una serie di interventi per assicurare l’equilibrio entrate / uscite in euro nonché gli obiettivi di contenimento del debito pubblico. Questo è possibile mediante clausole di salvaguardia che, rispetto a quelle oggi concordate in sede UE, possono essere conformate in modi di non dare luogo a effetti pro-ciclici. Lo stato in questione, in particolare, può: 
  • sostituire alcune componenti di spesa in euro, erogando una parte del corrispettivo in CCF
  • introdurre (o incrementare) alcuni prelievi fiscali, compensando il prelievo di euro mediante erogazione di CCF (in pratica, si tratterebbe non di tassazione ma di conversione forzata di euro in CCF)
  • incentivare i detentori di CCF a posporne l’utilizzo alla scadenza per riduzioni fiscali, riconoscendo un incremento del loro valore facciale (in pratica, un tasso d’interesse) connesso a questo differimento
  • collocare nuovi CCF sul mercato, da vendere agli investitori in cambio di euro.
L’utilizzo di una o più di queste opzioni ha un effetto enormemente meno pro-ciclico rispetto all’introduzione di tagli di spesa pubblica e/o di incrementi di imposte, in quanto non si verificano drenaggi di potere d’acquisto ma, al massimo, sostituzioni di una forma di attività patrimoniale (gli euro) con un’altra (i CCF). 

Stabilità finanziaria 
Rottura della spirale crisi del debito sovrano / crisi del sistema bancario 

L’introduzione dei CCF nell’Eurosistema crea anche le condizioni per ridurre gradualmente, fino a eliminarlo, un altro grave problema insito nel sistema attuale. Le istituzioni finanziarie e in particolare i sistemi bancari nazionali detengono grosse quantità di titoli di stato emessi dal loro paese di residenza. L'insolvenza di uno stato produce quindi gravi dissesti per il locale sistema bancario. Via via che i CCF entrano in circolazione, si verifica una parziale sostituzione, negli attivi delle banche, di tradizionali titoli di stato con CCF. Contestualmente, diminuisce il rischio che il default dello stato di residenza mandi in crisi il sistema bancario locale. 

Stabilità monetaria dell’Eurosistema e opzione di uscita “morbida” 

Evoluzioni meno favorevoli del previsto possono portare determinati paesi a incrementare eccessivamente (ad esempio, a causa della necessità di ricorrere troppo spesso alle clausole di salvaguardia) i CCF nazionali in circolazione. In questa eventualità, si verificherebbe una perdita di valore dei CCF emessi da quello stato, che non pregiudicherebbe tuttavia il valore dell’euro. Si inflazionerebbero, in altri termini, i CCF nazionali e non l’euro, senza impatti negativi per gli stati che non hanno necessità di emettere CCF, o di incrementarne più del previsto l’ammontare in circolazione. 

Un singolo stato che si trovasse costretto a inflazionare più del previsto le assegnazioni di CCF finirà per trovarsi nella situazione in cui la circolazione di CCF è predominante rispetto a quella di euro. A quel punto ci sarà la possibilità (che potrà in effetti essere disciplinata a priori) di trasformare i CCF in una moneta statale a tutti gli effetti, realizzando quindi una fuoriuscita morbida di quello stato dall’Eurosistema. 

Cosa ne penserebbero i nostri partner? 

L’elite tedesca, in questo momento rappresentata soprattutto dal Ministro delle Finanze Schaeuble, ha capito che l’Eurosistema non funziona, salvo adottare politiche di stampo keynesiane e trasferimenti che però per la Germania e gli stati membri nord-europei costituiscono un insuperabile tabù. In questo senso, segnali significativi sono il rapporto dei cinque saggi in Germania e il piano scritto proprio da Schaeuble, entrambi resi noti nei giorni scorsi.[2] Si tratta, in pratica, di proposte volte a rafforzare i meccanismi ordoliberisti e prevedere che chi non riesce a conviverci esca dal sistema. In quest'ottica, la Germania era pronta (e lo è tuttora) ad attivare la Grexit. 

A fronte di tale atteggiamento, è ragionevole immaginare che lo schema CCF, che eventualmente consentirebbe l'uscita morbida di Italia, Spagna e probabilmente Francia, possa non essere mal visto dalla Germania e i suoi paesi satelliti. La Germania proseguirebbe l’integrazione con i paesi in grado di seguire le proprie regole (Olanda, Austria e qualcun altro), mentre gli altri paesi di fatto si separerebbero. Nel far ciò, tuttavia, questi ultimi garantirebbero la solvibilità dei propri debiti, che rimarrebbero in euro e diminuirebbero rapidamente in proporzione ai PIL grazie alla garanzia del pareggio incassi - uscite in euro, prima discussa, utilizzando i CCF per far ripartire le economie e attivando, se necessario, le clausole di salvaguardia. 

Per una nuova meccanica dell’Eurosistema: conclusione 

In conclusione, allorché una riforma dell’Eurosistema richiederebbe di mettere pesantemente le mani sul disegno architetturale del sistema, sulle sue istituzioni centrali e persino sui principi che ispirano le loro politiche, noi non nutriamo questa ambizione. 

Non ne vediamo né le premesse né i paesi o i leader che possano ispirare la volontà comune di guardare a una simile riforma. No, noi non puntiamo a quanto riteniamo essere oggi politicamente impossibile. D'altra parte, riteniamo che una rottura del sistema abbia grosse difficoltà attuative e comporti rischi di destabilizzazione del sistema finanziario difficili da valutare. 

Proponiamo invece una meccanica stabile per chi vorrà restare, che renda finalmente possibile coniugare sostenibilità fiscale e finanziaria e forte ripresa della crescita, e che al contempo consenta di preparare un’uscita morbida per chi vorrà uscire o per chi non potrà reggere il passo degli altri. 

NOTE 

[1] La proposta è stata illustrata in modo dettagliato e approfonditamente studiata nell’e-book di recente pubblicazione da Micromega “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro”, a cura di B. Bossone, M. Cattaneo, E. Grazzini e S. Sylos Labini, con la prefazione di L. Gallino (http://temi.repubblica.it/micromega-online/“per-una-moneta-fiscale-gratuita-come-uscire-dallausterita-senza-spaccare-leuro”-online-il-nuovo-ebook-gratuito-di-micromega/). Una recente e sintetica presentazione dell’idea di fondo, arricchita di ulteriori considerazioni, è riportata in B. Bossone e M. Cattaneo, “I Certificati di Credito Fiscale e John Maynard Keynes”, Keynes Blog, 20 luglio 2015 (http://keynesblog.com/2015/07/20/i-certificati-di-credito-fiscale-e-john-maynard-keynes/). 

[2] Si vedano su Reuters, “German "wisemen" say euro zone states should be able to go bankrupt”, 28 July, 2015 (http://mobile.reuters.com/article/idUSB4N0ZN01L20150728) e su Financial Times, “Schäuble outlines plan to limit European Commission powers”, 30 July 2015 (http://www.ft.com/intl/cms/s/0/88352cf2-3697-11e5-bdbb-35e55cbae175.html#axzz3hYe9OAHs).

(26 agosto 2015)