martedì 20 ottobre 2015

Il Biscazziere. Ven­ti­due­mila nuove licenze per case da gioco e slot machi­nes: Mat­teo Renzi a modo suo è un crea­tivo.

Quin­di­ci­mila nuove agen­zie, set­te­mila cor­ners, punti scom­messa piaz­zati per le strade, e in cam­bio, una tan­tum, il governo incas­serà un miliardo, tra pre­lievi e bandi, che lo aiu­te­ranno a coprire una mano­vra che di coper­ture ne ha pochis­sime.
Gli ope­ra­tori del set­tore pro­te­stano, le oppo­si­zioni pure, un po’ tutte, con l’M5S, per bocca di Di Maio, più rumo­roso di tutti: «Invece di bloc­care slot machi­nes e cen­tri scom­messe, il governo li usa per finan­ziare le sue becere mano­vre elet­to­rali». L’allusione è al taglio della Tasi, che non solo Di Maio ma dav­vero tutti sospet­tano fina­liz­zato più a rim­pin­guare i for­zieri elet­to­rali di Mat­teo Renzi che a sup­por­tare l’esile ripresa.
Però l’invasione di bische non basta certo a finan­ziare una mano­vra che sul fronte coper­ture è tra le più spe­ri­co­late e non è detto che basti. Il testo non è ancora stato tra­smesso al Par­la­mento, e il ritardo di tre giorni potrebbe pre­lu­dere a qual­che sor­presa. Ludo­pa­tia a parte, il grosso della mano­vra, come stre­pita Bru­netta, è in realtà a defi­cit. Dovrebbe essere una di quelle mosse che l’Europa solo a sen­tirne par­lare spara a zero. Invece le voci, infor­mali ma auto­re­voli, in arrivo da Bru­xel­les dicono il con­tra­rio esatto. «C’è un buon clima», fanno fil­trare i guar­diani del rigore. «L’Italia – spie­gano – è più solida che nel 2014, dun­que non dovrebbe esserci rin­vio al mit­tente della manovra».
Qual­che zona d’ombra per la verità c’è. L’Italia chiede di alzare il defi­cit di 0,2 punti, pari a tre miliardi tondi, impu­gnando a giu­sti­fi­ca­zione l’emergenza migranti. L’Europa nic­chia, e alla fine con­ce­derà meno del richie­sto: «Aspet­tiamo di vedere quali saranno dav­vero le spese per i migranti», fanno sapere le solite «voci». L’accordo si tro­verà nel mezzo. L’Europa con­ce­derà un minore aumento del defi­cit, l’Italia si accon­ten­terà e recu­pe­rerà il miliardo e passa man­cante (se tutto va bene) tagliando qua e là la spesa sociale.
Ma l’accordo si tro­verà, e in realtà Renzi e Padoan non sono mai rima­sti col fiato sospeso. La spa­rata in stile Varou­fa­kis del pre­mier era a scopo pura­mente pro­pa­gan­di­stico. Quando ha minac­ciato di ripre­sen­tare la legge iden­tica in caso di rin­vio da parte dell’Europa, Renzi alzava la voce sapendo benis­simo che quel rin­vio, lo stesso che ha col­pito nei giorni scorso la Spa­gna, era in realtà estre­ma­mente impro­ba­bile per non dire impossibile.
Le sicu­rezze del ram­pante pre­mier e del suo mini­stro dell’Economia non pote­vano essere basate sulla strut­tura della legge, che anzi in sé sarebbe quanto mai espo­sta agli strali dei rigo­ri­sti. Erano piut­to­sto dovute all’accordo poli­tico stretto da Mat­teo Renzi prima di tutti con Angela Merkel.
L’Italia ha fatto il suo com­pito a casa: una riforma isti­tu­zio­nale det­tata dall’Europa in nome della neces­sità di limi­tare gli spazi di demo­cra­zia par­la­men­tare a favore di un raf­for­za­mento secco dell’esecutivo. È il segreto di Pul­ci­nella. In Par­la­mento, nei giorni dell’approvazione a marce for­zate della riforma, tutti sape­vano per­fet­ta­mente che la fretta di palazzo Chigi era appunto dovuta alla neces­sità di por­tare a casa lo scalpo del Senato in tempo per otte­nere in cam­bio il sema­foro verde sulla mano­vra in defi­cit. Oltre­tutto, per il fio­ren­tino è il momento di incas­sare anche la pre­benda per il pre­zioso aiuto pre­stato a Frau Angela e allo stato mag­giore dell’Unione euro­pea al momento di stri­to­lare Tsi­pras e il suo referendum.
Dun­que l’Europa userà un occhio di riguardo, e Padoan com­pren­si­bil­mente tri­pu­dia: «Abbiamo qua­drato di nuovo il cer­chio. Dimi­nuiamo il debito, ridu­ciamo il defi­cit e allo stesso tempo for­niamo soste­gno espan­sivo alle fami­glie. Resti­tui­remo ai Comuni gli introiti della Tasi e pro­se­gui­remo con i tagli ai mini­steri». I quali per la verità, come tutta la Spen­ding Review, per ora non hanno pro­dotto i risul­tati spe­rati. Ma sono par­ti­co­lari che non tur­bano il gau­dio di palazzo Chigi.
Più fasti­diose alcune voci cri­ti­che che par­tono da vicino. Da Raf­faele Can­tone, per esem­pio, che boc­cia senza appello l’aumento del tetto del con­tante a tre­mila euro. O dalla solita mino­ranza Pd, che insi­ste nel denu­ciare un taglio della tassa sulla casa ini­quo, che avvan­tag­gerà soprat­tutto i già avvan­tag­giati. «Basta con le cari­ca­ture, il con­fronto è sul merito», sbotta Cuperlo, e segui­ranno di certo ade­guati emen­da­menti dell’opposizione interna. «Mi auguro che non saranno ascol­tate le richie­ste di arre­tra­mento della mino­ranza Pd», mette le mani avanti Sac­coni, ex mini­stro con Ber­lu­sconi e ora pre­si­dente della com­mis­sione Lavoro della Camera.
Sarà anche vero che il taglio delle tasse non è né di destra né di sini­stra, come afferma Renzi. Però se la mano­vra piace tanto a uno come Sac­coni qual­che sirena d’allarme dovrebbe suo­nare. A distesa.
ilmanifesto.info

Diritto di parola sotto processo... In que­sta vicenda ha bril­lato per assenza e silen­zio gran parte degli intel­let­tuali e della cul­tura giu­ri­dica italiana

Erri De Luca è stato assolto. La sen­tenza del Tri­bu­nale di Torino non lascia adito a dubbi: affer­mare che «la Tav va sabo­tata» non è un reato ma un’opinione, affi­data al dibat­tito poli­tico e non alle cure di giu­dici e pri­gioni. Qual­che tempo fa sarebbe stata una «non noti­zia», quasi un’ovvietà (e senza biso­gno di sco­mo­dare Voltaire).
Non così oggi. Almeno a Torino, dove un giu­dice per le inda­gini pre­li­mi­nari ha dispo­sto, per quella affer­ma­zione, un giu­di­zio e due pub­blici mini­steri hanno soste­nuto l’accusa e chie­sto la condanna.
Dun­que l’assoluzione e il punto di diritto affer­mato dal giu­dice rap­pre­sen­tano una buona noti­zia. Per una plu­ra­lità di motivi.
Primo. Ci fu un tempo in cui con­te­sta­zioni sif­fatte erano all’ordine del giorno ed erano rite­nuti reati il canto dell’«Internazionale» o di «Ban­diera rossa» (forse per il ver­setto «avanti popolo tuona il can­none rivo­lu­zione vogliamo far»…) o il grido «abbasso la bor­ghe­sia, viva il socia­li­smo!». Erano gli anni dello stato libe­rale e, poi, del fasci­smo quando si rite­neva che «la libertà non è un diritto, ma un dovere del cit­ta­dino» e, ancora, che «la libertà è quella di lavo­rare, quella di pos­se­dere, quella di ono­rare pub­bli­ca­mente Dio e le isti­tu­zioni, quella di avere la coscienza di se stesso e del pro­prio destino, quella di sen­tirsi un popolo forte».
Poi è venuta la Costi­tu­zione il cui arti­colo 21 pre­vede che «tutti hanno il diritto di mani­fe­stare libe­ra­mente il pro­prio pen­siero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».
Inu­tile sot­to­li­neare il senso della norma che è quello di tute­lare l’anticonformismo e le sue mani­fe­sta­zioni poco o punto accette alle forze domi­nanti per­ché, come è stato scritto, «la libertà delle mag­gio­ranze al potere non ha mai avuto biso­gno di pro­te­zioni con­tro il potere» e, ancora, «la pro­te­zione del pen­siero con­tro il potere, ieri come oggi, serve a ren­dere libero l’eretico, l’anticonformista, il radi­cale mino­ri­ta­rio: tutti coloro che, quando la mag­gio­ranza era libe­ris­sima di pre­gare Iddio o osan­nare il Re, anda­vano sul rogo o in pri­gione tra l’indifferenza o il com­pia­ci­mento dei più».
In ter­mini ancora più espli­citi, le idee si con­fron­tano e, se del caso, si com­bat­tono con altre idee, non con l’obbligo del silen­zio. Troppo spesso lo si dimen­tica e, dun­que, un «ripasso» era quanto mai opportuno.
Secondo. La con­te­sta­zione mossa ad Erri De Luca non riguar­dava solo la libertà di espres­sione del pen­siero in astratto. Essa riguar­dava l’esercizio di quella libertà oggi in Val Susa e con rife­ri­mento al Tav.
Nel nostro Paese in que­sti anni sono, infatti, avve­nute cose assai strane. Nes­suno ha mai sot­to­po­sto a giu­di­zio – a mio avviso, con ragione – gli autori di «isti­ga­zioni» assai più gravi e impe­gna­tive come quelle, pra­ti­cate da mini­stri della Repub­blica e capi del Governo, dirette a sov­ver­tire l’unità nazio­nale o a eva­dere le tasse. Ma, in Val Susa, Erri De Luca non è rima­sto iso­lato: alcuni respon­sa­bili di asso­cia­zioni ambien­ta­li­ste sono stati inda­gati per «pro­cu­rato allarme» in rela­zione alla pre­sen­ta­zione di un documento-denuncia con­cer­nente i rischi in atto al can­tiere della Mad­da­lena a causa di una frana, l’uso della espres­sione «libera Repub­blica della Mad­da­lena» è stato con­si­de­rato un sin­tomo di atti­vità sov­ver­siva, la distri­bu­zione di volan­tini con­tro il Tav (senza com­mis­sione di reati) è stata rite­nuta un indice di poten­ziale irre­go­la­rità di con­dotta (sic!) di alcuni stu­denti mino­renni e via seguitando.
Affer­mare la liceità penale delle affer­ma­zioni di De Luca non può non inci­dere anche su que­ste situazioni.
Terzo. Alcuni decenni orsono ci fu, in alcuni set­tori della magi­stra­tura, un’attenzione signi­fi­ca­tiva ai temi della libertà di mani­fe­sta­zione del pen­siero. Sul finire degli anni Ses­santa e nei primi anni Set­tanta, in par­ti­co­lare, Magi­stra­tura demo­cra­tica ingag­giò una dura bat­ta­glia cul­tu­rale sul punto stig­ma­tiz­zando, tra l’altro, «prov­ve­di­menti che hanno creato un clima di inti­mi­da­zione par­ti­co­lar­mente pesante verso deter­mi­nati set­tori poli­tici» ed espri­mendo «pro­fonda pre­oc­cu­pa­zione rispetto a quello che non può appa­rire che come un dise­gno siste­ma­tico ope­rante con vari stru­menti e a vari livelli, teso a impe­dire a taluni la libertà di opi­nione, e come grave sin­tomo di arre­tra­mento della società civile» (ordine del giorno Tolin, dicem­bre 1969) e ten­tando anche, pur senza suc­cesso, di pro­muo­vere un refe­ren­dum abro­ga­tivo dei reati di opi­nione (tra cui quell’articolo 414 del codice penale con­te­stato a De Luca).
Oggi ciò sem­bra un lon­tano ricordo. Chissà che la sen­tenza del Tri­bu­nale di Torino non sti­moli una nuova sta­gione di sen­si­bi­lità al riguardo.
Quarto. In que­sta vicenda ha bril­lato per assenza e silen­zio gran parte degli intel­let­tuali e della cul­tura giu­ri­dica italiana.
Non è un caso che anche l’appello dif­fuso alla vigi­lia del pro­cesso da scrit­tori e da uomini e donne dello spet­ta­colo rechi, per quat­tro quinti, sot­to­scri­zioni fran­cesi… Non è la prima volta in que­sta epoca di pen­siero unico.
Per carità, nes­suno pre­tende nuovi Paso­lini o Scia­scia e del resto, come avrebbe detto Man­zoni, «il corag­gio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare». Ma un po’ di dignità non gua­ste­rebbe. Anche que­sto ci ricorda la sen­tenza torinese.
manifesto.info