martedì 13 ottobre 2015

Mafia: istituzioni e politica sono stati complici per oltre vent’anni in una scellerata congiura del silenzio

intervista a Salvatore Borsellino di Giacomo Russo Spena - Micromega

“A noi non interessano i numeri, ma la passione. Alle Termopili, ad opporsi allo sterminato esercito persiano, c’erano soltanto 300 spartani”. Combattivo come mai Salvatore Borsellino che, con le sue Agende Rosse, ha lanciato una manifestazione a Roma per il prossimo 14 novembre in sostegno al pm Nino Di Matteo, “lasciato solo dalle Istituzioni a lottare contro la Mafia”. Un’iniziativa promossa senza l’ausilio di partiti e sindacati che ha nella società civile il proprio cuore pulsante: “Non vogliamo altri eroi da commemorare, noi vogliamo sostenere i giudici vivi, non piangerli da morti”.

Abbiamo il sostituto procuratore Nino Di Matteo minacciato di morte per le sue indagini sulla trattativa Stato-Mafia e le stragi del 1992, eppure il pm appare isolato e abbandonato da istituzioni e politica. Salvatore Borsellino, cosa succede?

Succede che istituzioni e politica sono stati complici per oltre vent’anni in una scellerata congiura del silenzio su quella Trattativa che oltre ad essere stata la causa dell’accelerazione della condanna a morte di Paolo Borsellino, ha generato poi le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, oltre che gli attentati alle basiliche vaticane. Di Matteo ha avuto l’ardire di sollevare il pesante velo nero che finora ha coperto questa Trattativa ed oggi ne paga le conseguenze con la sua emarginazione ed il silenzio di morte calato non solo da parte di politica e istituzioni, ma anche da larga parte dell’informazione, sulle minacce che gli vengono rivolte.

“Mi hanno detto che si è spinto troppo oltre” ha dichiarato Messina Denaro ai rappresentanti delle famiglie mafiose, chiedendo di far fuori Di Matteo. Così Toto Riina - intercettato durante l'ora d'aria - ha condannato a morte il pm durante un colloquio con Alberto Lorusso, esponente della Sacra Corona Unita. Tale efferatezza non fa pensare che siamo prossimi ad un punto di svolta nelle indagini?

È proprio sulla frase di Messina Denaro che bisogna riflettere: “Mi hanno detto…”. Da che parte arrivano tali sollecitazioni a risolvere il “problema Di Matteo”? Provare a capire chi oggi riveste lo stesso ruolo occupato in passato da Totò Riina quando gli arrivarono le stesse sollecitazioni a risolvere – dopo soli 57 giorni dell’eliminazione di Giovanni Falcone e contro il parere di altri componenti della cupola mafiosa – il “problema Borsellino”. Nino di Matteo e le indagini del pool di Palermo rappresentano un pericolo intollerabile per chi deve continuare a nascondere la verità sui ricatti incrociati legati alla Trattativa e sulla loro influenza sugli ultimi vent’anni di storia del nostro Paese. 
 
Perché il CSM ha osteggiato Di Matteo con l'apertura di una serie di provvedimenti disciplinari e quasi ignorando il suo prezioso lavoro? Cosa succede all’interno del Consiglio Supremo della Magistratura?

Nel suo ultimo discorso pubblico, il 25 di giugno del 1992, nell’atrio della Biblioteca Comunale di Palermo, Paolo Borsellino parlò di un Giuda che avrebbe tradito Giovanni Falcone. Oggi, in quel che dovrebbe essere l’organo di autogoverno della magistratura, squassato dalle correnti e caduto preda della politica, credo che i Giuda prevalgano di gran lunga sugli apostoli e i provvedimenti disciplinari sono diventati uno strumento di manovra e di intimidazione verso quei magistrati che si ostinano a mantenere la schiera dritta e procedono senza cedimenti e compromessi, sulla difficile strada della ricerca della verità e della giustizia.

Abbiamo a che fare con una magistratura isolata a contrastare la Mafia e a cercare la verità. La politica invece di aiutare sta intralciando il lavoro dei pm. Da cosa deriva l’isolamento istituzionale?

Dalla stagione di Mani Pulite, che portò alla dissoluzione di partiti storici e tentò di mettere un freno alla corruzione elevata a sistema, gli sforzi della politica sono stati rivolti ad evitare il pericolo del ripetersi di una simile stagione e questo ha portato ad attentare all’indipendenza stessa della magistratura e alla necessità di cercare di “spuntare” le armi dei pm. Anche a costo di ridurre l’efficacia nella lotta alla criminalità e in particolare alla criminalità organizzata. Interesse quest’ultimo coincidente con la necessità di pagare le cambiali contratte per ottemperare agli obblighi imposti dalla conclusione della Trattativa. Bisognerebbe piuttosto chiedersi quanta parte di magistratura, in parte connivente con la politica, sia veramente contraria a questo processo, cioè quanti magistrati con la schiena dritta sopravvivano oggi in questo Paese. 
 
Secondo Di Matteo “la lotta alla mafia non è più prioritaria” e “per vincere la mafia infiltrata nell’amministrazione pubblica e la corruzione l’Italia deve affrontare un’altra grande guerra di liberazione”. È veramente così?

Le parole di Di Matteo sono assolutamente condivisibili e rispecchiano la desolata realtà della decadenza della morale e della coscienza civile nel nostro Paese. Non per nulla il grido che leviamo da tempo nelle manifestazioni del nostro movimento, il Movimento delle Agende Rosse, è  “Resistenza”.
 
Abbiamo visto a Roma, con l’inchiesta di Mafia-Capitale, come la criminalità organizzata ormai sia endemica ai sistemi di governance. Siamo assistendo ad una ristrutturazione della Mafia, sempre più legata a poteri forti, appalti e finanza?
Dopo la conclusione della Trattativa, a fronte di uno Stato che aveva scelto di elevare la criminalità organizzata a proprio interlocutore privilegiato, non esitando per questo a sacrificare la vita dei suoi servitori più fedeli, la criminalità organizzata, forte anche di questa “legittimazione”, ha cambiato strategia, è ritornata ai collaudati sistemi di infiltrazione e di mimetizzazione all’interno dell’amministrazione pubblica, di accaparramento degli appalti, di rafforzamento dei legami con i poteri forti e le strutture massoniche, di sfruttamento e manovra, grazie agli immensi capitali di cui dispone, dei sistemi e dei meccanismi finanziari.
 
Con il conflitto di attribuzione sollevato dall’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non vi è stata l’ennesima delegittimazione della procura di Palermo?

Non solo una delegittimazione della Procura di Palermo ma anche un gravissimo vulnus al prestigio della massima delle nostre Istituzioni. Essendo ormai impossibile l’ascolto di quei colloqui, Nicola Mancino, imputato per falsa testimonianza al processo di Palermo, potrebbe oggi  affermare, senza poter essere smentito, di avere avuto in quei colloqui qualsiasi tipo di assicurazioni e di promesse di appoggio da parte del Presidente della Repubblica. E qualsiasi cittadino italiano può oggi ipotizzare, senza possibilità di prova contraria, che in quei colloqui ci siano contenuti, se non penalmente rivelanti – come affermato dai pm – almeno eticamente disdicevoli per un Presidente della Repubblica. E non potrebbe essere smentito neanche chi dovesse pensare il peggio, che in quei colloqui si parli espressamente di assicurazioni e garanzie sul mantenimento della congiura del silenzio sulla Trattativa Stato-mafia.
 
Dove non arriva la politica, sembra giungere la società civile. Agende Rosse e Scorta Civica hanno organizzato per il 14 novembre una manifestazione a Roma in sostegno di Di Matteo. Sarà fisicamente presente?
Certamente, sono convinto che a fronte della latitanza dello Stato e delle Istituzioni sia dovere di tutti fare sentire il nostro sostegno e la nostra solidarietà a Nino Di Matteo e a tutto il pool di Palermo. Noi non vogliamo altri eroi da commemorare, altri nomi da leggere nelle piazze dal lungo elenco di martiri che hanno sacrificato la loro vita per il giuramento di fedeltà ad uno Stato che troppo spesso è stato complice occulto deli loro assassini. Noi vogliamo sostenere i giudici vivi non piangerli da morti.

Nella Capitale si vedono ormai continue proteste e sit-in. Non crede che questa mobilitazione possa risultare un’arma a doppio taglio se non sarà particolarmente partecipata?


Il rischio esiste e tanti rappresentanti di un’informazione troppo spesso prona al potere non attendono altro. Hanno parlato quest’anno di deserto in una Via D’Amelio che invece era piena di braccia, giunte da ogni parte d’Italia, che levavano in alto delle Agende Rosse. Le nostre manifestazioni non sono e non possono essere oceaniche dato che non chiediamo appoggi a partiti e sindacati, rifiutiamo per principio l’esibizione di bandiere e di simboli di questa politica, non abbiamo pullman se non quelli da noi stessi affittati con collette tra i partecipanti. Potremo non esser in molti ma a noi non interessano i numeri, ma la passione. Alle Termopili, ad opporsi allo sterminato esercito persiano, c’erano soltanto 300 spartani.

Ogni giorno che passa, il colo­nia­li­smo avanza, l’assedio del popolo a Gaza con­ti­nua, oppres­sioni e umi­lia­zioni si sus­se­guono

L’ esca­la­tion di vio­lenze non è comin­ciata con l’uccisione di due coloni israe­liani, è comin­ciata molto tempo fa ed è andata avanti per anni. Ogni giorno ci sono Pale­sti­nesi uccisi, feriti, arre­stati. Ogni giorno che passa, il colo­nia­li­smo avanza, l’assedio del nostro popolo a Gaza con­ti­nua, oppres­sioni e umi­lia­zioni si sus­se­guono. Men­tre molti oggi ci vogliono schiac­ciati dalle pos­si­bili con­se­guenze di una nuova spi­rale di vio­lenza, io con­ti­nuerò, come ho fatto nel 20021, a chie­dere di occu­parsi delle cause che stanno alla radice della vio­lenza: il rifiuto della libertà ai Palestinesi.
Alcuni hanno detto che il motivo per cui non si è rag­giunto un accordo di pace è stata la man­cata volontà del defunto Pre­si­dente Yas­ser Ara­fat o l’incapacità del Pre­si­dente Mah­moud Abbas, men­tre sia l’uno che l’altro erano dispo­sti e capaci di fir­mare un accordo di pace. Il vero pro­blema è che Israele ha scelto l’occupazione al posto della pace ed ha usato i nego­ziati come una cor­tina di fumo per por­tare avanti il suo pro­getto colo­niale. Tutti i governi del mondo cono­scono que­sta sem­plice verità, eppure molti di loro fanno finta che un ritorno alle ricette fal­lite del pas­sato ci potrebbe per­met­tere di rag­giun­gere libertà e pace. Fol­lia è con­ti­nuare a fare sem­pre la stessa cosa e aspet­tarsi che il risul­tato cambi. Non ci può essere nego­ziato senza un chiaro impe­gno di Israele a riti­rarsi com­ple­ta­mente dal ter­ri­to­rio pale­sti­nese che ha occu­pato nel 1967 (tra cui Geru­sa­lemme), una com­pleta ces­sa­zione di tutte le pra­ti­che colo­niali, il rico­no­sci­mento dei diritti ina­lie­na­bili dei Pale­sti­nesi, com­preso il loro diritto all’autodeterminazione e al ritorno, la libe­ra­zione di tutti i pri­gio­nieri pale­sti­nesi. Non pos­siamo con­vi­vere con l’occupazione, e non ci arren­de­remo all’occupazione.
Ci si esorta ad essere pazienti e lo siamo stati, offrendo occa­sioni e occa­sioni per rag­giun­gere un accordo di pace, dal 2005 ad oggi. Forse val la pena ricor­dare al mondo che, per noi, espro­pria­zione, esi­lio for­zato, tra­sfe­ri­mento e oppres­sione durano ormai da quasi 70 anni e che noi siamo l’unico pro­blema bloc­cato nell’agenda dell’Onu dalla sua fon­da­zione. Ci è stato detto che se ci affi­da­vamo a metodi paci­fici e alla strada della diplo­ma­zia e della poli­tica, ci saremmo gua­da­gnati l’appoggio della comu­nità inter­na­zio­nale per porre fine all’occupazione. Eppure, come già era avve­nuto nel 1999 alla fine del periodo di inte­rim, la comu­nità inter­na­zio­nale non ha intra­preso alcuna azione signi­fi­ca­tiva, come ad esem­pio costi­tuire una strut­tura inter­na­zio­nale per appli­care la legge inter­na­zio­nale e le riso­lu­zioni dell’Onu, varare misure per garan­tire la respon­sa­bi­liz­za­zione delle parti, anche attra­verso boi­cot­taggi, disin­ve­sti­menti e san­zioni, come era stato fatto per libe­rare il mondo dal regime dell’apartheid.
E allora, in man­canza di un inter­vento inter­na­zio­nale per porre fine all’occupazione, in man­canza di una seria azione dei vari governi per inter­rom­pere l’impunità di Israele, in man­canza di qua­lun­que pro­spet­tiva di pro­te­zione inter­na­zio­nale per il popolo pale­sti­nese sotto occu­pa­zione, e men­tre il colo­nia­li­smo e le sue mani­fe­sta­zioni vio­lente hanno un’impennata (com­presi gli atti di vio­lenza dei coloni israe­liani), cosa dovremmo fare? Stare inerti ad aspet­tare che un’altra fami­glia pale­sti­nese sia bru­ciata, che un altro gio­vane pale­sti­nese sia ucciso, che un altro inse­dia­mento sia costruito, che un’altra casa pale­sti­nese sia distrutta, che un altro bam­bino pale­sti­nese sia arre­stato, che i coloni fac­ciano un altro attacco, che ci sia un’altra aggres­sione con­tro il nostro popolo a Gaza?
Tutto il mondo sa che Geru­sa­lemme è la fiamma che può ispi­rare la pace e che può accen­dere la guerra. E allora per­ché il mondo rimane immo­bile men­tre gli attac­chi israe­liani con­tro i Pale­sti­nesi della città e con­tro i luo­ghi santi musul­mani e cri­stiani – spe­cial­mente Al-Haram Al-Sharif – con­ti­nuano senza sosta? Le azioni e i cri­mini di Israele non distrug­gono sol­tanto la solu­zione dei due stati secondo i con­fini del 1967 e non vio­lano sol­tanto la legge inter­na­zio­nale, ma minac­ciano di tra­sfor­mare un con­flitto poli­tico risol­vi­bile in una guerra reli­giosa senza fine che inde­bo­lirà ulte­rior­mente la sta­bi­lità in una regione che è già preda di un disor­dine senza precedenti.
Nes­sun popolo della terra accet­te­rebbe di con­vi­vere con l’oppressione. È nella natura dell’uomo ane­lare alla libertà, lot­tare per la libertà, sacri­fi­carsi per la libertà. E la libertà del popolo pale­sti­nese è in grave ritardo. Durante la prima Inti­fada il governo di Israele lan­ciò lo slo­gan “spezza le loro ossa per spez­zare la loro volontà”, ma, una gene­ra­zione dopo l’altra, il popolo pale­sti­nese ha dimo­strato che la sua volontà è indi­strut­ti­bile e non deve essere messa alla prova.
Que­sta nuova gene­ra­zione pale­sti­nese non ha aspet­tato col­lo­qui di ricon­ci­lia­zione per incar­nare quell’unità nazio­nale che i par­titi poli­tici non hanno saputo rag­giun­gere, ma si è posta al di sopra delle divi­sioni poli­ti­che e della fram­men­ta­zione geo­gra­fica. Non ha aspet­tato istru­zioni per soste­nere il suo diritto, e il suo dovere, di opporsi a que­sta occu­pa­zione. E lo fa disar­mata, di fronte ad una delle mag­giori potenze mili­tari del mondo. Eppure con­ti­nuiamo ad esser con­vinti che libertà e dignità trion­fe­ranno, e noi avremo la meglio. E che quella ban­diera che abbiamo innal­zato con orgo­glio all’Onu sven­to­lerà un giorno sulle mura della città vec­chia di Geru­sa­lemme, e non per un giorno ma per sempre.
Mi sono unito alla lotta per l’indipendenza pale­sti­nese 40 anni fa e sono stato impri­gio­nato per la prima volta a 15 anni. Que­sto non mi ha impe­dito di ado­pe­rarmi per una pace basata sulla legge inter­na­zio­nale e sulle riso­lu­zioni dell’Onu. Ma ho visto Israele, la potenza occu­pante, distrug­gere meto­di­ca­mente que­sta pro­spet­tiva un anno dopo l’altro. Ho tra­scorso 20 anni della mia vita, tra cui gli ultimi 13, nelle pri­gioni di Israele e tutti que­sti anni mi hanno reso ancora più con­vinto di que­sta immu­ta­bile verità: l’ultimo giorno dell’occupazione sarà il primo giorno della pace.
Coloro che cer­cano quest’ultima devono agire, e agire subito, per­ché si rea­lizzi la prima condizione.
di Marwan Barghouthi
Prigione di Hadarim cella n 28
tratto da Il Manifesto

La pro­po­sta di legge costi­tu­zio­nale che il senato voterà oggi dis­solve l’identità della Repub­blica nata dalla Resi­stenza

È inac­cet­ta­bile per il metodo e i con­te­nuti; lo è ancor di più in rap­porto alla legge elet­to­rale già approvata.
Nel metodo: è costruita per la soprav­vi­venza di un governo e di una mag­gio­ranza privi di qual­siasi legit­ti­ma­zione sostan­ziale dopo la sen­tenza con la quale la Corte costi­tu­zio­nale ha dichia­rato l’illegittimità del «Por­cel­lum». Mol­te­plici for­za­ture di prassi e rego­la­menti hanno deter­mi­nato in par­la­mento spac­ca­ture insa­na­bili tra le forze poli­ti­che, giun­gendo ora al voto finale con una mag­gio­ranza rac­co­gli­tic­cia e occa­sio­nale, che nem­meno esi­ste­rebbe senza il pre­mio di mag­gio­ranza dichia­rato illegittimo.
Nei con­te­nuti: la can­cel­la­zione della ele­zione diretta dei sena­tori, la dra­stica ridu­zione dei com­po­nenti — lasciando immu­tato il numero dei depu­tati — la com­po­si­zione fon­data su per­sone sele­zio­nate per la tito­la­rità di un diverso man­dato (e tratta da un ceto poli­tico di cui l’esperienza dimo­stra la pre­va­lente bassa qua­lità) col­pi­scono irri­me­dia­bil­mente il prin­ci­pio della rap­pre­sen­tanza poli­tica e gli equi­li­bri del sistema isti­tu­zio­nale. Non basta l’argomento del taglio dei costi, che più e meglio poteva per­se­guirsi con scelte diverse. Né basta l’intento dichia­rato di costruire una più effi­ciente Repub­blica delle auto­no­mie, smen­tito dal com­plesso e far­ra­gi­noso pro­ce­di­mento legi­sla­tivo, e da un rap­porto stato-Regioni che solo in pic­cola parte rea­lizza obiet­tivi di razio­na­liz­za­zione e sem­pli­fi­ca­zione, deter­mi­nando per con­tro rischi di neo-centralismo.
Il vero obiet­tivo della riforma è lo spo­sta­mento dell’asse isti­tu­zio­nale a favore dell’esecutivo. Una prova si trae dalla intro­du­zione in Costi­tu­zione di un governo domi­nus dell’agenda dei lavori par­la­men­tari. Ma ne è soprat­tutto prova la siner­gia con la legge elet­to­rale «Ita­li­cum», che aggiunge all’azzeramento della rap­pre­sen­ta­ti­vità del senato l’indebolimento radi­cale della rap­pre­sen­ta­ti­vità della camera dei depu­tati. Bal­lot­tag­gio, pre­mio di mag­gio­ranza alla sin­gola lista, soglie di accesso, voto bloc­cato sui capi­li­sta con­se­gnano la camera nelle mani del lea­der del par­tito vin­cente — anche con pochi voti — nella com­pe­ti­zione elet­to­rale, secondo il modello dell’uomo solo al comando. Ne ven­gono effetti col­la­te­rali nega­tivi anche per il sistema di checks and balan­ces. Ne risente infatti l’elezione del Capo dello Stato, dei com­po­nenti della Corte costi­tu­zio­nale, del Csm. E ne esce inde­bo­lita la stessa rigi­dità della Costi­tu­zione. La fun­zione di revi­sione rimane bica­me­rale, ma i numeri neces­sari sono alla Camera arti­fi­cial­mente garan­titi alla mag­gio­ranza di governo, men­tre in senato tro­viamo mem­bri privi di qual­siasi legit­ti­ma­zione sostan­ziale a par­te­ci­pare alla deli­ca­tis­sima fun­zione di modi­fi­care la Carta fondamentale.
L’incontro delle forze poli­ti­che anti­fa­sci­ste in Assem­blea costi­tuente trovò fon­da­mento nella con­di­vi­sione di essen­ziali obiet­tivi di egua­glianza e giu­sti­zia sociale, di tutela di libertà e diritti. Sul pro­getto poli­tico fu costruita un’architettura isti­tu­zio­nale fon­data sulla par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica, sulla rap­pre­sen­tanza poli­tica, sull’equilibrio tra i poteri.
Il dise­gno di legge Renzi-Boschi stra­volge radi­cal­mente l’impianto della Costi­tu­zione del 1948, ed è volto ad affron­tare un momento sto­rico dif­fi­cile e una pesante crisi eco­no­mica con­cen­trando il potere sull’esecutivo, ridu­cendo la par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica, met­tendo il bava­glio al dis­senso. Non basta certo in senso con­tra­rio l’argomento che la pro­po­sta riguarda solo i pro­fili orga­niz­za­tivi. L’impatto sulla sovra­nità popo­lare, sulla rap­pre­sen­tanza, sulla par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica, sul diritto di voto è indi­scu­ti­bile. Più in gene­rale, l’assetto isti­tu­zio­nale è deci­sivo per l’attuazione dei diritti e delle libertà di cui alla prima parte, come è stato reso evi­dente dalla scia­gu­rata riforma dell’articolo 81 della Costituzione.
Biso­gna dun­que bat­tersi con­tro que­sta modi­fica della Costi­tu­zione. Facendo man­care il voto favo­re­vole della mag­gio­ranza asso­luta dei com­po­nenti in seconda deli­be­ra­zione. E poi con una bat­ta­glia refe­ren­da­ria come quella che fece cadere nel 2006, con il voto del popolo ita­liano, la riforma — pari­menti stra­vol­gente — appro­vata dal centrodestra.
Il Manifesto