venerdì 9 ottobre 2015

Sopra al catechismo e alle gerarchie vaticane c’è la Costituzione con i suoi principi fondamentali: anche contro i razzismi sessisti

Un ragazzo fuori dalla classe con tanto di sedia e di banco dove possa stanziare durante l’orario di lezione lontano dai compagni: in uno spazio di solitudine... perché gay dichiarato.
Una umiliazione nella violazione della sua dignità di essere umano che si consuma a Monza nell’ “Ente Cattolico Formazione Professionale” (E.C.Fo.P) di Via Manara 34.
La ghettizzazione inizia giovedì 24 settembre e ha termine il lunedì successivo di fronte all’intervento dei carabinieri a cui la madre del ragazzo si rivolge per denunciare quanto stava accadendo al figlio.
Il Centro di formazione professionale di Via Manara 34 è annesso alla chiesa di S. Biagio, il cui parroco, don Marco Oneta è anche il presidente dell’Ecfop, che in Lombardia ha diverse altre sedi.
I centri di formazione professionale non fanno capo al Ministero dell’Istruzione, ma alle Regioni che in base all’art. 117 della Costituzione si occupano di “istruzione artigiana e professionale”. Le Regioni riconoscono gli enti privati di formazione professionale, a cui affidano la gestione dei corsi, coprendone ogni spesa: stipendi del personale, attrezzature di servizio, materiali didattici, ecc. Insomma, nel settore della formazione professionale, le Regioni hanno esclusivamente un ruolo sussidiario, ovvero di erogatrici di pubblico denaro. Un modello - per inciso- che la “buona scuola” renziana sta esportando nei cicli ordinari del sistema scolastico (dalla scuola d’infanzia ai licei).
Ma torniamo al caso dell’ Ecfop di Monza.
A far conoscere l’umiliazione inflitta al ragazzo gay è stata la stampa locale, che ha riportato nel dettaglio l’accaduto, comprese le incredibili dichiarazioni rilasciate in interviste e comunicati dal direttore Adriano Corioni, che dice di aver separato l’alunno gay perché «influenza negativamente gli altri ragazzini». Ovviamente – quanta cura! – lo avrebbe fatto anche per il bene del ragazzo stesso. Tanto bene, che il ragazzino gay è tornato a casa in lacrime, e fermamente intenzionato a non tornare più in quella scuola. Di qui l’intervento della famiglia di cui abbiamo detto prima.
Quando la vicenda ha cominciato a rimbalzare sui media, il direttore Corioni ha cercato di tutelarsi affermando: «Vi assicuriamo che non facciamo discriminazioni sessuali né razziali. La nostra attenzione è alla formazione professionale dei giovani, seguendo il dettame della pastorale della Chiesa cattolica».
Ecco il punto. Per una scuola cattolica il faro non è la Costituzione, ma la dogmatica curiale e il suo catechismo, che stigmatizza l’omosessualità come «oggettivo disordine morale», (canone 2357) e condanna gli omosessuali all’espiazione del “peccato” vivendo nel «sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione» (canone 2358).
Così, il direttore del centro professionale cattolico, si deve essere sentito un novello S. Giorgio (come non pensare al corto di Fellini “Le tentazioni del dott. Antonio”!) nel perseguire in quel suo alunno adolescente una doppia “colpa”: essere gay e per giunta dichiarato.
La dirigenza dell’Ecfop di Monza si deve essere sentita come investita da spirito militante alla diffusione della dottrina curiale cattolica. Un baluardo per non incrinare la pregiudiziale omofoba.
Di qui la crociata per mettere all’indice il ragazzino gay, gettando sulle fragili spalle di quell’adolescente la croce a cui inchiodarlo: quel banco d’isolamento.
Una vergogna per ogni più elementare concezione di umana educazione, che deve porre l’attenzione sul singolo, nel diritto dovere al riconoscimento della sua dignità.
Ma la direzione Ecfop preferisce la veste del medievale inquisitore per annichilire un ragazzo coraggioso. Un ragazzo che vuole essere riconosciuto per quello che è, e che sta combattendo la battaglia per il fondamentale diritto umano ad essere proprietario della sua vita.
Allora, vale appena ricordare che “formazione integrale della persona” – di cui si parla in ogni statuto di qualsivoglia scuola cattolica –  non vuol dire omologazione ai precetti cattolici.
Si dismettano i sogni medievali teocratici. La libertà e la democrazia sono state conquistate con lacrime e sangue... Oltre i roghi e le gogne di Santa Romana Chiesa!
Sopra al catechismo e alle gerarchie vaticane c’è la Costituzione con i suoi principi fondamentali:  anche contro i razzismi sessisti.
Ecco allora un buon esercizio che in un banco da solo potrebbe fare quel direttore: scrivere almeno cento volte l’art. 3 della Costituzione che vincola alla rimozione degli ostacoli – discriminazioni sessuali comprese – per promuovere la formazione del Cittadino.
Del cittadino democratico, caro direttore, non del credente cattolicista!
Maria Mantello
Micromega

Volete farvi un'idea di come e perché la pedofilia si è radicata nel clero cattolico?

Volete farvi un'idea di come e perché la pedofilia si è radicata nel clero cattolico? Di come e perché quella degli abusi clericali è una mostruosa storia di complicità materiale e ideologica delle gerarchie vaticane, a tutti i livelli, con i pedofili e di "isolamento" delle vittime? Volete farvi un'idea del perché gli esperti che ho intervistato nei miei due saggi sul tema puntano il dito contro la perversa e criminale concezione del bambino che attraversa oltre duemila anni di cultura occidentale, contaminando anche quella religiosa cattolica? Stringete i muscoli addominali per un minuto e ascoltate cosa dice Don Gino Flaim.
prete
Un assaggino per i più timorosi: «Posso capire la pedofilia nella Chiesa, alcuni bambini cercano l'affetto che non hanno in casa e qualche prete può anche cedere. Siamo umani e le malattie vengono». Cioè il bambino, secondo Don Gino, induce in tentazione e istiga a peccare il povero sacerdote che in attimo di debolezza si arrende ai piaceri della carne. Non è il primo e non sarà l'ultimo signore in tonaca ad affermare una cosa del genere: il bambino è il diavolo, l'adulto è una vittima del demonio.
Basti citare per tutti monsignor Bernardo Alvarez, vescovo di Tenerife. Costui in una tristemente famosa intervista del dicembre del 2007 rilanciata l'ultima volta a gennaio 2012 su El Pais, disquisisce come Don Gino di sessualità umana e quant'altro, non si sa bene a che titolo.
Dice testualmente Alvarez: «La sessualità disorganizzata è come una bomba a orologeria. Se viene provocata scoppia». E poi ancora: «Ci sono bambini di 13 anni che ti provocano, anche se tu non ti prendi cura di loro». Perché lo fanno? «Per avere rapporti sessuali con gli adulti». Ovvio, no? No.
C'è anche qui l'idea, violentissima, del “bambino seduttore” legata a filo doppio con quella cristiana secondo cui l'essere umano sia per natura (ovvero sin dalla nascita) peccatore. E quella altrettanto violenta - perché anch'essa del tutto priva di rapporto con la realtà umana - di una sessualità sviluppata già in età preadolescenziale. Viene pertanto mistificato ciò che si intende per sessualità. Vale a dire, come mi spiega lo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini, «una dimensione che riguarda l'adulto, che prevede lo sviluppo puberale, che prevede la presenza di tutta una serie di realtà fisiche e biologiche, prima di tutto, e mentali, che il bambino non ha. Tutta la sua dimensione di rapporto, che è potentissima, si svolge in un ambito che possiamo chiamare "di affetti" che di sessuale non ha assolutamente nulla, e non lo può nemmeno avere».
Un applauso dunque a Ilaria Bonaccorsi, direttore di Left, che nel commentare le frasi di Don Gino, durante la trasmissione su La7, ha urlato indignata che i bambini non hanno sessualità! Che oltre alla richiesta di affetto non c'è e non ci può essere altro! In effetti basterebbe avere chiaro in mente questo semplice concetto per difendere concretamente i bambini da questi mostri.
Federico Tulli
Micromega

È necessario che il protagonismo civile ricostituisca le proprie energie e si batta con la massima determinazione democratica contro la deriva postcostituzionale


di Pancho Pardi

Colin Crouch ha scritto un libro per spiegarci che viviamo in un generale clima di postdemocrazia. Un senso diffuso di rassegnazione sembra inclinare gran parte dell'opinione pubblica ad accettare questa nuova dimensione e ad abituarcisi.

I partiti sono esangui, i sindacati vanno rottamati, i corpi intermedi della società marginalizzati. I leaders restano gli unici punti di riferimento. Si riscopre l'insostituibilità del potere carismatico. Senza timore del ridicolo, si riesce a riconoscere il carisma anche dove non ve n'è traccia.

I pecoroni del PD nel Senato, dopo essersi consegnati al sindaco di Firenze che gli prometteva di finire la legislatura, stanno travolgendo l'intera architettura costituzionale. In nome del superamento del bicameralismo perfetto, disegnano un debole Senato delle Regioni, nello stesso momento in cui tolgono alle regioni il governo del territorio, e danno alla sola Camera, intatta nei suoi 630 seggi, la potestà di conferire la fiducia al governo.

È una potestà intrinsecamente finta. I deputati saranno eletti in anticipo dalla nomina dei loro segretari di partito. Il partito che uscirà dal voto come la minoranza più grossa avrà, grazie al premio, una maggioranza falsa ma schiacciante: 55 per cento dei seggi. Con cui potrà eleggersi il Presidente della Repubblica a sé più gradito e plasmare a proprio piacimento la Corte Costituzionale.

Ma anche l'onnipotenza della falsa maggioranza è finta. Essa è in realtà fin dall'inizio ubbidiente al governo. Lo è già oggi in misura imbarazzante, figurarsi dopo lo stravolgimento costituzionale. Il suo potere legislativo avrà valore nominale, mentre il governo avrà il potere sostanziale di far passare le proprie iniziative di legge senza emendamenti.

Questa è totale evanescenza del potere legislativo, sottomesso in modo umiliante al potere esecutivo del governo.
Si passa così dalla postdemocrazia alla postcostituzione.

Non ci può consolare il pensiero che quando i pecoroni del PD perderanno le elezioni scopriranno allora che cosa hanno fatto.
È necessario che il protagonismo civile ricostituisca le proprie energie e si batta con la massima determinazione democratica contro la deriva postcostituzionale.

Micromega