sabato 10 ottobre 2015

Colombia, chiesa cattolica dovrà risarcire vittime pedofilia

Bogota, 9 ott. (askanews) - La Corte suprema della Colombia ha deciso che la Chiesa cattolica dovrà risarcire le due vittime di un prete condannato per abusi sessuali su minori. La Corte ha fissato in 22.300 dollari il risarcimento alle vittime, che oggi hanno 15 e 16 anni, in 13.200 dollari quello ai genitori delle vittime e in 5.600 dollari quello per ognuno dei loro fratelli.
La Diocesi di Libano-Honda, nella zona settentrionale di Tolima, aveva presentato appello nel 2011 contro la sentenza che imponeva un risarcimento alle vittime di padre Luis Enrique Padua, condannato nel 2010 a 18 anni di prigione per abusi commessi sui due bambini, che all'epoca avevano 7 e 8 anni. (fonte Afp)

Catania: prete condannato per abusi su minore continua a dire messa

Un sacerdote condannato dal tribunale ecclesiastico per abusi sessuali su un minore continua a dire messa nel catanese. A rendere nota la vicenda è una onlus antipedofilia che chiede a Papa Francesco di intervenire direttamente per porre fine allo "scandalo".
"Carlo Chiarenza è stato condannato all'allontanamento per 8 anni dalla Sicilia e dalla sua diocesi perchè riconosciuto colpevole dalla sua chiesa di abusi sessuali nei confronti di Teodoro Pulvirenti, quando quest'ultimo era un minore. Si tratta di una condanna in primo grado, ma pochi giorni fa il vescovo Nino Raspanti di Acireale (provincia di Catania, ndr) ha scandalosamente autorizzato Chiarenza a concelebrare una messa davanti a tanti fedeli" è l'accorata e circostanziata denuncia di Roberto Mirabile, presidente della onlusLa Caramella Buona.
La messa in questione è stata celebrata da don Chiarenza, ex rettore della Basilica San Sebastiano di Acireale, nella chiesa di Aci San Filippo, sempre in provincia di Catania. Mirabile ha poi citati il caso del sacerdote di Trento sospeso per aver pronunciato parole "oscene e censurabili" sulla pedofilia.
"Quelle erano parole qui invece si è passati ai fatti" ha concluso Mirabile.
crimeblog

"Sesso e sostanze eccitanti": i parrocchiani denunciano prete gay

Uno scandalo, l'ennesimo, scuote le mure dal sacro palazzo. Una lettera firmata da più di 100 parrocchiani della chiesa di Santa Teresa d'Avila è stata consegnata il 13 luglio scorso, insieme ad un dossier, al cardinale vicario Agostino Vallini.
Ne è stato messo a conoscenza anche papa Francesco e il Segretario di Stato Paolo Parolin. Ora però la storia è "uscita dalle mura della Chiesa". E investe in pieno il sinodo dopo il caso del coming out del Teologo del Vaticano.
"Siamo venuti a conoscenza di fatti di grave rilevanza morale - si legge nel testo - imputabili ad un alto esponente della Curia generalizia, che ci sono stati raccontati con abbondanza di dettagli da laici coinvolti che potrebbero rientrare nella categoria 'adulti vulnerabili', contemplata nelle recenti disposizioni canoniche, innovatrici rispetto agli atti di omissione..".
Una storia di prostituzione, relazioni gay del sacerdote nei locali omosessuali della città. E, secondo le indiscrezioni riportate dal Corriere, erano al corrente delle relazioni anche i confratelli del parroco appartenente all'ordine dei Carmelitani scalzi. A confessare tutto è stato uno dei gigolò di Villa Borghese, che ha fatto una dichiarazione scritta - allegata con la foto della carta di identità - sostenendo di aver avuto rapporti sessuali continuativi con un alto prelato dei Carmelitani dal 2004 al 2007.
Per le relazioni notturne clandestine, il gigolò era solito entrare - sempre secondo quanto dichiarato dallo stesso - da una porta laterale della Curia, situata su via Aniene, invece della controllata porta di cordo d'Italia 38. Il tutto con la complicità di qualche portiere che avrebbe lasciato aperta la porta appositamente per permettere l'ingresso nottetempo. Ma i particolari più scottanti sono altri. Secondo quanto dichiarato, il prete avrebbe abusato di alcolici per allentare i freni inibitori e avrebbe assunto degli estratti di prickly poppy, una pianta messicana conosciuta come "nutrimento dei morti". Perché? A spiegarlo è sempre il testimone: "Era apprezzata come eccitante".
La lettera di denuncia è stata ora resa pubblica dai fedeli. Una scelta che non è piaciuta ai vertici della Santa Sede che però non hanno commentato. Ma erano stati avvertiti: "Non tocca a noi ricordare quando prevede - si legge nella lettera di luglio firmata dai 110 - in termini di sanzioni, il codice canonico...Laddove nessun segnale ci pervenisse, non potremmo impedire allo scandalo di uscire dalle mura della Chiesa".
Intanto il quartiere è in rivolta. Alcune settimane fa sono comparsi dei volantini che denunciavano "l'omertosa complicità" della "gerarchia ecclesiastica". Si contesta soprattutto la scelta del Superiore generale dei carmelitani, padre Saverio Cannistrà, di aver allontanato non solo il padre coinvolto e i 4 padri della Curia, ma anche gli altri 3 sacerdoti della basilica. Insomma: punizione di massa, che è sembrata un'ingiustizia ai danni dei religiosi di grado minore.
Due giorni fa monsignor Di Tora, vescovo del settore nord della diocesi, ha preso le distanze, dicendo che "la questione riguarda l'ordine carmelitano". Ma le se accuse fossero confermate, il padre rischia di essere ridotto allo stato laicale, di essere allontanato d'ufficio e ci sono dubbi sulla regolarità degli atti firmati da lui durante il periodo incriminato.
Il Giornale